Breve storia di lunghi tradimenti

Tullio Avoledo (2007). Breve storia di lunghi tradimenti. Torino: Einaudi. 2007.

I libri di Tullio Avoledo ti catturano alla prima pagina, e ti lasciano un po’ deluso quando li finisci (fa eccezione L’elenco telefonico di Atlantide, che ha un finale inatteso – una coda, a essere precisi).

Di questo vorrei mettere in luce tre aspetti: la satira, il post-modernismo, la trama e il trattamento dei personaggi. Il tutto, se possibile senza svelarvi troppo e senza togliervi la voglia di leggerlo.

La satira. Avoledo è uno scrittore satirico, e penso ne sia consapevole. La satira, nei suoi libri, opera a due livelli: quello della scelta dell’ambientazione – ancor più che della trama – e quello delle battute e del monologo interiore dei personaggi. Al primo livello, il mondo della banca (ne L’elenco telefonico di Atlantide e in questo Breve storia di lunghi tradimenti, che ne è in molti sensi la continuazione) è descritto in modo spietato e divertentissimo. Lo stesso accade per quello della nostra politica provinciale devoluta e cialtrona ne Lo stato dell’unione. Oltre allo sguardo lucido su questi ambienti, godibilissomo anche per chi non ci lavora dentro e ci è entrato in contatto anche occasionalmente (e chi, ahimè, non ha mai avuto a che fare con le banche e, meno di frequente, con un assessore?), Avoledo mette alla berlina il mondo dei consulenti e il loro pomposo gergo, i tic dei ricchi e famosi e quelli dei poveri e sfigati, colleghi condomini o atipici che siano. Alla radice di questo tipo di satira c’è lo straniamento, ma uno straniamento più affine a Swift che a Brecht.

Al secondo livello, c’è la brillantezza, a volte folgorante, dei dialoghi, delle riflessioni del protagonista, delle descrizioni e degli “a parte” dell’autore. Questo contribuisce al divertimento, ancor più che al piacere della lettura, e ti acchiappa come le patatine: ancora una (pagina) e poi basta, e intanto divori tutto il pacchetto.

Il post-modernismo. Non so se questo ad Avoledo farebbe piacere (io mi offenderei, se lo dicessero di me), ma lo trovo un autore post-moderno. Nel senso che nei suoi libri c’è di tutto, non sempre e non soltanto a fini di satira, ma perché sembra che non possa fare a meno di farlo: i libri, la musica (e sembra di capire che sia onnivoro ed ecumenico nei suoi gusti e nelle sue competenze), il cibo, gli ambienti. Entra tutto nel romanzo, senza filtro. Ho letto in un’intervista che non introduce di proposito elementi di fantascienza nei suoi romanzi, ma che gli si impongono (“Non sono materiali che scelgo. Sono mattoni che volano nel mio cantiere senza che riesca a capire da dove vengono.”). Ecco, penso che sia vero per tutti gli elementi che entrano nei suoi romanzi. Avoledo non soltanto è onnivoro, ma poi ti riversa addosso tutti i suoi metaboliti. Risultato: spesso mi diverto, a volte mi irrito. Penso anche che questo sia uno degli aspetti che mi porta a quella sottile insoddisfazione finale di cui parlavo all’inizio.

Il trattamento dei personaggi e la trama. La trama, soprattutto, mi sembra il tallone d’Achille di Avoledo. Ben costruita, per carità, fantasiosa, a volte fino ai limiti del bizzarro. Le divagazioni – che sono tante – sono più un piacere che una distrazione (a feature, not a bug), anche se a volte il legame con la vicenda principale è tenue o pretestuoso. Ma c’è sempre un punto, nei suoi romanzi, all’avvicinarsi della fine, in cui affiora la stanchezza, cala un velo opaco sulla brillantezza delle cose raccontate e anche del modo di raccontarle. La cosa è aggravata dal fatto che, per quanto diversi, i romanzi da Avoledo raccontano sempre la stessa storia, dal punto di vista narratologico (si dice così?): il protagonista, maschio intelligente ma un po’ sfigato e rompipalle, finisce in una vicenda incredibile, si innamora di una donna bellissima, trascura per questo i solidi affetti, si mette nei guai, i solidi affetti crollano di schianto o si logorano (non erano poi così solidi, evidentemente), il protagonista si abbrutisce e poi il libro finisce (la vicenda, in realtà, non giunge a scioglimento; semplicemente finisce il libro). Spesso, così, la bassa marea nella narrazione coincide con una crisi del protagonista. E questo mi porta a discutere il trattamento dei personaggi: all’inizio sono così ben delineati che ti pare di conoscerli, e questo è un merito grandissimo per un narratore; ma a un certo punto – come dire – mostrano la corda (they spread too thin, si direbbe in inglese). Ti accorgi che stai leggendo un romanzo d’intrattenimento, sia pure di qualità elevata, e non un romanzo-romanzo. Insomma, non leggo molti romanzi italiani, e Avoledo è tra i miei “giovani” autori preferiti (è più o meno mio coetaneo!). Ma tra i “giovani” autori italiani, l’unico che scrive romanzi-romanzi è Sandro Veronesi. Augh! ho detto!

