The Fire Gospel

Faber, Michel (2008). The Fire Gospel. Edinburgh: Canongate. 2008.

Michel Faber è un virtuoso della parola scritta. Non un virtuoso nel senso peggiorativo del termine (in cui il virtuosismo della tecnica nasconde il vuoto della sostanza), ma nel senso in cui è un virtuoso Liszt. Liszt è raramente vuoto e fine a se stesso; l’innovazione nella grande tecnica (Liszt è uno degli “inventori” del pianoforte, secondo Rattalino) permette di trasmettere con apparente facilità i contenuti che si vogliono comunicare. La difficoltà della tecnica virtuosistica si traduce cioè in immediatezza della comunicazione di quello che si voleva dire, in facilità per il lettore, che non deve lottare con il testo, ma abbandonarsi alle sensazioni e alle idee che ci stanno sotto. Si apre (forse illusoriamente) un contatto diretto con l’autore e le sue storie, non mediato dalla fatica del leggere (o dell’ascoltare).

Faber è famoso, anche in Italia, soprattutto per Il petalo cremisi e il bianco, un tour de force vittoriano di quasi 1000 pagine, con un bellissimo personaggio (Sugar, puttana e alfiera del brave new world a venire) e un lavoro certosino di documentazione e ricerca che soltanto raramente affiora sotto la maestria della prosa e della trama.

Io penso però che Faber sia soprattutto un maestro della piccola forma. La sua abilità è quella di saper tratteggiare con poche frasi i suoi personaggi a tutto tondo. Tra i suoi libri che ho letto, è Under the Skin, il più feroce, quello che mi è piaciuto di più. Anche in questo caso Isserley, la protagonista, è un’eroina indimenticabile.

Apparentemente, The Fire Gospel fa parte della lunga serie di opere letterarie che riscrivono e reinterpretano il mito di Cristo e del Vangelo. Ma la sua storia, e il suo punto di vista (di cui non posso dire nulla senza guastarvi la lettura – non come in un giallo, ma come in un racconto di idee), sono sufficientemente complessi e ambigui e contemporanei da dare al tutto un sapore nuovo.

Ve lo raccomando vivamente.

Necropoli

Pahor, Boris (1966). Necropoli. Roma: Fazi. 2008.

Ho letto, come quasi tutti i miei coetanei (almeno spero), molti libri sui campi nazisti: a partire da Primo Levi, naturalmente. Questo di Pahor è molto bello, anche sotto il profilo letterario, se è lecito applicare una categoria di questo genere a un libro dal contenuto tanto orribile, raggelante. Letteralmente. Ma sono in buona compagnia: la pensa così anche Claudio Magris, anche chi ha proposto più volte l’autore per il Nobel della letteratura, anche gli ascoltatori di Fahrenheit che proprio ieri l’hanno votato libro dell’anno.

Eppure questo libro ha dovuto attendere quasi 40 anni per essere tradotto in italiano (Pahor, nato a Trieste, è di lingua e cultura slovena) in un’edizione locale e qualche anno ancora per essere ripreso e diffuso da un editore nazionale. Perché? Presto detto. Gli italiani, noi italiani, siamo responsabili di 25 anni di repressione anti-slovena a Trieste e in Venezia Giulia. Di italianizzazione forzata. Ancora oggi non riconosciamo agli sloveni nella sostanza la dignità linguistica e culturale che riconosciamo ad altre minoranze. Pahor, e tanti come lui, sono finiti in campo di concentramento come diretta conseguenza della nostra politica anti-slovena. I più non sono tornati.

Certo, questo non giustifica le fòibe. Nel mio caso non aiuta nemmeno a capirle, perché penso che orrore non scaccia orrore. Ma spiega, almeno, perché mi ripugna che a Trieste ci sia chi (e sono molti) chiama sciavi (schiavi) gli slavi, senza sapere o senza ricordare che è un epiteto che gronda sangue, e sangue innocente. E spiega anche il mio fastidio per la retorica nazionale che riempie le pagine dei giornali (non soltanto di quelli fascisti, anche di quelli indipendenti) quando cercano di “bilanciare” l’orrore e la scientifico-burocratica distruzione della vita nei campi di concentramento e annientamento (Vernichtung, parola tedesca, quasi hegeliana, che mi fa sempre venire la pelle d’oca), contrapponendo alla giornata della memoria del 27 gennaio una giornata del ricordo (delle fòibe) celebrata il 10 febbraio.

