A Hard Rain’s A-Gonna Fall

Una delle più belle canzoni di Bob Dylan. Forse la più bella per il testo.

Qui la versione dal vivo del Concert for Bangla Desh:

Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains,
I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways,
I’ve stepped in the middle of seven sad forests,
I’ve been out in front of a dozen dead oceans,
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what did you see, my blue-eyed son?
Oh, what did you see, my darling young one?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it,
I saw a black branch with blood that kept drippin’,
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’,
I saw a white ladder all covered with water,
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken,
I saw guns and sharp swords in the hands of young children,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what did you hear, my blue-eyed son?
And what did you hear, my darling young one?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin’,
Heard the roar of a wave that could drown the whole world,
Heard one hundred drummers whose hands were a-blazin’,
Heard ten thousand whisperin’ and nobody listenin’,
Heard one person starve, I heard many people laughin’,
Heard the song of a poet who died in the gutter,
Heard the sound of a clown who cried in the alley,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, who did you meet, my blue-eyed son?
Who did you meet, my darling young one?
I met a young child beside a dead pony,
I met a white man who walked a black dog,
I met a young woman whose body was burning,
I met a young girl, she gave me a rainbow,
I met one man who was wounded in love,
I met another man who was wounded with hatred,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what’ll you do now, my blue-eyed son?
And, what’ll you do now, my darling young one?
I’m a-goin’ back out ‘fore the rain starts a-fallin’,
I’ll walk to the depths of the deepest dark forest,
Where the people are many and their hands are all empty,
Where the pellets of poison are flooding their waters,
Where the home in the valley meets the damp dirty prison,
Where the executioner’s face is always well hidden,
Where hunger is ugly, where souls are forgotten,
Where black is the color, where none is the number,
And I’ll tell it and speak it and think it and breathe it,
And reflect it from the mountain so all souls can see it,
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’,
But I’ll know my song well before I start singin’,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Qui in un’altra interpretazione, circa 1964, cioè vicina all’epoca della composizione (perdonate l’acustica e la capigliatura).

Infine, la dissacrazione (secondo me riuscita) di Bryan Ferry.

La conosco questa gatta…

Grazie a Incauta per avermi fatto scoprire questi pezzi di profonda verità.

Bohumir Hrabal – Opere scelte

Hrabal, Bohumir. Opere scelte. Milano: Mondadori. 2003.

I Meridiani di Mondadori sono una bellissima collana, curata (anche se oggi molto meno che agli inizi), stampata su carta sottile, maneggevole, dotata di ricchi apparati critici. Però le raccolte di opere, e ancora di più le opere complete, mi mettono sempre di fronte a un problema: se non sei un vero appassionato dell’autore o uno studioso, sei costretto (costretto perché, come è noto, mi sono dato l’imperativo di leggere i libri dalla prima all’ultima pagina, sottoponendomi di buon grado all’imperio implicito dell’autore o del curatore: un libro è informazione in formato sequenziale, e che diamine!), costretto, dicevo, a sorbirti anche gli stentati primi passi giovanili e i balbettamenti senili dell’autore, insieme alle suo opere più celebri e celebrate.

Questo accade anche con il povero Hrabal. I suoi grandi romanzi sono un piacere. Ma le prime e le ultime cose, ancorché interessanti, non reggono il confronto.

I praghesi (in realtà, Lenka, un amica de Il barbarico re, l’unica praghese che possa dire di conoscere un po’) considerano Hrabal lo scrittore nazionale (Kafka scriveva in tedesco). Tutti i grandi “romanzi” (non sono scare quotes, è che in Hrabal il concetto di romanzo è veramente tirato da tutte le parti) sono molto belli: Treni strettamente sorvegliati, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Ho servito il re d’Inghilterra, La tonsura, Una solitudine troppo rumorosa.