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La signora di Shanghai

La signora di Shanghai, di e con Orson Welles

Visto in televisione il pomeriggio di Pasqua (per la prima volta, mi pare).

Forse non è il capolavoro di Orson Welles, ma io sono rimasto con il fiato sospeso e a bocca aperta per gli 87 minuti del film. Cominciamo da qui: si può dire tutto in 90 minuti o poco meno, al cinema come in una partita di calcio. Questa era la regola, e i film più lunghi un’eccezione: quando uscì Barry Lyndon di Kubrik (184 minuti) tutti a lamentarsi; adesso per raccontare Il Signore degli anelli (fedelmente per carità: ma siamo sicuri che sia un pregio?) nove ore di film in tre puntate (208+223+251 minuti: 11 ore e passa)!

La storia è un noir, con tutti gli ingredienti del caso: una dark lady (ma è una straniata e inedita Rita Hayworth, con i capelli corti e biondi, così diafana da non sembrare la cattiva che è) e un eroe-vittima (che è ingenuo all’epoca dei fatti, ma commenta ironico fuori campo, evidentemente da un’epoca più tarda, in cui è diventato duro e disilluso come un Bogart).

La tecnica è raffinata. Il montaggio è nervosissimo, in cui alcune sequenze durano pochi secondi (la festa sulla spiaggia messicana); dà ritmo al film, e accelera nei momenti di maggiore tensione. Un’altro esempio è il passaggio dal recinto del tribunale (dove si svolge l’azione) al pubblico che commenta, con un forte contrasto tra un modo di filmare “normale” e i brevi flash sui volti e sulle battute dei curiosi (Welles odiava la gente, e traspare nella cattiveria con cui in pochi istanti mette in luce i loro – e nostri – tic). Welles, però, usa molto anche un altro tipo di inquadratura, un’inquadratura lunga, in cui i personaggi e gli eventi entrano ed escono. Poi c’è la fotografia in bianco e nero, che consente la creazione di “effetti speciali” (sì, questa una scare quote, che ho messo per attirare la vostra attenzione sul fatto che sto usando il termine “effetti speciali” in un’accezione diversa da quella consueta): non per prova di virtuosismo o per farsi ammirare dallo spettatore, ma per rafforzare il clima psicologico. Ne sono un esempio le ombre dei tralicci nella fuga nel luna park cinese, o l’agitarsi di un’enorme piovra sullo sfondo durante l’appuntamento all’acquario. I movimenti di macchina: memorabile quando segue Welles e la Hayworth facendo lo slalom tra i pilastri di un portico messicano. Ancora le inquadrature: geometrie quasi astratte formate dai moli del porto di San Francisco, l’unico elemento lineare, e dunque comprensibile, di una situazione tortuosa e confusa, per il protagonista e per gli spettatori.

Gli attori. Di lui non parlo nemmeno, stratosferico. Rita Hayworth – che all’epoca non piacque – sdraiata su un lettino canta con un filo di voce Please Don’t Kiss Me (è doppiata da Anita Ellis): la scena più sexy del film. Everett Sloane (Mr Bernstein in Citizen Kane) interpreta l’avvocato Bannister. Glenn Anders è un Grisby memorabile: non mi pare di averlo visto in nessun altro film, ma qui dimostra una grandissima classe.

Un film, in conclusione, in cui nulla è quello che sembra. Se vi resta ancora un dubbio – sembra dirci Welles – ve lo faccio capire nella celebre scena del labirinto di specchi.