Ma sentiamo la pacata voce di Boris Pahor, prima dal libro e poi in 2 interviste:

Già in gioventù ogni illusione ci era stata spaz­zata via dalla coscienza a colpi di manganello e ci erava­mo gradualmente abituati all’attesa di un male sempre più radicale, più apocalittico. Al bambino a cui era capi­tato in sorte di partecipare all’angoscia della propria co­munità che veniva rinnegata e che assisteva passivamente alle fiamme che nel 1920 distruggevano il suo teatro nel centro di Trieste, a quel bambino era stata per sempre compromessa ogni immagine di futuro. Il cielo color sangue sopra il porto, i fascisti che, dopo aver cosparso di benzina quelle mura aristocratiche, danzavano come selvaggi attorno al grande rogo: tutto ciò si era impresso nel suo animo infantile, traumatlzzandolo. E quello era stato soltanto l’inizio, perché in seguito il ragazzo si ri­trovò a essere considerato colpevole, senza sapere contro chi o che cosa avesse peccato. Non poteva capire che lo si condannasse per l’uso della lingua attraverso cui aveva imparato ad amare i genitori e cominciato a conoscere il mondo. Tutto divenne ancora più mostruoso quando a decine di migliaia di persone furono cambiati il cogno­me e il nome, e non soltanto ai vivi ma anche agli abi­tanti dei cimiteri. Ed ecco che quella soppressione, du­rata un quarto di secolo, raggiungeva lì nel campo il suo limite estremo, riducendo l’individuo a un numero. [pp. 42-43]

Anathem [2]

Sul NewScientist del 15 novembre 2008 trovo questa recensione di Elisabeth Sourbut ad Anathem che mi sembra interessante.

Mysterious world

Anathem reviewed by Elizabeth Sourbut

NEAL STEPHENSON’s latest novel is a smorgasbord of high adventure, quantum physics and musings on the nature of consciousness.
On the planet Arbre, young Fraa Erasmas is a member of one of the many enclosed communities of intellectuals who are only allowed contact with the rest of the world once every decade or century. This arrangement was set up thousands of years before after a series of unspecified Terrible Events. Back then, theoreticians, computer scientists and practical engineers worked together to produce the fearsome Everything Killers, and now the three groups are kept strictly apart. The theoreticians, or “avout”, live in walled “concents” and pursue theoretical research and astronomical observation, while the outer world ebbs and flows around them in waves of civilisation and decadence.
Erasmas’s settled life is shattered when access to the concent’s observatory is barred and his mentor, Orolo, is banished to the “saecular” world outside the concent walls. Afterwards, a number of avout, including Erasmas, are summoned to an unprecedented gathering by the saecular powers. There seems to be a global crisis. Erasmas is sure it is connected with something Orolo saw through his telescope, so he defies the authorities to search for his mentor and find answers to the mystery.
What follows is a fascinating combination of adventure-quest and scholarly dialogue. Even in adversity, the avout have a habit of pausing to dispute the finer points of philosophy. Over millennia, many different sects of avout have arisen, and the adherents of mutually contradictory philosophies love nothing more than to argue with one another. The events that have catapulted Erasmas and his friends out into the world are about to prove that these age-old disputes are anything but academic.
This is a thoughtful, challenging and extremely well-written work that uses science fiction to explore complex philosophical and scientific ideas. It is well worth persevering through the opening section, with its unfamiliar vocabulary, and there is a glossary to help with all the witty neologisms scattered through the text. The highly readable prose carries the weight of ideas and, above all, it is a lot of fun to read.

To view an exclusive interview with Stephenson about this book, visit our sci-fi webpage: www.newscientist. com/article/dn14757

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Super Crunchers

Ayres, Ian (2007). Super Crunchers: How Anything Can be Predicted. London: John Murray. 2008.

Il libro mi era stato suggerito da un amico, che lo aveva caldeggiato con molto entusiasmo, e si è invece dimostrato una grossa delusione.

Rispetto alla struttura di base dei libri di divulgazione scientifica (ne ho parlato commentando la recensione di La saggezza della folla sul blog di un amico – “si comincia con un aneddoto che cattura l’attenzione, si riassumono i risultati delle ricerche che l’autore ritiene più rilevanti e interessanti, si tirano le somme per punti alla fine di ogni capitolo, e così via”), questo libro ha qualcosa di peggio: ha una tesi da sostenere senza scrupoli e non guarda iun faccia nessuno (tanto meno la verità) per portare acqua al suo mulino. La tesi è che l’analisi statistica, e più in generale i metodi quantitativi di sostegno alle decisioni, incontrano l’opposizione degli “esperti”, che vedono messo a repentaglio il loro monopolio. La tesi non è priva di un suo fondamento: la statistica, in effetti, almeno da 100 anni, ha cambiato profondamente lo standing dell’esperto: è considerato “esperto”, oggi, non tanto chi gode di una reputazione di autorevolezza in un campo (ipse dixit), ma chi può corroborare con dati ed “evidenze” scientifiche le proprie osservazioni.

La tesi, però, è soggetta a molte smentite e molte limitazioni, come testimoniano (ad esempio) Blink! di Malcom Gladwell e Gut Feelings di Gerd Gigerenzer.

