Pogrom

Da Wikipedia:

Pogrom è un termine storico di derivazione russa (Погром) con cui vengono indicate le sommosse popolari antisemite e le successive devastazioni avvenute soprattutto al tempo degli Zar di Russia con il consenso – se non con l’appoggio – delle autorità. […] Più in generale, con pogrom si intendono le azioni violente contro la proprietà e la vita di appartenenti a minoranze politiche, etniche o religiose.

Dopo numerosi episodi avvenuti nel corso del Medioevo, i primi veri e propri pogrom dell’età contemporanea furono attuati nel 1881 in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II. Un paio di decenni dopo, con il fallimento della rivoluzione russa (1905), circa seicento fra villaggi e città furono al centro di pogrom; un massacro ai danni della popolazione ebraica si era già avuto nel 1903 a Kišinev (oggi Chişinău, Moldavia). Sebbene tali «spedizioni punitive» fossero accreditate come reazioni spontanee della popolazione verso gli usi religiosi ebraici, sembra certo che esse furono volutamente organizzate dal governo zarista per convogliare verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico la protesta di contadini e lavoratori salariati sottoposti a dure condizioni di vita. Anche nella guerra civile susseguente alla rivoluzione bolscevica del 1917 furono attuati in Ucraina dai capi delle Armate bianche numerosi pogrom che causarono centinaia di migliaia di vittime.

Un pogrom accompagnò anche – nella Notte dei cristalli – l’inizio della campagna antiebraica nazista che portò alla Shoah. […]

“Con il consenso, se non con l’appoggio delle autorità…”

Si può preparare anche oggi un pogrom?

Le premesse:

Gli effetti:

Giorgiana Masi – 12 maggio 1977

Quest’anno compirebbe 50 anni, Giorgiana Masi. Forse sarebbe una signora di mezza età, borghesemente sposata e madre di figli all’università. Forse sarebbe rimasta fedele alle sue idee di allora (era simpatizzante radicale e femminista) e avrebbe seguito una sua strada meno convenzionale: chissà, un compagno, magari i figli lo stesso, magari scelte diverse.

Invece, la sua vita fu stroncata a diciannove anni una sera di maggio, e non sappiamo da chi. È diventata un simbolo, immagino controvoglia (a me, se dicessero “vuoi essere un simbolo, da morto, o continuare a vivere tra i tuoi errori e i tuoi periodi no”, la scelta non si porrebbe neppure: la seconda che hai detto!). Un simbolo per pochi, per di più. Per la maggioranza un ingombrante incidente, da rimuovere con fastidio.

Io c’ero, in quella giornata da incubo. Non dall’inizio alla manifestazione a piazza Navona, che fu dispersa subito. Non c’era nulla di organizzato, e nella sostanza non feci che scappare. Sparavano. Chi? Non si sa. Qualcuno nel movimento, non avrei molti dubbi: quelli che sparavano c’erano e qualche giorno dopo ci fu l’omicidio dell’agente Custrà e la famosa foto dell’autonomo di Milano.

Sparò certamente anche la polizia, e soprattutto c’erano degli agenti provocatori infiltrati. Lotta continua quotidiano pubblicò un’inchiesta documentatissima. Nella foto qua sotto uno degli agenti provocatori è chiaramente al fianco di poliziotti in divisa. Guardate anche il video di RaiDue alla fine del post.

Era una giornata di sole e il pomeriggio faceva veramente caldo. Era quasi sera quando fu colpita Giorgiana. Io ero con un amico sul ponte dell’isola Tiberina, a poche decine di metri da ponte Garibaldi. Mi buttai a terra quando sentii i colpi, dietro la spalletta di pietra. Non vidi niente, per la paura e la mia forte miopia (non portavo ancora le lenti a contatto). Come al solito, girarono voci disparate e la notizia di quello che era successo si chiarì a sera.

Si chiarì. Parola grossa. Riporto qui due punti di vista interessanti.

Il primo è tratto da: Balestrini, Nanni e Primo Moroni (1997). L’ orda d’oro. 1968-1977: la grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. Milano: Feltrinelli. 1997.

