La bussola d’oro

La bussola d’oro (The Golden Compass), 2007, di Chris Weitz, con Dakota Blue Richards, Nicole Kidman e Daniel Craig.

La recensione è presto fatta: se avete amato il libro, state alla larga dal film! A parte il fatto che non è fedele al libro nella vicenda (ma questo può succedere in un adattamento cinematografico), non è fedele nello spirito: la profondità etica e filosofica che si annida nel cupo racconto di Pullman è tradotta nella solita avventurosa storiella americana, tutta luoghi comuni, smorfie ed effetti speciali (per cui il film ha vinto un Oscar).

Colgo l’occasione per segnalarvi l’esistenza di un sito italiano dedicato alla trilogia di Philip Pullman: www.questeoscurematerie.it e per citare un bell’intervento di Quirino Principe sulla trilogia.

Sulla trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman

Esistono certamente mondi interamente altri: sono chiamati “universi paralleli”, o semplicemente “l’invisibile”, “il possibile”. Che di solito si sottraggano allo nostro sguardo, che non si riesca a vederne l’accesso, che non si trovino nella cosiddetta realtà, è la prova logica che essi esistono. Se fosse facile scoprirli, non sarebbero ciò che devono essere per definizione: interamente altri.

Non sono mancate spedizioni di ricerca, viaggi di isolati ardimentosi. Forse quei mondi sono nascosti in un punto aleatorio dello spazio-tempo, oppure nelle viscere della terra, dove è più difficile penetrare di quanto non sia volare nel cosmo. Da un lato la matematica e la cosmologia, dall’altro la letteratura, scavano la montagna da versanti opposti. S’incontreranno mai? Raggiungeranno la meta? Al viaggio d’esplorazione, le scienze si sono preparate con lunga e cauta disciplina, tentando di frenare le emozioni. La letteratura ha anticipato i tempi, inviando pionieri. Luciano di Samosata ha navigato nel cielo della Storia vera, Dante ha esplorato l’oltremondo con la Commedia. Ma ogni volta, terminato il viaggio che si conclude sempre con una rivelazione abbagliante di cui svanisce subito la memoria, si perde la chiave d’accesso, si dimentica dove sia l’entrata. Nel 1865, Lewis Carroll la svela ad Alice: una buca nel terreno, o la superficie di uno specchio. Nelle Cronache di Narnia (1950), Clive Staples Lewis la indica a un gruppo di ragazzini sfollati in guerra: il fondo di un armadio. John Ronald Reuel Tolkien, nel Signore degli Anelli (1954-1955), non la rivela: il mondo parallelo “c’è”, esclude ogni altro mondo. Nella narrativa fantastica di ordinario livello, gli autori sono mediocri guide: incespicano, sbagliano percorso.

Da un’altezza incomparabilmente più alta rispetto a ciò che volonterosamente è definito “fantasy”, Philip Pullman, nato a Norwich in Gran Bretagna nel 1946, riesce a vedere. Pullman esercita la professione che fra gli scrittori britannici di talento libera dalle caverne sotterranee sublimi terrori, luminescenti magie e incarnazioni del soprannaturale: come Lewis, come Tolkien, come Carroll, come quel maestro dell’orrore puro che fu il mite erudito Montague Rhodes James, è professore di college. Solitudine, riservatezza, dottrina di antico stampo, preziosa bibliofilia: nelle isole di Artù, di Merlino, di Morgana e della regina Mab, sono queste le premesse necessarie per chi voglia entrare nell’invisibile attraverso un cunicolo spazio-temporale. Il dono che Pullman ci concede è la trilogia Queste oscure materie (His Dark Materials): il titolo è la citazione di un verso dal Paradiso perduto di John Milton. Attraverso tre romanzi, La bussola d’oro (The Golden Compass, 1995), La lama sottile (The Subtle Knife, 1997), Il cannocchiale d’ambra (The Amber Spyglass, 2000), l’autore ci accompagna in un universo parallelo la cui mappa è spaventosamente e meravigliosamente più complessa di quanto prima avremmo immaginato. È un “altro” mondo costituito da frammenti della “nostra” geografia, da inestimabili e lampeggianti scoperte compiute dalle letterature e alle scienze in millenni, e tutto questo si ricompone in un disegno vertiginoso.