Ayres invece non ha dubbi: l’analisi dei dati, di grandi moli di dati, aiuta sempre a operare scelte migliori di quelle basate sull’intuizione e sull’esperienza. Non sempre gli aneddoti proposti da Ayres sono convincenti (è particolarmnente difficile da digerire quello a favore del metodo della Direct Instruction caldeggiato dall’amministrazione Bush). Il libro è stato anche direttamente criticato (ad esempio, dalla recensione comparsa sulla Sunday Book Review del New York Times) perché non è basato su ricerche dirette, ma sulla consultazione di resoconti giornalistici di seconda mano.

Poiché anche nei libri peggiori (con poche eccezioni) c’è sempre qualcosa da imparare, ho apprezzato però – nell’ultimo capitolo – il suggerimento di impadronirsi di 2 semplici strumenti statistici per sottoporre a verifica le proprie intuizioni: quella che Ayres chiama la regola 2SD (“c’è una probabilità del 95% che una variabile distribuita normalmente cada nell’intervallo di 2 deviazioni standard sopra o sotto la media”) e l’uso del teorema di Bayes per aggiornare le proprie intuizioni (e qui, forse paradossalmente, Ayres si trova d’accordo con Gigerenzer, che sostiene apparentemente una tesi opposta).

The Social Atom

Buchanan, Mark (2007). The Social Atom. New York: Bloomsbury. 2007.

Di Mark Buchanan (un fisico teorico inglese) avevo letto Nexus 5 anni fa. Questo nuovo libro si raccomanda soprattutto perché è una sintesi di come un approccio “atomistico” e più in generale basato su agenti sociali indipendenti abbia contribuito e stia contribuendo alla comprensione di fenomeni finora relativamente intrattabili scientificamente o, comunque, a sviluppi teorici innovativi. Una sintesi, appunto. Chi, come me, segue da tempo questi argomenti – a partire dai padri fondatori Milgram, Granovetter e Schelling, fino ai lavori di Axtell, Brian Arthur, Axelrod, Strogatz, Watts … – troverà in questo libro un utile riassunto, e poco più.

Un punto che mi pare importante sottolineare è che l’approccio di Buchanan – o meglio l’approccio cui Buchanan fa riferimento – non coincide necessariamente con la tesi “liberista” (anche nella sua versione “di sinistra” alla Alesina-Giavazzi): partire da agenti sociali indipendenti per comprendere fenomeni sociali non coincide con la negazione dell’esistenza della società.

They are casting their problems at society. And, you know, there’s no such thing as society. There are individual men and women and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look after themselves first. It is our duty to look after ourselves and then, also, to look after our neighbours. [Margaret Thatcher, intervista raccolta il 23 settembre 1987 e pubblicata su Woman’s Own del 31 ottobre 1987]

There is no social entity with a good that undergoes some sacrifice for its own good. There are only individual people, different individual people, with their own individual lives. Using one of these people for the benefit of others, uses him and benefits the others. Nothing more. [Robert Nozick, Anarchy, State, and Utopia. 1974]

Si tratta, piuttosto, di quella che Epstein e Axtell (Growing Artificial Societies: Social Science from the Bottom Up. 1996) chiamano generative social science. Ma il discorso è lungo e ne parleremo un’altra volta.

Raccomando The Social Atom incondizionatamente a chi vuole accostarsi a questi temi per la prima volta, perché il libro è scritto in modo molto scorrevole ed è appassionante. Un punto a favore importante è che le note, di solito, segnalano se il riferimento è disponibile sul web e riporta l’indirizzo. Suggerisco, quindi, di leggerlo accanto al proprio computer, nell’attesa che ne venga pubblicata un’edizione WebBook.

Per conto mio, tra le cose che non conoscevo, vorrei segnalare (c’è anche un aspetto d’attualità) il riferimento allo studio di Robert Axelrod e Ross A. Hammond sull’evoluzione dell’etnocentrismo. Qui ne trovate una sommaria spiegazione e una bella simulazione animata.

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Giornalista

Questa citazione – sempre da La separazione del maschio di Francesco Piccolo – merita uno spazio a sé:

Ha tutti i difetti dei giornalisti: parla di tutto senza sapere nien­te, si occupa di tutto ma non gli importa di niente, spiega sempre che per ogni accadimento c’è un motivo meschino dietro, o un complotto o un accordo segreto, che conosce solo lui. [p.85]

La separazione del maschio

Piccolo, Francesco (2008). La separazione del maschio. Torino: Einaudi. 2008.

