My Fair Lady

My Fair Lady, 1964, di George Cukor, con Audrey Hepburn e Rex Harrison.

OK, tutto quello che volete. Sfarzo, musica, cura dei particolari (Cecil Beaton), grande recitazione (a me è piaciuto moltissimo, tra i comprimari, Stanley Holloway che interpreta Alfie Doolittle). Broadway al cinema. Posso persino ammettere che, come film di natale, meglio questo che Parenti o Vanzina. Ma non è il mio genere di intrattenimento. 3 ore di noia punteggiate di qualche dialogo riuscito.

La mia scena preferita (“C’mon, Dover! Move your bloomin’ arse” gridato da Audrey Hepburn al cavallo su cui ha scommesso all’inaugurazione di Ascot) non la posso incorporare, quindi dovete andarvela a vedere qui.

Consolatevi con il trailer originale. Io trovo già noiosi questi 5 minuti!

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The Evolution Man – Quel che potrebbe dire Binetti a Veronesi

Lewis, Roy (1960). The Evolution Man. Or, How I Ate My Father. New York: Vintage. 1994.

Questo libro ha una storia strana. Fu originariamente pubblicato nel 1960, sul mercato britannico (Lewis era un giornalista dell’Economist e del Times) con il titolo What We Did to Father. La traduzione italiana di Adelphi del 1992 (Il più grande uomo scimmia del Pleistocene) fu un successo clamoroso (siamo ormai alla 23° edizione nella collana Fabula e alla 9° nella collana gli Adelphi). Ripubblicato nel Regno Unito con un nuovo titolo nel 1968 (Once Upon an Ice Age), dovette attendere il 1994 per l’edizione americana, che è quella che ho letto io.

È un libro di culto, ma anche di nicchia (è intorno al 180.000 posto nella classifica di Amazon). Più apprezzato in Italia che in patria. Come l’ho trovato? Leggero, ma non stupido. A tratti esilarante, anche se – a mio parere – niente di comparabile con Douglas Adams (ne abbiamo parlato su questo blog in 2 occasioni, qui e qui) cui qualcuno l’ha incautamente comparato.

Uno dei miei personaggi preferiti è lo zio Vanya, il portavoce della conservazione. E una sua osservazione mi sembra l’epitome di tutti i conservatorismi, e una bella definizione sintetica della differenza tra progressisti e conservatori:

You call it progress, I call it disobedience (p. 58).

Lo potrebbe dire Paola Binetti a Umberto Veronesi.

Stanislaw Lem – L’indagine del tenente Gregory

Lem, Stanislaw (1959). L’indagine del tenente Gregory. Torino: Bollati Boringhieri. 2007.

Perché tradurre dopo 48 anni un romanzo di Stanislaw Lem (Lem è un grandissimo scrittore di fantascienza polacco: basti per tutti Solaris, un bellissimo di film di Tarkovsky e un discreto remake di Soderbergh)? Perché spacciarlo per “l’appassionante giallo di un maestro della fantascienza”?

Non è un giallo. Non è appassionante. È  ben scritto e angoscioso. Ma non si capisce dove vuol andare a parare. Penso che sia un racconto filosofico, ma un po’ la filosofia mi sfugge. Il passaggio più rivelatore (ma non per questo perspicuo) mi sembra questo:

– Ma se cosl non fosse? Se non ci fosse nulla da imitare? Se il mondo non fosse un rompicapo da risolvere, ma solo un calderone in cui nuotano alla rinfusa pezzi sparsi che, di tanto in tanto e per puro caso, si aggregano in un insieme? Se tutto ciò che esiste è frammentario, incompleto e abortito, gli eventi possono an­che essere la fine di qualcosa senza il suo inizio, o la sua parte cen­trale, o solo il suo principio, o solo la sua fine … mentre noi conti­nuiamo a suddividerli, selezionarli e ricostruirli finché ci pare di avere messo insieme un amore completo, un tradimento completo o una sconfitta completa … mentre in realtà siamo solo frammenti ca­suali. Le nostre facce e i nostri destini sono un puro frutto della sta­tistica, siamo la risultante dei moti browniani, gli uomini sono ab­bozzi incompiuti, progetti buttati giù e lasciati a metà. Perfezione, completezza, eccellenza non sono che rare eccezioni dovute all’i­naudita, incredibile sovrabbondanza dell’esistente! L’immensità del mondo, la sua incalcolabile molteplicità regolano la banalità quoti­diana colmando in apparenza brecce e lacune, mentre la mente, per sopravvivere, scopre e associa frammenti sparsi. Usiamo la religione e la filosofia come un collante con cui aggregare e tenere insieme frattaglie statistiche sparse, per conferire loro un senso unitario e farle suonare all’unisono come una campana celebrante la nostra gloria! E invece sotto a tutto questo non c’è che il famoso caldero­ne … L’ordine matematico del mondo è la nostra preghiera alla pira­mide del caos. Siamo circondati da brandelli di vita privi di signifi­cato, che noi etichettiamo come «eccezionali» perché non vogliamo vedere! Di vero non c’è che la statistica. L’uomo razionale è l’uomo statistico. Prendiamo un bambino: sarà bello o brutto? Gli piacerà la musica? Si ammalerà di cancro? Tutto viene deciso da un lancio di dadi. La statistica presiede al nostro concepimento, è lei a sorteg­giare il coagulo dei geni da cui si svilupperà il nostro corpo, lei a estrarre a sorte la morte di cui moriremo. Ma se è la normale inci­denza statistica a decidere l’incontro con la donna che amerò e la durata della mia vita, perché non potrebbe decidere anche della mia immortalità? Non può essere che, di tanto in tanto, per puro caso, a qualcuno tocchi in sorte l’immortalità, come ad altri toccano in sor­te la bellezza o l’infermità? Se non esistono processi prestabiliti, se disperazione, bellezza, gioia e bruttezza sono frutti della statisti­ca … allora anche il nostro sapere è fatto di statistica: esiste solo il gioco cieco, un’eterna combinazione di schemi fortuiti. L’infinito numero delle Cose deride la nostra passione per l’Ordine. Cercate e troverete: purché abbiate cercato con il dovuto fervore, finirete sempre col trovare: la statistica non esclude nulla, la statistica rende tutto possibile, tutt’al più si tratterà di cose più o meno probabili. La storia, invece, è il realizzarsi dei moti browniani, la danza stati­stica di particelle che non cessano di sognare un altro mondo ter­reno …
– Forse anche Dio esiste solo di tanto in tanto? – disse sottovoce l’ispettore capo. Chino in avanti, la faccia nascosta, ascoltava quel­lo che Gregory tirava fuori a fatica senza osare guardarlo.
– Forse – rispose Gregory con indifferenza. – Ma le interruzioni nella sua esistenza si protraggono piuttosto a lungo.
Si alzò, si avvicinò alla parete e fissò senza vederla una delle fo­tografie.
– Forse anche noi … – cominciò, esitando – anche noi esistiamo solo in modo sporadico. Nel senso che a volte esistiamo con minore intensità, certe altre ci dissolviamo e non ci siamo quasi per niente. Poi, reintegrando con uno scatto improvviso il brulichio scompagi­nato della memoria torniamo a esistere per lo spazio di un giorno …

