Un luogo incerto

Vargas, Fred (2008). Un luogo incerto (Un lieu incertain). Torino: Einaudi. 2009.

Einaudi continua a pubblicare i romanzi di Fred Vargas e io continuo a leggerli e a parlarne sul blog (per le altre recensioni, potete usare la funzione “cerca” nella barra sinistra). Oltre a pubblicare i romanzi nuovi (questo è uscito in Francia l’anno scorso), Einaudi sta “recuperando” quelli che non aveva tradotto prima, quando la Vargas non era ancora un caso letterario: perciò, l’ordine della pubblicazione delle traduzioni in italiano non corrisponde alla cronologia delle opere di Fred Vargas (la bibliografia quasi completa – manca ovviamente questo! – l’ho messa qui).

Anche questo è un libro che ho letto volentieri (anzi divorato), anche se il meccanismo giallo è artificioso e la storia settecentesca dei vampiri serbi mi è sembrata un po’ posticcia. Ma ognuno è libero di avere le passioni che ha, e di viverle a modo suo, e non mi offendo se l’interesse della Vargas per le storie di vampiri è apparentemente diverso dal mio (di cui ho parlato più volte e soprattutto qui).

In realtà, mi dicevo leggendo, quello che mi dà piacere nella lettura dei romanzi della Vargas non è tanto l’intreccio (e per questo le perdono i difetti che ho sottolineato prima), quanto per le arguzie di cui sono costellati i dialoghi e le descrizioni. Insomma, non apprezzo tanto la struttura architettonica, quanto le decorazioni. Ecco la solita piccola antologia:

Adamsberg andò ad aprire la finestra, posò lo sguardo sulla cima dei tigli. Erano fioriti da quattro giorni, il loro profilo di tisana entrò insieme con la corrente d’aria. [p. 61]
Non resisto a spiegare perché, secondo me, questa frase è memorabile: perché ha il coraggio e l’acutezza di mettere in chiaro che, per noi abitanti delle città occidentali del XXI secolo, non è la tisana a profumare di tiglio, ma il tiglio a profumare di tisana!

– […] Senta, – continuò Lamarre gettandosi un’occhiata alle spalle, – perché il bar si chiama Le billard, visto che non sono né giocatori né tavoli da biliardo?
– E perché la Brasserie des Philosophes si chiama così, se dentro non c’è nemmeno un filosofo?
– Ma questo non ci dà la risposta, ci dà solo un’altra domanda.
– Spesso succede così, brigadiere. [pp. 1543-154]

A dimostrazione, pensò, che non è la qualità a produrre il puro piacere, ma il benessere non scontato, di qualunque cosa sia fatto. [p. 230]

– […] Torno sulla retta via che, come sai, non esiste e che per altro non è retta. [p. 368]
Ma anche: “Torno sulla retta via che, come sai, non è retta e che per altro non esiste”.

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Fangland

Marks, John (2007). Fangland. New York: Penguin Books. 2008.

L’ho comprato, come potete immaginare, perché la copertina lo denotava come romanzo di vampiri, e a me le storie di vampiri piacciono, per i motivi che ho spiegato più volte e soprattutto qui.

Questo romanzo, però, in fondo non è una storia di vampiri.

Tanto per cominciare, Fangland (Il paese della zanna) non è la Transilvania, che pure nel romanzo c’è, ma la redazione newyorkese di The Hour (chiaro riferimento a 60 Minutes, dove l’autore ha lavorato): è nella redazione del news-magazine televisivo che ci si sbrana a vicenda, e le descrizioni dei vari personaggi, con i loro tic, le loro ridicole vanità, le loro sfrenate ambizioni e soprattutto la pervasiva sfiducia reciproca sono uno dei pezzi forti del libro, soprattutto sullo sfondo cupo dell’orrore vampiresco che si avvicina.

Anche se a volte affiora un po’ di stanchezza, soprattutto avvicinandosi al finale, l’autore è un virtuoso. Il romanzo è chiaramente un remake di Dracula di Bram Stoker, di cui riprende non soltanto il cognome della protagonista (Harker), ma anche – aggiornandola – la tecnica del romanzo epistolare.

Il virtuosismo dell’autore è anche apprezzabile nella parte ambientata in Romania, abbastanza fedele a quel poco che ne conosco (Bucarest e il percorso Bucarest-Ploiesti-Sinaia-Brasov), anche e soprattutto nel cogliere la mistura tra passato remoto, vestigia anni Venti, residui del socialismo monumentale e dolori del parto del capitalismo sregolato dilagante nell’Europa dell’est.

Ma al di là della vernice vampiresca (manca il grande tema del vampirismo come incapacità d’amare, come passione che divora l’altro da sé), il tema del romanzo è il peso della memoria, il peso di una storia che ha intriso di sangue ogni luogo. Il virus con cui Ian Torgu infesta la mente delle vittime che seduce nella sua orbita e infetta i sistemi informatici della redazione sono una lista di nomi di luoghi in cui sono avvenuti i piccoli e grandi massacri di cui è fatta la storia dell’umanità: Treblinka, Golgota, Solferino, Lepanto, Lubianka, Balaclava… Non una lista, la lista, che elenca tutte le località del pianeta, perché non ce n’è una che non abbia visto un massacro, nei 2 milioni di anni di storia e preistoria dell’umanità. La lista, le ombre dei morti ricordano – singolarmente – Everything is Illuminated, lo stesso stupore religioso davanti ai morti che ci tornano a parlare, che non si lasciano dimenticare.

Il nostro vampiro Ian Torgu è attratto da New York (come Dracula era attratto da Londra e il Nosferatu di Herzog da Delft) per via dell’11 settembre (che evidentemente gli americani continuano a pensare come il più grande massacro della storia, la madre di tutti i massacri, come avrebbe detto l’indimenticato Saddam Hussein): le finestre della redazione di The Hour affacciano dal 20° piano di un edificio di Manhattan proprio su Ground Zero.

C’è speranza, o la morte è destinata a vincere sulla vita? Marks è comprensibilmente ambiguo (“hai visto mai? se il libro ha successo faccio una serie”), ma suggerisce l’unica risposta possibile: soltanto il sesso (altro che aglio e crocefissi) può sconfiggere il signore della morte. Freud applaude: “the membranous pink truth” [p. 381]. L’eterno femminino (applaude Goethe). The membranous pink truth e la sublime rinuncia (e così applaudono anche Wagner e Schopenauer).

Nur eine Waffe taugt: –
die Wunde schliesst
der Speer nur, der sie schlug
Nur eine Waffe taugt: –
die Wunde schliesst
der Speer nur, der sie schlug.
Sei heil – entsündigt und entsühnt!
Denn ich verwalte nun dein Amt.
Gesegnet sei dein Leiden,
das Mitleids höchste Kraft
und reinsten Wissens Macht
dem zagen Toren gab.
Den heil’gen Speer –
ich bring’ ihn euch zurück! –
Oh! Welchen Wunders höchstes Glück!
Der deine Wunde durfte schliessen,
ihm seh’ ich heil’ges Blut entfliessen
in Sehnsucht nach dem verwandten Quelle,
der dort fliesst in des Grales Welle. –
Nicht soll der mehr verschlossen sein:
Enthüllet den Gral! – Öffnet den Schrein!
Höchsten Heiles Wunder!
Erlösung dem Erlöser!