Sono stato sollecitato a leggere questo libro dalla recensione di Carlo V., che ha avuto il merito di riportare questa citazione, che ho subito trovato onesta e profondamente vera:

Sono convinto, oltretutto, che le persone davvero libere, uomini e donne, che sono capaci di concedere e cedere a tentazioni, che vivono passioni e amano il sesso, per la maggior parte sono belli che sono diventati belli, che hanno acquistato una loro bellezza, alle volte anche oggettiva, ma che non sono nati così, erano brutti (o quantomeno: non belli) e hanno faticato e sofferto da bambini o adolescenti e adesso è rimasto loro dentro quel desiderio di rivalsa, di riscatto, come se la bellezza così come è apparsa possa svanire e devono approfittarne per conquistare e godere. A me sembra di essere stato così, e di aver incontrato e amato e desiderato soltanto persone così. [p. 185]

Quando ho letto questa frase ho pensato di voler leggere il libro e che mi sarebbe piaciuto. E così è stato.

So che è un romanzo controverso, che ha suscitato reazioni opposte (c’è chi ha gridato allo schifo e chi al capolavoro) e dubbi e perplessità emergono dalla stessa recensione di Carlo. Penso che in parte dipenda dal fatto che il romanzo è, come dire, scandito da 4 temi che si rincorrono e si alternano:

  • la dimensione di introspezione maschile, di cui ho parlato in un post precedente;
  • il rapporto dell’io narrante con la figlia Beatrice, che qualche volta fa venire in mente quello che ha con la figlia il protagonista di Caos calmo di Sandro Veronesi (un altro romanzo in cui emerge la dimensione dell’introspezione maschile);
  • le descrizioni, piuttosto crude (ed è un eufemismo) dei rapporti sessuali dell’io narrante con le sue donne (mi limito a dire, su questo, che queste scene – non necessariamente il modo in cui sono descritte – sono funzionali alla narrazione e all’approfondimento della figura e della psicologia del protagonista);
  • una serie di considerazioni di costume, che vanno dal cacao sul cappuccino alla persistenza del voltaren, tutte divertenti e godibilissime e che mi ricordano il Francesco Piccolo che ho conosciuto per primo, quello che teneva una rubrica pressoché fissa su Diario.

A me interessa qui parlare soltanto della prima dimensione. Il protagonista del libro è poligamo (“In realtà, non avevo affatto più vite parallele, ma una, complessa e articolata, modulata in molti segmenti che non sempre comunicavano tra loro”). Non se ne compiace particolarmente (anzi, sa che questi suoi comportamenti sono “delitti”, anche se poi dice alla moglie, penso onestamente: “Io non ti ho mai tradita”). Forse è questo che dà fastidio. Siamo pronti ad ammettere e tollerare e rispettare l’esistenza e le scelte di vita dei gay, non dei poligami. Al massimo discettiamo dei film (e della vita) di Truffaut, ma ci dà fastidio che un maschio quarantenne italiano contemporaneo possa argomentare a favore delle sue scelte: poligame, appunto, ma non intese come vite parallele, ma come scelta di “bilanciamento” della propria vita. Piccolo non ci chiede di schierarci, ma di riflettere. Mi pare difficile che siano molti i lettori che si identificano pienamente con il protagonista del romanzo. Non io, tanto per cominciare. Ma è un libro che fa pensare, e questo obiettivo, se se lo poneva (come penso), Piccolo l’ha raggiunto. Un libro che parla d’amore, e molte delle riflessioni del protagonista sono importanti e vere, anche se ci sentiamo (più o meno) distanti da lui. Sicuramente un romanzo bello e coraggioso, secondo me, e ve lo consiglio.

Le citazioni da riportare sarebbe troppe, e mi limito perciò a qualche assaggio.

Ho aspettato, ho camminato. Forse ho deciso, senza mai ripensare a quello che avevo visto […] che tutto era sotto controllo, che ciò che era successo a Teresa assomigliava a ciò che succede­va a me e se assomigliava a ciò che succedeva a me non po­teva essere terribile. Teresa mi amava. E scopava con un altro.
Non fa niente.
Ecco cosa ho pensato: non fa niente. [p. 116]

Anche perché la novità è senz’altro faticosa, ma soprattutto è il punto più lontano dalla sincerità. Essere una persona che l’altro non conosce significa fare fatica per farsi conoscere nel modo piti preciso (nel modo migliore, anche), quindi fare teatro di sé, mettersi in mo­stra, essere frettolosi riguardo a preferenze (io sono fatto cosi, a me piacciono queste cose) – insieme a quella ten­denza imbecille alla condivisione che viene spontanea (suc­cede anche a me, io sono uguale a te) per cui tendi a con­teggiare la quantità di somiglianze, a dare importanza a ogni coincidenza buona; cosi smorzi l’importanza delle dif­ferenze. Un modo contrario di procedere rispetto alla con­vivenza (o alle lunghe relazioni), dove le differenze ven­gono sottolineate per non vederle soccombere: in una co­noscenza in atto, la propria personalità fa finta di venir fuori tutta il più presto possibile, ma invece, mentre sem­bra spontanea, è controllata, guidata, smorzata, instrada­ta nel binario più conveniente. Un amore lungo ti rilassa, fa in modo che ti abbandoni a essere come sei; questa è l’intimità; la verità. [pp. 135-136]