Il mese di maggio è il piú nero per il movimento. […]
Il 12 maggio il movimento tenta una manifestazione pacifica di celebrazione della vittoria del referendum sul divorzio del ’74. La manifestazione è organizzata dal Partito radicale. A piazza Navona la polizia interviene subito picchiando alcuni suoi deputati parlamentari; poi si scatenano le cariche contro tutti i gruppi che transitano nei pressi della piazza. La manifestazione non era organizzata, non c’erano servizi d’ordine né strumenti per difendersi.
Molti di questi gruppi retrocedono verso Campo dei Fiori dove vengono erette delle barricate e disselciato il fondo stradale per procurarsi dei sassi. La polizia getta in campo le sue squadre speciali: agenti in borghese travestiti da “estremisti” sparano ad altezza d’uomo.
Gli scontri proseguono per ore, a sera tarda su Ponte Garibaldi muore, uccisa dalla polizia con un colpo alla schiena mentre fuggiva, Giorgiana Masi, vent’anni, simpatizzante del Partito radicale.

Cossiga, che era ministro dell’interno all’epoca dei fatti, è intervenuto più volte sulla vicenda. Ad esempio, a Report nel 2003:

D – Senta ci dica qualche segreto che non ha mai detto a nessuno.

FRANCESCO COSSIGA: I segreti che io mantengo, so ma in parte io me ne sono dimenticati.

D – Che è il modo migliore per mantenere un segreto, quello di dimenticare…

FRANCESCO COSSIGA: Sì, esatto, io me ne sono quasi dimenticato del tutto; altri segreti che io mantengo, ma non segreti di Stato, per esempio, non l’ho mai detto alle autorità giudiziarie e non lo dirò mai, i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica.

IMMAGINI REPERTORIO SERVIZIO TG3
“17 gran brutto numero, 17 anni fa moriva Giorgiana Masi, e l’età di Giorgiana Masi rese ancora più crudele quell’assassinio; ultimo anno di liceo disegnava da professionista e sfilava in corteo accanto agli operai, per il Vietnam, per Valpreda e anche, perché no, per i referendum: Giorgiana scappava, c’erano le cariche della polizia e la polizia in borghese, qualcuno vestito da manifestante un proiettile l’ha colpita alle spalle. Cossiga disse che si sarebbe dimesso se avesse avuto le prove che la polizia aveva sparato. Ecco le immagini, cambiano i tempi, è arrivato il colore, e l’assassino di Giorgiana è ancora a piede libero, e anche i genitori di Giorgiana sono morti, di crepacuore”.

FRANCESCO COSSIGA: Ecco io quello credo che non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa.

D – Perché sono implicati i servizi?

COSSIGA: No, se no non sarebbe una cosa dolorosa.

IN STUDIO MILENA GABANELLI
Poiché sarebbe doloroso dire chi ha ucciso Giorgiana Masi, l’uomo che più ha invocato la pacificazione nazionale, Cossiga, dice non parlerò neanche davanti alla magistratura. Deduciamo che la morte di una ragazzina innocente non sia stato un incidente, ma ben altro. Forse un ordine per imporre poi le leggi speciali? […]

E ancora, sul Corriere della sera del 25 gennaio 2007:

(Aldo Cazzullo) In piazza c’erano gli agenti in borghese con la pistola, vero?
(Cossiga) «Vero. Ma contro la mia volontà. Chiesi notizie al questore di Roma, che negò. Ma quando i giornalisti dell’Espresso mi mostrarono foto inequivocabili, andai alla Camera a chiedere scusa, e destituii il questore».

[…]

(Aldo Cazzullo) Il 12 maggio fu uccisa Giorgiana Masi.
(Cossiga) «Avevo supplicato in ginocchio Pannella di rinunciare alla manifestazione in piazza Navona. Gli ricordai che io stesso avevo mandato la polizia a impedire un comizio democristiano a Genova. Gli dissi che i radicali non erano in grado di difendere la piazza e chiunque si sarebbe potuto infiltrare. Tutto inutile ».

