Fangland

Marks, John (2007). Fangland. New York: Penguin Books. 2008.

L’ho comprato, come potete immaginare, perché la copertina lo denotava come romanzo di vampiri, e a me le storie di vampiri piacciono, per i motivi che ho spiegato più volte e soprattutto qui.

Questo romanzo, però, in fondo non è una storia di vampiri.

Tanto per cominciare, Fangland (Il paese della zanna) non è la Transilvania, che pure nel romanzo c’è, ma la redazione newyorkese di The Hour (chiaro riferimento a 60 Minutes, dove l’autore ha lavorato): è nella redazione del news-magazine televisivo che ci si sbrana a vicenda, e le descrizioni dei vari personaggi, con i loro tic, le loro ridicole vanità, le loro sfrenate ambizioni e soprattutto la pervasiva sfiducia reciproca sono uno dei pezzi forti del libro, soprattutto sullo sfondo cupo dell’orrore vampiresco che si avvicina.

Anche se a volte affiora un po’ di stanchezza, soprattutto avvicinandosi al finale, l’autore è un virtuoso. Il romanzo è chiaramente un remake di Dracula di Bram Stoker, di cui riprende non soltanto il cognome della protagonista (Harker), ma anche – aggiornandola – la tecnica del romanzo epistolare.

Il virtuosismo dell’autore è anche apprezzabile nella parte ambientata in Romania, abbastanza fedele a quel poco che ne conosco (Bucarest e il percorso Bucarest-Ploiesti-Sinaia-Brasov), anche e soprattutto nel cogliere la mistura tra passato remoto, vestigia anni Venti, residui del socialismo monumentale e dolori del parto del capitalismo sregolato dilagante nell’Europa dell’est.

Ma al di là della vernice vampiresca (manca il grande tema del vampirismo come incapacità d’amare, come passione che divora l’altro da sé), il tema del romanzo è il peso della memoria, il peso di una storia che ha intriso di sangue ogni luogo. Il virus con cui Ian Torgu infesta la mente delle vittime che seduce nella sua orbita e infetta i sistemi informatici della redazione sono una lista di nomi di luoghi in cui sono avvenuti i piccoli e grandi massacri di cui è fatta la storia dell’umanità: Treblinka, Golgota, Solferino, Lepanto, Lubianka, Balaclava… Non una lista, la lista, che elenca tutte le località del pianeta, perché non ce n’è una che non abbia visto un massacro, nei 2 milioni di anni di storia e preistoria dell’umanità. La lista, le ombre dei morti ricordano – singolarmente – Everything is Illuminated, lo stesso stupore religioso davanti ai morti che ci tornano a parlare, che non si lasciano dimenticare.

Il nostro vampiro Ian Torgu è attratto da New York (come Dracula era attratto da Londra e il Nosferatu di Herzog da Delft) per via dell’11 settembre (che evidentemente gli americani continuano a pensare come il più grande massacro della storia, la madre di tutti i massacri, come avrebbe detto l’indimenticato Saddam Hussein): le finestre della redazione di The Hour affacciano dal 20° piano di un edificio di Manhattan proprio su Ground Zero.

C’è speranza, o la morte è destinata a vincere sulla vita? Marks è comprensibilmente ambiguo (“hai visto mai? se il libro ha successo faccio una serie”), ma suggerisce l’unica risposta possibile: soltanto il sesso (altro che aglio e crocefissi) può sconfiggere il signore della morte. Freud applaude: “the membranous pink truth” [p. 381]. L’eterno femminino (applaude Goethe). The membranous pink truth e la sublime rinuncia (e così applaudono anche Wagner e Schopenauer).

Nur eine Waffe taugt: –
die Wunde schliesst
der Speer nur, der sie schlug
Nur eine Waffe taugt: –
die Wunde schliesst
der Speer nur, der sie schlug.
Sei heil – entsündigt und entsühnt!
Denn ich verwalte nun dein Amt.
Gesegnet sei dein Leiden,
das Mitleids höchste Kraft
und reinsten Wissens Macht
dem zagen Toren gab.
Den heil’gen Speer –
ich bring’ ihn euch zurück! –
Oh! Welchen Wunders höchstes Glück!
Der deine Wunde durfte schliessen,
ihm seh’ ich heil’ges Blut entfliessen
in Sehnsucht nach dem verwandten Quelle,
der dort fliesst in des Grales Welle. –
Nicht soll der mehr verschlossen sein:
Enthüllet den Gral! – Öffnet den Schrein!
Höchsten Heiles Wunder!
Erlösung dem Erlöser!

Soltanto un’arma vale: –
chiude la ferita,
la lancia soltanto che l’ha aperta.
Sanato sii – purificato e assolto!
Poiché io sono, che ormai al tuo rito adempio.
Benedetto sia il tuo dolore,
che la forza suprema della compassione
e la potenza d’un purissimo sapere
donò ad un timido folle!
La santa lancia –
ecco io vi rendo!
Oh! di quale miracolo, altissimo trionfo!
Da quella ch’ebbe potere di chiudere la tua ferita,
un santo sangue scorrere contemplo,
bramoso volto alla congiunta fonte,
che nell’onda del Gral colà fluisce. –
Non deve più rimaner chiuso:
scoprite il Gral! – Apritene lo scrigno!
Miracolo d’altissima salute!
Redenzione al Redentore!

Umano, troppo umano.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

2 Risposte to “Fangland”

  1. wu ming Says:

    stanley kubrick ha portato al cinema “Doppio sogno” di arthur schnitzler, forzando il finale del libro verso una lettura che individua nel sesso la “medicina” che può curare la devastazione e il dolore provocati dall’indagine introspettiva e impietosa dei due coniugi sui sogni e le fantasie sessuali. Kubrick fa chiudere il film a nicole kidman con la parola “fuck”. Schnitzler fa dire ai protagonisti di essersi svegliati e di voler restare svegli a lungo.

  2. Wasik & Murphy – Rabid: A Cultural History of the World’s Most Diabolical Virus « Sbagliando s'impera Says:

    […] noto ai miei lettori) mi affascinano entrambi e cui ho dedicato molti post (da ultimi, per esempio, questo e […]


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