Il museo delle cose fragili

Una mia libera traduzione/reinterpretazione di un brano da Falling Out of Cars di Jeff Noon.

Era un edificio alto e stretto, l’unico della strada ancora illuminato. Pensai: strano, un museo aperto a quest’ora. La vetrina era vuota, uno spazio bianco e pulito, con uno strano scintillio. Guardai più da vicino, sforzandomi di mettere a fuoco.

Lentamente, compresi: una ragnatela.

Una grande ragnatela di seta, tesa dai quattro angoli della vetrina, dal pavimento al soffitto. Era incredibilmente complessa. Un piccolo ventilatore la faceva vibrare. Alcuni nodi erano già spezzati. Intento a ripararli, il creatore di quella struttura.

Il ragno era una piccola creatura meccanica, delicata, intricata, interamente di vetro. Il corpo trasparente era pieno a metà di un liquido argenteo. Si arrampicava sui fili, più veloce ora, diretto verso un’altra area danneggiata.

Volevo saperne di più.

– Il museo ha quattro piani; le cose più preziose sono esposte all’ultimo. Via via che si sale, gli oggetti diventano più fragili. Presti la massima attenzione.

La donna che mi diede queste informazioni, seduta al bancone dell’ingresso, aveva una voce quieta e misurata, abituata a ripetere le stesse frasi.

Cominciai a salire: sculture di carta velina, animali di plastica in equilibrio su getti d’acqua, un pendolo di ghiaccio. Una nuvola di farfalle si posò simultaneamente sui rami d’un albero, formando, per pochi istanti, fiori dai petali fatti d’ali. In un vaso di vetro erano conservati gli ultimi respiri d’un uomo. Udii una musica, prodotta da gocce d’acqua sui tasti d’uno xilofono: solo avvicinando l’orecchio distinsi la melodia, incapace di darle un nome. Al penultimo piano, le fiamme d’un becco a gas formavano il volto d’una bambina.

Sorrideva, questa bambina di fuoco.

Chiusi gli occhi per un istante e, quando li riapersi, il viso era sparito.

All’ultimo piano del museo, una grande stanza illuminata a giorno, piena di libri. La giovane autostoppista, Tupelo, ne stava leggendo uno.

– Sei tu. – disse – Henderson, vero?

– No, Henderson è l’altra. Io sono Marlene.

– Già, Marlene.

– Ti piace leggere?

– Questo è bellissimo. Perfetto.

Mi guardai intorno. Le quattro pareti erano interamente coperte di scaffali, tutti pieni di libri. C’era soltanto un’altra persona nella stanza, il guardiano. Sembrava dormisse.

Mi avvicinai a uno scaffale. Percorsi le coste dei libri con un dito. Tirai fuori un libro, poi un altro. Ne guardai le copertine. Mi spostai un po’ più in là, e lo rifeci.

– Nessuno ha titolo.

– No. Non più – disse Tupelo.

– Che vuol dire, non più?

– Dacci un’occhiata.

Aprii il libro che avevo in mano.

– Faccia attenzione – disse il guardiano, e la testa gli ricadde sul petto.

Il libro sembrava normale, ma dalla pagina che avevo aperto mancavano, qua e là, delle righe di testo.

– Leggimelo. – disse Tupelo – Ad alta voce.

Cominciai a leggere: “Circondato dai fantasmi meridiani, tremavo a una brezza che lasciava immobili le fronde…”

Ricordo perfettamente le parole, adesso, mentre scrivo. Ma allora, mentre leggevo, sentii un grande freddo scendere su di me. Tremavo. Dovetti fermarmi.

– Non capisco…

– Strano, vero? – disse Tupelo – Una sensazione strana…

Guardai la pagina. Per un attimo pensai di averlo soltanto immaginato. Ma no. Le poche parole che avevo letto erano sparite dal libro.

– Ma che succede qui?

– Vai avanti a leggere.

Guardai la ragazza. Il suo sguardo, quando l’incontrai, era pieno di tenerezza.

Ricominciai: “Senza appetito per gli oggetti usuali del desiderio umano…”

Una per una, mentre gli occhi le percorrevano, mentre la voce le scandiva, le parole svanivano lentamente dalla pagina.

Ho visto molte cose strane in questo viaggio, e altre ne vedrò ancora, ma questa mi colpì profondamente. Forse perché la mia vita si era fondata sulle parole. Forse perché amavo i libri, li collezionavo, li leggevo e rileggevo. Le storie che mi leggeva mio padre. Quelle che leggevo a mia figlia, prima della malattia. Spesso la stessa storia, notte dopo notte.

Tutto passato adesso, tutto.

I libri in questa stanza non si potevano leggere, non una seconda volta.

Presi un altro libro dallo scaffale. Anche questo non aveva titolo, e dalle pagine mancavano ancora più parole. Alcune pagine erano quasi completamente bianche.

– Per favore, faccia attenzione – disse il guardiano.

Cercai una pagina in cui la maggior parte delle parole c’era ancora, e cominciai a leggere. “Da qui scaturisce l’impatto di Bowie sull’Inghilterra: il matrimonio tra il dandy e l’alieno dà vita all’ultima figura di outsider dell’età moderna, lo strano messia che viene dallo spazio profondo…”

Di nuovo, dovetti fermarmi. Veder scomparire le parole portava soltanto tristezza.

– Non ce la faccio proprio.

– È bellissimo. – disse Tupelo – Tutti i libri dovrebbero essere così: una fragile narrativa, distrutta dall’atto di leggere. Come… come l’atto d’amore più perfetto, che s’afferra per un momento, sai, e poi è perso, per sempre. Che ne pensi?

Non avevo risposta.

– Marlene, un giorno tutti i libri di questa stanza saranno vuoti. Tutte le pagine bianche. Riempite di bianco.

– Dove vanno le parole?

– Attenzione, per favore. – disse il guardiano – Stiamo chiudendo.

E là, nella luce che s’abbassava piano piano, Tupelo si muoveva di scaffale in scaffale, sfilava un libro, l’apriva, leggeva qualche riga e andava avanti.

– Guarda, – disse – su questa pagina resta una riga, una sola: All the broken children learn to dance. Ecco, sono andate.

– Dove vanno?

– Che cosa?

– Quando le parole scompaiono, dove vanno?

Avevo bisogno di saperlo.

Dovevo sapere se le parole affondavano nuovamente nella materia della carta o se erano attratte su, nel cervello del lettore. O forse le parole fluttuavano nell’aria della stanza, invisibili ma onnipresenti. Dovevo saperlo, ma la ragazza non mi rispose. Leggeva. Leggeva le parole.

Il suono delle pagine voltate. La ragazza bisbigliava. La stanza affondava nel buio.

5 Risposte to “Il museo delle cose fragili”

  1. Phoebe Says:

    Guarda che adesso voglio anche la seconda puntata!

  2. nuvolaclara Says:

    Grazie della traduzione/reinterpretazione, il libro deve essere veramente bellissimo come dici.
    Peccato per chi come me conosce pochissimo l’inglese….

  3. Phoebe Says:

    In attesa di una seconda – credo ormai improbabile – puntata, nel fine settimana ho capito cosa mi aveva ricordato la tua (libera) traduzione:
    Borges, “Il libro di sabbia”. Mi dispiace per la lentezza della reazione…la vecchia Phoebe non è più la stessa…..

  4. Van Morrison – Tupelo Honey « Sbagliando s’impera Says:

    […] — borislimpopo Soltanto perché Barbelo mi fa venire in mente Tupelo. E non dimentichiamoci Jeff Noon (Tupelo è il luogo di nascita di Elvis […]

  5. Jeff Noon – Channel SK1N « Sbagliando s'impera Says:

    […] più tardi, il bellissimo Falling Out of Cars di cui ho scritto agli albori di questo blog (qui e qui). Di Jeff Noon ammiravo non soltanto la scrittura personalissima ed elegante, ma anche e […]


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