(Aldo Cazzullo) Chi fu a sparare?
(Cossiga) «La verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore».

(Aldo Cazzullo) Fuoco amico?
(Cossiga) «Questo lo dice lei. Il capo della mobile mi confidò di aver messo in frigo una bottiglia di champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità, pensando a tutto quanto ci hanno detto».

Io penso che Cossiga sia una persona inqualificabile, umanamente prima che politicamente. Se sa, parli. E ci convinca, con delle prove, che la sua versione è corroborata dai fatti. Se non sa, taccia, e non cerchi per l’ennesima volta di gettare del fango su una vittima.

Unire il futile allo spregevole

Dal sito http://www.ansa.it/:

Via la teca dell’Ara Pacis progettata dall’americano Richard Meier, via i tubi innocenti dal Colosseo, via i cordoli che delimitano le corsie preferenziali e la nascita di commissioni di “valutazione” per la realizzazione del parcheggio del Pincio e per la rimozione dei sampietrini in via Nazionale. Sono tutti elementi di discontinuità con le decisioni assunte dal predecessore Walter Veltroni che il neosindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha intenzione di attuare per il centro storico della capitale. […] La teca Meier […] rimane […] il principale scempio perpetrato dalle amministrazioni uscenti al patrimonio storico e artistico della capitale. […] Un centro, quello che vuole Alemanno, privo di guide turistiche abusive, con via Frattina, via Borgognona e via del Babbuino liberate “da degrado e sporcizia” per farle ridiventare “il salotto della città” e con un “nucleo di polizia municipale costantemente attivato contro i venditori abusivi”. […]

ALEMANNO ANNUNCIA LA SUA RIVOLUZIONE
di Simona Tagliaventi

Sgombero dei campi nomadi abusivi e spostamento di quelli regolari dal centro di Roma; mantenimento del nuovo piano regolatore che però non deve essere considerato “immutabile”; riduzione delle 80 tra aziende municipalizzate e controllate, con l’invito ai dirigenti nominati dal suo predecessore Walter Veltroni a dimettersi; rimozione della teca dell’Ara Pacis progettata dall’architetto americano Richard Meier, se i cittadini vorranno. Corre su questi temi la rivoluzione annunciata dal neosindaco di Roma Gianni Alemanno nella sua prima conferenza stampa in Campidoglio, subito dopo il suo insediamento. […] E ne arrivano altri di applausi quando, rispondendo ai giornalisti, dice: “La Teca di Meier è un intervento da rimuovere. Non è ovviamente la prima priorità, le emergenze sono altre”. Non può mancare uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, i nomadi: “Partirà presto un’azione per lo sgombero di quelli abusivi e per spostare dal centro di Roma quelli regolari. Questa operazione verrà fatta – precisa – tenendo ben presenti tutti gli aspetti della solidarietà. Punteremo a un’azione graduale cercando di espellere chi ha violato la legge: dobbiamo recuperare un ritardo di 15 anni a causa del lassismo avuto nelle ultime giunte verso chi ha commesso delitti”.

Coerentemente con il titolo del post, mi limito a una domandina futile: e la rimozione della teca, chi la paga? Alemanno? Sgarbi? O noi contribuenti onesti? [come il prestito-ponte Alitalia, peraltro]

Me ne vado da Roma…

A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle…
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti…
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini…
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano…
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del “core de Roma”…
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei “che c’hai una sigaretta?”, “imprestami cento lire”, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!

…e poi ce so’ tornato!

Remo Remotti

[Grazie a Daniele per avermelo ricordato]

Roma città persa

E così l’abbiamo fatto. Roma, per la prima volta nel dopoguerra, consegnata a un picchiatore fascista neppure tanto pentito. I suoi camerati, in questo momento, schiamazzano per vie della città, tra sventolii di bandiere tricolori e alalà, nemmeno avessero vinto una partita di pallone. Chissà se stasera per festeggiare metteranno a fuoco un campo nomadi o picchieranno qualche studente all’uscita di un centro sociale, come peraltro hanno fatto ripetutamente in questi anni. Ma si sa, la sicurezza non è uguale per tutti. C’è chi i guai se li va a cercare, come le ragazze del Circeo.