Soltanto un’arma vale: –
chiude la ferita,
la lancia soltanto che l’ha aperta.
Sanato sii – purificato e assolto!
Poiché io sono, che ormai al tuo rito adempio.
Benedetto sia il tuo dolore,
che la forza suprema della compassione
e la potenza d’un purissimo sapere
donò ad un timido folle!
La santa lancia –
ecco io vi rendo!
Oh! di quale miracolo, altissimo trionfo!
Da quella ch’ebbe potere di chiudere la tua ferita,
un santo sangue scorrere contemplo,
bramoso volto alla congiunta fonte,
che nell’onda del Gral colà fluisce. –
Non deve più rimaner chiuso:
scoprite il Gral! – Apritene lo scrigno!
Miracolo d’altissima salute!
Redenzione al Redentore!

Umano, troppo umano.

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La corretta manutenzione del maschio

Fo, Jacopo (2009). La corretta manutenzione del maschio. Parma: Guanda. 2009.

Jacopo Fo mi piace, e lo seguo da molti anni, da quando lavorava per Il Male.

Fo è (stato?) il cantore onesto e divertente, candido e disincantato, della liberazione sessuale, di quella poca che ci siamo potuti permettere.

Questo libro non è il suo migliore – ormai persino in lui, sarà l’età, c’è un sentore di riflusso. Ma almeno è pubblicato da un editore mainstream, e lo raccomando a chi non lo conosce ancora.

Breve storia del futuro

Attali, Jacques (2006). Breve storia del futuro (Une brève histoire de l’avenir). Roma: Fazi. 2007.

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Se dovessi periodizzare la mia vita di lettore, limitatamente alla saggistica (o dovrei dire piuttosto alla non-fiction, che mi sembra un termine più comprensivo), e in particolare a quella di autore non italiano (quella di autore italiano, con alti e bassi, direi che è una costante) dovrei fare riferimento a 3 periodi:

  • un periodo tedesco, grosso modo il primo, in cui ho letto soprattutto autori che scrivevamo in quella lingua (e che io ho letto in italiano, non conoscendola abbastanza): Marx ed Engels in primo luogo (avevo cominciato a leggere le opere complete, e prima di stancarmi ho fatto in tempo a leggerne parecchie, epistolario compreso), marxisti assortiti (con una preferenza per la scuola di Francoforte), ma anche Max Weber e un po’ di sociologi tedeschi, e poi i filosofi e sociologi del diritto (Hans Kelsen in testa)
  • un periodo francese: intanto i marxisti francesi (Althusser e Balibar in primis), e poi l’ubriacatura dei post-moderni e dei loro paraggi (Lyotard, Foucault, Deleuze e Guattari, Derrida …), anche questi letti in italiano
  • un periodo anglofono, in cui si conciliano i miei “nuovi” interessi e la voglia, se possibile, di leggere in originale.

Tutta questa premessa per dire che non sono più abituato a leggere i francesi e che dunque il modo “francese” di affrontare i problemi mi spiazza un po’, rispetto alle mie abitudini e alle mie aspettative. Anche se Attali è un francese anomalo, che rifugge dalle complessità linguistiche e semantiche caratteristiche di altri autori (ad esempio, di Bourdieu).

Questa “breve storia del futuro” è in realtà due libri in uno, il che giustifica il paradosso del titolo. La prima metà del libro ricostruisce la storia dell’umanità, dalle origini all’oggi, con una particolare attenzione alla fase “capitalistica” e “mercantile” sulla base di una “teoria” che tutto abbraccia. E già questo mi pare anacronistico, tardo-ottocentesco (alla Comte o alla Spencer, per capirsi). Il punto di partenza mi sembra essere quello della tripartizione funzionale delle civiltà indo-europee di Georges Dumézil (un autore affascinante ma reazionario!): scelta sorprendente per un autore socialista e con una forte ammirazione per Karl Marx.

Attali conta 9 “forme mercantili” (che individua con Bruges, Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam, Londra, Boston, New York e Los Angeles) ed esclude che ne possa sorgere una decima. Di mio, sono sempre diffidente verso questo tipo di previsioni e mi torna immediatamente la citazione attribuita a Niels Bohr (o a Piet Hein): “Prediction is very difficult, especially about the future”.

Quello che fa Attali nella seconda metà del libro è esplorare 3 “ondate” del futuro: l’iperimpero, l’iperconflitto e l’iperdemocrazia. E qui ho 3 problemi:

  • il primo è che non si capisce bene se (ed eventualmente come) i 3 scenari siano alternativi o da intendersi come una sequenza di fasi
  • il secondo è che le condizioni dell’avverarsi dei primi due è piuttosto convincente (a partire dall’estrapolazione di tendenze già esistenti e individuabili) ancorché agghiacciante, il realizzarsi del terzo mi sembra molto più legato a un wishful thinking dell’autore; soprattutto se consideriamo che la seconda ondata si conclude con una specie di Armageddon (“Tutte le armi di cui abbiamo parlato in precedenza verranno allora utilizzate. L’umanità, che dagli anni Sessanta dispone di mezzi nucleari tali da suicidarsi, li utilizzerà. Non ci sarà nessuno per scrivere la Storia, che è sempre la ragione del più forte. Non ci sarà niente di impossibile: la tragedia dell’uomo è che, quando può fare qualcosa, finisce sempre per farla.” [p. 202])
  • il terzo, per me il più importante, che quelli cui perviene Attali sono gli esiti inevitabili quando si procede per estrapolazione di tendenze esistenti: nell’estrapolazione si tende a dimenticare che stiamo parlando di sistemi complessi, che possiedono la caratteristica della resilienza (cioè, sostanzialmente, della capacità di autoripararsi dopo uno shock). In questo limite, anche se in misura minore, ricadono anche estrapolazioni che pure sono basate esplicitamente sulla dinamica dei sistemi, come quelle relative ai limiti dello sviluppo (nel rapporto originario e nei suoi aggiornamenti).

Resta comunque un libro che vale la pena di leggere.

Un’ultima notazione merita la sciatteria dell’edizione italiana (è un limite in cui l’editore Fazi cade spesso!): a pagina 51 Luca Pacioli (di Sansepolcro e operante a Siena, Venezia e Milano) diventa genovese; a pagina 112 è particolarmente permeabile ai flussi migratori clandestini la frontiera italo-libanese (italo-libica, suppongo!); a pagina 135 compare inaspettato il “drittofilo della Storia” (forse era un rettifilo? per il De Mauro online il drittofilo è un modo di tagliare i tessuti!: “filo della trama di un tessuto, anche in usi agg. e avv.: una stoffa d.; confezione d.: quella in cui la verticale del modello segue il filo della trama in modo da ottenere un appiombo perfetto; tagliare un tessuto d., in d.: seguendo il filo della trama”).

Concludo con 2 citazioni che mi sembrano interessanti, oltre che per i contenuti, come testimonianza del modo di procedere delle previsioni di Attali (e della sciatteria della traduzione).