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I misteri di Parigi, di Eugéne Sue

L’ho finito, ma è stata una fatica improba. L’opera, pubblicato nel 1842-43, è in dieci volumi. Circa 1800 pagine. Ve lo sconsiglio: se siete interessati al feuilleton, leggetevi Dumas; si vi appassiona la società francese del XIX secolo, La comédie humaine di Balzac (lungo per lungo, almeno è scritto come dio comanda).

“E allora perché l’hai letto?” diranno subito i miei piccoli lettori. La storia è lunga e avventurosa (a modo suo).

Tra il 1970 e il 1976 ho letto un sacco di Marx. Stavano uscendo pressi gli Editori Riuniti le Opere complete di Marx ed Engels in 50 volumi (state tranquilli, a un certo punto ho smesso di comprarli) e via via che uscivano li compravo e li leggevo. I misteri di Parigi erano stato un enorme successo editoriale, e anche Marx l’aveva letto; era anche molto dibattuto negli ambienti socialisti, perché segnava la conversione di Sue al socialismo ed era tutto intriso di critica sociale e di proposte riformiste (il che, ahimè, lo rende se possibile ancora più indigesto). In particolare, un certo Franz Zychlin von Zychlinsky, ufficiale prussiano e giovane-hegeliano, con lo pseudonimo di Szeliga aveva pubblicato una recensione del libro sulla Allgemeine Literatur-Zeitung. Marx, ne La sacra famiglia, la prima opera scritta in collaborazione con Engels nell’autunno del 1844, se la prende con l’articolo di Szeliga e – nel farlo – ci sommministra una mega-recensione de I misteri di Parigi (non esagero, ne parla per due capitoli, il quinto di 25 pagine e l’ottavo di 54!).

Per i più curiosi riporto un sunto del romanzo in una pagina a parte.

Andiamo avanti. Mi era rimasta una curiosità. Il Marx polemista è di un sarcasmo sferzante, a volte molto divertente. Con il passare degli anni i ricordi si stemperano: ricordavo che il libro era una potenzialmente interessante e che Marx ne parlava in una sua opera (ma non ricordave quale), pensavo che fosse una lettura leggera e disimpegnata, non avevo coscienza delle dimensioni del mostro. Così un giorno di molti anni dopo – alla fine degli anni Ottanta o all’inizio degli anni Novanta – mi imbatto nel libro su una bancarella e lo compro. Ma non lo leggo. Passano altri anni, e l’autunno scorso mi decido e comincio al leggerlo. Arrivo alla fine, a pagina 854, e scopro con orrore che ho comprato soltanto il primo tomo, che racchiude i primi cinque volumi. A questo punto vorrei sapere come va a finire. Niente paura, lo cerco sul web e me lo compro. Niente, nessuna edizione in commercio (e tte credo!). Mi incaponisco e trovo, sul Project Gutenberg, il testo in francese e in inglese: scelgo l’inglese (il mio francese non è abbastanza buono per leggere l’originale) e pazientemente me lo leggo sul palmare. L’ho finito lunedì sera.

Ripeto: non ne valeva la pena.

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Le ochette del pantano

La prima poesia che ho imparato alle elementari, probabilmente in prima, si chiama Le ochette del pantano, di Renzo Pezzani. Dev’essere un’esperienza comune a molti coetanei, perché era presente su tutti i libri di lettura, che erano diversi per curatore, anno d’edizione e prezzo ma in sostanza tutti uguali (ma guai ad avere quello sbagliato! e i bambini, che sono legalitari e “letterali”, erano i primi alleati dei maestri e dell’industria del libro scolastico).

Cercando la poesia con Google, scopro che è generalmente considerata una filastrocca d’origine ignota, cui nel tempo si sono aggiunti versi che non c’erano. Restituiamo a Renzo quel che è di Renzo. Ecco l’originale:

Le ochette del pantano
vanno piano piano piano
tutte in fila come fanti
una dietro e l’altra avanti
una si pettina
l’altra balbetta
con voce bassa
la stessa parola
una sull’acqua
come una barchetta
fatta di un foglio
di libro di scuola.

Non male, vero? hai una sua esile delicatezza crepuscolare, se uno riesce a non ridere subito. Oppure se ride, e poi prova a rileggerla.