A voi che li avete votati, gente di poca memoria e poco cervello, ricordo: sono sempre gli stessi.

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25 aprile

Oggi è il 25 aprile. Dopodomani i romani si accingono a eleggere loro sindaco un ex picchiatore fascista.

Morti invano, diceva una bella canzone.

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Capatàz – Per non inciampare in un accattone

A Graziano Cioni, che si è inventato il problema e la soluzione (È possibile, anche se improbabile, inciampare in un accattone? Quindi, eliminiamo gli accattoni per ordinanza comunale – sempre meglio del lavoro coatto, direte voi: ma l’un provvedimento non esclude l’altro!), nell’impossibilità di potergli conferire un premio più consistente, dedico una vecchia canzone di Francesco De Gregori, Capatàz. Purtroppo non ho trovato il video su YouTube.

Non siamo nati mica ieri Capataz, non siamo nati mica ieri,
non siamo mica prigionieri dentro la stella di questa bella modernità.
Non siamo nati mica per morire qua.
Se provi a aprire la finestra Capataz,
e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano
e invece contano e ci stanno contando già,
stanno soltanto aspettando un segno, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
Non siamo nati mica ieri, Capataz.

Se provi a entrare nella mia testa, Capataz,
e coi miei occhi guardi fuori, quante persone e quanti cuori,
quanti colori al posto di quel grigio, quante novità.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.

Vi invito anche a leggere il commento di Alessandro Robecchi su il manifesto di oggi, 2 aprile 2008.

La nuova lotta alla povertà
Alessandro Robecchi
Spero che i vasti e spinosi problemi dell’Occidente non vi distraggano dai veri drammi della civiltà evoluta e del capitalismo maturo come, per esempio, quello dei mendicanti orizzontali. La città di Firenze, salotto sopraffino, se ne è accorta e passa al contrattacco, ha funzionato per i lavavetri, funzionerà anche per i mendicanti, e la civiltà sarà salva, insieme alle sorti luminose e progressive del «si può fare».
Il problema, naturalmente non è il pietoso gesto di chiedere la carità, ma il fatto di farlo da seduti, sdraiati, orizzontali, e insomma, nello sconveniente modo di diventare un problema alla circolazione. In poche parole un mendicante di Firenze, se decide di non stare in piedi, diventa un intralcio al traffico. Non c’è solo l’insolazione a dare alla testa, ma anche le elezioni. Comunque sia, dice l’assessore Cioni, è urgente «contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni».
Una signora non vedente è inciampata in un mendicante, e lo spiacevole incidente prelude dunque alla cacciata dei mendicanti da Firenze, una cosa che somiglia molto al colpirne cento per educarne uno (quando si dice: più realisti del re). Ma sia: se c’è una cosa che non scarseggia sono i capri espiatori, esauriti i lavavetri (venti temibili eversori armati di spugne che tenevano in pugno la città di Dante), si passa ai mendicanti.
La stagione elettorale aiuta: chissà di quali mirabolanti sondaggi sono in possesso l’assessore Graziano Cioni e il sindaco Leonardo Domenici. Forse c’è qualche studio avanzato, qualche grafico di flussi elettorali che dice che cacciare i poveri rende popolare la sinistra, o quel che ne rimane. Del resto che Cioni e Dominici siano sinistra dura e pura lo sanno tutti. Il primo, ai tempi dei lavavetri attaccò il presidente della camera che criticava il pogrom dicendo: «Questi palazzi allontanano gli eletti dal popolo, dalla gente». E parlava di Bertinotti, mentre lui, il prode Cioni, allontanava quattro straccioni. E quanto al sindaco Domenici, pur di cacciare una ventina di povericristi citava nientemeno che Lenin: «In fondo si tratta di un’ordinanza leninista. Lenin diceva: il problema è l’analisi concreta di una situazione concreta». Testuali parole. Era estate, faceva caldo, sentire un esponente dei Ds, oggi Pd, citare Lenin dava il brivido di una granita alla menta. Usare Lenin come un corpo contundente contro il lumpenproletariat semaforico, nomade e accatone sembrava assurdo, e invece era solo una astuta preparazione dell’oggi.
Come diceva il fortunato slogan di un vecchio congresso pidiessino (1997), «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Ecco è accaduto, il futuro sta entrando, dolorosamente simile all’ombrello di Altan. Ora è primavera. Il sindaco è sempre quello, l’assessore è sempre quello, in mancanza di lavavetri, sotto coi mendicanti. Ancora una volta Firenze è all’avanguardia, traccia il solco e poi lo difende, ma soprattutto ci dice chiaro e tondo dove stiamo andando. E che, purtroppo, si può fare.