È vero: protagonista è una bambina undicenne, Lyra (un avatar di Alice? Si è tentati di crederlo, ma se così fosse qualcosa nei conti non tornerebbe), che vive nel Jordan College di Oxford, ma oltre l’oceano, in America, lo Stato più importante di quel continente è la Nuova Francia. Lyra, attratta dai misteri di una strana Aurora Boreale e di una Polvere inconcepibile, compie un viaggio all’estremo Nord, e là trova gli antiquati Zeppelin ma anche procedimenti tecnici oggi inimmaginabili. È imprigionata tra mondi matematicamente incompatibili, nel sortilegio dell’assurdo; ma chi la aiuta possiede un coltello che permette di “tagliare” un varco tra gli universi. C’è nei tre romanzi di Pullman la forza quasi paurosa di chi sa finalmente inventare e costruire. No, questa trilogia non è “narrativa per bambini che possa essere letta anche dagli adulti” (se lo fosse, sarebbe già molto attraente…). È semplicemente un terreno di così alta tensione magnetica da irretire e spaventare. Saper narrare è sapienza antica, essere interamente liberi e dissacrare ciò che si presenta falsamente come sacro è matura e laica modernità. Leggere Queste oscure materie, poco importa se con uno spirito adulto o ingenuo, potrebbe anche far capire gli aspetti della storia umana e cosmica che forze ostili alla libertà e all’intelligenza hanno voluto, nel tempo, mantenere al buio.

Quirino Principe

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Here Comes Everybody – Clay Shirky

Shirky, Clay (2008). Here Comes Everybody. The Power of Organizing without Organizations. London: Allen Lane. 2008.

Sono un po’ deluso. Il libro di Clay Shirky (sì, in America ci si può chiamare “Argilla” di nome senza essere necessariamente de’ coccio, come si dice a Roma) è stato preceduto da un grande tam tam, non dalla pubblicità commerciale, naturalmente, ma dalla rete dei guru e dei digerati, proprio una delle reti sociali di cui il libro parla. Ne hanno parlato Edge e lo stesso Shirky, che è stato anche keynote speaker al Web 2.0 Expo di San Francisco (22-25 aprile 2008). Mi aspettavo quindi molto, e molto di innovativo. E invece…

Il nòcciolo del problema, secondo me, sta in quello che lo stesso Shirky racconta negli Acknoledgments alla fine del volume, ringraziando la moglie:

Finally, of course, is Almaz Zelleke, my wonderful wife, who looked across the dining room table one day and said, “Time for you to write a book,” …

Forse non gli avrebbe dovuto suggerire di scrivere un libro, perché i contenuti interessanti avrebbero potuto essere più efficacemente riassunti in uno o più articoli, una volta depurati dei numerosi esempi riportati in forma aneddotica. È vero che i temi e le osservazioni di Shirky sono spesso originali, e che le esemplificazioni sono indispensabili in un’opera di divulgazione, ma – ahimè – gli esempi sono quelli che abbiamo già letto un milione di volte, da Wikipedia alle smart mobs

Quella che sarebbe la mia recensione è ben riassunta da questa, di Stephen R. Laniel che ho trovato sulla pagina di Amazon dedicata al libro:

If you read enough, you just have to be wary of “Here Comes Everybody” and its ilk. If you’re the sort of person thinking of reading Shirky’s book, you’ve probably also read Larry Lessig (Code), Yochai Benkler (The Wealth of Networks, not to mention essays like “Coase’s Penguin”), Shapiro and Varian (Information Rules), maybe Weinberger (Everything is Miscellaneous), and on and on. You’ve used the Wikipedia. You may well use Linux. You’ve learned about “the wisdom of the crowds” (Surowiecki). You’ve got “the long tail” in there somewhere too.

What does Shirky add to this cacaphony? He adds one important special case of all of the above: the Internet lets us form groups effortlessly.

Leggetelo, comunque, soprattutto se non ricadete nelle categorie elencate da Laniel. I capitoli che ho trovato più interessanti sono il quarto (Publish, then Filter) e soprattutto il decimo (Failure for Free).

Qui sotto il discorso tenuto al Web 2.0 Expo.