Anche io sono cosi: voglio continuare ad amare tutte le persone che amo, nessuno deve fare niente per me, nessuno deve dimostrarmi niente. Deve amarmi, tutto qui.
La maggior parte del tempo degli amanti, dell’attenzio­ne delle persone, è occupato dalla preoccupazione che la persona amata non ami qualcun altro. Non che ami me, ma che non ami altri. Questo a me è sempre sembrato sia impreciso, sia troppo poco. Se Teresa, quando si sveglia la mattina, ha negli occhi il suo amore per me, non voglio di­re che non ha importanza se ama anche qualcun altro, non voglio arrivare a sostenere questo, se altri lo sentono forzato, ma voglio almeno dire che mi basta. E vorrei che ba­stasse anche a lei il mio amore, ho sempre voluto questo. So che è difficile avere questo pensiero in una coppia, ma la verità è che è l’unico pensiero sensato. E semplice. [p. 138]

È il mio modo di bilanciare e controllare ogni cosa. Tutta la mia vita è composta da una quantità di eventi con­temporanei che sono un baluardo contro qualsiasi assoluto. Non ho mai dato in mano a nessuno nemmeno il destino di una sola giornata – ma l’ho sempre affidato a più mani. Se mi innamoro, continuo ad amare e a scopare con altre. In questo modo, l’innamoramento è più sopportabile. In questo modo, la vita è più sopportabile, sono più soppor­tabili i dolori, le emozioni, le giornate difficili, le cattive notizie. Sono più sopportabili le separazioni e perfino i ri­congiungimenti. E il mio modo di vivere, è la mia difesa contro tutto, perfino contro un eccesso di felicità.
È come se avessi fondato una specie di flusso continuo, di cui si è persa l’origine, e in questo modo nulla comin­cia e nulla finisce. Se uno riesce a spalmare questa fram­mentazione su tutta la propria vita, allora poi riesce a fa­re sempre in modo di vivere su una bilancia, quando c’è una cosa brutta da una parte ce n’è una bella dall’altra, e la varietà rende tutto più sopportabile.
[…]
Se la poligamia serve a soffrire bene, a bilanciare di con­tinuo le cose della vita, forse anche i figli molteplici sarebbero stati necessari. Non è successo. Questa è stata l’uni­ca pecca nella mia vita poligamica. [pp. 172-173]

Vista cosi, la vita, attraverso un percorso giusto e dedito alla ricerca della perfezione, è davvero e inevitabil­mente una costante infelicità interrotta da sprazzi di feli­cità, quando una giornata è buona, quando un lavoro è portato a compimento in modo positivo, quando una sco­pata è come ti piace, quando dei giorni sono come li ave­vi sognati. Per il resto, è una insoddisfazione, una delusio­ne sottile contro la quale cerchi di combattere, ma alla fine soccombi. In questa prospettiva, un amore fatto di tradi­menti grandi e piccoli, di distrazioni, di egoismi e di de­lusioni, sembra un amore fallito.
Beh, non lo è. Tutti gli amori sono cosi – parlo di tut­ti gli amori veri. Sono fatti di cose buone e cose cattive, di momenti belli, noiosi, sconfortanti, allegri, tristi. Sono fatti di tutto. E quello che ho capito con molta sorpresa in tutti questi anni: mai avremmo immaginato che una vi­ta coniugale fosse cosi mossa, cosi piena di cambiamenti, di segmenti, di periodi di durata variabile. Quando era­vamo andati a vivere insieme, io e Teresa, ero convinto che una convivenza fondasse una vita tutta uguale, costan­te e identica a quella che immaginavo o almeno a quella che veniva determinata nei primi mesi. Invece ho scoper­to che vivere insieme è una sequenza di molte fasi, com­poste di segmenti brevi e lunghi, completamente diverse. Che cambiavano proporzioni, sentimenti e stati della vi­ta quotidiana in modo continuo e a volte vertiginoso. Di questa vitalità lei costituiva la parte fondamentale, per­ché era attiva e attenta – forse perché custodiva la parte buona. Eppure quando questa attenzione era provocata dal senso di perfezione, allora tutta l’impalcatura si rive­lava fragile e insensata: perché non riconosceva legittimità alla fatica, ai passaggi dolorosi, alla frammentarietà e ai percorsi tortuosi.
[…] Da un certo punto in poi, in un opera creativa o in un amore, la differenza tra coloro che stanno dentro e coloro che guardano da fuori consiste nel fatto che il motivo per cui è cominciata una storia da raccontare o una storia d’amo­re è un motivo ormai irrintracciabile, di cui comunque non ti occupi più: cerchi di capire come fare andar meglio le cose, quanto ami, quanto non ami, cosa succede, ma l’i­dea oggettiva del fatto che questo amore è nato quando è nato, quello non è più un problema; allo stesso modo co­me nei film non è l’idea oggettiva di quella storia che va­le, ma quanto riesci a riproporre al meglio l’idea che hai di quella storia. Quindi non hai più possibilità di stare fuori, di giudicare da fuori. Ti manca ormai la possibilità di comprendere se tu e Teresa eravate fatti l’uno per l’al­tra, ti manca cioè la possibilità di vedere te e Teresa prima che l’amore cominciasse. Quel prima, ormai, è irrintrac­ciabile.
Per questo motivo, avrei voluto dire a Teresa, due per­sone che si amano non devono lasciarsi mai. Per nessun motivo. Devono solo camminare e camminare. Essere in­felici, in attesa che tornino i momenti di felicità; o felici, sapendo che torneranno i momenti di infelicità. [pp. 188-189]