Bip & Go: un aggiornamento

Dopo mesi di malfunzionamenti …

Avete notato che non esistono più i guasti o le inefficienze? Solo malfunzionamenti e inconvenienti. Come in Francia, quando ai tempi di Mitterand non esisteva più lo sciopero (gréve) ma solo il “movimento sociale” (mouvement social). Il newspeak è in agguato!

Dopo mesi di malfunzionamenti, dicevo, fanno la loro comparsa ai tornelli dei nuovi lettori per le tessere d’abbonamento (che tutti chiamano magnetiche, ma funzionano invece in radiofrequenza). I nuovi lettori apparentemente funzionano meglio e, oltre alla lucetta verde e rossa, hanno anche un display a cristalli liquidi che invita a convalidare il titolo o ti avverte che il titolo è stato convalidato.

Il titolo? “Il fatto giuridico per effetto del quale un diritto viene attribuito a un soggetto | il documento che lo comprova” – insomma, il biglietto o l’abbonamento, in burocratese stretto.

Asor Rosa – 13 aprile, la posta in gioco

Non condivido tutto, ma trovo molti spunti di interesse in questo articolo di Alberto Asor Rosa (sì, il palindromo del ’77) comparso su il manifesto di oggi, 31 marzo 2008.

I tre gravi rischi dell’anomalia Pd
Alberto Asor Rosa
All’inizio non ci volevo quasi credere, pensavo fosse uno scherzo. Come! Con una legge elettorale come quella che ci ritroviamo le due parti «storiche» del centro-sinistra si presentano al voto separate, scegliendo di andare incontro ad una quasi certa sconfitta?
Poi, con lentezza, ho capito che la scelta veltroniana andava al di là della scadenza elettorale attuale, guardava a una prospettiva diversa da quelle tradizionali, lanciava ponti in direzioni inconsuete. Insomma, era una scelta seria. Anzi, molto seria. Anzi, grave.
Non c’è molto spazio per motivarlo, ma io lo direi così. Il Pd – partito sostanzialmente di centro che non guarda a sinistra, intenzionato a presentarsi da sé e in sé come la soluzione del problema politico italiano e destinato perciò per propria natura a rinunciare ad un sistema preventivo di alleanze, esplicitamente percepito come un ostacolo alla propria autonoma manovra programmatica e politica – rappresenta un’anomalia non solo nella tradizione politica italiana ma in quella europea (se qualcuno è in grado di additarmene un esemplare analogo fra l’Atlantico e i confini della Russia, gliene sarei grato). Qualche elemento ispirativo se ne può ritrovare nel Partito democratico americano, tanto caro a Veltroni (e infatti il nome è lo stesso: nomen omen), anche se altri – per esempio, il confessionalismo spinto di certi suoi settori – nettamente divergono. E – potremmo dire ancora una volta: infatti – esso manifesta l’ambizione di ricondurre il bipolarismo italiano – che indubbiamente è all’origine, per la sua composizione eccessivamente molteplice, di molti degli inconvenienti del nostro sistema politico – ad un più sano e semplice bipartitismo. Per raggiungere questo obiettivo si tende fra l’altro a cancellare definitivamente dalla nostra carta politica qualsiasi presenza e sigla socialista: un’altra delle nostre più pesanti e innaturali anomalie.
L’abilità e la forza comunicativa, che indubbiamente caratterizzano il suo principale ispiratore e leader, Walter Veltroni, non celano però – se si esce per un istante dal clima (neanche tanto) agitato del confronto elettorale – alcuni gravi rischi strategici. Io ne vedo tre, che segnalo, perché forse, nell’immediato o in un lontano futuro, si troverà modo di correggerli.
Innanzitutto. Per avvalorare la tesi secondo cui il Pd era legittimato a fare da solo, Veltroni ha dovuto riconoscere il medesimo diritto al suo principale antagonista, il Popolo delle libertà, con il quale forma in duetto il futuro bipartitismo virtuoso. Così facendo, ha portato avanti, con atti e con parole che il suo concorrente ha subito ripreso, il processo di legittimazione di Silvio Berlusconi in persona all’interno del quadro politico-istituzionale italiano. Se viene meno la persuasione che la principale anomalia del sistema politico italiano – oltre che una grande vergogna nazionale – è la presenza nell’agone politico di uno come Berlusconi, tutto il quadro si corrompe e si offusca e in nome della «governabilità» (ricordate Craxi?) si possono compiere le peggiori turpitudini.