Le vite degli altri

Le vite degli altri (Das Leben der Anderen), 2006, di Florian Henckel von Donnersmarck, con Martina Gedeck e Ulrich Mühe.

Opera prima sorprendente di un giovane regista (è nato il 2 maggio 1973) di grandissimo talento. Bravissimi gli attori. Meticolosa la ricostruzione.

Non è un film storico o di denuncia sulle malefatte della Stasi (Ministerium für Staatssicherheit), ma sull’animo umano, sulla sua complessità, sulla diversità delle risposte alle situazioni di stress. Senza nessuna fuga nelle retoriche del mistico o dell’ineffabile, ma con un sano eppure poeticissimo sguardo naturalistico (rivelatrice la scena in cui l’inquisitore Gerd Wiesler, capitano della Stasi, insegna ai suoi studenti a conservare l’odore degli accusati, raccolto dal cuscino della sedia su cui sono stati interrogati).

Pochi, in realtà, i riferimenti direttamente politici. Dove ci sono, sono riferiti allo iato, proposto come incolmabile, e anzi antagonistico, tra “volontà politica” (la metto tra virgolette perché la intendo in senso schopenhaueriano – volontà di potenza– e craxiano – quando c’è la volontà politica tutto è possibile) e arte (Georg Dreyman: “Penso a ciò che ha detto Lenin sull’Appassionata di Beethoven: ‘Non devo ascoltarla o non terminerò la rivoluzione’. Ma come fa chi ha ascoltato questa musica, ma veramente ascoltato, a rimanere cattivo?”).

Ma il film è politico lo stesso, fortemente politico, e direttamente rivolto all’oggi. Il muro di Berlino è caduto da quasi 20 anni, ma il muro per cui il talento (o la competenza, o la capacità professionale) sono condizione a volte necessaria, ma mai sufficiente per realizzarsi nel lavoro è tuttora in piedi. Alcuni lo chiamano “poteri forti”, altri “arroganza del potere”, ma il muro è lì, ben saldo, e ognuno di noi lo sperimenta quotidianamente sul proprio luogo di lavoro (ammesso che ce l’abbia, un lavoro). Il potere con il suo codazzo di mediocri vopos…

Georg Dreyman: Christa-Maria, tu sei una grande attrice. Io lo so. E anche il tuo pubblico lo sa. Non hai bisogno di lui. E non hai bisogno di quelle pillole. Resta qui, non andare.
Christa-Maria: Davvero?! Non ho bisogno di lui? Non ho bisogno dell’appoggio del sistema? E tu?! Anche tu ne puoi fare a meno, o non puoi in realtà? È come se andassi a letto con loro anche tu. Perché lo fai? Perché sai che possono distruggerti! Malgrado il tuo talento, al minimo dubbio che hanno su di te. Perché loro decidono quale lavoro può andare in scena, chi può recitarci e chi può dirigerlo. Tu non vuoi finire [morto suicida] come Jerska. E nemmeno io, perciò adesso vado.

Un secondo aspetto affascinante del film è la complessità dei personaggi. Il dominio incontrastato della cinematografia di Hollywood ci ha abituato alla semplificazione assoluta delle scelte morali: vediamo ormai soltanto favolette da bambini, in cui i buoni sono buonissimi e i cattivi veramente cattivi. Film in bianco e nero, nonostante tutti gli effetti speciali. In questo film, come nella vita (la nostra e quella degli altri) le persone sono complesse, nessuno è del tutto buono e neppure del tutto spregevole. Tutti sbagliano, anche drammaticamente, e però cambiano. Anche in questo è un film profondamente europeo, tedesco e schopenhaueriano (“l’amore è compassione”): per cambiare è necessario entrare nelle vite degli altri. La contraddizione della spia perfetta (Le Carrè!) è che non basta osservare e ascoltare, ma è necessario partecipare fino a immedesimarsi; ma una volta che ti sei messo nei panni degli altri ti fai carico anche delle loro speranze e dei loro dolori…

L’ultima notazione è più professionale, e scaturisce dall’incipit dell’articolo di Dreyman per lo Spiegel:

L’ufficio di Stato per la statistica di Hans-Beimler-Straβe calcola tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compro in un anno: 2,3. Quanti libri leggo in un anno: 3,2. Quanti studenti conseguono la maturità con il massimo dei voti: 6,347. Ma una statistica non viene più raccolta, forse perché provoca dolore persino negli imbratta-carte, ed è quella sul tasso di suicidi…

Alla statistica ufficiale – i cui principi fondamentali sono sanciti dall’ONU – si chiede di essere veritiera, cioè di rappresentare fedelmente, anche se in forma sintetica, la realtà. Ma si chiede anche di essere esaustiva, cioè di rappresentare tutti gli aspetti della realtà che sono utili a informare i cittadini?