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L’amico delle donne

Marani, Diego (2008). L’amico delle donne. Milano: Bompiani. 2008.

L’autocoscienza, nella sua accezione comune, è legata a una pratica di riflessione su sé stessi, condotta in genere in gruppo o comunque resa pubblica, disponibile a terzi, particolarmente legata al femminismo. So di aver dato una definizione semplificata – sulle enciclopedie si parla di autocoscienza da Socrate alla psicoanalisi – ma vorrei riferirmi qui a questa pratica, e non ad altre accezioni del termine. La parola in sé mi ha sempre un po’ infastidito: come “auto-coscienza”, mi dico. La coscienza (nel senso di consciousness, non in quello di conscience) non è sempre riflessiva? Non è anzi specificamente definita dalla capacità di mettere in relazione sé e altro? Non ha dunque sempre una componente di consapevolezza di sé? Può forse esserci un’etero-coscienza? Per questo, se dipendesse da me, sceglierei una parola diversa, introspezione.

Nel senso in cui ne parlo, mi pare si possa dire che esiste una letteratura dell’introspezione (o dell’autocoscienza, se preferite) e che una delle sue caratteristiche è di essere un genere letterario prevalentemente femminile, scritto cioè da donne. I romanzi esplicitamente e principalmente di autocoscienza scritti da autori maschi che ho letto sono relativamente pochi. Qualche anno fa trovai, e fu una rivelazione, Intimacy di Hanif Kureishi: un libro bellissimo e doloroso da cui fu tratto un film mediocre (nonostante la regia di Patrice Chéreau e lo scandalo sollevato dalle scene di sesso). L’io narrante del libro – uno scrittore di mezza età – fa la sua autocoscienza in una riflessione durante la notte in cui si prepara a lasciare la moglie e i due figli. Un libro teso e sincero, che vi consiglio ancora oggi. Molte cose nel libro sono onestamente rivelatrici e (penso) comuni a molti uomini, anche se la maggior parte di noi non ne parla mai o raramente. Soltanto qualche citazione:

Marriage is a battle, a terrible journey, a season in hell, and a reason for living.

You don’t stop loving someone just because you hate them.

Ho pensato che questo romanzo di Marani fosse anch’esso un romanzo di introspezione maschile, ingannato dalle note di copertina (sì, sono un ingenuo, ma mi aspetterei dagli autori, se non dagli editori, un minimo di sincerità; qui siamo invece alla pubblicità ingannevole):

Ernesto, professore di lettere quarantenne che vive a Trieste, non ha un felice rapporto con le donne. Sono forse le tracce durature di un antico trauma infantile ad aver come imbrigliato i suoi sentimenti: Ernesto teme l’amore e cerca l’amicizia, che gli assicurerebbe di giungere alla tranquillità e alla serenità di un rapporto asessuato, e di sfuggire così ai drammi della passione e alla prigionia del desiderio. Ma anche agli imprevedibili fuochi dell’innamoramento è arduo rinunciare, ed ecco allora che Ernesto, dopo un matrimonio in grigio con Nadia, sua vicina di casa fin da quando erano entrambi bambini, continua la sua ricerca di donne-amiche che non possono però essere soltanto tali, e si macera in questa “voglia di sofferenza” che è “come il sangue per gli squali”. Le colleghe Laura e Marisa, l’ex allieva Lucia, e infine la slovena Jasna, che riassume in sé i caratteri della classica donna fatale: sono le tappe di una ironica, o forse tragicomica via crucis lungo la quale incontriamo anche un misterioso dottor Parovel, ambiguo maestro di immoralità. Un cammino che dovrà necessariamente portare a una mèta in cui l’intera vita di Ernesto sarà rivista e riprogettata. Con una sorpresa finale.

Ecco, il romanzo non è questo. Certo, si svolge a Trieste e i personaggi hanno quei nomi. Ma il romanzo parla d’altro, a qualunque livello lo si guardi.

Marani, di cui avevo già letto L’interprete, scrive indubbiamente bene, con una scrittura un po’ all’antica. Il suo monologo interiore, che privilegia il discorso indiretto e l’imperfetto, ricorda più Svevo che Joyce. Ma i personaggi, protagonista compreso, sono poco credibili, bassorilievi piuttosto che statue a tutto tondo. Molto bella invece la Trieste di qualche anno fa (non quella in cui Berlusconi fa capolino dietro le colonne di Piazza Unità d’Italia) che mi sembra la vera protagonista del libro. Tanto da farmi venire voglia di leggere il suo A Trieste con Svevo.

Qualche bella pagina, comunque, nel libro c’è:

Ma questa volta Ernesto non voleva cadere nell’ovvio gioco dell’innamoramento. Da anni si allenava a un senti­mento ponderato e finalmente si sentiva pronto a sperimen­tarlo. Avrebbe tessuto attorno alla nuova collega un ricamo di attenzioni, gentilezze, spiritosaggini, affettuosità. Fino a farla librare in aria per l’emozione e l’aspettativa, come gli riusciva sempre così bene. Poi avrebbe reciso lui il filo che la tratteneva a sé e sarebbe restato a guardarla mentre volava via, non avuta, non amata, sconosciuta. Ma per una volta ancora tutta intera. Perché era questo che dell’amore lascia­va sgomento Ernesto. Che alla fine tutto fosse frantumato, ridotto in cenere e non se ne potesse salvare nulla, neppure una reliquia da tenere nello scrigno della memoria. Dopo la donna da amare e quella da temere, Ernesto aveva escogita­to la donna da perdere. Dopotutto, niente era meno impe­gnativo che perdere: era l’unica cosa che gli riuscisse tanto spontaneamente. Non voleva più abbandonarsi alla razzia. Ora era venuto il tempo dell’innamoramento ecologico. Si sentì come uno di quei pescatori che ambiscono solo a farsi scattare una foto accanto alla preda ancora guizzante e poi la liberano nell’ acqua da cui l’hanno strappata. [pp. 91-92]

Anche questo dell’amore non gli dava pace. Che durasse dieci anni o poche settimane, alla fine sulla bilancia del tempo pesava uguale. La durata non era una garanzia di solidità. E poi, quel che durava non era mai l’amore ma l’accanimento di Ernesto a tenerlo in vita. Per questo aveva voluto che con Marisa fosse tutto diverso. Con lei non si sarebbe mai avven­turato sulla via insicura dell’amore. Si voleva trattenere all’amicizia. Ma lui stesso di quella parola non sapeva bene cosa intendere. Immaginava un affetto gioioso, che non lo facesse schiavo e che lo risparmiasse dalla dipendenza. Lealtà soprattutto chiedeva. Che ognuno dichiarasse costan­temente all’altro la misura del proprio sentimento, cosicché non ci fosse mai squilibrio e a lui poi non avanzasse quell’at­taccamento di troppo, così svelto a trasformarsi in dolore. Migliorare per lei, questo voleva. Ma già sapeva che un per­fezionamento così evoluto equivaleva a un tradimento di sé. Migliorarsi significava alienarsi. Solo lontano da sé Ernesto poteva essere migliore. Eppure questo sognava, di conser­varsi fedele a una qualsiasi promessa e almeno lui immutabile. Di tutte le cose del mondo, proprio il mutamento gli era insopportabile. Che nulla restasse come lui lo disponeva e bisognasse continuamente riparare, proteggere e infine abbandonare ai morsi del tempo ogni più caro rifugio. Che il gioco feroce dell’amore non avesse regole fisse. [111-112]

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Brunello Baroque Experience

Non è una recensione equanime, quella che segue. Anzi, è molto personale e un po’ faziosa.

Roma, Auditorium, Sala Sinopoli, venerdì 14 novembre 2008, ore 20:30

Mario Brunello
Bach e Vivaldi, Suite e Sonate per Violoncello – I

Brunello Baroque Experience
violoncello: Mario Brunello
cembalo e organo: Roberto Loreggian
violoncello: Francesco Galligioni
arciliuto: Ivano Zanenghi
liuto, tiorba e chitarra barocca: Michele Pasotti

Bach Suite n. 1 in sol maggiore BWV 1007
Vivaldi Sonata in mi bemolle maggiore RV 39
Bach Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009
Bach/Vivaldi Concerto in re maggiore BWV 972 dal Concerto op.3 n.9 di A. Vivaldi
Vivaldi Sonata in mi minore RV 40
Bach Suite n. 5 in do minore BWV 1011
Vivaldi Sonata in si bemolle maggiore RV 46

Mario Brunello è un ottimo violoncellista, è una persona simpatica e ha un cognome che fa venire voglia di degustare un grande vino. Ho alcuni suoi dischi e lo vado a sentire volentieri.