Dice: metà degli italiani lo vota. Gli italiani hanno votato anche Mussolini e i tedeschi Hitler. Insomma, il voto democratico non è sempre in grado di sanzionare – depurandole – le aberrazioni che si verificano in giro per il mondo: talvolta ne prende atto e le esalta. Non penso soprattutto, a dir la verità, alle ipotesi di Grosse Koalition, che pure da qualche parte si ventilano. Penso ad una caduta di tensione (quasi mi vergogno, dati i tempi, a definirla morale), che sembra caratterizzare l’attuale momento storico-politico (il fine giustifica i mezzi…). Basterebbe una buona, precisa e incontestabile presa di posizione nel merito per cancellare molti dubbi e preoccupazioni.
Esprimo in secondo luogo una convinzione ideal-politica, che per me ha valore pienamente strategico. Io sono persuaso che l’Italia possa essere decentemente governata (se non temessi l’enfasi, salvata) solo da quel complesso di forze che in Italia costituisce il centro-sinistra «storico» e che, per intenderci, va da Fanceschini a Migliore. Naturalmente, per motivare convenientemente questa convinzione, dovrei scrivere un libro. In mancanza del quale, accontentatevi dell’enunciazione: le particolari condizioni della storia italiana nel corso degli ultimi due secoli hanno sempre evidenziato l’imprescindibilità di questa alleanza ai fini del destino nazionale (e anche di ognuno dei principali protagonisti che lo compongono e lo determinano). Ancor più oggi: a me pare cioè, per esprimermi in una maniera un po’ approssimativa, che il raggiungimento di un punto di equilibrio tra «riformismo» e «radicalismo» sia la formula a cui consegnare il nostro futuro: formula difficile da impostare e da gestire, ma tutt’altro che impossibile.
In questa prospettiva strategica salta all’occhio non solo la clamorosa divaricazione veltroniana – che va alla ricerca di altri destini, presumibilmente ben diversi – ma anche l’inadeguatezza delle forze della cosiddetta «sinistra radicale» a sostenere, praticare, riempire di contenuti nuovi tale prospettiva. Con il corredo culturale e ideale di cui esse, più o meno a seconda dei casi, dispongono e con il ritardo d’iniziativa di cui han dato prova negli ultimi anni, non si va lontano. Dico questo: la divaricazione veltroniana è stata resa possibile anche (soprattutto?) dall’assenza sulla sinistra di un interlocutore in grado di condizionare anche i movimenti del centro del centro-sinistra. Il centro del centro-sinistra ha deciso di andare per proprio conto, anche perché non aveva contrappesi validi sulla propria sinistra, che gli rendessero più difficoltosa la manovra.
Infine. Pochi, mi pare, hanno notato che il prossimo voto mette gli elettori italiani di fronte al massimo d’incertezza possibile riguardo all’uso che del loro voto verrà fatto. Walter Veltroni ha detto: non siamo soli; siamo liberi. Ha ragione. Si vota al buio. Il bipolarismo imperfetto delle tre precedenti consultazioni politiche consentiva tuttavia di votare non solo per un partito ma per un governo. Ora non più: possiamo votare solo per un partito o un raggruppamento di partiti, ai quali è demandata dopo il voto l’intera facoltà di contribuire a formare, a seconda della forza loro attribuita dagli elettori, questo o quel governo.
Io trovo questo intollerabile. Tolte di mezzo le preferenze; attribuiti agli stati maggiori (Andrea Manzella parla di cinque-sei persone!) tutti i poteri nella formazione delle liste: interrotta qualsiasi circolazione rinnovatrice fra i partiti e il resto della società: ci si toglie ora anche il diritto di scegliere il governo che desideriamo. Il massimo della delega, dunque, coincide con la fase di maggiore scadimento, autoreferenzialità e discredito del nostro ceto politico. Nonostante il successo di alcuni dei comizi di Walter in piazza, la forbice secondo me s’allarga. E non si sa cosa di nuovo sarà in grado di combinare un parlamento che uscirà da questo voto.
Da questo punto di vista non c’è niente che si possa fare nell’immediato. Bisognerebbe forse pretendere che al primo posto delle tanto conclamate riforme ci sia l’annosa, mai affrontata, sempre più indispensabile «riforma della politica»: la quale vuol dire essenzialmente messa in discussione del ceto politico, rottura dell’autoreferenzialità, nuovo rapporto società-politica (gli inserimenti adottati a tal fine nelle liste fanno sorridere, quando non indignano), cambiamento radicale delle regole del gioco.
In conclusione, e per non lasciar spazio ad equivoci. Penso che questa volta si debba assolutamente andare a votare, e non solo per sbarrare la strada a Berlusconi (che pure è un argomento non da poco). Bisogna soprattutto impedire che si cada in quell’acquiescenza passiva, che si traduce nel detto famoso: «in malora!» e che sarebbe la situazione peggiore di tutte, l’anticamera della morte. Per chi votare, invece, oggi è affare di ognuno.(Alberto Asor Rosa)