Durante questi prossimi vent’anni, verosimilmente, l’Unione europea non sarà niente di più che un semplice spazio economico comune, allargato all’ex Jugoslavia, alla Bulgaria, alla Romania, alla Moldavia e all’Ucraina. Anche se la sua moneta rischia di essere sempre più utilizzata nel mondo, molto probabilmente l’Unione non riuscirà a dotarsi di istituzioni politiche, sociali e militari integrate: saranno necessarie serie minacce alla sua sicurezza, percepite solo in seguito, con l’irruzione della seconda ondata del futuro, di cui si parlerà oltre. Per mancanza di una modernizzazione del sistema di insegnamento superiore, della capacità di suscitare l’innovazione e di accogliere gli stranieri, l’Unione non riuscirà mai a radunare una nuova classe creativa né a richiamare i propri ricercatori e i propri imprenditori partiti oltreoceano. Per mancanza di un sufficiente dinamismo demografico, il ricambio generazionale non sarà più garantito, in particolare in Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e Germania. Prolungando l’attuale tendenza, nel 2025 l’Unione rappresenterà soltanto il 15 per cento del PIL mondiale contro il 20 per cento di oggi. Il PIL per abitante europeo non sarà più della metà di quello americano, rispetto al 60 per cento e oltre di oggi. Cosa che si tradurrà anche con [sic!] un indebolimento della qualità dei servizi pubblici, dai trasporti all’educazione, dalla salute alla sicurezza. [pp. 94-95]

Attori d’avanguardia che chiamerò i “transumani” animeranno – animano già – “imprese relazionali” in cui il profitto non sarà nient’altro che un obbligo e non una finalità. Tutti i transumani saranno altruisti, cittadini del pianeta, nomadi e sedentari allo stesso tempo, uguali nei diritti e nei doveri verso i propri vicini, ospitali e rispettosi del mondo. Insieme, faranno nascere istituzioni planetarie e orienteranno le imprese industriali in una nuova direzione. Queste ultime svilupperanno, per il benessere di ciascun individuo, “beni essenziali” (il più importante sarà il “buon tempo”), e per il benessere di tutti un “bene comune” (la cui dimensione principale sarà l’ “intelligenza collettiva”).
Poi, anche al di là di un nuovo equilibrio mondiale tra mercato e democrazia, tra servizi pubblici e imprese, i transumani faranno sorgere un nuovo ordine di abbondanza, da cui il mercato sarà a poco a poco escluso a vantaggio dell’economia relazionale. [p. 207]

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Qui è proibito parlare

Pahor, Boris (1963). Qui è proibito parlare. Roma: Fazi. 2009.

Sull’onda del successo (suppongo inatteso) di Necropoli, Fazi si è precipitato a tradurre e pubblicare questo, che è un romanzo di qualche anno precedente. Scrivo “precipitato” a ragion veduta: non sono in grado di giudicare la qualità della traduzione di Martina Clerici rispetto all’originale in sloveno (lingua che non conosco), ma osservo che l’italiano è a volte un po’ faticoso. Quello che sono in grado di giudicare sono gli svarioni: a pagina 146 la Gioventù Italiana del Littorio diventa Gioventù Italiana del Litorale. In appendice al romanzo, l’editore spiega il criterio adottato per la traduzione dei toponimi e ne riporta una lista nelle due lingue, ma con una certa sciattezza, tanto che per alcuni è riportata la sola denominazione slovena e altri sono ripetuti. Sempre in appendice, ci sono le note al testo (nel testo c’è il rinvio alla nota, ma nelle note non si dice a quale pagina la nota faccia riferimento, rendendo difficoltoso risalire al contesto). La seconda nota, in particolare, mi ha molto irritato:

“Questa similitudine prende origine dal volume di Sergio Salvi Le lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia (Milano, Rizzoli, 1975).”

Perfetto. Libro interessante, che ho letto a suo tempo. Ma la similitudine di chi? Non certo dell’autore, che scriveva il romanzo 12 anni prima del testo di Salvi. Allora della traduttrice? Impossibile, perché il brano cui fa riferimento la nota è questo:

D’Annunzio. Vede il viso col pizzetto, il cranio pelato e ii naso aquilino; aggiungendo corna e zoccoli, è così che nel secolo precedente sarebbe stato rappresentato il demonio. Alle lezioni di storia aveva dovuto studiare l’impresa di Fiume compiuta da D’Annunzio assieme ai suoi legionari. Nel libro di lettura, invece, avevano letto la storia del pastorello Toto, cui i ladri avevano tagliato la lingua e rubato una mucca; in seguito Toto aveva vagabondato per il paese, finché un bel giorno si era imbattuto in una ragazza cenciosa di nome Ninni. Questa si era spaventata quando lui, aprendo la bocca, aveva mostrato un moncherino nel posto solitamente occupato dalla lingua; poi, però, avevano finito col diventare amici e durante un inverno particolarmente rigido erano morti congelati, stretti in un abbraccio in mezzo alla neve. Già. Come Toto, anche il bambino sloveno ha la lingua tagliata. [p. 62]

Quindi semmai è il contrario, sarebbe Sergio Salvi a essersi ispirato al brano di Pahor (ammesso che conoscesse lo sloveno e avesse letto il romanzo). Oppure è semplicemente una sciocchezza…

Il romanzo non mi è sembrato un capolavoro. Certo, c’è una splendida ambientazione triestina, cui sono particolarmente sensibile (ne ho già parlato a proposito di L’amico delle donne di Diego Marani). C’è il monologo interiore di Ema, reso in modo tradizionale ma efficace. Ma il vero tema del romanzo è la “presa di coscienza” di Ema nell’immediata vigilia della 2ª guerra mondiale, che procede di pari passo con la sua storia d’amore per Danilo. Questa sovrapposizione tra passione politica e passione amorosa è tutt’altro che inedita, ma sempre efficace. Ecco, sembra di leggere un romanzo risorgimentale del nostro Ottocento (o l’affascinante “parodia” – in senso musicale – che ne fa Antonio Scurati in Una storia romantica).

In questo, naturalmente, risiede l’interesse che il romanzo ha per noi italiani oggi: la memoria della de-slovenizzazione della Venezia Giulia a opera del fascismo. Sintetizzo da Wikipedia:

All’inizio del Novecento la comunità slovena di Trieste superava le 57.000 unità, pari al 25% degli abitanti del comune. Le numerose società e organizzazioni slovene videro quindi la necessità di costruire un edificio che potesse ospitare le loro attività: fu seguito l’esempio di altre città con presenza di forti minoranze slovene dove tra fine Ottocento e inizio Novecento furono costruite le cosiddette “Case del popolo” o “Case nazionali” per ospitare attività culturali slovene. Questi edifici, chiamati in sloveno Narodni dom, avevano assunto anche un forte valore simbolico, in quanto dovevano rappresentare un simbolo visivo della crescente potenza numerica, economica e culturale delle comunità urbane slovene.
La sede unica del Narodni dom di Trieste fu collocata nel 1907 all’interno del Hotel Balkan, un imponente edificio realizzato tra il 1901 e 1904 secondo il progetto dell’architetto Max Fabiani. Si trattava di una costruzione moderna e plurifunzionale che – oltre ad un hotel – raccoglieva in sé una sala teatrale e diversi uffici.
Il 13 luglio 1920 esplosero in città tumulti di stampo anti-slavo a seguito di uno scontro tra le forze d’occupazione italiane e la popolazione croata di Spalato in Dalmazia, nel quale erano stati uccisi due militari italiani. Nel corso di un comizio organizzato dai fascisti triestini venne accoltellato mortalmente il cuoco dell’albergo Bonavia, Giovanni Nini. La responsabilità di questa uccisione viene ancor oggi attribuita alternativamente ai fascisti stessi – l’uccisione sarebbe quindi stata un errore – o ad un gruppo di sloveni – sembra che Nini avesse gridato frasi a sostegno dell’italianità della Dalmazia. La morte del giovane fu l’episodio che diede il via ai disordini, che compresero il danneggiamento di negozi gestiti da sloveni, l’assalto di alcune sedi di organizzazioni slave e socialiste e la sassaiola contro la sede del consolato jugoslavo di via Mazzini. Le squadre fasciste – sotto la guida di Francesco Giunta – raggiunsero quindi il Narodni dom, che in quel momento era chiuso e circondato da oltre 400 fra soldati, carabinieri e guardie regie inviate a difesa dell’edificio dal vice-commissario generale, Francesco Crispo Moncada. All’appressarsi della folla, dal terzo piano dell’edificio vennero lanciate due bombe a mano, seguite da una scarica di colpi di fucile: fu ucciso l’ufficiale Luigi Casciana e ferite otto persone, al che i militari che circondavano l’edificio fecero fuoco verso di esso, mentre i dimostranti forzarono l’ingresso e appiccarono il fuoco. Tutti gli ospiti del Narodni Dom riuscirono a salvarsi, a esclusione di Hugen Roblek e di sua figlia, che per salvarsi si gettarono dalla finestra. L’incendio distrusse completamente l’edificio: per qualche testimone l’intervento dei vigili del fuoco fu impedito dagli squadristi; per altri invece l’intervento dei vigili del fuoco ci fu e riuscì ad impedire al fuoco di attaccare gli edifici circostanti.
Tra gli sloveni, il rogo divenne simbolo dell’inizio della persecuzione fascista.

Il fascismo seguiva una politica di italianizzazione forzata, fondato su un noto discorso di Mussolini a Pola, il 24 settembre 1920 (“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”). Pahor nel romanzo la racconta così:

Parlo degli anni successivi allo scioglimento di tutte le istituzioni slovene e croate. Ce n’erano oltre cinquecento. Cinquecento associazioni culturali, sportive e di altro genere. Oltre trecento cooperative. Quasi duecento istituti di credito. Tredici tra giornali e riviste. Si parla dei tempi in cui furono definitivamente soppresse tutte le cinquecento scuole che contavano ottantamila allievi, tante quante ne avevamo noi slavi residenti in Italia dopo la firma del trattato di Rapallo. Furono allontanati novecento tra professori e insegnanti, tanti quanti ne contavano il Litorale sloveno e l’Istria croata. Correva l’anno 1927. [p. 234]

Riassumo ancora da Wikipedia:

Con l’intento di collegare i due popoli slavi nella lotta contro il fascismo nel Litorale e in Istria, a metà settembre 1927 si radunò sul Monte Re un gruppo composto da Albert Rejec, Zorko Jelinčič, Dorče Sardoč , Jože Dekleva, Andrej Šavli e Jože Vadnjal. Così vennero gettate le basi dell’organizzazione TIGR (dalle iniziali di Trst/Trieste, Istra/Istria, Gorica/Gorizia e Reka/Rijeka/Fiume).
Le autorità italiane scoprirono l’organizzazione soltanto dopo l’attentato alla redazione del giornale triestino Il Popolo di Trieste, che causò la morte dello stenografo Guido Neri e il ferimento di altre tre persone. Gli accusati vennero processati dal Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato a Trieste; il processo durò dal 1 al 5 settembre 1930 e vi furono condannati a morte Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič, fucilati a Basovizza il 5 settembre 1930, mentre ad altri dodici imputati vennero comminate pene detentive.
Il processo convinse i tigri ad agire con più prudenza, ma anche con maggiore organizzazione e ampliando la rete dei collegamenti. Vennero quindi presi contatti con gli antifascisti italiani. Nel luglio del 1936 venne firmato a Parigi un patto tra il Partito Comunista Italiano e il TIGR con il quale il primo assicurava, in caso di presa del potere, tutti i diritti alle minoranze slovena e croata: dunque l’uso della lingua, la libertà di creare proprie associazioni e organizzazioni, e la fondazione di attività economiche. Tra gli anni 1938 e 1939 il TIGR diede vita a un contrabbando di armi dai depositi militari jugoslavi attraverso le zone di Ilirska Bistrica (Villa del Nevoso) e di Pivka (San Pietro del Carso), con l’intento di frenare le milizie italiane in caso di aggressione italiana alla Jugoslavia. In questi anni l’organizzazione si collegò anche con lo spionaggio britannico, cui forniva dati sugli armamenti degli italiani, sulla loro effettiva forza bellica e preparazione.
Nel 1938 quando Benito Mussolini visitò a Caporetto, alcuni tigri progettarono un attentato, ma non lo effettuarono in quanto le inevitabili vittime civili sarebbero state slovene.
Nel 1941 nove membri dell’organizzazione vennero accusati di terrorismo e spionaggio in periodo bellico, e cinque di loro (Pinko Tomažič, Viktor Bobek, Ivan Ivančič, Simon Kos e Ivan Vadnal) furono giustiziati a Opicina. Con ciò l’organizzazione fu definitivamente sgominata.

Per chi è interessato a conoscere lo stato attuale della tutela della minoranza slovena in Italia, riporto questo articolo pubblicato dall’Osservatorio Balcani il 28 ottobre 2008.

La minoranza slovena in Italia: una tutela incompiuta

28.10.2008

In Italia le minoranze autoctone dell’arco alpino godono di una forte protezione giuridica. Tra queste però quella slovena è la meno tutelata. Una lentezza nel garantirle determinati diritti dovuta a profonde origini storiche

Di Francesco Palermo e Giulia Predonzani *

Le ragioni di una “tutela diffidente”

L’Italia è il Paese delle velocità variabili, e lo è anche in riferimento al trattamento giuridico delle minoranze. Delle dodici minoranze linguistiche autoctone riconosciute dall’ordinamento, quelle insediate nell’arco alpino godono di una protezione giuridica assai maggiore delle altre. Tra queste minoranze “superprotette”, quella slovena è di gran lunga la più “debole”. Non è tanto un fatto di numeri: gli sloveni italiani sono quasi 100.000, molti più dei ladini e poco meno dei valdostani. La lentezza con cui si sono garantiti i diritti della minoranza slovena, e il tortuoso e ancora incompleto percorso per la loro attuazione, hanno profonde origini storiche. Non pare un caso che la garanzia dei diritti degli sloveni sia andato di pari passo con le relazioni tra l’Italia e il loro Paese di riferimento (la Jugoslavia prima, la Slovenia poi), passando da una fase di conflitto e di guerra fredda ad una progressiva distensione, fino ai rapporti amichevoli dati dalla comune appartenenza alla casa europea.