Renzo Pezzani, nato nel 1998 1898, era di Parma. Seguì la sua vocazione e fece il maestro, ma l’avvento del fascismo lo costrinse a fuggire (Parma resistette a lungo dopo la marcia su Roma, ma alla fine la resistenza di Parma Vecchia, il quartiere proletario della città al di là del torrente, fu soffocata nel sangue). Pezzani fuggì a Torino, dove lavorò alla casa editrice SEI. I suoi libri di lettura per le elementari lo resero ricco, ma quando morì nel 1951 era rovinato.

Continuò ad amare la città natale, dove sognava di tornare, e scrisse un Inno a Parma che fu musicato da Ildebrando Pizzetti per coro a due voci e orchestra nel 1951.

Qui sotto uun’immagine di Parma Vecchia (od Oltretorrente). Chi deve capire, capirà…

Running the Voodoo Down

Philip Freeman (2005). Running the Voodoo Down. The Electric Music of Miles Davis. San Francisco: Backbeat Books. 2005.

Non lo raccomando. Destinato soltanto ai fanatici come me del Miles Davis elettrico (quello che fa storcerer il naso ai puristi), e una delusione anche per loro. Documentato, certo, ma le recensioni dei dischi brano per brano sono utili soltanto per consultazione occasionale. Le considerazioni socio-politiche sono sinceramente imbarazzanti: “ofelé fa el to mesté”, si dice a Milano.

Però tre cose le ho trovate lo stesso.

La prima è una considerazione semplice semplice, ma profonda: “In the CD age, practically all recorded music exists in pristine digital simultaneity” (p. 169). Vuol dire semplicemente questo, come ogni collezionista sa: che l’era del CD (e dell’MP3) completano il percorso già iniziato con il vinile. Gli interpreti sono spogliati della storicità della loro esecuzione, che non è più legata a un tempo e a un luogo, e li possiamo ascoltare tutti come contemporanei, e confrontarli immediatamente. Louis Armstrong, Dizzy Gillespie e Miles Davis sono semplicemente tre trombettisti diversi, non tre tappe della storia del jazz. E questo è vero anche nello sviluppo di un singolo musicista, è vero anche per il Miles Davis degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta.

La seconda è un’inaspettata citazione di Schopenhauer: “Si tratti di musica o di filosofia, di pittura o di poesia: l’opera del genio non è un oggetto da usare. Essere inutile rientra tra le caratteristiche delle opere di genio: è la loro patente di nobiltà. Tutte le opere dell’uomo esistono allo scopo di conservare o di facilitare la nostra esistenza, tranne quelle di cui stiamo ora parlando: esse sole esistono per se stesse e, in questo senso, possono essere considerate il fior fiore dell’esistenza, o il suo guadagno netto” (Arthur Schopehauer, Il mondo come volontà e come rappresentazione. Milano: Mondadori. 1989. p. 1246). Non penso di essere d’accordo, ma è una citazione che comunque mi piace riportare.

La terza è la constatazione, che condivido, che le registrazioni in studio di Miles Davis, soprattutto quelle dell’ultimo periodo (1981-1991), non rendono giustizia della musica che si godeva ai suoi concerti. Sono stato per la prima volta a un concerto di Miles Davis alla fine del 1970 o nella primavera del 1971, allla sala grande del Conservatorio di Milano. Non sapevo che cosa mi aspettava (il sabato prima avevo ascoltato Ray Charles); lui aveva una giacchetta sgargiante, rossa e gialla mi pare, e suonò per la maggior parte del tempo di spalle e con la tromba rivolta a terra. Uscii frastornato, sconcertato e innamorato di quella musica, così eccitante anche se diversa da quella che ascoltavo in quegli anni (e ascolto ancora). Da allora non ne sono più uscito. Poi sono stato a tutti i suoi concerti romani degli anni Ottanta, da quello sotto una tenda che segnava il suo ritorno sulle scene dopo sei anni di sesso e droga senza prendere in mano la tromba, all’ultimo, nel 1991, in una torrida serata di luglio allo stadio Olimpico (morì qualche mese dopo). Prima di lui suonò Pat Metheny, uscito distrutto dal confronto ravvicinato. Ma quello che ricordo con più piacere lo sentii una sera di luglio, sulle scale sotto il Palazzo della civiltà del lavoro. Ero in decima fila, seduto vicino a Nanni Moretti. Lottai contro un muro di suono e rimasi sordo per un giorno intero. Fu grandissimo ed ero felice.

Certo adesso mi toccherà comprare un altro po’ di dischi, compreso l’integrale dei suoi concerti al festival di Montreaux (1973-1991). 20 CD, un vero salasso. Ma tant’è.