16 marzo 1968 – My Lai

Una delle pagine più nere della guerra del Vietnam. La sera del 15 marzo, il capitano Medina informò gli uomini della compagnia Charlie che alle 7 della mattina successiva gli abitanti civili della zona di My Lai avrebbero lasciato i villaggi per recarsi al mercato. Tutti quelli che fossero rimasti avrebbero potuto essere considerati effettivi o simpatizzanti del 48° battaglione Viet Cong.

La mattina del 16 la compagnia Charlie non trovò combattenti, ma iniziò un fuoco indiscriminato diretto a tutto quello che si muoveva: uomini donne vecchi bambini e animali. Il massacro crebbe d’intensità. La testimonianza della BBC:

Soldiers went berserk, gunning down unarmed men, women, children and babies. Families which huddled together for safety in huts or bunkers were shown no mercy. Those who emerged with hands held high were murdered. … Elsewhere in the village, other atrocities were in progress. Women were gang raped; Vietnamese who had bowed to greet the Americans were beaten with fists and tortured, clubbed with rifle butts and stabbed with bayonets. Some victims were mutilated with the signature “C Company” carved into the chest. By late morning word had got back to higher authorities and a cease-fire was ordered. My Lai was in a state of carnage. Bodies were strewn through the village.

Non sopravvisse nessuno. I morti furono tra i 350 e i 500.

Contrariamente alla vulgata (“anche gli americani commettono crimini di guerra, ma almeno li ammettono”), i militari e il governo statunitense cercarono disperatamente di nascondere l’accaduto e di non giungere a un processo. Dei 26 soldati americani processati per il massacro, soltanto il tenente William Calley fu condannato (con attenuanti: 3 anni e mezzo agli arresti domiciliari in caserma!). Quel che è più grave, la corte marziale americana stabilì il precedente che un militare che esegue ordini è esentato dalla responsabilità del suo operato, capovolgendo il principio stabilito dai tribunali per crimini di guerra di Norimberga e Tokyo e aprendo la strada alla sostanziale immunità dei militari americani. Il processo è completato dalla mancata adesione statunitense alla Corte penale internazionale dell’Aia.