Edoardo Nesi – L’età dell’oro

Nesi, Edoardo (2004). L’età dell’oro. Milano: Bompiani. 2006.

L'età dell'oro

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“Sarà l’acqua? Sarà l’aria? Sarà il caffè?”, diceva una pubblicità di qualche anno fa. Qui mi riferisco a Prato: che cosa ci sarà a Prato che ha generato due scrittori interessanti come Sandro Veronesi (in questo momento inflazionato, ma non è tutta colpa sua) ed Edoardo Nesi?

Non avevo letto nulla di lui. L’ho incontrato per caso, guardando il documentario di Daniele Vicari Il mio paese. Nel capitolo pratese, Nesi ci fa vedere gli ambienti (le case principesche, le fabbriche vuote) in cui è ambientato il suo romanzo, e ne legge qualche pagina. Io l’ho cercato – confesso – prevalentemente per motivi professionali. Mi aspettavo una specie di docu-fiction.

Invece è un romanzo vero, potente. Nesi ha grande capacità di scrittura, sa muoversi tra i registri (volta per volta, comico, lirico, epico). Soprattutto, Ivo il Barrocciai è un personaggio grandioso, a tutto tondo, che straborda dalla pagina nella sua vivacità e nella sua vitalità, nel suo amore per la vita. Bigger than life. Un Leopold Bloom pratese, ma anche un personaggio della commedia all’italiana della migliore qualità, rabelesiano nella sua viva volgarità. Ugo Tognazzi, se fosse toscano (e se fosse vivo), ne sarebbe l’interprete perfetto.

Sotto il profilo documentaristico, è un romanzo vero più di tante analisi economiche e sociologiche. Prato è còlta nella sua grandiosità e nella sua piccineria. Còlta anche nelle sue antiche radici ghibelline e “volgari” (i fiorentini non ammettevano corporativamente i pratesi neppure nelle industrie tessili “nobili”, e meno che mai nelle loro case), nella sua grandiosa cialtroneria, nella capacità d’inventarsi occasioni di guadagno e di successo, ma anche nell’incapacità di uscire dalla materialità del produrre. In questo, il romanzo di Nesi ci insegna del “declino” italiano più di tanti libri d’economia e di sociologia.

Ivo il Barrocciai è eterno, ma muore. Forse anche il nostro povero paese.

PS: Nesi è il traduttore di Infinite Jest di David Foster Wallace. Tanto di cappello.

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Raymond Carver – Will You Please Be Quiet, Please?

Carver, Raymond (1976). Will You Please Be Quiet, Please? London: Vintage. 2003.

Ho un problema con i racconti. Preferisco i romanzi. Mi piace veder crescere i personaggi, a tutto tondo. Non tutti i romanzi ci riescono. Ma i racconti quasi mai, strutturalmente.

Per di più, io sono un lettore, almeno in parte, frammentario. Uno dei miei tempi di lettura è il viaggio in metropolitana. Con i racconti è un problema, se la durata del viaggio consente di leggerne più d’uno. Vuol dire che non c’è l’agio di finire un racconto, chiudere il libro, e guardare nel vuoto per un po’, pensandoci su. Sembra una sciocchezza, ma è un problema serio.