Il punto non è irrilevante né capzioso. Non solo perché (come sa bene chi, come me, è stato alunno dei gesuiti) una cosa è mentire; altra tacere una verità. Ma anche perché, più sostanzialmente, in presenza di risorse limitate, rappresentare o meno statisticamente un fenomeno è anche una scelta sottoposta a criteri di economicità, cioè a una valutazione dei costi e dei benefici della produzione di dati statistici su un determinato fenomeno. Nei paesi democratici, a differenza che nella DDR, il programma delle rilevazioni statistiche è (quanto meno formalmente) deciso nell’ambito della rappresentanza politica dei cittadini (governo e parlamento). Ma ci sono molti modi per nascondere l’informazione (non solo statistica): uno è tacerla, come avveniva nella DDR del 1984, l’altra è occultarla sotto il “rumore” dell’informazione irrilevante e di cattiva qualità…

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Gomorra

Gomorra, 2008, di Matteo Garrone, con Toni Servillo (e molti altri).

Un bel film, diciamolo subito. Un film sinceramente neo-realista, per molti versi. Un film fedele al libro da cui è tratto.

Proprio quest’ultimo aspetto, però, mi permette di chiarire i motivi della mia parziale insoddisfazione. Sono uscito dal cinema un po’ perplesso, dicendomi: “Il libro è meglio”. Ma, al tempo stesso, chiedendomi perché. Nessuno dei motivi che, in genere, ti fanno manifestare questo tipo di insoddisfazione mi sembrava all’opera.

Come dicevo, infatti, il film è molto fedele al libro. E non a caso, perché l’autore del libro, Roberto Saviano, è anche autore del soggetto e uno degli autori della sceneggiatura. Gli attori, in buona parte presi dalla strada (com’è, appunto, nelle tradizioni del neo-realismo) sono perfetti; più che perfetti, veri. Il suono in presa diretta cattura la lingua e i rumori di Napoli e del suo hinterland senza compiacimenti oleografici. Le “storie” (come le chiamano gli stessi autori nei titoli di coda) sono proprio quelle. E allora?

Penso che la differenza di fondo, a questo punto, sia nella diversità dei mezzi. Nel film, mi pare, prevale sempre il coinvolgimento emotivo, perché tutti i tuoi sensi sono “ingannati” dal mezzo. Nel libro, mezzo freddo per eccellenza, il lettore ha lo spazio per “riempire” i vuoti di informazione non trasmessa con la sua informazione a priori, e quindi per “tenere le distanze”. Gomorra, poi, è un testo sui generis: romanzo, lo chiama lo stesso Saviano; romanzo storico, direi io, nel senso in cui lo sono I promessi sposi; o forse docu-fiction.

Ecco, penso che la differenza fondamentale tra libro e film, e il mio principale motivo di insoddisfazione sia questo. Il libro mi ha provocato un colpo di fulmine. Quando ho cominciato a leggerlo mi sono detto: “ahah, ecco, questa è la camorra, così funziona la camorra”. E il secondo pensiero è stato: devo farlo leggere ai miei studenti. Il contrario di quando, da ragazzo, milanese, cercavo di capire che cosa fosse la mafia e non lo capivo (se l’ho capito è grazie a Falcone). Provo a spiegarmi: Il giorno della civetta, o A ciascuno il suo, di Sciascia, presuppongono che tu sappia già che cos’è la mafia e come funziona. Gomorra no, Gomorra te lo spiega. Fin dal primo capitolo. E il primo capitolo è essenziale alla comprensione, alla collocazione nel tempo e nello spazio, nella storia, nelle relazioni economiche e sociali, di tutto il resto del libro, romanzo o reportage che sia.

Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri.
Questa è oggi la camorra, anzi, il “Sistema”, visto che la parola “camorra” nessuno la usa più: da un lato un’organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall’altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell’immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de Il corvo con Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare. [dalle note di copertina]

Questo è quello che mi è mancato nel film, nonostante la storia di Angelina Jolie sia raccontata anche lì.

Qui il trailer:

Merita una citazione a sé la bellissima Herculaneum (composta da Robert “3D” Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack) che accompagna i titoli di coda.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Richard Meier – Chiesa di Dio Padre Misericordioso

Sono andata a visitarla ieri. Bianco abbacinante in una giornata di sole spietato.

Molto bella, con il contrasto tra le tre “vele” curve (la trinità? la chiesa come barca? – preferisco pensare che, in architettura come in musica, il “programma” venga dopo la concezione del tema e lo “sviluppo” dell’opera) e le masse dei parallelogrammi accentuati da contrasti tra bianco e ombra (il travertino) e tra vuoto e pieno.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

His Dark Materials

Pullman, Philip (1995, 1997, 2000). His Dark Materials (Northern Lights, The Subtle Knife, The Amber Spyglass). London: Scholastic. 2007.

Come mi accade abbastanza spesso, mi sono imbattuto in questo libro in modo fortuito. Sono abbonato a The Economist, e lo scorso febbraio l’editore mi ha inviato in omaggio una copia del loro magazine Intelligent Life, una rivista patinata e complessivamente irrilevante, peggio: insulsa. Ma un articolo era interessante: un’intervista a Philip Pullman, autore che non avevo mai sentito nominare.

Ho scoperto, così, che la trilogia His Dark Materials ha venduto 15 milioni di copie ed è stata tradotta in 40 paesi (Italia inclusa) e che il film La bussola d’oro (uscito intorno a Natale 2007 in Italia, e che non ero andato a vedere perché avevo trovato i manifesti singolarmente poco attraenti) era tratto dal primo volume della trilogia (Northern Lights in America è stato re-intitolato The Golden Compass). Ma quello che mi ha incuriosito di più è che il libro avesse provocato nelle gerarchie cattoliche una reazione ancora più scomposta di Harry Potter: La Association of Christian Teachers ha invitato i suoi aderenti a boicottare la pièce teatrale tratta dal libro. Il Mail on Sunday ha definito Pullman l’autore più pericoloso del Regno Unito. Più di recente, la Catholic League, negli Stati Uniti, ha invitato a boicottare il film perché “vende l’ateismo ai nostri ragazzi”.

Non potevo lasciarmelo scappare. Mi aspettavo una via di mezzo tra Harry Potter e Il signore degli anelli. Mi aspettavo, cioè, un polpettone fantasy per bambini avviati all’adolescenza o per adulti in vena di nostalgie del bel tempo che fu. Niente di tutto questo. Mi sono trovato tra le mani una storia profonda e ben scritta, problematica sotto il profilo etico e filosofico, attenta persino alla plausibilità scientifica. Il parallelo che mi è venuto in mente è con Ursula K. LeGuin, non tanto quella di The Dispossessed o di The Left Hand of Darkness, ma quella del ciclo di Earthsea. Anche nella trilogia di Pullman, i temi sono quelli al centro della condizione umana, della risposta della nostra coscienza, della nostra umanità, a situazioni ordinarie o straordinarie di tensione. Senza ricette preconfezionate, ma con una ricerca onesta e fragile del che fare e del come comunicare (empaticamente) con gli altri. Laicamente.

Certo, nel ciclo di Pullman la Chiesa, il Magisterium, è una forza dell’oscurantismo, dell’inumanità, del prevelere dei mezzi sui fini. C’è l’intolleranza, l’inquisizione, il cinismo, la guerra, la tortura, l’assassinio premeditato, la mutilazione dei bambini e l’oppressione degli adulti. Niente che la nostra Chiesa, nella sua storia, non abbia fatto. E che non abbiano fatto le altre religioni istituzionalizzate. Ma il punto non mi pare questo. Il punto mi pare quello che, per Pullman, l’individuo e l’umanità possono trovare una ragione d’essere soltanto “by thinking and feeling and reflecting, by gaining wisdom and passing it on”.