La realizzazione di forme di tutela della minoranza slovena fu affidata anzitutto al Trattato di pace firmato dall’Italia con le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale e poi al Memorandum d’Intesa firmato a Londra nel 1954, che disciplinava il regime da riservare agli abitanti delle due aree già attribuite al Territorio Libero di Trieste. Il Memorandum prevedeva che la tutela della minoranza slovena nell’ex Zona A rimanesse affidata ai principi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, ai suoi artt. 3 e 6, all’art. 5 del Trattato di pace ed in seguito alla sua approvazione nel 1963, all’art. 3 dello Statuto regionale del Friuli Venezia Giulia. Si trattava di principi piuttosto generali, anche se il Memorandum conteneva un catalogo più preciso di regole concernenti l’uso della lingua materna nei settori dell’istruzione, del pubblico impiego, davanti all’autorità amministrativa e giudiziaria, il bilinguismo nella redazione degli atti pubblici e nella toponomastica, la partecipazione allo sviluppo economico e alle attività culturali della regione.

Il suo è stato un punto di vista privilegiato sui grandi cambiamenti che hanno caratterizzato quest’area di confine negli ultimi quindici anni …

Il passo successivo, verso una maggiore, sia pur controllata, distensione, fu compiuto col Trattato di Osimo del 1975, relativo ai rapporti bilaterali tra l’Italia e la Jugoslavia. Erano gli anni delle aperture alla collaborazione con la Jugoslavia titina e in particolare con le sue repubbliche settentrionali, attraverso le comunità di lavoro Arge Alp (1972) e Alpe Adria (1978). Il Trattato attribuiva definitivamente la Zona B dell’ex Territorio libero di Trieste alla Jugoslavia, demandando ai due Paesi la tutela delle rispettive minoranze, mostrando una fiducia forse eccessiva nella capacità degli Stati di garantire i diritti delle popolazioni minoritarie. A seguito della dissoluzione della Jugoslavia, la Slovenia (e la Croazia) le sono succedute nel Trattato.

Le garanzie restavano affidate a disposizioni di carattere generale e di limitata applicazione, a garanzia del rispetto formale degli standard internazionali, ma consentendo, nel contempo, una tutela “sorvegliata” dei diritti della minoranza, politicamente condizionata dall’evolvere delle relazioni bilaterali. Una prima, forte spinta verso il superamento di questa situazione di stallo venne dalla Corte costituzionale, che, dopo diversi richiami, riconobbe nel 1982 la diretta applicabilità dei disposti programmatici degli artt. 6 Cost. e 3 statuto del Friuli Venezia Giulia, facendone discendere una tutela minima che consentiva agli appartenenti a tale minoranza di essere interrogati a richiesta nella loro lingua madre e di ricevere risposta in tale lingua nei rapporti con le autorità giurisdizionali.

Iniziava intanto anche una sia pur timida attività normativa della Regione Friuli Venezia Giulia, che veniva dotandosi di apposite normative per ciascuna delle minoranze linguistiche presenti sul suo territorio (in particolare con la legge regionale 46/1991 per la minoranza slovena), dando così un contenuto più concreto ai principi di tutela contenuti nello statuto regionale. La disarticolata normativa di protezione, derivante dall’intreccio di accordi internazionali, atti legislativi o amministrativi statali, regionali o statutari, rimaneva limitata alle province di Trieste e di Gorizia, mentre nessuna forma di tutela, salvo quelle previste dalle leggi regionali, si riferiva al nucleo udinese, provincia estranea alle vicende dell’immediato dopoguerra e alle questioni inerenti la sovranità di Trieste.

La nuova fase: la legislazione dell’ultimo decennio

Con l’approvazione della legge quadro per la “tutela delle minoranze linguistiche storiche” (l. 482/1999), alla minoranza slovena vengono attribuite una serie di prerogative che ricalcano l’elenco e la struttura dei diritti della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa, in particolare riferibili agli ambiti dell’istruzione e dell’insegnamento delle lingue minoritarie, all’uso pubblico della lingua, alla toponomastica e ai media, aumentando sensibilmente il coinvolgimento delle Regioni e degli enti locali nella tutela e promozione delle minoranze linguistiche presenti nei loro territori. Di lì a poco viene poi approvata una legge specifica per la minoranza slovena (l. 38/2001), che contiene provvedimenti “globali” ad essa puntualmente rivolti, e per la prima volta se ne sancisce la presenza anche nella provincia di Udine. In particolare la legge garantisce il diritto al nome o al suo ripristino in lingua slovena, sviluppa il diritto all’uso della lingua nei rapporti con l’amministrazione, nella toponomastica e nella scuola, istituisce un Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena e promuove la collaborazione tra le popolazioni di confine e la minoranza e le sue istituzioni culturali, in un clima di mutuo confronto, per promuovere ed implementare politiche unitarie sui territori contigui.

Nel breve volgere di un paio d’anni, insomma, il quadro normativo si è sviluppato più di quanto sia avvenuto in mezzo secolo. Non solo. Più recentemente, una legge regionale (26/2007) ha ulteriormente integrato la normativa nazionale, definendo le linee fondamentali delle politiche d’intervento della Regione a favore delle diversità culturali e idiomatiche presenti nel proprio territorio. Si prevedono forme di collaborazione tra le identità linguistiche regionali, viene istituito l’Albo regionale delle organizzazioni della minoranza linguistica slovena, s’indicano i requisiti per le organizzazioni di riferimento della minoranza e viene creata un’apposita Commissione regionale consultiva, nonché una segreteria del Comitato istituzionale paritetico. Si dispongono poi specifiche azioni di settore, volte a facilitare la tutela, promozione e conoscenza della cultura della quale la minoranza è espressione, attraverso l’indicazione di appositi stanziamenti finanziari.

Nonostante un significativo sviluppo del quadro normativo, la sua attuazione, tuttavia, procede con lentezza, come se la lunga fase del “sospetto” verso la minoranza slovena continuasse ancora a proiettare la sua ombra. La proposta di nuovo statuto della Regione, che (magari forzatamente) ne indicava la natura plurilingue e multiculturale, è stata affossata nel corso dell’esame parlamentare dopo essere stata approvata dal Consiglio regionale. Solo nel dicembre del 2007 è entrato in vigore lo sportello unico statale per gli sloveni, previsto dalla legge 38/2001, per far convergere in un unico punto i servizi in lingua slovena da parte degli uffici statali, ed è iniziata la stampa dei documenti di identità bilingui. Inoltre, il frazionamento territoriale (ma anche politico e culturale) della minoranza all’interno della Regione pone degli ostacoli alla diffusione dello sloveno come lingua comune per l’insieme delle comunità, in particolare dei gruppi della provincia di Udine (Slavia Friulana), che spingono per un’esaltazione delle peculiarità culturali e storiche locali.

La tutela della minoranza slovena sembra insomma continuare ad essere il prodotto risultante dalla combinazione di aspetti diversi e non direttamente collegati, e il suo sviluppo, per quanto molto marcato negli ultimi anni, è sempre a traino di qualcosa d’altro. Talvolta anche della sua stessa ombra.

* Francesco Palermo è professore di diritto costituzionale comparato nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Verona e Direttore dell’Istituto per lo studio del federalismo e del regionalismo, Accademia europea di Bolzano.
Giulia Predonzani è laureanda in studi giuridici europei, internazionali e comparati, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Trieste

The Algebraist – Iain M. Banks

Banks, Iain M. (2004). The Algebraist. London: Orbit. 2008.