Tchaikovsky – Sinfonia n. 5 in mi minore, op. 64

Sentita ieri sera all’Auditorium (sala Santa Cecilia), con l’orchestra dell’Accademia condotta da Christoph Eschenbach. Non lo avevo mai sentito dirigere (ha iniziato la carriera come pianista e ha 65-70 anni) e mi è piaciuto molto. L’orchestra l’ha seguito con un suono compatto e ricco sotto il profilo timbrico, tanto da suonare diversamente da come suona di solito. Anche l’agogica impressa all’esecuzione è stata notevole, soprattutto nel movimento iniziale della Sinfonia n. 4 in re minore, op. 120, di Schumann. Ma soprattutto mi ha impressionato la sua capacità di non essere convenzionale (le due sinfonie sono di esecuzione frequente, e càpita spesso di sentire una sorta di interpretazione routinaria); Eschenbach, invece, è riuscito a farci sentire particolari, strumenti, controcanti, picccole frasi, pur all’interno di quella massa sonora tesa e compatta di cui parlavo prima.

Forse, a conti fatti, l’interpretazione di Schumann gli è riuscita meglio di quella di Tchaikovsky; ma io amo Tchaikovsky più di Schumann (di quello sinfonico, almeno, perché quello pianistico è tutto un altro discorso).

Di qui il pretesto per questa nota. Ragazzi, se conoscete Tchaikovsky soltanto per Il lago dei cigni o Lo schiaccianoci (magari perché avete visto Fantasia di Walt Disney) e avete di lui l’immagine del compositore brillante, dalla melodia facile, tutto trine merletti e crinoline, allora è venuto il momento di cambiare opinione. Tchaikovsky è un grande musicista tragico, che si affaccia senza paura (ma con molte vertigini) sugli abissi del suo animo, e dunque dell’animo umano in generale. Per convincerne ascoltate, ma non una volta sola, la quinta e la sesta sinfonia.

Per iniziare, suggerirei l’interpretazione di Evgeny Mravinsky con la Filarmonica di Leningrado pubblicata dalla Deutsche Gramophon. Fatemi sapere.

L’inganno del valori

Vorrei invitarvi a leggere l’editoriale di Barbara Spinelli, pubblicato oggi su La Stampa.

Non aggiungo miei commenti, ma mi limito ad attirare la vostra attenzione con lo pseudo cut-up di alcune frasi, con cui concordo pienamente e le cui implicazioni mi fanno rabbrividire:

“La politica dei valori è un termine che rispetta poco il principio di non contraddizione – per definizione la politica governa valori discordanti.”

“Di laicità si discute molto, e spesso a sproposito: viene descritta come un’ideologia dello scetticismo, del relativismo. […] Questa tendenza a identificare lo Stato laico con una filosofia serve lobby e disegni di potere coltivati in nome di culture religiose. Se la laicità è una filosofia come le altre, allora tutte le filosofie, religiose o no, possono governare la città, imponendo o impedendo leggi.”

“La laicità non è un’ideologia. È un metodo che consente a individui di diversa cultura, a credenti e non credenti, di convivere senza distruggersi. È lo strumento che permette di separare la politica da fede e cultura, e di evitare che la sovranità sia spartita tra i due poteri, temporale e spirituale.”

“Affermatasi lungo i secoli, l’autonomia della politica da cultura e religione vacilla.”

“Assistiamo alla restaurazione di grandi colpe, grandi peccati, e alla sete di punizione che la restaurazione promette.”

“Vengono fabbricati anche capri espiatori per questa politica intimista: lo straniero, l’omosessuale, perfino il malato. Il benefico tabù che dai tempi di Auschwitz protegge l’ebreo non vale, singolarmente, per le altre vittime dei Lager: omosessuali, zingari, malati psichici.”

Continuate a dormire, amici di Boris, ma attenti agli incubi.

The King’s Singers and Sarband – Sacred Bridges

Le 5-600 persone che venerdì 30 marzo erano presenti in una Sala Sinopoli semivuota hanno assistito a un concerto straordinario. I King’s Singers (un eclettico gruppo vocale a cappella inglese, costituitosi nel 1968 tra studenti del King’s College di Cambridge) e Sarband (un gruppo strumentale fondato nel 1986 da Vladimir Ivanoff e rotto a molte contaminazioni tra musica antica e prassi esecutive attuali, e tra tradizioni musicali di Paesi diversi; sarband è una parola persiana che significa “connessione” e in particolare la fusione di due composizioni musicali, una suite o un medley) eseguivano salmi di Davide, musicati da autori della tradizione cristiana occidentale, della tradizione ebraica e della tradizione islamica turco-ottomana.