Stasera, lo confesso, sono andato con qualche sospetto. Adoro le suite per violoncello solo di Bach (e come non potrei) ma non sopporto Vivaldi.

Quello di stasera si è rivelato, poi, un Vivaldi non minore (Vivaldi, secondo me, è tutto minore), ma minimo.

E non basta: a parte il violoncello di Brunello, nell’ensemble c’erano liuto, arciliuto, tiorba e chitarra barocca. Strumenti antichi. Sempre un po’ striduli e con una gamma espressiva limitata. Per me gli strumenti antichi e le esecuzioni filologiche sono come le sfilate di automobili storiche: gli appassionati si divertano come credono, ma al massimo meritano da parte mia un’occhiata distratta; e non ci farei mai un viaggio di 3 ore. Troppo scomodi e lenti. Viva il progresso. E lo stesso – viva il progresso (e la pensavano così anche i grandi musicisti: Bach scriveva per “tastiera”, non per cembalo, e Beethoven seguiva il progresso tecnologico nella costruzione dei pianoforti) – vale per l’acustica e per i concerti: alla radio, dopo un po’ cambio canale.

Ancora peggio siamo andati con il setting. Le suite di Bach, Brunello le ha eseguite nel buio pressoché assoluto, lui solo illuminato da uno spot. È vero che anche il mio adorato Sviatoslav Richter, negli ultimi anni, suonava con soltanto una lucetta sul piano a illuminargli la musica. Ma lui diceva che era per non distrarre il pubblico con la “bruttezza” della fisicità dell’esecuzione (si considerava anche vecchio e sgraziato), mentre Brunello teneva al buio assoluto noi del pubblico e sé stesso nella luce. L’esatto contrario di Richter, direi. E poi. Perché i concerti di Santa Cecilia si svolgono in una penombra spettrale o, come stasera, nel buio? Qualcuno decide per noi come dobbiamo ascoltare i concerti? E se volessi seguire con la musica sotto gli occhi? E se volessi leggere? Ognuno “fruisce” come crede meglio, o no?

Infine, durante i pezzi in cui suonava l’intera ensemble (l’aborrito Vivaldi) sulla parte anteriore del palcoscenico venivano accese – la grande novità della serata – alcune decine di lampade. Fastidiosissimo. Provate a immaginare. La sala nel buio, le luci sul palco in primo piano, dietro l’ensemble, resa di fatto invisibile dalle luci davanti a loro. Spero fossero almeno lampade a basso consumo, anche se ne dubito. No, ho controllato, il concerto non era sponsorizzato dall’Enel.

A Most Wanted Man

Le Carré, John (2008). A Most Wanted Man. London: Hodder & Stoughton. 2008.

Difficile recensire una spy story senza rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letta.

Personalmente, adoro le Carré dopo averne diffidato per anni. Devo ringraziare una persona conosciuta a Torino molti anni fa, di cui fatico a ricordare il nome, ma che oltre a le Carrè mi consigliò anche d’Ormesson. Ci sono persone con cui diventi amico per una breve stagione, ma poi perdi di vista. Succede, ma ti resta l’impressione che sia un peccato…

Mi limito a una citazione. Il fascino di le Carré è qui. Chi lo apprezza sarà d’accordo con me. Chi non lo apprezza, si farà venire qualche dubbio, spero.

At first he had seen himself as the put-on victim of a hostile takeover.  Then he had sneered at himself: me, an adolescent of sixty, grappling with my waning testosterone. At no point had the dread word love, whatever had that meant to him, entered the dialogue he was having with himself. Love was Georgie. All the rest – the sticky hot-breath stuff, the eternal protestations – frankly that was for the other fellows. Cut through the posturing, and he wondered whether it was for the other fellows either, but that was their business. All the same, when somebody half your age barges into your life and appoints herself your moral mentor, you sit up and listen, you have to. And if she happens to be the most attractive and interesting woman, and the most impossible love to have come your way ever, then all the more so.
And sex? By the time he married Mitzi, he had recognised he was punching above his weight. He bore no grudge for this, nor she him, apparently. Pressed to take a view, he would probably argue that she had kept him in the style to which he was accustomed and sent him the bill, which was fair-do’s. He could hardly blame her for having appetites he failed to satisfy.
Now at last he was able to understand himself. He had mistaken his need. He had invested himself in the wrong market. It wasn’t copulation he had been looking for. It was this. And now he had found this, which was an important and rather astonishing clarification of his nature for him. Waning testosterone was not the issue. The issue was this, and this was Annabel. [pp. 168-169]

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