Chi si è già imbattuto in me, qui o altrove, sa che sono un lettore onnivoro e compulsivo. Ma il tempo è limitato, e a volte faccio qualcos’altro, volontariamente o meno. E la produzione libraria, nelle 2 lingue che sono in grado di leggere correntemente (italiano e inglese) è sterminata. Quindi non deve stupire (anche se un po’ mi rattrista) che mi possa sfuggire, magari per anni, un libro o un autore interessante. Per la verità, questo libro mi era passato sotto le mani più d’una volta e, se non sbaglio, qualche tempo fa ne avevo letto una raccomandazione lusinghiera su NewScientist (per l’esattezza, qui). Ma il riassunto in 4ª di copertina mi aveva scoraggiato, perché faceva pensare a una specie di space opera (stile Guerre stellari, tanto per capirsi). In una certa misura, il romanzo è proprio questo, e non manca nessuno degli ingredienti: un futuro remoto, avventure galattiche, molte specie aliene, una guerra, organizzazioni sociali ideologie e religioni, cattivi cattivissimi eccetera.

Ma il romanzo è molto di più. Troppo complesso per riassumerne i temi, e non lo farò. Ma certamente fantascienza della migliore, di quella che apre la mente e obbliga a riflettere sulle cose da uno (o molti) punti di vista diversi. Per di più scritto bene, molto bene (chi ha letto e ama Philip K. Dick conosce la frustrazione di leggere romanzi bellissimi ma scritti con i piedi!).

Mi limiterò a poche osservazioni sparse e ad alcune citazioni (scelte tra le tante perle di cui è infarcita la prosa di Banks).

Prima notazione: il cattivo (non l’unico cattivo, ma il cattivo per eccellenza), l’Archimandrita Luseferous (un nome che si è scelto da solo per sembrare ancora più demoniaco) è una figura meravigliosa.

[He] had some years ago caused the head of his once-greatest enemy, the rebel chief Stinausin, to be struck from his shoulders, attached without delay to a long-term life-support mechanism and then hung upside down from the ceiling of his hugely impressive study […] so that the Archimandrite could, when the mood took him, use his old adversary’s head as a punchball.
[…] Luseferous still felt deep, deep resentment towards the traitor, resentment which easily and reliably turned itself into anger when he looked upon the man’s face, no matter how battered, bruised and bloody it might be (the head’s augmented healing functions were quick, but not instantaneous), and so the Archimandrite probably still whacked and smashed away at Stinausin’s head with as much enthusiasm now as he had when he’d first had him hung there, years earlier.
Stinausin, who had barely endured a month of such treatment before going completely mad, and whose mouth had been sewn up to stop him spitting at the Archimandrite, could not even kill himself; sensors, tubes, micropumps and biocircuitry prevented such an easy way out. Even without such extraneous limitations he could not have shouted abuse at Luseferous or attempted to swallow his tongue because that organ had been removed.
Though by now completely insane, sometimes, after an especially intense training session with the Archimandrite, when the blood trickled down from the one-time rebel chief’s split lips, re-broken nose and puffed-up eyes and ears, Stinausin would cry. This Luseferous found particularly gratifying, and sometimes he would stand, breathing hard and wiping himself down with a towel while he watched the tears dilute the blood dripping from the inverted, disembodied head, to land in a broad ceramic shower tray set into the floor. [pp. 9-10]

Gli altri affascinanti aspetti del carattere e dei trastulli di questo gentiluomo vi invito a scoprirli da soli.

Seconda notazione: tra i tanti personaggi del romanzo merita una menzione l’endiade comica dei “capitani gemelli” Quercer & Janath. Impossibile dire di più senza imbarcarsi in una lunga spiegazione che per di più rischierebbe di rovinarvi il piacere della lettura. Ma li ho trovati esilaranti, e una reincarnazione della coppia Tweedledum and Tweedledee di Lewis Carroll:

Un dialoghetto che li vede protagonisti, nel più puro spirito carrolliano (anche se più adatto alla dialettica di Humpty Dumpty):

‘To answer your question: I’m not telling you.’
[…]
‘That’s not an answer.’
‘Oh, it is an answer. It may not be an answer to your taste, but it is an answer.’ [p. 440]

Terza notazione: nella civiltà che (più o meno, e non senza contrasti) domina la galassia, Mercatoria, è diffusa una religione, la Verità, apparentemente fondata sull’argomentazione del filosofo Nick Bostrom (Are You Living in a Computer Simulation?). In estrema sintesi, l’idea di Bostrom è questa:

  1. In linea di principio, è possibile ipotizzare una civiltà in grado di creare una simulazione che contiene agenti individuali dotati di intelligenza artificiale.
  2. Questa civiltà verosimilmente “farebbe girare” un enorme numero di simulazioni (a fini di ricerca, divertimento eccetera).
  3. Un individuo simulato non sarebbe necessariamente consapevole di essere una simulazione – vivrebbe la quotidianità della sua “vita reale”.

Ma allora, delle due l’una:

  1. O noi siamo l’unica civiltà che ha pensato (e rudimentalmente realizzato) simulazioni di intelligenza artificiale e che non si trova a vivere in una simulazione.
  2. Oppure siamo dentro uno dei miliardi di simulazioni che stanno “girando” in questo momento.

Bolstrom argomenta che – a meno che siamo in grado di provare che nessuna razza intelligente può raggiungere un livello di tecnologia sufficiente (cioè, simulazioni di questa portata sono impossibili) o che se lo può raggiungere non è però propensa a condurre simulazioni (per motivi etici o comunque non tecnologici) – viviamo quasi certamente in una simulazione. Dato il numero elevatissimo di simulazioni (e sub-simulazioni, e sub-sub-simulazioni…), la probabilità di vivere nell’unica non-simulazione è infatti ridicolmente bassa!

La religione della Verità muove da argomentazioni simili:

The Truth was the presumptuous name of the religion, the faith that lay behind the Shrievalty, the Cessoria, in a sense behind the Mercatoria itself. It arose from the belief that what appeared to be real life must in fact – according to some piously invoked statistical certitudes – be a simulation being run within some prodigious computational substrate in a greater and more encompassing reality beyond. This was a thought that had, in some form, crossed the minds of most people and all civilizations. […] However, everybody – well, virtually everybody, obviously – quickly or eventually came round to the idea that a difference that made no difference wasn’t a difference to be much bothered about, and one might as well get on with (what appeared to be) life.
The Truth went a stage further, holding that this was a difference that could be made to make a difference. What was necessary was for people truly to believe in their hearts, in their souls, in their minds, that they really were in a vast simulation. They had to reflect upon this, to keep it at the forefront of their thoughts at all times and thay had to gather together on occasion, with all due ceremony and solemnity, to express this belief. And they must evangelise, they must convert everybody they possibly could to this view, because  – and this was the whole point – once a sufficient proportion of the people within the simulation came to acknowledge that it was a simulation, the value of the simulation to those who had set it up would disappear and the whole thing would collapse.
If they were all part of some vast experiment, then the fact that those on whom the experiment was being conducted had guessed the truth would mean that its value would be lost. [pp. 247-248]

L’argomentazione è sottile, e Banks la sviluppa ulteriormente, ma io mi fermo qui, a meno che qualcuno sia interessato a saperne di più.