Molti commenti – anche il comunicato stampa dell’Accademia di Santa Cecilia – sottolineano il carattere sacro della musica eseguita, e da questo fanno discendere la possibilità stessa dell’operazione artistica, la sua valenza di ponte gettato tra tre tradizioni e tre culture e anche le sue implicazioni politiche (“A dimostrare come i Salmi possano essere occasione di spiritualità, utile strumento politico, fecondo legame fra tradizione e modernità e soprattutto ponte che unisce tutti gli esseri umani senza distinzione, ecco Sacred Bridges“). A me non sembra del tutto vero: penso che il tratto unificante, quello che rende possibile e fruttuosa un’operazione di contaminazione come questa, debba essere un fattore comune, culturale e stilistico, preesistente. Non tanto i salmi, in questo caso, quanto il connettivo offerto dalla polifonia occidentale. Dei tre autori rappresentati nel concerto e nel disco omonimo, uno (Salomone Rossi Hebreo, 1570-1630 circa) è un veneziano coevo di Claudio Monteverdi e come lui operante alla corte mantovana di Vincenzo Gonzaga, l’altro (Jan Pieterszoon Sweelinck) è un olandese di Amsterdam di tradizione calvinista e ha pubblicato i suoi salmi nel 1602, il terzo (Ali Ufki, 1610-1675) è in realtà un musicista polacco (Wojciech Bobowski) convertito all’Islam dopo essere stato fatto prigioniero dai turchi e rielabora anche lui il Salterio di Ginevra, come Sweelinck. Eminenza? questa volta le comuni radici delle tre religioni del libro c’entrano ben poco!

Il che non toglie che il concerto sia stato bellissimo: sette cantanti e tre strumentisti in scena accompagnati – in due occasioni – da due dervisci rotanti. Quasi un’ora e mezza di musica compatta e ipnotica, in cui il passaggio da un brano all’altro, da un mondo all’altro, da un modo di cantare, di ritmare, di fare polifonia all’altro era fluido e convincente. Tra l’altro, Boris trova la polifonia a cappella mostruosamente sensuale: provate a tenere in sottofondo un disco dei Tallis Scholars mentre fate all’amore, e sappiatemi dire. Alla fine quattro bis, di cui il primo è stato Blackbird dei Beatles, dall’album bianco (ho cercato sul giornale se i Neri per caso, o i Manhattan Transfer se è per quello, avevano annunciato il loro ritiro dalle scene).

Clamorosi applausi e grande emozione. In due occasioni, il pubblico è entrato spontaneamente in “Strogatz” (che cos’è uno Strogatz? Ve lo racconterò un’altra volta! E tu, Il barbarico re, non mi rovinare la sorpresa!).

Tre suggerimenti in materia di contaminazioni. Due hanno a che fare con la connessione (sarband) tra blues e sue radici griot maliane: Talking Timbuktu di Ali Farka Toure con Ry Cooder e Kulanjan di Taj Mahal e Toumani Diabate. Il terzo è un incontro tra polifonia e jazze con qualche somiglianza con quello di cui parliamo oggi: Officium, di Jan Garbarek e The Hilliard Ensamble.

Questi Sarband sono da ascoltare anche da soli: vi farò sapere.

Il museo delle cose fragili

Una mia libera traduzione/reinterpretazione di un brano da Falling Out of Cars di Jeff Noon.

Era un edificio alto e stretto, l’unico della strada ancora illuminato. Pensai: strano, un museo aperto a quest’ora. La vetrina era vuota, uno spazio bianco e pulito, con uno strano scintillio. Guardai più da vicino, sforzandomi di mettere a fuoco.

Lentamente, compresi: una ragnatela.

Una grande ragnatela di seta, tesa dai quattro angoli della vetrina, dal pavimento al soffitto. Era incredibilmente complessa. Un piccolo ventilatore la faceva vibrare. Alcuni nodi erano già spezzati. Intento a ripararli, il creatore di quella struttura.