Nel primo c’è una scena ironica e toccante – la più bella e sensuale descrizione di un orgasmo che abbia mai letto e al tempo stesso la descrizione di uno dei disastri più atroci della seconda guerra mondiale. L’essenza di Hrabal, per me, è riassunta in queste poche righe.

«Miloš Hrma» mi presentai.
«Viktoria Freie» fece un inchino e mi porse la mano.
«Viktoria Freie?» si meravigliò Hubička.
E io sapevo che questo era il messaggio, lo riconobbi, sapevo che Viktoria Freie era quella mano che consegnava il messaggio e l’informazione, ma questa notizia per ora non aveva fatto piacere al capomanovra Hubička, anzi era ancor più impallidito, quell’apparizione l’aveva proprio scombussolato, vidi che non aveva il minimo desiderio, addirittura a questa bella donna non aveva guardato né il sedere né il petto, come aveva l’abitudine di fare spogliando le donne con gli occhi. E questa tirolese, ora che guardavo, era contemporaneamente un culone e un tettone. E uscii sul marciapiede a dare il segnale a un treno merci perché passasse, lo aspergevo di luce verde. E poi, quando ritornai dentro e comunicai alla stazione seguente l’ora in cui il treno era passato dalla stazione mia, il pacchetto era sparito. E Viktoria sbadigliava e si stirava e mi faceva gli occhi dolci e io a un tratto sentii fiducia in lei, sicché quando disse che si sarebbe volentieri stesa per un’oretta aprii la porta dell’ufficio del capostazione, come aveva fatto a Dobrovice il capomanovra Hubička prima di strappare quel sofà incerato, e lei entrò e io portai il mio mantello e lo distesi sul sofà, il paralume verde spandeva una luce dolce, sentivo come nella colombaia i colombi erano tutti inquieti, addirittura più di quando il capostazione era andato via, come se si fosse infilata da loro una donnola o una faina, con tanto spavento tubavano e sbattevano le ali.
«Mi chiamo Miloš Hrma» balbettai, «sapete, mi sono tagliato le vene perché soffro di eiaculatio praecox. Ma non è vero. È vero che con la mia signorina sono sfiorito come un giglio ma detto tra noi io sono maschio davvero…»
«Voi non siete andato ancora con nessuna?» si meravigliò Viktoria,
«No, ci ho soltanto provato, e per questo vi prego di consigliarmi…»
«Davvero voi non siete ancora andato con nessuna?» era sempre più meravigliata.
«Nessuna, perché Máša, come s’infilò accanto a me dallo zio Noneman a Karlín, Máša si è messa accanto a me, ma non ci sono andato perché, come dicevo, sono sfiorito come un giglio.»
«Sicché voi davvero non siete andato con nessuna» disse e sorrise e aveva le fossette, come le aveva Máša, e i suoi occhi si ammorbidirono come se si meravigliasse per una fortuna o se avesse trovato una cosa rara, e con le dita cominciò a scarmigliarmi i capelli, come se fossi un pianoforte, e poi guardò la porta chiusa dell’ufficio e si chinò sopra il tavolo, tirò giù il lucignolo e spense con un soffio sonoro la lampada e mi cercò con le mani e in­detreggiò con me fino al sofà del capostazione e si rovesciò e mi tirò a sé, e dopo fu tenera con me, come quan­do ero piccolo e la mamma mi vestiva e svestiva, mi permise di aiutare anche lei ad alzarsi la gonna, e poi sentii come sollevò e aprì le gambe, poggiò le sue scarpe tirolesi sul sofà del capostazione, e poi di colpo ero incollato a Viktoria, così come ero incollato nella fotogra­fia col vestitino da marinaretto alla fotografia di Máša, e mi inondò una luce che incessantemente cresceva, salivo sempre più in alto, la terra intera tremava, risuonava un rombo e un fragore, avevo l’impressione che non uscisse né da me né dal corpo di Viktorka, ma da fuori, che l’intero edificio tremasse nelle fondamenta, le finestre tin­tinnavano, udii che in onore di questo mio glorioso e vittorioso ingresso nella vita si erano messi a tintinnare anche i telefoni, i telegrafi cominciarono da soli a battere i segnali Morse, come accadeva negli uffici ferroviari durante i temporali, mi sembrava che anche quei colombi del capostazione tubassero a una voce sola, addirittura anche l’orizzonte si sollevava e fiammeggiò coi colori degli incendi, ora l’edificio della stazione tremò ancora, si mosse un poco nelle fondamenta… E poi sentii come il corpo di Viktorka si tese ad arco, udii come le sue scarpe chiodate si piantarono dentro il sofà di tela cerata, udivo come quella stoffa si strappava, non cessava di strapparsi e da qualche punto dalle unghie delle mani e dei piedi mi convergeva nel cervello uno spasmo di gioia, d’improvviso tutto fu bianco, poi grigio, poi scuro, come se dell’acqua calda calasse e si mutasse in fredda, e nella schiena sentii un dolore piacevole, come se qualcuno mi ci avesse infilato un raffio da muratore.
Aprii gli occhi, Viktorka continuava a scarmigliarmi I capelli e ansimava. E io vidi attraverso una fessura nella finestra che all’orizzonte si sollevava il colore rosso e ambra di un fuoco lontano, come se lampeggiassero i tempi buoni. E i colombi del capostazione tubavano spauriti, svolazzavano per la colombaia, urtavano contro le pareti e il soffitto e cadevano in terra e sbattevano spauriti le ali.
Viktorka Freie si era seduta e ascoltava. Si accarezzò i capelli e disse:
«Da qualche parte c’è un terribile bombardamento.»
Aprii la finestra e tirai la tenda di oscuramento, che fu risucchiata in su. Lontano oltre le colline scoppiavano senza sosta nuovi incendi, l’orizzonte era scarlatto e ripiegato oltre le colline, verso il centro di un qualche disastro.
«Sarà Dresda» disse e si alzò e si pettinò i capelli e il pettine faceva uno strano suono nei capelli. Mi ricordai del suo corpo flessibile, che d’improvviso vidi volare su un trapezio.

Se siete curiosi, questa era la voce di Hrabal. Se sapete il ceco, capirete anche di che parla.

L’inattesa piega degli eventi

Brizzi, Enrico (2008). L’inattesa piega degli eventi. Milano: Baldini Castoldi Dalai.

Di Brizzi avevo letto l’opera d’esordio, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Giovanilistico, carino, nulla di più.

Questo l’ho comprato perché il risvolto di copertina e l’incipit facevano immaginare un racconto di contro-storia, come Contro-passato prossimo di Guido Morselli, o Fatherland di Harris, o La svastica sul sole di Philip K. Dick. Cito dalla presentazione editoriale:

L’Italia fascista ha rotto in tempo l’alleanza con Hitler e anzi ne ha contrastato le mire, guadagnandosi nel 1945 un posto al tavolo dei vincitori. Dal conflitto, destinato a entrare nella memoria degli italiani come la Nostra guerra, il Duce esce trionfatore; anche Casa Savoia è eliminata dalla scena politica, e la nuova costituzione «laica e littoria» priva la Chiesa del suo ruolo sociale.
Per il Paese, ora rinominato Repubblica d’Italia, sono stagioni di relativo prestigio internazionale e prosperità economica, ma la vita quotidiana ristagna, avvelenata da decenni di autoritarismo: gli oppositori veri o presunti subiscono la deportazione nelle ex colonie africane, ora dotate di una formale autonomia e promosse al rango di «Repubbliche associate».
Nel 1960, quindici anni dopo l’armistizio, Benito Mussolini è un uomo di settantasette anni ormai prossimo alla fine, e i gerarchi si preparano a dare battaglia per la successione…

In realtà quest’idea che mi pareva stimolantissima non è sviluppata. Mi dico spesso, in questi giorni, che se gli italiani avessero avuto più tempo per fare i conti con il fascismo, e se non circolasse la favoletta che l’unico errore del più grande statista del Novecento, come dice l’attuale presidente della Camera dei deputati, è stato il Patto d’acciaio con Hitler, forse adesso non saremmo governati da una maggioranza schiacciante di fascisti e populisti di destra, autoritari, autarchici, ottusamente benpensanti e chiusi a ogni innovazione. Forse gli anticorpi, di cui parlava Montanelli, avrebbero funzionato. Chissà, magari la nostra società è immunodepressa…

Il romanzo di Brizzi non sviluppa questo tema. Parla d’altro. Di molte altre cose, e non scrive nemmeno in modo memorabile. E alla fine ti chiedi: di che parlava? perché l’ho letto?

Pogrom (3)

I pogrom sono spesso scatenati da credenze irrazionali, orientate ad arte verso i diversi, per distrarre le varie “maggioranze morali” (più o meno silenziose) dai problemi reali, e spesso drammatici, orientandole verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico.

Con la distanza che ci consentono la storia (ad esempio, nei confronti della “notte dei cristalli” e della propaganda antisemita della Germania nazista) o la geografia (come nel caso della caccia alle streghe nel Kenya, di cui parliamo oggi), ci sembrano episodi dettati dall’ignoranza e dall’oscurantismo. Da noi non può succedere, ci diciamo. Riparliamone…

Da Il corriere della sera del 21 maggio 2008:

La strage in un villaggio nella zona occidentale del paese

Caccia alle streghe in Kenia: 11 bruciati vivi

La folla inferocita lincia 8 donne e 3 uomini: «Sono muganga, devono morire»

NYAKEO — Undici persone (otto donne e tre uomini) accusate di stregoneria sono state bruciate vive a Nyakeo, 300 chilometri a ovest di Nairobi in Kenia. La notizia è stata confermata al Corriere dalla polizia, che però non ha voluto aggiungere nessun dettaglio tranne: «Erano accusate di essere muganga», una parola che in swahili vuol dire «stregone ». Secondo altre fonti, qualcosa di poco chiaro è successo nei dintorni del villaggio (forse due bambini sono morti) e la collera della popolazione è montata. Qualcuno ha indicato alcune donne come colpevoli di un malefizio e così è partita la spedizione punitiva.

Gruppi di uomini, armati di bastoni, sono andati casa per casa alla ricerca dei presunti stregoni. Una volta scovati, sono stati picchiati dalla folla esaltata ed eccitata e, dopo essere state cosparsi di benzina, accesi come fiammiferi. In tutta l’Africa centrale la magia nera è una pratica comune. Rivolgersi allo stregone quando si è malati, non per avere medicine adeguate, ancorché tradizionali, ma per «togliere dal corpo il maligno che ha causato l’infermità», è considerata una prassi normale, specie nelle zone rurali.

Gli stregoni in cambio della speranza ricevono i mezzi di sostentamento, cibo e denaro. Naturalmente la magia può essere usata per malefici e fatture. E così ogni tanto le cose per il «muganga» si mettono male. In caso di calamità, catastrofi o lutti occorre trovare un colpevole e lo stregone del villaggio viene accusato di essere la causa di tutti i mali. I «muganga» sono comuni nelle comunità cristiane e animiste, ma anche fra gli islamici. Nei Paesi di cultura musulmana subsahariani vengono chiamati «marabù».

In Kenia la stregoneria è talmente diffusa che nel 1992 l’ex parlamentare, ex ministro delle amministrazioni locali e ora consigliere speciale del presidente Mwai Kibaki, Musikari Kombo (l’uomo che assieme al ministero dell’ambiente italiano doveva chiudere la discarica più penosa e disumana del Paese, Dandora) fu dichiarato colpevole di praticarla contro i candidati rivali. Fu squalificato per cinque anni e allontanato così dal processo elettorale. In Liberia si diceva che il vecchio presidente Charles Taylor, gran pontefice di una setta esoterica, amasse mangiare il fegato crudo dei nemici uccisi. Lui non smentiva perché i suoi «sudditi» erano terrorizzati da queste pratiche. In Kenia la legge bandisce la stregoneria come reato penale e se si è condannati si rischia una multa di 5 euro o sei mesi di prigione.

Massimo A. Alberizzi

E bravo Massimo Alberizzi! Un bel salto mortale: dato che esistono persone che sbarcano il lunario dando a bere ai creduli di possedere poteri magici e praticando, verosimilmente, qualche tipo di medicina tradizionale, ci racconta che in Kenya “la stregoneria è diffusa”. Unico sprazzo di “garantismo” è che gli stregoni bruciati vivi fossero soltanto “presunti”. Il che non gli impedisce di raccontarci, con humour macabro, che sono stati “accesi come fiammiferi”. Ma tant’è: mica erano persone in carne e ossa, che tenevano famiglia; erano solo “muganga”!

20 maggio – James Stewart

Esattamente 100 anni fa nasceva a Indiana, in Pennsylvania, James Maitland Stewart. Jimmy, per gli amici. Uno dei più grandi attori di tutti i tempi.

Lo voglio ricordare non con uno dei suoi film più grandi, ma con uno di quelli che più amo, Harvey (1950).

Elwood P. Dowd è uno scapolone eccentrico e piacevole che vive in un piccolo centro. Arriva in città un coniglio bianco alto un metro e novanta, ma non tutti possono vederlo (è un Pooka della leggenda irlandese). Quando Dowd lo incontra e ne diventa amico, sua sorella (che è altrettanto eccentrica) e i suoi concittadini ne mettono in dubbio la salute mentale. Il dibattito sull’esistenza del bianco coniglio invisibile coinvolge via via l’intera cittadina, ma alla fine la morale della favola è che la vita è sempre un po’ più bizzarra di quanto ti aspetti e che, a volte, il tuo migliore amico può essere un coniglione (bianco).

Secondo YouTube (ma la fonte non è autorevolissima), questo trailer del film fu girato da Alfred Hitchcock (mah!).

Infine, un “omaggio” di Jim Carrey.

Ailuròfilo

Amante dei gatti.

Composto del greco áiluros “gatto” e phílos “amico, amante”.

15 maggio 1948 – Brian Eno

Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno, per l’esattezza. 60 anni. Senza pari.

Si può sostenere che questa è una delle cose meno note e più belle, una cover di John Lennon, particolarmente acida, dal vivo con 801 nel 1976.

Per il mio amico gpo e per la sua figlioletta che condivide con BE la data del compleanno.

Pogrom (2)

I video li metto senza commenti. Ma se andate su YouTube, leggete i commenti lì. Da preoccuparsi veramente.

Però vorrei che leggeste l’articolo di Marco D’Eramo comparso su il manifesto del 15 maggio 2008:

Sicurezza
Destra vince, sinistra perde
Marco d’Eramo
Quando mi cade una tegola intesta, l’improbabilità dell’evento non mi consola. Me ne sbatto che la vita media sia di 80 anni se mi viene un tumore a 50: tra la constatazione oggettiva e il vissuto soggettivo si spalanca tutto il baratro aperto dall’irripetibilità della nostra effimera esistenza. Così, non rassicurano la mia insicurezza le statistiche che dimostrano che in Italia il numero degli omicidi cala costantemente e che Roma è una delle capitali più sicure d’Europa.

La ragazza che la sera deve camminare per una strada di periferia buia e isolata, guardandosi continuamente dietro le spalle, sempre pronta a scappare; l’anziano strattonato e depredato della sua grama pensione, la mamma assillata e terrorizzata dalle cronache di pedofilia… Non sono sentimenti da prendere alla leggera, stati d’animo da schernire. Hanno ragione quanti dicono che la sinistra non ha saputo affrontare il tema dell’insicurezza.
È vero: non si può fare finta che il problema non esista. C’è qualcosa di beffardo e aristocratico nel canzonare la paura: tanto più che il pericolo, o fosse anche solo la sua percezione, è fenomeno di classe. Molto più sicuro – anche se mai immune – a chi vive in quartieri agiati, con frequenti controlli di polizia, in strade bene illuminate e frequentate a tarda ora. Anche la sicurezza è una risorsa rara: è nei quartieri meno agiati che endemica la violenza mette la pelle d’oca. Quella ragazza che al buio cammina sola è assai più spesso una commessa che torna dalle sue 9 ore giornaliere per 800 euro al mese piuttosto che una giovane manager accessoriata di Smart. E il pensionato scippato non aveva certo inguattato i risparmi in Liechtenstein.
Il problema dunque è reale. Ma davvero le risposte rispondono? Il fatto è che non c’è limite all’insicurezza. Non basteranno mai espulsioni né poliziotti. Le ronde popolari non malmeneranno mai a sufficienza. Rimarrà sempre un pirata della strada, uno stupratore, un bandito a scatenare di nuovo la caccia all’uomo, la persecuzione del rom di turno (negli Stati uniti a fine ‘800 i «rom» da linciare erano gli italiani). Sotto quest’aspetto, la sicurezza è il tema perfetto per la destra: sempre troppo poco le leggi saranno poliziesche, le pene draconiane, le prigioni intasate. Come raccomandava il marchese de Sade ai giacobini durante il Terrore, così, dopo ogni legge liberticida, dopo ogni nuovo ordinamento repressivo, anche la destra nostrana potrà sempre dire: «Italiani, ancora uno sforzo!» La genialità del tema securitario è che esso si auto-alimenta: più risorse collettive saranno riversate nell’apparato di controllo e nel sistema correzionale, più miliardi di euro saranno spesi in prigioni e reparti di polizia, e meno fondi saranno disponibili per alloggi decenti, scuole, ospedali, per politiche d’inserimento: e quindi più aumenterà la microcriminalità e più crescerà l’insicurezza, in una spirale di cui gli Stati uniti ci hanno indicato la via.
«Legge e ordine» e «tolleranza zero» hanno portato negli Usa a una situazione aberrante in cui si spende di più per le prigioni che per le scuole e in cui un giovane nero ha più probabilità di finire in galera che di terminare gli studi. Senza che tutto ciò abbia il benché minimo impatto sulla sicurezza reale dei cittadini. Il tema securitario è perciò per la destra un argomento «win-win»: se la sinistra non lo affronta, sarà accusata a ragione di essere indifferente ai problemi reali della «gente»; se invece vi abbocca, sarà costretta a perseguire politiche di destra, ma senza mai la stessa convinzione estremista della destra vera, sempre con l’impotenza che – a torto o a ragione – viene imputata al buonismo. Basti un esempio di questa seconda deriva: come è universalmente noto, mendicanti, signore dai sacchetti di plastica, clochard, sono gli esseri più innocui e inoffensivi, a volte poveri di spirito, spesso di salute cagionevole o anziani. Per di più hanno sempre ricevuto buona stampa nei paesi cristiani, con la millenaria tradizione dell’elemosina sul sagrato. Che c’entra quindi l’espulsione dei mendicanti con una politica di sicurezza? Niente, se non un’affinità ideologica, un comune disgusto per «sporcizia, indolenza e pigrizia»: in fondo i mendicanti sono l’esito finale a cui si vorrebbero condannare tutti i fannulloni (già nel 1840 le signore inglesi chiedevano che i mendicanti fossero espulsi dalle vie di Manchester).
È su argomenti come questi che si sente, eccome, l’influenza dei mass-media, e quanto conta possedere tre televisioni. Ogni sera a cena il piccolo schermo ti porta in tavola uno stupro, un massacro gratuito, con dessert di abomini bestiali. Il problema con la paura, come con l’odio, è che, dopo averlo suscitato, non puoi più farlo rientrare. Per questo genere di sentimenti collettivi, ansia securitaria, razzismo, xenofobia, vale quel che scriveva Benedict Anderson sulla nascita del nazionalismo: le comunità nazionali sono state inventate di sana pianta, «comunità immaginarie», ma non per questo sono meno reali e sono meno letali. Una volta prodotte, queste «immaginazioni» diventano realtà per cui si muore e si uccide (gli stati nazionali hanno prodotto le guerre più sanguinose della storia umana). Lo stesso vale per la percezione del pericolo. Statistiche alla mano, si può dimostrare che la nostra è la società in assoluto meno violenta di tutta la storia umana (basti pensare che, a differenza di pochi secoli fa, un uomo normale va in giro disarmato senza per questo sentirsi inerme). Ma le comunicazioni di massa fanno sì che il minimo evento violento sia amplificato nella percezione di ognuno di noi: la società è più sicura, ma la sensazione di violenza è più acuta. E qui c’è poco da fare: opera una legge interna ai mass-media, una deriva quasi spontanea verso il sensazionalismo, secondo cui l’orrore fa più notizia del giubilo e la morte colpisce più della vita.
Ma se i media sono intrinsecamente ansiogeni, se il problema securitario è inaggirabile, non per questo l’unica soluzione sono palazzi recintati da cavalli di Frisia, cittadelle private con postazioni di mitragliatrici, proprietari di casa armati di Magnum. Un punto è riconoscere la questione della sicurezza, altro è dire che l’unica soluzione all’insicurezza è uno stato di polizia. Gli Stati uniti sono la prova vivente che più repressione può accompagnarsi con più criminalità. L’equazione «più polizia = più sicurezza» è una chimera che esprime un solo fatto: che la destra è egemonica. Basti un esempio: tutte le esperienze al mondo dimostrano che il metodo più efficace per ridurre il tasso di criminalità tra gli immigrati è una politica dei ricongiungimenti familiari. Un immigrato che la sera torna a casa da una compagna e non può rischiare di finire in galera, ha una propensione a delinquere minore di un clandestino che nella solitudine umana del suo dormitorio affollato non sa come sfogare male di vivere e rabbia col mondo se non coi pugni in tasca.
Ma non c’è un solo politico italiano, di destra o di sinistra, che si azzarda a proporre misure di ricongiungimento. Al contrario, tutte le misure avanzate vanno nella direzione opposta: rendere più difficili regolarizzazione e inserimento, e quindi più cronica la clandestinità. Lo stesso avviene in altri casi, a cominciare da più lampioni in periferia e più trasporti pubblici: inezie che però, accumulate, cambiano vite.
Perciò la questione sicurezza non va né schivata, come finora ha fatto la sinistra «radicale», né mutuata sic et simpliciter dalla destra, con soluzioni di destra (per cui comunque la destra è meglio attrezzata), ma ponendosi il problema di riconquistare l’egemonia, o meglio di come essere egemonici sul tema del pericolo: cioè come dimostrare, e convincere, che tutti saremo più sicuri non in una società più belluina e spietata, ma in un mondo che non abbia più un cronico bisogno di vite vendute, importate da lontano, spremute, e poi da incenerire o deportare come rifiuti umani.

Franco Battiato – La canzone dei vecchi amanti

La (bellissima) traduzione è di Sergio Bardotti, che la scrisse per Patti Pravo agli inizi degli anni Settanta.

“Ma c’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”.

Certo ci fu qualche tempesta
anni d’amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c’era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.

Mio amore, mio dolce meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.

So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c’é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.

Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c’é peggior insidia
che amarsi con monotonia.

Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.