Carver scrive letteralmente come un dio, lo riconosco. Ma non mi basta. I racconti, poi, appartengono (sono rozzo, lo so, ma volutamente) a due grandi categorie: quelli in cui succede qualcosa, nelle ultime righe, e quelli in cui non succede niente. Quelli di Carver appartengono alla seconda categoria (con una sola eccezione, in questa raccolta).

Poiché Carver è così statico, non dovrebbe sorprendere che ci trovi risonanze visive e non letterarie. Edward Hopper, ad esempio.

O Grant Wood, di cui ricorre oggi il 116° anniversario della nascita.
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Gianrico Carofiglio – I casi dell’avvocato Guerrieri

Carofiglio, Gianrico (2002), Testimone inconsapevole. Palermo: Sellerio. 2006.

Carofiglio, Gianrico (2003), Ad occhi chiusi. Palermo: Sellerio. 2006.

Carofiglio, Gianrico (2006), Ragionevoli dubbi. Palermo: Sellerio. 2006.

Li ho letti uno dopo l’altro, e questo non ha giovato. Soprattutto non ha giovato che avessi letto il pur bellissimo L’arte del dubbio. Il problema è che così i meccanismi narrativi per me erano assolutamente trasparenti (al di là del fatto che alcuni episodi riportati come esempi ne L’arte del dubbio sono utilizzati nei romanzi) e mi hanno privato in parte del fattore sorpresa. Il bello dei casi dell’avvocato Guerrieri, infatti, la novità, sono i contro-interrogatori, e la scoperta della loro valenza dialettica e drammatica.
Che cosa resta, tolto questo? L’avvocato Guerrieri stesso, simpatico e tormentato quanto basta. Un personaggio del nostro tempo, in cui non è difficile riconoscersi. Sotto questo profilo, meglio il primo romanzo (con la fine del matrimonio e l’innamoramento per Margherita) e il terzo (l’attrazione impossibile per la giapponese). Certo, anche qui qualche manierismo affiora: ma è anche effetto della lettura consecutiva.
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Match Point

Match Point, 2005, di Woody Allen, con Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers.

Ho visto il film in versione originale con i sottotitoli in italiano per non udenti. Questa circostanza mi aiuta molto a riassumere la trama. Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) quando è con Chloe (la moglie) sospira, ma quando è con Nola (Scarlett Johansson) ansima. Quando è solo inspira ed espira. Ma poi, via via che si avvicina il finale, sospira anche da solo.
Il film è molto bello, anche formalmente. Una bellissima Londra, piena di begli ambienti e di opere d’arte (l’opera d’arte più bella, però – lo so che è una battuta corriva – è il culo della Johansson).
Il mio personale problema è che fatico – non soltanto nei film, ma anche nei romanzi – a comprendere gli arrampicatori sociali. Non dico a immedesimarmi in loro, ma anche soltanto a capirne le motivazioni, le molle interiori, la logica. Temo, in questo, di essere portatore (ahimè immotivatamente) dell’ideologia della classe dominante.
Non è un morality play tradizionale: il delitto è senza castigo (anche se all’inizio Chris legge svogliatamente Dostoevskij). Non c’è qui il moralismo di Hitchcock. Ma una morale c’è: i due parvenu ansiosi di conquistare la società dell’old money londinese sono entrambi sconfitti, lei perché scivola sull’inesorabile destino che attende le donne belle che ce la vogliono fare da sole, lui perché sopravvive soltanto al costo della totale assimilazione. D’altro canto, l’attrazione tra i due outsider, in fondo così simili, era inevitabile; ma altrettanto certo è che quella liaison era l’opzione sicuramente perdente. Quello che per i due è una tragedia, per l’establishment è una perturbazione passeggera, un’increspatura della superficie. L’establishment vince anche stavolta, senza nemmeno scomodare Scotland Yard.
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Il rumore sordo della battaglia

Scurati, Antonio (2006). Il rumore sordo della battaglia. Milano: Bompiani. 2006.

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Ancora una volta il caso, o la serendipity, per dirla più pomposamente.

Non sapevo neppure chi fosse Scurati, finché non ho letto il suo articolo sull’aborto, che mi ha entusiasmato e ho riportato qui sul blog.

Ovvio che mi venisse la curiosità di leggere un suo romanzo. L’ho fatto. Che me penso?

Un romanzo manierista e virtuosistico, eccessivo. Certamente ben scritto.

Non un “bel romanzo”. Da una parte (chissà se Scurati si offende) viene in mente più l’operazione che Evangelisti fa con l’inquisitore Eymerich che quella di Eco ne Il nome della rosa (che Scurati cita esplicitamente nella postfazione) o di Wu Ming in Q. Dall’altra, viene in mente il bellissimo film di Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, che tratta i medesimi temi (l’avvento delle armi da fuoco) con ben altra poesia e profondità.

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Mani sporche

Barbacetto, Gianni, Peter Gomez e Marco Travaglio (2007). Mani sporche. Milano: Chiarelettere. 2007.

Un utile (ancorché prolisso) riassunto delle puntate precedenti. Soprattutto adesso che stiamo scrivendo l’ultima in presa diretta.