Il ragno era una piccola creatura meccanica, delicata, intricata, interamente di vetro. Il corpo trasparente era pieno a metà di un liquido argenteo. Si arrampicava sui fili, più veloce ora, diretto verso un’altra area danneggiata.

Volevo saperne di più.

– Il museo ha quattro piani; le cose più preziose sono esposte all’ultimo. Via via che si sale, gli oggetti diventano più fragili. Presti la massima attenzione.

La donna che mi diede queste informazioni, seduta al bancone dell’ingresso, aveva una voce quieta e misurata, abituata a ripetere le stesse frasi.

Cominciai a salire: sculture di carta velina, animali di plastica in equilibrio su getti d’acqua, un pendolo di ghiaccio. Una nuvola di farfalle si posò simultaneamente sui rami d’un albero, formando, per pochi istanti, fiori dai petali fatti d’ali. In un vaso di vetro erano conservati gli ultimi respiri d’un uomo. Udii una musica, prodotta da gocce d’acqua sui tasti d’uno xilofono: solo avvicinando l’orecchio distinsi la melodia, incapace di darle un nome. Al penultimo piano, le fiamme d’un becco a gas formavano il volto d’una bambina.

Sorrideva, questa bambina di fuoco.

Chiusi gli occhi per un istante e, quando li riapersi, il viso era sparito.

All’ultimo piano del museo, una grande stanza illuminata a giorno, piena di libri. La giovane autostoppista, Tupelo, ne stava leggendo uno.

– Sei tu. – disse – Henderson, vero?

– No, Henderson è l’altra. Io sono Marlene.

– Già, Marlene.

– Ti piace leggere?

– Questo è bellissimo. Perfetto.

Mi guardai intorno. Le quattro pareti erano interamente coperte di scaffali, tutti pieni di libri. C’era soltanto un’altra persona nella stanza, il guardiano. Sembrava dormisse.

Mi avvicinai a uno scaffale. Percorsi le coste dei libri con un dito. Tirai fuori un libro, poi un altro. Ne guardai le copertine. Mi spostai un po’ più in là, e lo rifeci.

– Nessuno ha titolo.

– No. Non più – disse Tupelo.

– Che vuol dire, non più?

– Dacci un’occhiata.

Aprii il libro che avevo in mano.

– Faccia attenzione – disse il guardiano, e la testa gli ricadde sul petto.

Il libro sembrava normale, ma dalla pagina che avevo aperto mancavano, qua e là, delle righe di testo.

– Leggimelo. – disse Tupelo – Ad alta voce.

Cominciai a leggere: “Circondato dai fantasmi meridiani, tremavo a una brezza che lasciava immobili le fronde…”

Ricordo perfettamente le parole, adesso, mentre scrivo. Ma allora, mentre leggevo, sentii un grande freddo scendere su di me. Tremavo. Dovetti fermarmi.

– Non capisco…

– Strano, vero? – disse Tupelo – Una sensazione strana…

Guardai la pagina. Per un attimo pensai di averlo soltanto immaginato. Ma no. Le poche parole che avevo letto erano sparite dal libro.

– Ma che succede qui?

– Vai avanti a leggere.

Guardai la ragazza. Il suo sguardo, quando l’incontrai, era pieno di tenerezza.

Ricominciai: “Senza appetito per gli oggetti usuali del desiderio umano…”

Una per una, mentre gli occhi le percorrevano, mentre la voce le scandiva, le parole svanivano lentamente dalla pagina.

Ho visto molte cose strane in questo viaggio, e altre ne vedrò ancora, ma questa mi colpì profondamente. Forse perché la mia vita si era fondata sulle parole. Forse perché amavo i libri, li collezionavo, li leggevo e rileggevo. Le storie che mi leggeva mio padre. Quelle che leggevo a mia figlia, prima della malattia. Spesso la stessa storia, notte dopo notte.

Tutto passato adesso, tutto.

I libri in questa stanza non si potevano leggere, non una seconda volta.

Presi un altro libro dallo scaffale. Anche questo non aveva titolo, e dalle pagine mancavano ancora più parole. Alcune pagine erano quasi completamente bianche.

– Per favore, faccia attenzione – disse il guardiano.

Cercai una pagina in cui la maggior parte delle parole c’era ancora, e cominciai a leggere. “Da qui scaturisce l’impatto di Bowie sull’Inghilterra: il matrimonio tra il dandy e l’alieno dà vita all’ultima figura di outsider dell’età moderna, lo strano messia che viene dallo spazio profondo…”

Di nuovo, dovetti fermarmi. Veder scomparire le parole portava soltanto tristezza.