Concludo con le citazioni sparse.

[Parla un poliziotto-torturatore a un manifestante arrestato]: I’ve inspected your profile. You are not stupid. Misguided, idealistic, naive, certainly, but not stupid. You must know how societies work. You must at least have an inkling. They work on force, power and coercion. People don’t behave themselves because they’re nice. That’s the liberal fallacy. People behave themselves because if they don’t they’ll be punished. All this is known. It isn’t even debatable. Civilisation after civilisation, society after society, species after species, all show the same pattern. Society is control; control is reward and punishment. Reward is being allowed to partake of the fruits of that society and, as a general but not unbreakable rule, not being punished without cause. [pp. 180-181]

[Monologo interiore di Luseferous] The real strength came from a very simple maxim: Be completely honest with yourself; only ever deceive others [p. 277]

He had also realised that innocents died just as filthily and in equally great numbers in a just war as they did in an unjust one, and had known that war was to be avoided at almost all costs just because it magnified mistakes, exaggerated errors […].
[…] muddle, confusion, stupidity, insane waste, pointless pain, misery and mass death – all the usual stuff of war […] [p. 284]

Divide and conquer. That wasn’t difficult in the current system. In fact it was set up for it. He remembered asking his father about this […]. Why the confusion of agencies? […] Why so many? Why divide your forces? The same went for security. Everybody seemed to have their own security service too. Wasn’t this wasteful?
‘Oh, definitely,’ his father had said. ‘But there’s opportunity in waste. And what some call waste others would call redundancy. But do you really want to know what it’s all about?’
Of course he did.
‘Divide and conquer. Even amongst your own. Competition. Also even amongst your own. In fact, especially amongst your own.Keep them all at each other’s throats, keep them all watching each other, keep them all wondering what the other lot might be up to. Make them compete for your attention and approval. Yes, it’s wasteful, looked ay one way, but it’s wise, looked at another. […]’ [p. 341]

Any theory which causes solipsism to seem just as likely an explanation for the phenomena it seeks to describe ought to be held in the utmost suspicion. [p. 368]

[He] was one of those people who got to the top of an organisation through luck, connections, the indulgence of superiors and that sort of carelessness towards others that the easily impressed called ruthlessness and those of a less gullible nature called sociopathy. [p. 389]

‘Did you ever feel anything for me?’ he blurted.
Liss stopped, turned. ‘Apart from contempt?’ [459]

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Everything is Illuminated – Jonathan Safran Foer

Foer, Jonathan Safran (2002). Everything is Illuminated. London: Penguin. 2003.

Un romanzo molto bello, ma molto difficile (nel senso che spiegherò tra poco).

Foer è un autore molto giovane (è nato nel 1977; questo, il suo romanzo di esordio, è stato pubblicato nel 2002, ma scritto tra il 1999 e il 2000). Il suo talento è evidente, anche se a volte “sovrastante” (in questo, ma solo in questo, Foer ricorda un po’ Dave Eggers).

Il romanzo è molto difficile da leggere in originale, perché le lettere e le parti attribuite alla penna di Alex Perchov mimano l’inglese di un ucraino che l’ha appreso in modo scolastico, consultando un vocabolario, con un effetto di slittamento semantico (ad esempio, rigid viene sistematicamente usato al posto di hard, anche nel senso traslato del termine) molto comico, ma difficile da capire con immediatezza per noi che l’inglese lo sappiamo un po’ meglio di Alex, ma non poi tanto.

Questo versante comico aiuta ad attenuare la vicenda del romanzo, dolorosa al limite dell’insopportabilità (senza rovinarvi il romanzo, basti dire che stiamo parlando dell’annientamento di uno shtetl da parte dei nazisti).

Un altro espediente – a mio parere meno efficace e un po’ stucchevole – è l’utilizzo di tutto un armamentario sperimentale nelle parti (romanzo nel romanzo, narrazione nella narrazione) che costituiscono il work in progress del romanzo che il Jonathan-personaggio-del-romanzo (che ovviamente è e non è il Jonathan-Safran-Foer-autore-del-romanzo) scrive di ritorno dall’Ucraina. Qui l’autore usa tutta la panoplia degli strumenti sperimentali a disposizione: realismo magico, salti temporali, monologo interiore, brani poetici, elenchi, brani di altri testi (fittizi), documenti (fittizi), poesie e canzoni, “verità storiche” alternative, espedienti grafici e di punteggiatura eccetera.

Nonostante tutto questo, e forse per questo (ma, come avrete capito, pendo più per il nonostante che per il per), il romanzo è molto bello. E le sue tematiche molto profonde: la religione innanzitutto (dio non c’è, ma se ci fosse e avesse permesso tutto questo non vorremmo nemmeno sentirne parlare). E l’etica della responsabilità nelle situazioni estreme narrate, in cui il male minore è comunque enorme.

Naturalmente, un libro come questo merita la scelta (assolutamente personale) di qualche citazione:

He felt no pain, they told her. He felt nothing, really. Which made her cry more, and harder. Death is the only thing in life that you absolutely have to be aware of as it’s happeming. [p. 125]

It’s not he was ashamed, or even that he thought he was doing something wrong, because he knew that what he was doing was right, more right than anything he saw anyone do, and he knew that doing right often means feeling wrong, and if you find yourself feeling wrong, you’re probably doing right. But he also knew that there is an inflationary aspect to love, and that should his mother, or Rose, ora any of those who loved him find out about each other, they would not be able to help but feel of lesser value. He knew that I love you means I love you more than anyone loves you, or has loved you, or will love you, and also, I love you in a way that no one loves you, or has loved you, or will love you, and also, I love you in a way that I love no one else, and never have loved anyone else, and never will love anyone else. He knew that it is, by love’s definition, impossible to love two people. [p. 170]

God loves the plagiarist. And so it is written, “God created humankind in His image, in the image of God He created them.” God is the original plagiarizer. With a lack of reasonable sources from which to filch – man created in the image of what? the animals? – the creation of man was an act of reflexive plagiarizing. God looted the mirror. When we plagiarize, we are likewise creating in the image and participating in the completion of Creation. [206]

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The Second Plane – Martin Amis

Amis, Martin (2008). The Second Plane. September 11: 2001-2007. London: Vintage Books. 2008.