La cosa più interessante l’ho trovata a pagina 385:

Nel 1993, sull’onda dello scandalo di Tangento­poli, gli italiani chiamati al referendum aboliscono il finanziamen­to pubblico dei partiti con una maggioranza del 90,3 per cento. L’allora premier Giuliano Amato ne prende atto con realismo: «Cerchiamo di essere consapevoli: l’abolizione del finanziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli organi pubblici e collocato tra essi». La re­staurazione berlusconiana e poi partitocratica trova però il modo di aggirare il referendum. Come? Con il trucco dei «rimborsi elet­torali». Sulle prime, le cifre sembrano quasi sopportabili: 800 lire per ogni cittadino residente e per ognuna delle due Camere. In to­tale ogni italiano devolve alle campagne elettorali dei partiti 1600 lire (detratta l’inflazione, 1 euro e 10 centesimi di oggi). Sembra un’inezia, invece è già troppo: la Corte dei conti segnala che i par­titi, per le elezioni, ricevono molto più di quel che dicono di spen­dere. Ma il 2 gennaio 1997 il Parlamento – a maggioranza Ulivo, ma con i voti del Polo – decide di cambiare di nuovo e approva la legge n. 2 che prevede un contributo volontario dei cittadini, i qua­li possono devolvere ai partiti il 4 per mille dell’lrpef (il denaro rac­colto finisce in un fondo e ripartito poi in base al peso elettorale di ciascun partito). Massimo D’Alema osserva che i partiti si espon­gono così «a essere giudicati dai cittadini» a dispetto del «qualun­quismo becero e antidemocratico contro il sistema dei partiti». E promette che, per recuperare la fiducia dei cittadini, «i partiti deb­bono rinnovarsi, essere trasparenti, sottoporsi a un controllo da parte dei cittadini». Parole imprudenti, visto che nulla verrà fatto per sottrarre i partiti alla sfera privatistica con una codificazione della loro responsabilità giuridica e con la conseguente, indispensa­bile certificazione dei bilanci. Risultato: il 4 per mille lo versano pochissimi italiani (il numero esatto non sarà mai comunicato).
Così, per evitare la bancarotta dei partiti, il ministro Visco è co­stretto ad anticipare loro, a spese dei contribuenti, 160 miliardi di lire per il 1997 e 110 per il 1998. Per una volta, l’opposizione di centrodestra – solitamente così agguerrita – non leva nemmeno un vagito di protesta. Tutti zitti, tutti d’accordo. Si torna così, alla che­tichella, al finanziamento diretto dello Stato. Nel 1999 viene varata una nuova legge, che archivia l’esperimento del 4 per mille senza il minimo dibattito sulle ragioni del suo fallimento, e torna all’anti­co: cioè ai rimborsi elettorali (concessi ovviamente in anticipo) per le elezioni di rinnovo della Camera, del Senato, dei consigli regio­nali, del Parlamento europeo: 1 euro per ciascun cittadino iscritto alle liste elettorali. Viene pure abbassato il quorum per ottenere il rimborso: se la legge del ’93 pretendeva almeno il 3 per cento dei voti, con la nuova legge basta l’1 per cento. Così le liste e i partiti avranno tutto l’interesse a moltiplicarsi a dismisura. Fra l’altro, i fi­nanziamenti privati (almeno quelli dichiarati) sono bassissimi: nel 2005, «Il Sole 24 Ore» rileva che per Forza Italia, Ds, An e Pdci il finanziamento pubblico rappresenta l’80 per cento delle entrate; per Margherita, Nuovo Psi e Lista Pannella il 90; per l’Italia dei va­lori addirittura il 99,9. E tutti i partiti, al 31 dicembre 2005, risul­tano nei debiti fino al collo. I più indebitati sono proprio i due maggiori: i Ds con 179 milioni di euro e Forza Italia con 113.
I cosiddetti «rimborsi» vengono usati solo in minima parte per le campagne elettorali: per la gran parte servono a mantenere le strutture delle varie formazioni politiche anche negli anni in cui non si vota. Con un surplus di ipocrisia, i partiti promettono che, se gli anticipi supereranno le spese effettivamente sostenute per le elezio­ni, le somme «eventualmente ricevute in eccesso» verranno restitui­te entro cinque anni, a rate nella misura del 20 per cento all’ anno. Ma poi l’apposito decreto di conguaglio non viene mai varato, ren­dendo impossibile l’eventuale restituzione dei surplus. In pochi mesi i tesorieri dei partiti, quasi tutti d’accordo, ritoccano verso l’alto l’importo del «rimborso», che passa a 2 euro per ogni elettore e per ogni Camera, per le elezioni eutopee e per le regionali. Più un forfait, volta per volta, per le elezioni comunali e provinciali. Così, nel 2001l, le forze politiche incassano 92.814.915 euro.
Nel 2002, mentre si scontrano in Parlamento e in piazza sulle «leggi-vergogna» del governo Berlusconi, destra e sinistra presenta­no insieme una leggina con firme multicolori (Deodato, Ballaman, Giovanni Bianchi, Biondi, Buontempo, Colucci, Alberta De Si­mone, Luciano Dussin, Fiori, Manzini, Mastella, Mazzocchi, Mus­si, Pistone, Rotondi, Tarditi, Trupia, Valpiana) che alza i cosiddetti «rimborsi» addirittura a 5 euro per ogni avente diritto al voto, e sempre per ciascuna delle due Camere. Non basta: i rimborsi per il Senato vengono calcolati in base agli elettori della Camera, che so­no oltre 4 milioni in più (e fruttano ai partiti 20.491.120 euro in più). Di aumento in aumento, di ritocco in ritocco, nel 2006 il to­tale dei rimborsi elettorali raggiunge la cifra record di 200.819.044 euro. Più del doppio dei 93 milioni incamerati nel 2001. Se nel 1993 ogni italiano versava ai partiti 1,1 euro, nel 2006 ne devolve 10. Come scrivono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel libro La Casta, «ogni ciclo elettorale (politiche, regionali, europee, ammini­strative … ) ci costa ormai un miliardo di euro a lustro».