– Non ce la faccio proprio.

– È bellissimo. – disse Tupelo – Tutti i libri dovrebbero essere così: una fragile narrativa, distrutta dall’atto di leggere. Come… come l’atto d’amore più perfetto, che s’afferra per un momento, sai, e poi è perso, per sempre. Che ne pensi?

Non avevo risposta.

– Marlene, un giorno tutti i libri di questa stanza saranno vuoti. Tutte le pagine bianche. Riempite di bianco.

– Dove vanno le parole?

– Attenzione, per favore. – disse il guardiano – Stiamo chiudendo.

E là, nella luce che s’abbassava piano piano, Tupelo si muoveva di scaffale in scaffale, sfilava un libro, l’apriva, leggeva qualche riga e andava avanti.

– Guarda, – disse – su questa pagina resta una riga, una sola: All the broken children learn to dance. Ecco, sono andate.

– Dove vanno?

– Che cosa?

– Quando le parole scompaiono, dove vanno?

Avevo bisogno di saperlo.

Dovevo sapere se le parole affondavano nuovamente nella materia della carta o se erano attratte su, nel cervello del lettore. O forse le parole fluttuavano nell’aria della stanza, invisibili ma onnipresenti. Dovevo saperlo, ma la ragazza non mi rispose. Leggeva. Leggeva le parole.

Il suono delle pagine voltate. La ragazza bisbigliava. La stanza affondava nel buio.

Falling Out of Cars

Jeff Noon. Falling Out of Cars. London: Black Swan. 2003.

In these days of chaos, possibilities abound.

Immagina che là fuori sia tutto rumore, rumore bianco, Snow Crash, Nacht und Nebel. Immagina che l’unico modo di dare senso e significato a tutto questo sia riuscire a cogliere differenze anche minuscole, Pattern Recognition. Non è soltanto questione di orientarsi, è questione di sopravvivenza. Forse è così il mondo per il neonato, una nebbia grigia; poi un volto, una voce, un succo dolce, una pelle calda, un odore di mamma; poi la differenza più grande, sapere chi/che cosa sono io e che cosa è il resto del mondo.

Immagina che questo sia il mondo che conosciamo, in cui noi siamo le migliori macchine mai esistite per scoprire le differenze anche più piccole, ma significative, rilevanti. E immagina che tutto questo abbia trasceso il nostro essere biologico, e abbia permeato il nostro habitat, la nostra cultura, la nostra economia, la nostra tecnologia. Il pianeta è un enorme Difference Engine.

Immagina che una malattia attacchi proprio questo, e che per chi è colpito il rumore accerchi e sovrasti il segnale. Soltanto un farmaco (o un vaccino) può attenuare i sintomi della malattia e rallentarne il decorso: Lucidity (in gergo Lucy). Ma non è soltanto il funzionamento della vita quotidiana a repentaglio, ma la tua stessa identità, che si slabbra dai margini – come la stessa Inghilterra. Orologi e specchi sono i nemici più grandi: ai primi vanno tolte le lancette, gli altri vanno coperti o girati contro il muro.

Marlene, Peacock, Henderson e Tupelo – che si sono incentrati per caso, uniti in una ricerca misteriosa e insensata – vagano per paesaggi sempre più incomprensibili. Cercano frammenti di specchio, e Marlene anche una figlia perduta. Definito dallo stesso autore un road novel, è invece un romanzo dell’immobilità, senza direzione e senza movimento, come è coerente che sia.

Naturalmente, ci sono debiti (riconosciuti) al Lewis Carroll di Alice attraverso lo specchio (un’ossessione di Noon, Alice) e al mito di Narciso. Ma sono le impalcature, lasciate a vista, di una grande costruzione autonoma.

Il libro è bellissimo. Non esito a definirlo un capolavoro: non della letteratura di fantascienza, in cui Noon viene incasellato, ma della letteratura tout court. Non penso di aver preso un abbaglio, con tutti i libri che leggo. E qui il grande mistero: nessuno conosce Noon. In italiano, dei suoi romanzi, ne sono stati tradotti un paio (Vurt e Pollen), esauriti. Dove sono i talent scout della case editrici?

If you can read this sentence, this one fragile sentence, it means you’re alive.

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