  1. Martin Amis scrive un inglese meraviglioso, ellittico, efficace, a volte impervio ma sempre affascinante. Come esempio, bastano le prime righe del primo brano del libro (si tratta di 14 pezzi, scritti tutti per quotidiani e periodici, con riferimento agli attentati dell’11 settembre, per la maggior parte di carattere saggistico):

    It was the advent of the second plane, sharking in low over the Statue of Liberty: that was the defining moment. Until then, America thought she was witnessing nothing more serious than the worst aviation disaster in history; now she had a sense of the fantastic vehemence ranged against her. [p. 3]

  2. Martin Amis è anche un grande romanziere, anche se non è certo questo il libro per scoprirlo. Secondo me, il suo romanzo più bello è London Fields (Territori londinesi, edito da Mondadori ma – temo – fuori catalogo): un libro che si ama o si odia.
  3. Martin Amis ha delle opinioni che spesso non condivido, anche e soprattutto perché si ha la sensazione che voglia sempre stupire o scandalizzare il lettore con l’estremismo e la radicalità delle sue opinioni. Questo libro non fa eccezioni. Personalmente, mi è riuscito difficile allora e mi riesce difficile ancora farmi ossessionare dall’11 settembre, considerarlo uno spartiacque epocale.
  4. Quello che soprattutto mi ha turbato è la sua posizione radicalmente anti-islamista. Da una parte la condivido, perché penso da tempo che le religioni (l’illusione di dio, direbbe Richard Dawkins) siano un veleno che sta distruggendo la vita, il pianeta, la possibilità stessa di migliorare e progredire. Tutte le religioni, ma soprattutto quelle che affondano le loro radici nel “libro”, cioè nell’insieme di credenze sessiste e guerrafondaie tradizionalmente attribuite a una gelosa divinità minore del vicino Oriente. Dall’altra mi chiedo: ma dove passa la linea tra il sano anti-islamismo e il razzismo tout-court? Che, trasposta, è anche la domanda: dove passa la linea tra anti-sionismo e anti-semitismo? Io la risposta non ce l’ho. E quella che dà Amis non mi convince del tutto.
  5. Amis è affascinato dal male. In questo è profondamente perverso. Ma qui è anche la sua grandezza. Nel libro ci sono due racconti, “The Last Days of Muhammad Atta” e “In the Palace of the End”, entrambi comparsi sul New Yorker. Il secondo, in particolare, è perverso e bellissimo.

Alcune brevi citazioni dal libro. La prima la condivido appieno, la seconda in parte, la terza di nuovo mi sembra convincente (e toccante).

To be clear: the opposite of religious belief is not atheism or secularsm or humanism. It is not an ism: it is independence of mind – that’s all. When I refer to the age of boredom, I am not thinking of airport queues and subway searches. I mean the global confrontation with the dependent mind. [pp. 77-78]

But with Islamism, with total malignancy, with total terror and total boredom, irony, even militant irony (which is what satire is), merely shrivels and dies. [87]

Love is an abstract noun, something nebulous. And yet love turns out to be the only part of us that is solid, as the world turns upside down and the screen goes black. We can’t tell if it will survive us. But we can be sure that it’s the last thing to go. [137]

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Alfred & Emily – Doris Lessing

Lessing, Doris (2008). Alfred & Emily. London: Fourth Estate. 2008.

Non un libro solo, in realtà, ma due.

Il primo è un curioso “quasi romanzo”: Doris Lessing immagina quale avrebbe potuto essere la vita dei propri genitori se non ci fosse stata la Prima guerra mondiale, che invece ne condizionò profondamente e drammaticamente l’esistenza. Mi spiace dirlo, ma questa prima parte non mi è piaciuta affatto: tutto considerato una descrizione dell’Inghilterra rurale di inizio secolo, appena virata verso l’ucronia dai supposti sviluppi di quella società dopo una guerra mondiale evitata. Tutto considerato, cioè, il racconto di un’atmosfera di cui abbiamo letto (e visto al cinema) moltissime volte. E basterebbe citare Virginia Woolf.

La seconda parte del libro è invece una memoria, o meglio una raccolta di frammenti di memoria, della vita di Doris e dei suoi nella South Rhodesia (oggi Zimbabwe). Questa parte del libro è bellissima, e commovente, e profonda nella sua semplicità, e a tratti veramente divertente. Se volete, leggete soltanto questa.

Un piccolo esempio:

My first child, John Wisdom, was never one to put up uncomplainingly with difficulties and annoyances. The birth of my second child, his sister, shocked him. Never in my life have I heard such howls of rage, betrayal, when he realized that this new creature, this baby, was here to stay. He attacked the baby, but also attacked me, pummelling with already savage little fists. ‘Why have you done this – to me?’ was the message.

Consultations. […] I would take John right away to the coast where he would have his mother to himself, day and night, and recover.

I have written about the journey to Cape Town, five days in a coupé the size of a pony box. Sometimes veterans of life may be observed looking back over the years and wondering which of their experiences was the worst. I aver that being shut up with a hyperactive small boy for five days in a small space comes pretty high on a list of unlikeable experiences. [pp. 248-249]

Posso assicurare che bastano anche poche ore in un’automobile, se i maschietti iperattivi sono due e passano il tempo a tormentarsi l’un l’altro. Vita vissuta. Ammesso che mi possa considerare un veterano della vita.

Segnalo anche un paio di ricette a base di zucca (di cui, da bravo mantovano, sono appassionato):

Pieces of pumpkin are sprinkled with sugar and cinnamon and allowed to caramelize. Delicious, particularly with roast meat. Or pumpkin fried with onion, or mashed with cinnamon and nutmeg. Pumpkin soups. And, best of all, pumpkin batter fritters, crisp and saucy. [p. 239]

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Il collezionista di ossa

Il collezionista di ossa (The Bone Collector), 1999, di Phillip Noyce, con Denzel Washington e Angelina Jolie.

Un onesto thriller.

Fa sempre impressione vedere le torri gemelle nello skyline di New York.

Soltanto un pretesto per farvi sentire la bellissima canzone di Peter Gabriel che accompagna i titoli di coda. Qui con Kate Bush.

in this proud land we grew up strong
we were wanted all along
I was taught to fight, taught to win
I never thought I could fail

no fight left or so it seems
I am a man whose dreams have all deserted
I’ve changed my face, I’ve changed my name
but no one wants you when you lose

don’t give up
‘cos you have friends
don’t give up
you’re not beaten yet
don’t give up
I know you can make it good

though I saw it all around
never thought that I could be affected
thought that we’d be the last to go
it is so strange the way things turn

drove the night toward my home
the place that I was born, on the lakeside
as daylight broke, I saw the earth
the trees had burned down to the ground

don’t give up
you still have us
don’t give up
we don’t need much of anything
don’t give up
‘cause somewhere there’s a place
where we belong

rest your head
you worry too much
it’s going to be alright
when times get rough
you can fall back on us
don’t give up
please don’t give up

‘got to walk out of here
I can’t take anymore
going to stand on that bridge
keep my eyes down below
whatever may come
and whatever may go
that river’s flowing
that river’s flowing

moved on to another town
tried hard to settle down
for every job, so many men
so many men no-one needs

don’t give up
‘cause you have friends
don’t give up
you’re not the only one
don’t give up
no reason to be ashamed
don’t give up
you still have us
don’t give up now
we’re proud of who you are
don’t give up
you know it’s never been easy
don’t give up
‘cause I believe there’s a place
there’s a place where we belong

Una seconda versione, sempre con Kate Bush.

Dal vivo con Tracy Chapman al Mandela Tribute, 1990 (non si sa chi dei due è più sfiatato!).

Continuiamo il gioco? Bono e Alicia Keys. Maluccio.

Sinead O’ Connor e Willie Nelson. Molto meglio.

Shannon Noll and Natalie Bassingthwaighte. Sono famosi? non è malaccio.

E per chiudere il cerchio, torniamo a PG con la bellissima Anggun.