Avete capito bene. Ma se vi fosse sfuggito ve lo spiego io. Tutta l’ammuina sul sistema elettorale e sulle soglie di sbarramento, i dotti articoli dei politologi su rappresentanza e governabilità, il modello francese, tedesco, spagnolo e delle isole Tonga sono fumo negli occhi. I partitini sopravvivono per effetto del meccanismo dei rimborsi elettorali, che spettano ai partiti con l’1% dei voti; i rimborsi sono anticipi e non sono commisurati alle spese effettivamente sostenute; e la casta la manteniamo noi contribuenti.

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L’arte del dubbio, di Gianrico Carofiglio

Carofiglio, Gianrico (2007). L’arte del dubbio. Palermo: Sellerio. 2007.

Gianrico Carofiglio è un magistrato e scrittore. In quest’ultima veste, è famoso per i 3 casi dell’avvocato Guerrieri, tutti pubblicati da Sellerio e anche trasposti in una serie televisiva. Io ho letto, prima di questo libro, Il passato è una terra straniera, romanzo che non appartiene alla serie dell’avvocato Guerrieri.

Questo invece è un saggio, anche se un saggio sui generis, che trae origine su un manuale di tecnica del contro-interrogatorio, arricchito e vivacizzato da molti esempi tratti dai verbali di alcuni dibattimenti.

L’ho trovato molto interessante soprattutto per le considerazioni iniziali e finali, dove la riflessione di Carofiglio si sposta su temi rilevanti per chiunque faccia ricerca, soprattutto nell’ambito delle scienze sociali. Per questo la mia recensione sarà lunga, e chi non è interessato mi abbandoni qua. Non mi offenderò.

Carofiglio muove da premesse in qualche misura post-moderne, di costruttivismo radicale (il testo di riferimento è La realtà della realtà di Paul Watzlawick), che condivido soltanto in parte:

«Per capire che una risposta è sbagliata non occorre una intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mente creativa».
La riflessione sia teorica che pratica su qualsiasi professione che preveda la proposizione di domande e includa la prerogativa di attendere, o addirittura pretendere, delle risposte deve tenere conto della verità custodita in questa massima.
Ottenere date risposte piuttosto che altre, in molteplici campi dell’agire umano, dipende non solo e non tanto dal substrato di informazioni e conoscenze in possesso dell’interrogato e dal suo livello di sincerità, ma anche dai modi e dai contesti in cui la domanda è posta. ­
Per comprendere in pieno il senso di questa affermazione è necessario spendere qualche parola sul funzionamento della comunicazione umana e sul rapporto, per certi aspetti misterioso, che esiste fra comunicazione e realtà. ­­
I meccanismi della comunicazione non sono entità neutre rispetto al loro oggetto, vale a dire rispetto ai fatti, alle informazioni, alle conoscenze, insomma, complessivamente, rispetto a ciò che siamo soliti chiamare realtà. La comunicazione non è semplicemente uno strumento per rappresentare oggetti da essa separati o in essa contenuti; essa invece condiziona costitutivamente la struttura stessa dei fatti e delle conoscenze. Come è stato provocatoriamente affermato da un celebre studioso del comportamento umano: «la comunicazione crea quella che noi chiamiamo realtà».­­­
Questa affermazione, dall’apparenza paradossale, prende le mosse dalla constatazione del carattere illusorio delle nostre idee tradizionali sulla realtà. Metafisicamente illusoria in particolare, è la fiducia nell’esistenza di un’unica realtà, quando «in effetti esistono molte versioni diverse della realtà, alcune contraddittorie, ma tutte risultanti dalla comunicazione e non riflessi di verità oggettive, eterne». Nel film Rashomon del regista giapponese Kurosawa questo concetto è sviluppato meglio che in qualsiasi riflessione teorica. ­­­­­
­­­­­­­­L’opera cinematografica narra di un samurai assassinato mentre, con la moglie, attraversa una foresta. L’episodio viene raccontato da diversi soggetti e cioè il brigante autore dell’omicidio, la moglie del samurai, lo stesso samurai (evocato da una maga) e un boscaiolo testimone oculare del fatto. Ognuno di questi personaggi racconta una storia totalmente diversa per cui «tutte le versioni appaiono al tempo stesso vere e false; ognuna è dominata dagli interessi di chi la racconta». Dai racconti emergono tante verità quanti sono i protagonisti della vicenda.
La storia di Rashomon mostra come gli angoli visuali incidano in modo determinante sulla rappresentazione, sulla narrazione e, in un senso peculiare, sulla creazione stessa della realtà di soggetti diversi (pp. 13-15).

