Harry Potter e il principe mezzosangue

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince), 2009, di David Yates, con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Helena Bonham-Carter, Alan Rickman e Maggie Smith (lo ammetto, ho messo solo i miei preferiti).

Tra i temi principali di questa sesta puntata del ciclo di Harry Potter (purtroppo ormai il film ha 4 anni di ritardo sull’uscita e la lettura del romanzo, così noi lettori compulsivi e attempati nel frattempo ci siamo dimenticati un bel po’ di cose, complice anche una certa serialità degli episodi) c’è il vomito. Ed è su questo aspetto che mi concentrerò: siete avvertiti e dunque i più schizzinosi si astengano dal proseguire.

Cominciamo quando, insieme ad Albus Dumbledore, Harry si materializza la prima volta (tutte le citazioni che seguono sono tratte da IMDb):

Albus Dumbledore: Take my arm.
[apparates]
Albus Dumbledore: That was fun. Most people vomit their first time.

Notate che nel libro non si parla di vomito, ma Harry si limita a osservare che preferisce le scope come mezzo di trasporto (p. 60 dell’edizione originale inglese).

Più tardi, all’esclusiva cena pre-natalizia di Slughorn, per liberarsi di Cormac McLaggen, che ha invitato per far ingelosire Ron, Hermione gli propina un salatino al sangue di drago (o qualcosa del genere) e il malcapitato Cormac vomita sulle scarpe di Severus Snape, beccandosi un mese di punizione:

[after Cormac threw up on Snape’s shoes]
Severus Snape: That’s a month of detention.

Nel libro, Hermione si limita a svignarsela (p. 298: She moved so fast it was as though she had Disapparated; one moment she was there, the next she had squeezed between two guffawing witches and vanished).

La terza volta è dopo che Hermione scopre Ron appartato con Lavender:

Hermione Granger: [after she sees Ron and Lavender making out] Excuse me, I have to go vomit.

Anche questa scena, se non mi sbaglio, è diversa nel libro (p. 280: I’m sick of Ron at the moment).

Insomma, mi sembra non ci sia dubbio che il regista David Yates e lo sceneggiatore Steve Kloves insistano sulla corda del disgusto come espressione della disapprovazione morale. Tesi in cui non sono isolati, dal momento che è cara anche a Marc D. Hauser (The Moral Mind – che recensirò tra qualche settimana):

If empathy is the emotion most likely to cause us to approach others, disgust is the emotion most likely to cause us to flee. Unlike all other emotions, disgust is associated with exquisitely vivid triggers, perceptual devices for detection, and facial contortions. It is also the most powerful emotion against sin, especially in the domains of food and sex.
[…]
Humans with no pathology experience disgust in response to food, sexual behaviors, body deformities, contact with death and disease, and body products such as feces, vomit, and urine […]. Although there are cross-cultural and age differences in the conditions eliciting disgust, the facial expression – typically a wrinkling of the nose, gaping of the mouth and retraction of the upper lip – is highly recognizable and unique to our species. Together, these observations indicate that disgust emerges from a biological substrate that may be both unique to our species and unique among the emotions we experience.
Darwin defined disgust as “something revolting, primarily in relation to the sense of taste, as actually perceived or vividly imagined; and secondarily to anything which causes a similar feeling, through the sense of smell, touch and even eyesight.” Over a hundred years later, the psychologist Paul Rozin refined Darwin’s intuition, suggesting that there are different kind of disgust, with core disgust focused on oral ingestion and contamination: “Revulsion at the prospect of [oral] incorporation of an offensive object. The offensive objects are contaminants; that is, if they only briefly contact an acceptable food, they tend to render the food unacceptable.” What makes Rozin’s view especially interesting is that many of the things that elicit disgust are not only stomach-churning but morally repugnant. Thus, once we leave core disgust, we enter into a conception of the emotion that is symbolic, attaching itself to objects, people, or behaviors that are immoral. People who consume certain things or violate particolar social norms are, in some sense, disgusting. [pp. 213-214]

Quello che è curioso è che partecipi di questa associazione al disgusto l’amore romantico, quanto meno nel film. C’è una scena, veramente buffa, in cui Ron Weasley subisce gli effetti di una pozione d’amore, l’Amorttentia. Ci era stato spiegato, a lezione, che “Amortentia doesn’t really create love, of course. It is impossible to manufacture or imitate love. No, this will simply cause a powerful infatuation or obsession. […] When you have seen as much of life as I have, you will not underestimate the power of obsessive love …” (p. 177). E infatti, dapprima l’amore di Ron si riversa su Romilda Vane (che aveva confezionato la pozione), ma ben presto diventa ecumenico, non fa più distinzione di sesso e si rivolge persino agli oggetti inanimati.

In questo modo, J.K. Rowling prende le distanze dall’amore romantico. Anzi, suggerisce il rigetto dell’amore romantico, che per lei non è amore genuino ma infatuazione e ossessione. Nella tradizione romantica, invece, anche l’amore che scatta dalla scintilla di una pozione può essere amore reale, anzi l’unico vero amore, e la pozione è uno strumento del destino. Ne portano testimonianza i più grandi e disperati amanti della storia della musica, Tristano e Isotta (ne ho parlato molte volte, qui, qui, qui e anche qui).

Sui personaggi della saga di Harry Potter si abbatte invece il Liebesverbot di J.K. Rowling. E qui mi butto in un’interpretazione un po’ spericolata.