Tutto il resto è impostura: la vita dopo la morte è una grigia disperazione e le “anime” aspirano soltanto a dissolversi in atomi e a tornare nel grande ciclo della materia. Dio, l’Autorità è un fragile vecchio tenuto prigioniero, che aspira anch’egli a dissolversi nell’universo. Il regno dei cieli è un incubo di dominio. La repubblica del cielo è la piccola vita di ognuno di noi.

Ma la trilogia è anche una grande storia, un insieme di grandi storie e di grandi personaggi, umani anche se alieni. Un libro visionario, come nell’ispirazione che rimanda esplicitamente a William Blake. Un libro profondamente umano, e per questo “sacro”, come nell’ispirazione che rimanda esplicitamente al Paradiso perduto di John Milton.

Un libro, quest’ultimo, che non ho mai affrontato. Anche se avrei dovuto farlo, quanto meno per folklore familiare: un fratello di mio nonno paterno, che aveva fatto al più le elementari (siamo agli inizi del Novecento), se ne era innamorato talmente da chiamare due dei suoi figli Milton e Credo (Milto e Crèdo nella storpiatura del dialetto modenese). Proverò ad affrontare la lettura in inglese (anche se non so se me la caverò con l’inglese del 1674), oppure ripiegherò sulla buffa traduzione (ottocentesca) di Lazzaro Papi.

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

The Great Gatsby

Fitzgerald, Francis Scott (1926). The Great Gatsby. London: Penguin. 1998.

Sono un lettore onnivoro, ormai dovreste averlo capito. Ma ho delle lacune. Nessuno è completo, a tutto tondo, e comunque la simmetria non mi piace. Ci sono libri che uno non legge per antipatia istintiva, altri che vengono rinviati a tempi migliori, altri scartati proprio perché alla moda o comunque obbligatori. Fitzgerald mi era antipatico perché adorato da troppi, e perché collegato agli anni 20 di maniera dei balletti televisivi (Vecchia America dei tempi di Rodolfo Valentino, puah!).

Naturalmente, per quanto uno possa avere fiducia nel proprio istinto o nel proprio fiuto, il rischio di sbagliare è grande. O meglio, il rischio di sbagliare non è elevato, ma quando si sbaglia si sbaglia di grosso. Questo è il caso del romanzo di Fitzgerald: tutti dicono che è un capolavoro e lo è.

Mi aspettavo un romanzo americano di inizio secolo: vero, diretto, ma un po’ ingenuo. Il mio professore di greco, Pozzi, che era un cultore di Vico, avrebbe detto: Eschilo, non Sofocle né Euripide. Invece Fitzgerald è molto Euripide. Forse perché gli anni 20 non sono un’aurora ma un crepuscolo, o forse semplicemente perché Fitzgerald è uno scrittore colto, molto consapevole dei suoi mezzi. Il suo romanzo è studiato parola per parola, controllatissimo. Paradossalmente è molto più nativo, eschileo, The Catcher in the Rye.

Potrei proporvi molte letture del romanzo, che è molto complesso e molto stratificato (se fosse una torta, sarebbe una millefoglie). E anche molte citazioni. Ma vi toglierei il piacere di una lettura, o di una rilettura, e quindi mi limiterò a una sola citazione, che compare nelle ultime righe, ed è molto vicina ai miei umori di questi giorni:

Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—to-morrow we will run faster, stretch out our arms farther… And one fine morning –

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past. (pp. 171-172)

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Giò Ponti

Mi picco di essere un cultore dell’architettura moderna, anche se il mio interesse è stato tardivo. Proprio per questo la scoperta di pochi giorni fa mi brucia.

Sono passato davanti a questa casa – Milano, zona Fiera, via Domenichino 1 – pressoché quotidianamente per 6 anni, sulla strada per andare a scuola. Poi sono andato ad abitare praticamente di fronte, per altri 7 anni e mezzo. Al piano terreno abitava un mio amico. Di più, ci abitava la sorella del mio amico, la bellissima Bea.

Eppure non ho mai saputo che quella bella casa – perché gli occhi per vedere che era una signora casa, oltre che una casa signorile, ce li avevo eccome – è opera di Giò Ponti.