In realtà, mi sembra di capire che Carofiglio condivida le affermazioni radicali secondo le quali “la comunicazione crea quella che noi chiamiamo realtà” e “in effetti esistono molte versioni diverse della realtà, alcune contraddittorie, ma tutte risultanti dalla comunicazione e non riflessi di verità oggettive, eterne” soltanto con riferimento “all’individuazione di verità accettabili nella prospettiva dell’adozione di decisioni preferibili” (p. 207).

Verso la fine del libro ci sono considerazioni illuminanti.

La vicenda processuale è […] caratterizzata da una molteplicità di interazioni soggettive e momenti di comunicazione. […]
Abbiamo in primo luogo quella che potremmo de­finire interazione esplicativa. Essa intercorre fra le parti (pubblico ministero e avvocati) e il giudice (individuale o collettivo che sia) in un momento precedente alla formazione della prova orale utilizzabile ai fini della decisione e ha luogo nella fase dell’esposizione introduttiva dei fatti e nella formulazione delle richieste di prova.
Abbiamo in secondo luogo quella che potremmo de­finire interazione interrogativa. Essa è caratteristica del­le audizioni dibattimentali e intercorre direttamente fra le parti interroganti e i soggetti che forniscono il loro apporto di conoscenze per la formazione del materia­le utile alla decisione.
Abbiamo in terzo luogo l’interazione argomentativa caratteristica soprattutto della discussione finale. Essa intercorre fra avvocati (intendendo come tale, in questa fase, anche il pubblico ministero) e giudice ed è caratterizzata da quella che potremmo definire la funzione persuasiva. ­­
Questo schema ha un valore essenzialmente classificatorio e mette a fuoco la funzione preminente di ciascuna delle tre fasi indicate. L’utilità classificatoria dello schema non deve però far perdere di vista il dispiegarsi concreto della vicenda processuale nei cui diversi passaggi si intrecciano e si sovrappongono momenti conoscitivi, esplicativi e argomentativi. In particolare la funzione esplicativa e la funzione persuasiva percorrono l’intero arco della vicenda dibattimentale, partendo dall’esposizione introduttiva, proseguendo con la fase istruttoria per giungere al momento prevalentemente caratterizzato dalla persuasività, vale a dire quello delle argomentazioni conclusive.
[…]
È stato sottolineato opportunamente che nel nuovo sistema processuale le parti «dibattono ed argomentano (istruzione dibattimentale vuol dire anche questo) con le rispettive prove molto più che attraverso la discussione finale».
L’affermazione appare corretta ove si tenga conto delle facoltà, attribuite alle parti, di decidere quali mezzi di prova richiedere, di stabilire in quale successione assumere le prove orali e, soprattutto, di articolare il modo di assunzione di tali prove orali in prospettiva strategica. ­­
Su tali basi è possibile leggere il complesso delle scelte strategiche dibattimentali come espressione della funzione argomentativa immanente all’intero processo, considerato dall’angolo visuale delle parti. ­­In altri termini l’intero processo può essere considerato come un’unica struttura argomentativa complessa ma unitaria; come un apparato in cui, fornendo informazioni ed evocando conoscenze, le parti procedono in un percorso persuasivo che culmina nella fase esplicitamente argomentativa della discussione finale. ­­­
Il processo penale ha in definitiva una generale dimensione retorica. Una simile affermazione richiede l’esplicitazione di alcuni concetti (pp. 203-205).

Il primo punto interessante mi sembra questo: il processo penale è una struttura argomentativa. Come vedremo, questo riferimento alla “struttura argomentativa” può essere esteso al campo delle scienze sociali (in senso lato), dove l’obiettivo è quello della costruzione di una verità accettabile (condivisa) funzionale all’adozione di una decisione.

Il secondo punto è che l’argomentazione pertiene alla dimensione retorica.

La retorica, nella moderna accezione del termine, è la disciplina che si occupa della argomentazione sia dal punto di vista della riflessione teorica che dal punto di vista delle applicazioni pratiche. Tale disciplina, avuto riguardo al suo statuto epistemologico si identifica con la teoria della argomentazione la quale, in sostanza, ha il suo oggetto di studio nei mezzi di prova non dimostrativi cioè i mezzi di prova tipici di scienze dell’uomo quali il diritto, l’etica, la filosofia. ­­­­­
La dimostrazione costituisce lo strumento per l’affermazione delle verità formali, tipiche di discipline come la matematica, la geometria, la logica formale. La dimostrazione è in sostanza l’operazione intellettuale che da premesse postulate giunge ad affermazioni inconfutabili. ­­ ­
L’argomentazione costituisce invece lo strumento per pervenire alla verità (approssimativa in senso popperiano) di scienze umane, di discipline storiche ed in particolare alla verità processuale che è appunto una verità di tipo storico. L’argomentazione è in sostanza l’operazione intellettuale che da premesse empiriche conduce a conclusioni persuasive ed accettabili. ­­
Una importante conseguenza di questa distinzione è che il ragionamento dimostrativo – conducendo a conclusioni necessarie – vale indipendentemente dalle persone cui è rivolto; il ragionamento persuasivo – dovendo esso condurre a conclusioni accettabili – vale solo in riferimento a un determinato uditorio inteso come «l’insieme di coloro sui quali l’oratore vuole influire per mezzo della sua argomentazione».­­­­
Chiunque faccia uso dell’argomentazione pensa, in modo più o meno consapevole, a coloro che cerca di persuadere e che costituiscono l’uditorio cui i suoi argomenti sono indirizzati. Gli argomenti quindi, a differenza delle prove dimostrative, variano in funzione dei relativi destinatari; dei soggetti, cioè, nei confronti dei quali si vuole che operi il meccanismo della persuasione. ­­­
Norberto Bobbio, nella prefazione alla più celebre e completa opera moderna sulla retorica – il Trattato dell’argomentazione di Perelman e Tyteca – definisce la teoria dell’argomentazione «come la teoria delle prove razionali non dimostrative, ed in modo ancor più pregnante, come la logica (qui usando il termine logica in senso ampio) delle scienze non dimostrative».­­
Si tratta di un sistema logico che non si occupa di dimostrazioni (vale a dire di passaggi regolati dal principio di necessità da premesse assiomatiche a conclusioni necessarie) ma di prove non dimostrative, e il cui scopo è quello di condurre, per quanto interessa la sua applicazione al processo, alla individuazione di verità accettabili nella prospettiva dell’adozione di decisioni preferibili.
In tale quadro di riferimento concettuale va collocata la riflessione sulla pratica dell’argomentazione nell’arco di tutto il processo e non solo nelle fasi, in particolare quella delle conclusioni, esplicitamente connotate dalla funzione persuasiva. ­
Si argomenta infatti, naturalmente, con il discorso direttamente rivolto all’uditorio rispetto al quale si vuol realizzare il risultato persuasivo. Si argomenta anche però, nel processo come in altri contesti, con comportamenti non verbali e con interazioni discorsive (appunto le audizioni dibattimentali) non direttamente intercorrenti fra chi mira ad ottenere il risultato persuasivo ed il suo uditorio. ­­
In altri termini: fondamentali operazioni argomentative e persuasive nei confronti del giudice, possono essere svolte nel processo, oltre che con l’esposizione introduttiva e le conclusioni, con la scelta dei mezzi di prova, con la predisposizione della relativa assunzione e, soprattutto, con la strategia degli interrogatori, in essa includendo l’organizzazione della sequenza delle domande e i relativi modi di formulazione e di proposizione.­­
Tutti questi aspetti vanno articolati consapevolmente nel quadro di un apparato argomentativo di tipo modulare, nel cui ambito i vari passaggi siano strutturati armonicamente in prospettiva del conseguimento del risultato finale di convincimento dell’uditorio.
In sostanza dunque la corretta pratica del processo penale vigente implica l’articolazione di un complessivo discorso (intendendosi la nozione di discorso in senso ampio, siccome comprensiva anche di momenti di comunicazione non verbali o comunque indiretti) argomentativo che parta dalla esposizione introduttiva, proceda senza soluzione di continuità lungo tutto l’arco dell’ acquisizione probatoria e trovi il suo momento di conclusione e sintesi nelle perorazioni finali: requisitoria e arringhe. ­­­­
In questo senso il processo penale di impronta accusatoria ha una generale impostazione retorica. ­
Senza una precisa consapevolezza di tale dimensione retorica, nell’accezione appena chiarita, dell’intero processo penale non è possibile ricoprire con efficacia e correttezza il ruolo di protagonista della vicenda dibattimentale (pp. 206-209).

Come e in che cosa si manifesta l’argomentazione?

La relazione che si crea nel corso di una audizione dibattimentale ha struttura che si potrebbe definire triangolare. L’interrogante, quando propone le sue domande, si rivolge direttamente all’interrogato e indirettamente al giudice. A sua volta la risposta, se naturalmente viene recepita e registrata da chi conduce l’esame, ha come suo destinatario finale chi, ancora una volta il giudice, dovrà valutarla nel quadro complessivo delle acquisizioni processuali, ai fini di adottare una decisione sul merito della causa.
­­­[…]
In cosa si manifesta dunque la capacità di veicolare messaggi persuasivi? Il discorso è naturalmente di eccezionale complessità ed è possibile in questa sede tracciarne solo le coordinate generali.
Si rammenti in proposito quello che abbiamo detto sulla differenza fra logica dimostrativa e logica argomentativa. ­
Il ragionamento dimostrativo vale indipendentemente dalle persone cui è rivolto; il ragionamento persuasivo invece (sia esso diretto come nell’arringa o nella requisitoria, o indiretto come nel caso delle audizioni dibattimentali) vale solo in riferimento a un uditorio determinato. Gli argomenti quindi, a differenza delle prove dimostrative, debbono tendenzialmente adattarsi al pubblico cui sono destinati. ­­­
I messaggi sono tanto più comprensibili, e quindi tan­to più dotati di forza persuasiva, quanto più l’ascoltatore è in grado di inserirli in un suo autonomo quadro di conoscenze ed informazioni. Perciò, tanto più effi­cace sarà l’azione persuasiva quanto più ci saranno no­te le caratteristiche del nostro uditorio, vale a dire la personalità dei giudici. Quanto più, quindi, saremo in grado di adattare il nostro messaggio alle sensibilità e alle stesse capacità di contestualizzazione e compren­sione di tale uditorio, tanto più riusciremo ad orientarne correttamente le decisioni (pp. 209-211).

Anche qui, i punti da sottolineare – in quanto generalizzabili alle modalità di produzione di conoscenza delle scienze sociali – mi sembrano due: il rapporto tra argomento persuasivo e suo uditorio e, di conseguenza, il carattere dialettico del processo di costruzione di questa conoscenza.

La definizione del concetto di processo come categoria generale viene abitualmente riferita alla funzione di soluzione dei conflitti. Tale definizione coglie in termini astratti la ragione del processo, il perché del suo esistere nell’ambito delle collettività organizzate. In questa definizione non si individua però alcun elemento descrittivo dei modi, dei percorsi attraverso i quali il processo passa dalla posizione del conflitto alla soluzione del conflitto medesimo. ­­­­­
Questi modi e percorsi consistono – in estrema sintesi – nelle attività conoscitive volte a porre i fondamenti di fatto delle decisioni. ­
Su questa premessa è possibile definire il processo in generale, e il processo penale in particolare, come una struttura dinamica funzionalmente orientata alla produzione di conoscenze utili per la soluzione di conflitti. ­
In sostanza quindi si può affermare che all’essenza stessa del processo, e in particolare del processo penale, è connaturale l’attitudine a produrre conoscenza, a produrre sapere.­
La produzione di conoscenze è la fase concettualmente prodromica, o se si vuole il mezzo, per la soluzione dei conflitti.
All’evidenza la definizione del processo in genere come apparato per la produzione di conoscenze ha un carattere meramente descrittivo e non pone problemi particolari. Questa definizione taglia però fuori il tema del grado di attendibilità delle conoscenze prodotte e, in ultima analisi, del grado di corrispondenza di tali conoscenze alla verità. Questo tema si innesta e si identifica nella questione dei diversi modelli processuali e delle loro diverse attitudini a produrre conoscenze attendibili, saperi affidabili. ­­­­
Non sembra dubbio comunque che le conoscenze, e in sostanza le verità, che produce il processo siano verità storiche e non scientifiche o formali.
Di nessuna verità storica, come peraltro di nessuna verità scientifica nella prospettiva del falsificazionismo popperiano, è formalmente impossibile predicare il contrario, dovendosi da ciò desumere che il concetto di verità processuale sia ricostruibile, indirettamente, con una sorta di determinazione quantitativa delle probabilità contrarie (pp. 219-220).

È con questo passaggio che emerge il punto per me più interessante di tutta l’argomentazione (appunto!) di Carofiglio: la conoscenza prodotta dall’argomentazione non si fonda su una verità assoluta, ma su una credibilità probabilisticamente fondata, e dunque di natura statistica. Conclusione doppiamente interessante: perché colloca la statistica (come scienza) al centro dei processi di produzione di conoscenza – quanto meno al centro di gran parte, della parte più rilevante di questi processi; e perché la conoscenza così costruita è per costruzione laica (cioè non discendente da verità assolute) e dialettica (è aperta, e anzi sollecita, l’esercizio di una critica volta a sovvertire le “verità” provvisoriamente raggiunte).

In definitiva, cioè, si può parlare di raggiungimento della verità nel processo solo laddove «le probabilità del contrario sono confinate in un’area così ristretta da essere convenzionalmente accettata». Il ragionamento giudiziario, che ha la forma di una inferenza induttiva e non di un processo deduttivo, passa da una verità di premesse ad una rilevante probabilità delle conclusioni, senza che sia impossibile affermare 1’impossibilità – ma solo una rilevante improbabilità – che la detta conclusione, definita come vera, sia falsa.­­­­
Accolta una simile nozione della verità processuale, sembra ormai culturalmente acquisito che il metodo più affidabile per produrla sia quello proposto dal paradigma dialettico su cui si basa il processo accusatorio. ­
La possibilità offerta dal metodo dialettico di formazione della prova, di sottoporre a tentativi di falsificazioni le verità del processo nel momento stesso in cui esse si formano, costituisce garanzia di resistenza di tali verità, elevando il grado di probabilità che la conclusione dell’induzione giudiziaria sia vera o (il che è lo stesso) riducendo il grado di probabilità che essa sia falsa. ­­
In tale concetto risiede il senso della differenza fra metodo inquisitorio e metodo accusatorio, senso che va colto nei diversi percorsi di formazione della prova, la quale è in un caso prodotta da una ricerca solitaria e segreta; nell’altro modellata dallo scontro di (proposte di) verità e tentativi di falsificazione. ­
A fronte dell’incedere per teoremi del giudice inquisitore, il metodo dialettico porta con sé una fondamentale istanza di conoscenza critica che trova il suo punto di massima espressione nel momento e nella funzione del controesame. ­
L’atto del domandare dubitando, che sintetizza l’essenza e la ragione del controesame, costituisce espressione di libertà dai vincoli di verità convenzionali e, soprattutto, dai pericoli di decisioni precostituite. Esso è dunque momento fondamentale, e quasi metafora, di una ricerca laica e tollerante della verità praticata attraverso i modi dell’argomentazione e della persuasione. ­­­­
Scriveva Norberto Bobbio: «La teoria dell’argo­mentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e la non-verità de­gli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a con­tinua revisione mercé la tecnica di addurre ragioni pro e contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza» (pp. 220-222).

Domandare dubitando è un motto che anche gli statistici dovrebbero scrivere sui loro templi, accanto a Numerus rei publicæ fundamentum.

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