Harry e Hermione, in particolare, non si possono amare anche se sembrano fatti, a prima vista, l’uno per l’altra. E sembrano fatti l’uno per l’altra perché sono molto simili, quasi eguali: maghi dotati, i migliori del loro corso, entrambi predestinati. Eguali quintessenzialmente, al di là delle differenze superficiali. E proprio per questo non possono amarsi, per il tabù che vieta i rapporti tra consanguinei.

Vi faccio notare che l’identità di Harry e Hermione è rivelata dall’assonanza del loro stesso nome: sono la parte maschile e femminile di una stessa identica persona, come nel mito platonico del Convivio.

Certo, potreste obiettare, è tutto molto più banale: J.K. Rowling ha un problema narratologico. Alla fine della saga deve fare sposare tra loro i personaggi principali, e l’unica soluzione ammissibile è che Harry sposi Ginny e che Hermione sposi Ron. Ogni altra possibile combinazione è inammissibile. Va esclusa la doppia coppia omosessuale (Harry-Ron e Hermione-Ginny): è pur sempre narrativa (anche) per ragazzi. La coppia Ron-Ginny sarebbe incestuosa: questo, anzi, è un altro indizio che anche la coppia Harry-Hermione, che vi si rispecchia, sarebbe “incestuosa”. Di qui il continuo ritornare, nel film, delle tematiche del vomito e del disgusto.  Se è ripugnante l’accoppiamento tra fratello e sorella, è mostruoso quello tra eguali di sesso opposto.

J.K. Rowling si allontana dunque, e molto, dalla tradizione platonica (o quanto meno dalla sua vulgata “romantica”, perché ho seri dubbi che Platone volesse veramente proporre una teoria dell’amore così bislacca, che fa dire da un comico!). L’amore nasce dalla diversità, dal riconoscimento della diversità. Cercarlo nell’identità e nell’assimilazione è una perversione, ed è perciò ripugnante. L’orrore. Come accade per le storie di vampiri, di cui ho già parlato soprattutto qui, ma anche qui e qui.

Educazione siberiana: ma anche …

Dopo che ho letto e recensito il romanzo in questione, altri ne hanno parlato, mettendo in dubbio che l’autore abbia raccontato una storia reale. Naturalmente, questo non cambia niente: la qualità del romanzo e il mio giudizio restano invariati. Anzi, se possibile, la mia ammirazione per l’autore aumenta. Ma penso sia giusto tenervi informati.

Ecco i due articoli. Il primo è uscito su La stampa del 23 giugno 2009.

Il libro

Fantasie siberiane

Indagine su un libro culto della mafia post sovietica. Sembrava tutto vero

ANNA ZAFESOVA

Scusi, da che parte si trova Fiume Basso? La mitica roccaforte degli Urca siberiani descritta da Nicolai Lilin nel suo Educazione siberiana (Einaudi) come la terra dove ha imparato il codice d’onore criminale, crescendo tra coltelli, pistole, icone e tatuaggi? Gli abitanti di Bendery scrollano le spalle, poi suggeriscono di allontanarsi dal centro per un paio di isolati, nel «settore privato», come nella provincia ex sovietica si chiamano i quartieri di casette quasi rurali a uno-due piani, con orto e giardino. Ma è il quartiere dei siberiani? Denis Poronok è perplesso: «Chi sono? Mai sentiti».

Questa è la Transnistria, che nell’immaginario del lettore italiano si colloca a metà tra Corleone e Macondo. Una scheggia dell’impero sovietico tra l’Ucraina e la Moldova, che vive dal 1990 in un limbo giuridico e politico: falce e martello nella bandiera, guarda a Mosca, ma formalmente resta parte della Moldova, anche se si comporta con indipendenza. La Siberia è lontana migliaia di chilometri, ma è qui che è nato il fenomeno letterario della stagione: la storia dell’adolescenza di Nicolai e della sua «famiglia» siberiana che animava una resistenza al regime con le armi in mano. Una storia descritta nei particolari, nomi, luoghi, circostanze, usi e costumi. Tra i russi che hanno avuto modo di leggerla, la mitologia siberiana ha suscitato irritazione e perplessità. «La nostra è una città multietnica, russi, ucraini, moldavi, la zarina Caterina aveva mandato coloni tedeschi ed era numerosa la comunità ebraica. Ma i siberiani non si sono mai visti», dice Denis, fotografo e cameramen della tv locale.

Una perplessità normale per i russi, per i quali i siberiani non sono un’entità separata, ma al massimo quei 36 milioni che abitano i 13 milioni di chilometri quadrati (tre volte l’Ue) dagli Urali al Pacifico, composti da galeotti e scienziati, cacciatori indigeni e ingegneri dei pozzi petroliferi. Secondo Lilin, gli Urca sarebbero una minoranza etnica «discendente degli antichi Efei» che viveva di caccia e rapina e che dalla Siberia venne deportata in Transnistria negli anni ‘30, quando era parte della Romania (sarebbe stata annessa all’Urss nel 1940, nella spartizione dell’Europa tra Stalin e Hitler). Così i comunisti avrebbero popolato «l’impero romeno», come lo chiama lo scrittore, di criminali russi sconfiggendo le cosche locali. «Assurdo», ride Pavel Polian, storico russo che da 25 anni studia le deportazioni di comunismo e nazismo: «Si deportava in Siberia, ma non dalla Siberia, meno che mai in Moldova. E gli Efei non sono mai esistiti».

Anche degli Urca i dizionari etnografici non portano traccia. In compenso, vengono citati già nel 1908 nel vocabolario del gergo criminale di Trakhtenberg: urka, o urkagan, criminali di professione, ladri, bari, rapinatori. Una parola antica, un esercito criminale che dalle pagine di Solzhenitsyn, Shalamov e Herling appare dotato di una ferocia disumana, usato nel Gulag contro i detenuti politici. Oggi i loro eredi preferiscono chiamarsi «vory», ladri. La «famiglia» di Lilin potrebbe essere una scheggia di quel mondo? «Non ho mai sentito parlare di una mafia siberiana separata con quelle tradizioni», dice Federico Varese, professore di criminologia a Oxford e uno dei massimi esperti di mafia russa. E l’arte segreta dei tatuaggi? «Fa parte della subcultura dei “vory”, con particolare enfasi sulle madonne, negli Urali esistono cosche “blu”, dal colore dell’inchiostro sulla pelle», dice Mark Galeotti, professore alla New York University che studia la criminalità postsovietica. «Ma sono comuni a tutti i criminali russi».

Secondo Lilin l’esistenza stessa degli Urca era un segreto del regime. Una comunità quasi estinta, che aveva lasciato un segno profondo, vincendo da sola la guerra del 1992, quando la Moldova in preda a bollenti spiriti postsovietici ha invaso la provincia separatista. In Educazione siberiana si narra del trionfo dei «siberiani», riusciti a far esplodere uno dei due cinema di Bendery pieno di militari. Marian Bozhesku, ricercatore ucraino autore di Transnistria 1989-1992, lo studio più esaustivo sul conflitto, dice di non averne mai sentito parlare. «Per noi il ricordo della guerra è ancora vivissimo, abbiamo combattuto disperatamente, dire che sono stati i criminali a vincerla è ridicolo», s’indigna Denis Poronok, che ha la stessa età di Lilin, 31 anni, e contesta la «versione di Nicolai»: «Il cinema esploso è una fiaba, e nel ‘92 a Bendery c’erano quattro sale, non due».

La Macondo dei siberiani moldavi si sgretola così, un mondo dove geografia e storia diventano fiction. Resta la storia di un ragazzo cresciuto in periferia tra gang e degrado. Una biografia nella quale molti russi si riconoscerebbero. Ma Bendery è una città piccola, 80 mila abitanti dove tutti si conoscono. Conoscono anche Nicolai (anche se all’epoca portava un altro cognome), si ricordano i suoi genitori e il nonno Boris, «grande persona, ha lavorato fino all’ultimo», dice un coetaneo dello scrittore. Si frequentavano quando erano ventenni, è stato anche a casa sua: «Non c’erano icone, né armi, nessun oggetto “siberiano”. Lui era uno curioso, leggeva molto». Nulla di criminale? «Mai sentito che fosse stato in galera, anzi si diceva che a un certo punto si fosse arruolato nella polizia». L’ha rivisto quando Nicolai è tornato a casa, l’anno scorso, accompagnato da un italiano che presentava come produttore tv: «Voleva girare un film sulla Transnistria, diceva che in Italia ne hanno l’idea sbagliata di un luogo orribile, voleva mostrare che siamo gente normale, certo non stiamo benissimo, ma nemmeno così male. Gli avevo presentato artisti, intellettuali, giornalisti». Tra i quali anche Denis: «Mi aveva invitato in Italia a fare una mostra fotografica. Ora che ci penso, se ci fossi andato mi avrebbe spacciato per un Urca siberiano, tanto non avrei capito nulla».

Il secondo è uscito su Alias, supplemento culturale de il manifesto, il 1° agosto 2009 (n. 31, p. 8).

Bersagli

Siberia

Nicolai Lilin: armi e icone a Fiume basso

di Massimo Maurizio

Educazione siberiana (Einaudi, pp. 348, € 20,00) è un romanzo che non passa inosservato: fin dal suo apparire ha suscitato accese discussioni, provocate prima di tutto dal messaggio che comunica e dai dubbi sulla veridicità della storia (vedi, ad esempio, A. Zafesova, «Fantasie siberiane», La Stampa, 23.06.2009). La prima opera di Nicolai Lilin (1980) è un’autobiografia dell’autore, nato e cresciuto a Bender (Tighina), città nella zona cuscinetto creata dopo la guerra del 1992 tra la Transnistria e la Moldavia. Transnistria, dunque, in romeno e italiano, ma Prednistov’e (Cisnistria) in russo. Due prospettive differenti per denotare la stessa realtà geografica: «trans-» e «cis-», prospettive, quella russa e occidentale, opposte, come la volontà di conferire un riconoscimento giuridico a questa lingua di terra tra Moldavia e Ucraina. La Transnistria è conosciuta per lo più per il fascino macabro che emana la sua disgraziata situazione di ultimo stato sovietico d’Europa e crocevia per traffici di armi, droga e organi. Ma non è tutto qui. Lilin racconta la vita a Fiume basso, il suo quartiere nativo; la comunità in cui è nato e cresciuto è formata da «criminali onesti» che seguono un codice d’onore ferreo e che conducono una vita quasi ascetica, con l’unica concessione di possedere icone e armi a volontà. Una comunità criminale discendente del popolo Urka e insorta contro il regime zarista e quello sovietico, originaria della Siberia e vittima, negli anni trenta, del trasferimento forzato di popolazioni voluto da Stalin. Il romanzo, ricco di storie e leggende Urka, racconta la vita di un ragazzo nato e cresciuto in un contesto da cui è difficile affrancarsi, psicologicamente prima di tutto; narra della sua vita di risse e violenza, forse l’unica possibile in quello specifico humus storico- sociale. L’educazione del titolo è quella impartita dai vecchi, dalla famiglia allargata della comunità, fondata su una visione della vita autonoma e anarchica rispetto a qualunque sistema di potere. I valori e i consigli dei genitori ai giovani sembrano quelli «tradizionali » (rispetto degli anziani e dei deboli, essere educato, stare lontani dalle compagnie sbagliate), ma si radicano in un contesto in cui la società civile è totalmente assente, in un mondo privo di strutture sociali cui appellarsi; in questo senso, al di là della veridicità storica e fattuale, il racconto di Lilin potrebbe essere ambientato in buona parte della provincia russa di oggi. Educazione siberiana è di fatto una rivisitazione, una reinterpretazione della vita russa tradizionale, adattata al contesto di Bender; l’autore indugia con piacere su realija della vita quotidiana e del mondo criminale, arricchendoli con commenti e digressioni personali; questo è certamente un fattore di grande interesse per un romanzo con velleità di studio antropologico. La lingua è talvolta rozza, imprecisa, ma viva e avvincente, e questo, forse, proprio in virtù della ruvidezza che le è congenita e che il lavoro certosino di un correttore avrebbe probabilmente appiattito e neutralizzato.

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Damp Squid

Butterfield, Jeremy (2008). A Damp Squid: The English Language Laid Bare. New York: Oxford University Press. 2008.

Un agile libretto, di piacevolissima lettura, che mi sono divorato il giorno stesso che mi è arrivato da Amazon (complice un’indisposizione che mi ha tenuto a casa un giorno – che ho preso di ferie, ne tenga nota Brunetta).

In realtà, sotto l’apparenza del testo di analisi del “buon uso” della lingua inglese e di curiosità su alcuni errori frequenti e sull’origine di certe frasi idiomatiche – tra i tanti mi viene in mente il divertente Eats, Shoots & Leaves di Lynne Truss – questo libro si pone all’incrocio di 3 miei interessi, di cui ho dato ampia testimonianza su questo mio blog: quello per le parole e la loro origine, quello per l’uso di analisi quantitative per documentare la realtà e quello per la teoria evoluzionistica in senso lato (come algoritmo applicabile e applicato al di fuori della biologia).

Alla base del lavoro di Butterfield c’è un vocabolario speciale: l’Oxford English Dictionary, nella sua seconda e corrente edizione (OED2 del 1989), consta di circa 291.500 lemmi, in 21.730 pagine distribuite in 20 volumi. L’OED3 è in corso di redazione. Ma quello che rende l’OED speciale è il progetto su cui si basa – concepito dalla Philological Society nel 1857: documentare la lingua inglese nel suo uso dalle origini ai giorni nostri attraverso citazioni che ponessero le parole nel loro contesto d’uso.

The aim of this Dictionary is to present in alphabetical series the words that have formed the English vocabulary from the time of the earliest records [ca. AD740] down to the present day, with all the relevant facts concerning their form, sense-history, pronunciation, and etymology. It embraces not only the standard language of literature and conversation, whether current at the moment, or obsolete, or archaic, but also the main technical vocabulary, and a large measure of dialectal usage and slang. […] Hence we exclude all words that had become obsolete by 1150 [the end of the Old English era]  … Dialectal words and forms which occur since 1500 are not admitted, except when they continue the history of the word or sense once in general use, illustrate the history of a word, or have themselves a certain literary currency. [dalla Prefazione dell’OED1, 1933]

Per ottenere questo risultato, fin dall’inizio dell’impresa si mise in campo un esercito di lettori volontari, cui erano assegnati testi da leggere, dai quali essi dovevano estrarre citazioni atte a illustrare l’uso effettivo delle parole nel loro contesto e inviarle ai redattori del dizionario. Il più famoso dei redattori ottocenteschi fu James Murray, che lavorò al progetto dal 1870 al 1915, anno della sua morte. Murray lavorava nello scriptorium, una baracca di ferro rivestita all’interno di ripiani, scaffali e 1.029 caselle per tenerci le schede con le citazioni. Qui sotto potete vedere Murray al lavoro.

In preparazione della seconda edizione, il corpus di citazioni e l’intero processo cominciarono a essere “computerizzati” a partire dal 1983. Il corpus di citazioni su cui si basa l’OED contiene attualmente oltre 2 miliardi di parole e consente di prensentarle nel loro contesto (KWIC: key word in context). Qui sotto un esempio (trovate di più sul sito dell’OED, dove c’è anche un bel tour del dizionario elettronico).

Ormai avrete capito: è sulla base di questo che Butterfield fa il suo lavoro. In questo modo è in grado di superare l’annosa (e pedante) diatriba tra prescrittivisti e descrittivisti documentando le trasformazioni della lingua inglese. La nascita di parole ed espressioni nuove. L’eredità dell’anglo-sassone, del vikingo, del francese, del latino e del greco. Le incertezze dello spelling e delle morfologie. Il tutto con una solida (solidissima) base quantitativa e con l’illustrazione convincente che la lingua si evolve sulla base di un algoritmo non troppo diverso da quello darwiniano.

A me ha entusiasmato. Se siete interessati a qualcuno di questi temi, piacerà anche a voi. Lo raccomando vivamente. Ed è anche molto divertente.

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Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo

Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo (Dirty Harry), 1971, di Don Siegel, con Clint Eastwood.

San Francisco, 1971. I figli dei fiori sono sfioriti da un po’. La città è degradata. Due pazzi si aggirano (almeno due: se no Il barbarico re mi riprende per gli errori epistemologici) per la città. Uno è uno psicopatico assassino che ricatta la polizia. L’altro un ispettore di polizia, Callaghan, l’eroe repubblicano che lavora nelle intercapedini tra legge e giustizia (che cos’è la giustizia gliel’ha dettato direttamente dio, probabilmente incidendo le regole sul retro della bronzea stella da sceriffo).

La prima metà del film è giocata sul fatto che nel 1971 non esistevano i telefoni cellulari. Ma dalla scena dello stadio in avanti il film è e resta indimenticabile.

Clint Eastwood non porta mai il cappello, quindi sapete che cosa vi dovete aspettare.

Però è un bel film. È così che noi esteti ci facciamo fregare.

Qui il finale, giusto per rovinarvi l’esistenza (Hey! Vi ho avvertito!).

Jack Bruce & la macchina di Berlusconi

Di Jack Bruce ho parlato pochissimo tempo fa, e quindi non mi dilungherò in chiacchiere vane.

Ieri (25 luglio 2009) ha suonato a Roma, al festival di Villa Ada, con un power trio formato – oltre che da lui al basso – da Robin Trower (ex Procol Harum) alla chitarra e da Gary Husband (ex Level 42) alla batteria. Naturalmente, oltre al loro nuovo album, non potevano mancare le rievocazioni dei Cream, di cui hanno eseguito 5 brani: Sunshine of Your Love, We’re Going Wrong, White Room, Politician e Spoonful.

Politician racconta la storia di un politico che usa il suo potere come arma di rimorchio più o meno mafioso (“Hey now baby, get into my big black car, want to just show you what my politics are”). Ma non mi aspettavo che Jack Bruce, un signore 67enne, una vita dedicata al blues, modificasse le parole per cantare “get into Mr Berlusconi’s car”. Certo, è pur sempre possibile che Bruce sia amico di Scalfari e la sua casa discografica sia proprietà di Rupert Murdoch … possibile ma secondo me improbabile. Mi sembra più probabile che all’estero sia proprio questa l’immagine del nostro presidente del consiglio.

Qui gliela sentiamo eseguire dal vivo nel 1990 (ovviamente senza il riferimento a Berlusconi, che non era ancora sceso in campo) insieme a Rory Gallagher, un altro grandissimo chitarrista (ascoltare per credere).

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

I’m a political man and I practice what I preach.
I’m a political man and I practice what I preach.
So don’t deny me baby, not while you’re in my reach.

I support the left, though I’m leaning, leaning to the right.
I support the left, though I’m leaning to the right.
But I’m just not there when it’s coming to a fight.

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

Ed ecco le altre. Sunshine of Your Love, Cream, circa 1968, dal vivo.

It’s getting near dawn,
When lights close their tired eyes.
I’ll soon be with you my love,
To give you my dawn surprise.
I’ll be with you darling soon,
I’ll be with you when the stars start falling.

I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

I’m with you my love,
The light’s shining through on you.
Yes, I’m with you my love,
It’s the morning and just we two.
I’ll stay with you darling now,
I’ll stay with you till my seas are dried up.

Chorus

Repeat Second Verse

I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

We’re Going Wrong. Ho scelto questa versione (live alla BBC nel 1968, su YouTube c’è anche quella in studio di Disraeli Gears), anche se imperfetta nella voce, perché dà un’idea molto piuù precisa di che cosa fossero i Cream dal vivo.

Please open your eyes.
Try to realize.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

Please open your mind.
See what you can find.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

We’re going wrong.
We’re going wrong.
We’re going wrong.

White Room. Al concerto d’addio, fine 1968. Ascoltate il dialogo tra la voce di Bruce e la chitarra di Clapton, verso la fine del secondo minuto. E l’assolo dall’inizio del quarto.

In the white room with black curtains near the station.
Blackroof country, no gold pavements, tired starlings.
Silver horses ran down moonbeams in your dark eyes.
Dawnlight smiles on you leaving, my contentment.

I’ll wait in this place where the sun never shines;
Wait in this place where the shadows run from themselves.

You said no strings could secure you at the station.
Platform ticket, restless diesels, goodbye windows.
I walked into such a sad time at the station.
As I walked out, felt my own need just beginning.

I’ll wait in the queue when the trains come by;
Lie with you where the shadows run from themselves.

At the party she was kindness in the hard crowd.
Consolation for the old wound now forgotten.
Yellow tigers crouched in jungles in her dark eyes.
Now she’s dressing, goodbye windows, tired starlings.

I’ll sleep in this place with the lonely crowd;
Lie in the dark where the shadows run from themselves.

Infine, Spoonful. Registrato nella stessa occasione di Sunshine of Your Love (Bruce con il colbacco). Nella versione live del concerto d’addio dura oltre 10 minuti e quindi su YouTube è in 2 parti. Questo è l’unico dei brani a non essere stato scritto da Bruce (è di Willie Dixon – come bonus vi faccio ascoltare anche la versione di Howlin’ Wolf, circa 1960).

Could fill spoons full of diamonds,
Could fill spoons full of gold.
Just a little spoon of your precious love
Will satisfy my soul.

Men lies about it.
Some of them cries about it.
Some of them dies about it.
Everything’s a-fightin’ about the spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.

Could fill spoons full of coffee,
Could fill spoons full of tea.
Just a little spoon of your precious love;
Is that enough for me?

Chorus

Could fill spoons full of water,
Save them from the desert sands.
But a little spoon of your forty-five
Saved you from another man.

Chorus

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Letter to a Christian Nation

Harris, Sam (2006). Letter to a Christian Nation. New York: Alfred A. Knopf. 2007.

Di Sam Harris ho già parlato in un post precedente, spiegando perché il suo libro non mi era piaciuto moltissimo e anche perché non condivido alcune (e forse molte) delle sue posizioni. Ho pochissimo da aggiungere, perché questo è sostanzialmente un riassunto di The End of Faith, di cui ci risparmia molte digressioni presenti nell’altro libro, come quella sul pacifismo (contro) e sulla meditazione buddista (pro). In più, c’è l’espediente retorico (e un po’ forzato) della “lettera aperta” scritta a un cristiano fondamentalista (americano). Proprio per questo, il bersaglio di Harris qui è il fondamentalismo cristiano, piuttosto che quello islamico, che era invece la preoccupazione principale di The End of Faith).

Uno dei problemi è proprio questo: il fondamentalismo cristiano americano è una cosa conosciuta ma in parte estranea alla cultura europea, decisamente più secolarizzata. E persino a quella italiana: il nostro problema sono le continue incurisoni in  “fuorigioco” del Vaticano nella politica e nella morale (soprattutto sessuale) degli italiani, piuttosto che il fatto che gli italiani siano in prevalenza credenti.

Negli Stati Uniti, invece, il 12% dei cittadini ritiene che la vita sulla terra si sia evoluta attraverso un processo naturale, il 31% che l’evoluzione sia stata guidata dalla mano di dio (il cosiddetto intelligent design) e il 53% che l’universo sia stato creato letteralmente secondo quanto scrive la bibbia. Letteralmente.

Among developed nations, America stands alone in these convictions. Our country now appears, as at in no other times in her history, like a lumbering, belliucose, dim-witted giant. Anyone who cares about the fate of civilization would do well to recognize that the combination of great power and great stupidity is simply terrifying, even to one’s friends. [p. xi]

Gli esempi che Harris riporta per corroborare questa sua tesi sono abbastanza impressionanti, da far impallidire anche la nostra Binetti:

Consider, for instance, the human papillomavirus (HPV). HPV is now the most common sexually transmitted disease in the United States. The virus infects over half the American population and causes nearly five thousand women to die each year from cervical cancer; the Center for Disease Contro (CDC) estimates that more than two hundred thousand die worldwide. We now have a vaccine for HPV that appears to be both safe and effective. The vaccine produced 100% immunity in the six thousand women who received it as a part of a clinical trial. And yet, Christian conservatives in our government have resisted a vaccination program on the grounds that HPV is a valuable impediment to premarital sex. These pious men and women want to preserve cervical cancer as an incentive toward abstinence, even if it sacrifices the lives of thousands of women each year. [pp. 26-27]

Ma Harris osserva anche che, oltre a impedire politiche attivamente intese al benessere (in questo caso alla salute) della popolazione se contraddicono a un qualche principio religioso o a qualche interpretazione delle scritture, il fondamentalismo religioso sottrae risorse alle politiche anche attraverso costosi “programmi di ricerca”:

Can you prove that Zeus does not exist? Of course not. And yet, just imagine if we lived in a society where people spent tens of billions of dollars of their personal income each year propitiating the gods of Mount Olympus, where the government spent billions more in tax dollars to support institutions devoted to these gods, where untold billions in tax subsiudies were given to pagan temples, where elected officials did their best to impede medical research out of deference to The Iliad and The Odyssey, and where every debate about public policy was subverted to the whims of ancient authors who wrote well, but who didn’t know enough about the nature of reality to keep their excrement out of their food. This would be a horrible misappropriation of our material, moral, and intellectual resources. And yet this is exactly the society we are living in. [p. 56]

Infine, Harris argomenta molto lucidamente l’irriducibile incompatibilità tra concezione scientifica e concezione religiosa del mondo. Lo fa in modo molto eloquente e sono pienamente d’accordo.

In the broadest sense, “science” (from the Latin scire, “to know”) represents our best efforts to know what is true about our world. We need not distinguish between “hard” and “soft” science here, or between science and a branch of the humanities like history. It is a historical fact, for instance, that the Japanese bombed Pearl Harbour on December 7, 1941. Consequently, this fact forms part of the worldview of scientific rationality. Given the evidence that attests to this fact, anyone believing that it happened on another date, or that the Egyptians really dropped those bombs, has a lot of explaining to do. The core of science is not controlled experiment or mathematical modeling: it is intellectual honesty. [p. 64]

Colpirne uno per educarne cento

Stafutti, Stefania e Gianmaria Ajani (2008). Colpirne uno per educarne cento. Slogan e parole d’ordine per capire la Cina. Torino: Einaudi. 2008.

L’idea sembrava allettante: prendere slogan e massime della rivoluzione cinese e dedicare a ognuna una scheda , che ne indicasse l’autore e l’origine, che la inquadrasse nella storia della Cina dal 1950 a oggi, che ne spiegasse la fortuna in Occidente, soprattutto nei movimenti degli anni 60 e 70, che eventualmente ne illustrasse l’uso che se ne fa oggi, dato che in molti casi i vecchi slogan sono ora utilizzati nella pubblicità o nella controcultura cinese.

Peccato che il libro sia scritto in modo molto sciatto, come se i 2 autori (sono professori universitari, ma questo ormai non significa nulla) non avessero nessuna voglia di fare un lavoro serio (ancorché divulgativo) e mirassero soltanto a fare un po’ di diritti d’autore con qualcosa che magari avevano nel cassetto.

Né l’editore ha dato loro una mano. Sono passati i tempi in cui Einaudi era il migliore editore italiano, non soltanto per i contenuti, ma anche per la cura editoriale. Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini  e tanti altri si rivolteranno nella tomba.

2 esempi soltanto:

  • A pagina 83 gli avatar diventano atavar, senza nemmeno che la pagina arrossisca di vergogna (e sono abbastanza sicuro, anche se non ne ho le prove, che è uno sbaglio dovuto all’ignoranza degli autori, e non una svista di un’incolpevole tipografo!).
  • Più o meno a pagina 100 (siamo nel 1992) compare Jiang Zemin. O meglio ne compaiono tanti, e la cosa sarebbe comica se il libro l’avessi trovato nella sala d’aspetto della stazione invece di averla pagato 11,80 euro e sei i due autori non si spacciassero per sinologi. Allora: a pagina 102 e 103 è Jiang Zemin e ci viene anche spiegato il significato del nome (“il fiume che porta beneficio al popolo” oppure “il fiume in cui il popolo annaspa”). A pagina 104 è Jiang Zeming (2 volte: l’errore di stampa non può essere escluso, ma è improbabile). A pagina 106 diventa Jiang Zimin (giuro!). A pagina 109 si riaffaccia Jiang Zemin, che resiste eroicamente fino a pagina 112. Ma a pagina 113, inesorabilmente, il nostro camaleonte cinese si trasforma in Zhang Zemin, per tornare definitivamente Jiang Zemin nella pagina successiva. A questo punto è fin troppo facile immaginarsi una piccola schiera di cultori della materia, o assegnisti, o borsisti o non so cosa intenti a compilare le schede per i nostri autori, che non si sono nemmeno degnati di rileggere il tutto e di verificare le traslitterazioni.

Aridàtece li sòrdi!

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La montagna sacra – Alejandro Jodorowsky

La montagna sacra (La montaña sagrada), 1973, di Alejandro Jodorowsky, con Alejandro Jodorowsky e Horácio Salinas.

Un orgia visiva, che alla fine mi ha lasciato freddo e un po’ deluso.

Sarà che a distanza di oltre 35 anni lo scandalo non dà più scandalo, sarà che anche sotto il profilo visivo siamo abituati a ben altra vividezza delle immagini, sarà che il surrealismo ha fatto il suo tempo e si è rivelato per quello che è (un’avanguardia piccolo-borghese con poca reale capacità eversiva), sarà che sono stufo di vedere film con reinterpretazioni di comodo e gratuitamente provocatorie delle immagini della cultura cattolica, sarà che la visionarietà di Jodorowsky si esprime meglio nei suoi fumetti … Per ognuno di questi aspetti sarei in grado di di citare almeno un altro film o un altro autore che ha fatto più e meglio di Jodorowsky …

Mah. Ieri sera, guardando il film, mi veniva da pensare: nani e ballerine ormai sono usciti dalla finzione cinematografica ed entrati nella cronaca politica italiana … Il surrealismo è diventato sottorealismo …

Eccovi il trailer (ma non ditemi poi che non via avevo avvertiti).

Se poi lo volete vedere tutto, lo trovate qui.

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The Origin of Wealth

Beinhocker, Eric D. (2006). The Origin of Wealth: Evolution, Complexity, and the Radical Remaking of Economics. Boston: The Harvard Business School Press. 2007.

L’autore lavora alla McKinsey e il libro è pubblicato dalla Business School della pur prestigiosa università di Harvard: abbastanza da far storcere il naso a un economista “puro e duro” (oddio…) come me. Ma una rapida scorsa all’indice è stata sufficiente a farmi correre il rischio, e non me ne sono pentito.

Beinhocker è fondamentalmente un divulgatore e – direi – un divulgatore bravo ed efficace. Il libro è molto documentato e, soprattutto nelle prime 3 parti, arriva al punto essenziale senza perdersi in prediche e raccomandazioni. Molte cadute, però, nella quarta e ultima parte.

Insomma, andiamo con ordine.

Partiamo dalle ambizioni che, come potete giudicare voi stessi, non sono per nulla modeste:

What is wealth? How is it created? And how can we create more of it for the benefit of individuals, businesses, and societies? In The Origin of Wealth, Eric Beinhocker provides provocative new answers to these fundamental questions.

Beinhocker surveys the cutting-edge ideas of economists and scientists and brings their work alive for a broad audience. These researchers, he explains, are revolutionizing economics by showing how the economy is an evolutionary system, much like a biological system. It is economic evolution that creates wealth and has taken us from the Stone Age to the $36.5 trillion global economy of today.

By better understanding economic evolution, Beinhocker writes, we can better understand how to create more wealth. The author shows how complexity economics is turning conventional wisdom on its head in areas ranging from business strategy and organizational design to investment strategy and public policy. As sweeping in scope as its title, The Origin of Wealth will rewire our thinking about the workings of the global economy and where it is going. [dalla quarta di copertina]

Per tre quarti del libro, per quanto elevate le ambizioni, le promesse sono sostanzialmente mantenute. Beinhocker parte da una constatazione: che la scienza economica, soprattutto all’epoca della formalizzazione neo-classica, è stata fortemente debitrice delle idee e degli strumenti della fisica classica, e soprattutto della termodinamica. Per questo è diventata una scienza dei sistemi in equilibrio, da una parte, e una scienza che osserva i fenomeni “macro”, dall’altra. Mancavano, semplicemente, gli strumenti matematici e il paradigma scientifico per operare diversamente. Secondo Beinhocker (e io sono, per quello che conta, molto d’accordo) l’approccio micro, basato sull’interazione di molti agenti e sull’affiorare di pattern emergenti, consente di esplorare più fruttuosamente le situazioni lontane dall’equilibrio, di raccordare in modo fondato il livello micro con quello macro e di consentire l’analisi di situazioni lontane dall’equilibrio (come peraltro sono quelle che si osservano nella realtà). E, sopprattutto, a spiegare con fondamento la crescita economica. Inevitabilmente, queste riflessioni portano a cercare le spiegazioni fondamentali dei fenomeni economici nel paradigma evoluzionistico.

La terza parte del volume, quella dedicata a corroborare la tesi “How Evolution Creates Wealth”, è la migliore del libro. La cosa importante, e assolutamente condivisibile (o, almeno, assolutamente condivisa da me) è questa: il rapporto tra teoria darwiniana dell’evoluzione biologica ed economia non è semplicemente metaforico, ma reale:

As mentioned earlier in the book, evolution and economics have a mutually intertwined history stretching back to Darwin’s time some 160 years ago. Although many of the great minds of economics, from Alfred Marshall to Friedrich Hayek, wrestled with incorporating evolution into economics, they were ultimately limited by two things. First, they struggled with trying to map an understanding of biological evolution onto economic evolution, raising questions as, What is the economic equivalent of a gene? Is a group of companies a population? What constitutes a parent and an offspring in economic systems? Often, these early efforts were just as guilty of metaphorical reasoning as Walras, Jevons, and the other Marginalists. Instead of biology, our starting point in part 3 will be the generic, algorithmic view of evolution that we just discussed. The claim of the modern algorithmic view of evolution is that evolutionary systems are a universal class with universal laws. We can then ask whether the economy is a part of that class and subject to those laws. If the answer is yes, then the economic and biological worlds are both members of that universal class. They may be very different in their implementations of the algorithm, and thus asking what a parent and an offspring are in economics may make no sense. Nionetheless, the two worlds are still subject to the same general laws of evolutionary systems, thus explaining the strong (pardon the metaphor) family resemblance. [pp. 216-217 – il corsivo è mio]

I capitoli in cui si articola la terza parte argomentano la tesi che l’economia si evolva applicando l’algoritmo darwiniano (variazione, selezione, replicazione) in modo piano e convincente, tanto da far venire voglia di utilizzarlo in un corso introduttivo di economia. Personalmente, ho trovato particolarmente interessante l’idea che il processo evolutivo in economia ricerchi “soluzioni” all’interno di 3 spazi (quello strettamente economico dei business plan, ma anche in quelli delle tecnologie fisiche e delle tecnologie sociali).

Purtroppo, nella quarta parte, dove Beinhocker cerca di tradurre le idee della terza in indicazioni operative per le imprese (“What It Means for Business and Society”), gli interessi dell’autore (che viene da una grande società di consulenza aziendale) smettono di coincidere con i miei e, per la verità, trovo i suggerimenti in materia di strategia, organizzazione, finanza e policy fastidiosamente predicatori (oltre che banali). Ma forse è un problema mio: in genere, quando mi imbatto nelle pompose omelie dei consulenti aziendali, smetto di leggere immediatamente, e qui mi sono sorbito 130 pagine francamente inutili nell’incredulità che un autore che aveva scritto tante cose interessanti nelle 300 pagine precedenti potesse propinarmi un lungo elenco di luoghi comuni e buonsenso (o poco più, o poco meno).

Nonostante questi difetti (ma forse sono troppo ingeneroso), questo resta un ottimo libro, e le due parti centrali sarebbero più che sufficienti a raccomandarne la lettura.

Se volete farlo in modo economico (non mi risulta che il libro sia stato tradotto in italiano), su Google Libri potete leggerlo sul vostro schermo (lo trovate qui).

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Foto di gruppo con chitarrista

Pagani, Mauro (2009). Foto di gruppo con chitarrista. Milano: Rizzoli. 2009.

È forte la tentazione di essere tranchant: Mauro Pagani è un grandissimo musicista. Non è un romanziere.

Ma forse Pagani e il libro meritano un po’ di più. Certo. La storia è abbastanza convenzionale e la scrittura, ancorché corretta, non ha grandi slanci. Però Pagani ha il coraggio di mettersi in gioco, e l’espediente narrativo di essere un comprimario della storia, anziché il protagonista, depone a suo favore: in fin dei conti, ci immaginiamo tutti che le rockstar (e Pagani lo è, o quanto meno lo è stata) siano smisuratamente narcisistiche.

Il romanzo racconta quasi esattamente un decennio, dall’inaugurazione della stagione della Scala il 7 dicembre 1969 ai funerali di Demetrio Stratos a metà giugno del 1979. In quegli anni, esclusi gli ultimi due e mezzo, ero anch’io a Milano. Certamente non ero una rockstar (anche se ero un frequentatore di concerti, e ne ricordo uno al Vigorelli in cui la PFM suonava prima di Emerson Lake & Palmer, e un altro nel 1973 a Milano Marittima in cui la PFM suonava presentata da Carlo Massarini). In parte, i ricordi di Mauro Pagani – di 6-7 anni più grande di me – coincidono con i miei. Ma in gran parte no, sia perché la differenza d’età a quell’età pesa e parecchio; sia perché, appunto, lui era un musicista dapprima e una rockstar subito dopo, e io uno studente di sinistra ma piuttosto studioso; sia perché, soprattutto, sospetto che Pagani si sia a tratti fatto prendere dalle licenze dell’epica. Ad esempio, tanto per pignoleggiare, a pagina 86, un amico del protagonista “cercava di intonare qualcosa che somigliava vagamente a Let it be.” È la notte del 10 dicembre 1969. Vabbè che il tipo era strafatto di acido, ma non mi risulta che tra gli effetti dell’LSD ci sia il dono della profezia: Let it be è stata pubblicata il 6 marzo 1970.

In definitiva. Una lettura piacevole, che però lascia poco. Un’occasione, per i miei coetanei milanesi, per qualche ricordo. Probabilmente sincero, ma non del tutto veritiero.

Ma a Mauro Pagani perdoniamo tutto, per aver fatto cose come questa (giusto per ricordare Demetrio Stratos, con cui Mauro Pagani stava per iniziare una collaborazione):

o questo:

o questo

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