Questa è la scheda che ho trovato qui:

Il progetto di questo edificio, redatto da Gio Ponti ed Emilio Lancia, è caratterizzato da una pianta a L e da una torre d’angolo.
La struttura è in cemento armato e laterizi con fondazione a palafitte e solai in cemento armato con elementi in cotto. Per il rivestimento delle facciate è stato utilizzato l’intonaco rosso Terranova, ad eccezione del piano terreno e il primo piano per i quali sono state usate lastre di travertino. La decorazione è piuttosto limitata e l’architettura è stata risolta con uno straordinario rapporto tra massa materiali e colore. Ponti tenta in questo progetto di adattare gli elementi della tradizione ad un nuovo impianto, rappresentato da una nuova formula abitativa: il condominio. Gli elementi classici sono dunque intesi come fatto esclusivamente figurativo ed il loro uso è funzionale alle esigenze d’identificazione dell’utenza borghese.

L’elemento più fantasioso della struttura – quello che si allontana con un guizzo quasi gaddiano dalla rassicurante solidità borghese – è la torretta dell’ultimo piano. Raccontano le leggende (ma non so se è vero) che l’ultimo piano, torretta compresa, fosse l’abitazione di Giovanni Grazzini (1925-2001), critico cinematografico de Il corriere della sera.

Qualche altra foto trovata in rete.

Pandora

Vernant, Jean-Pierre (2006). Pandora, la prima donna (Pandora, la première femme). Torino: Einaudi. 2008.

Vernant è stato uno dei maggiori studiosi della grecità (storia, filosofia, mito). Questo libriccino è ripreso da una conferenza tenuta alla Biblioteca nazionale di Francia il 6 giugno 2005 da un Vernant ormai 91enne.

Nnostante il tema scabroso, quanto meno in tempi di femminismo (nonostante le forme da donna intatta che non ha mai generato – pàrthenos – e il fascino – charis – infusole da Atena e Afrodite, dentro di lei si celano l’indole di una cagna e il temperamento di un ladro), Vernant scrive un saggio leggero e profondo. La donna è coessenziale alla natura umana: l’uomo di differenzia dal dio e dall’animale per la condizione umana. La natura umana è definita dal nutrimento, dal fuoco e dalla morte. E in questi elementi, dal contrasto tra apparenza (bellezza) e realtà (caducità e morte): il cibo degli dei è magro ma tereno, quello degli uomini è ricco ma non nutre a lungo; il fuoco degli dei è eterno, quello dell’uomo deve essere curato e nutrito; gli dei sono eterni, gli uomini amano e si riproducono, ma muoiono.

Come sempre, Vernant coniuga miti e filosofia. E lo fa in un modo da farci rimpiangere la sua morte: come se anche lui, come un personaggio d’Esiodo, sia definito dal contrasto tra cristallina saggezza e deperibile animalità.

Da tanta bellezza non può venire alcun male.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

1° luglio – Marlon Brando

È morto 4 anni fa, il 1° luglio 2004.

Voglio ricordarlo con la più controversa delle sue interpretazioni, anche se certo non la più bella: quella di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci.

Il motivo: è una pagina nera della censura e dell’oscurantismo italiano.

In Italia il film uscì nelle sale il 15 dicembre 1972, un giorno dopo l’anteprima europea (aveva debuttato il 14 ottobre 1972 a New York); la settimana seguente il film fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a sé stesso”. In seguito a questa e ad altre denunce, cominciò un iter giudiziario che portò il 29 gennaio 1976 alla sentenza della Cassazione che condannò la pellicola al rogo. Furono salvate alcune copie che oggi sono conservate presso la Cineteca Nazionale. Per il regista ci fu una sentenza definitiva per offesa al comune senso del pudore, reato per il quale venne privato per cinque anni dei diritti civili (fra cui quello di voto) e fu condannato a quattro mesi di detenzione (pena poi sospesa). Soltanto a distanza di quindici anni, nel 1987, la censura riabilitò il film, permettendone la distribuzione nelle sale (Bertolucci stesso ne aveva conservato clandestinamente una copia).

La scena che riportò qui sotto non è quella famigerata, ma astenetevi dal guardarla se pensate sia viziata da “esasperato pansessualismo fine a sé stesso”. Se invece siete adulti, appezzate come Brando sappia recitare con ironia anche una scena come questa.

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »