Il selvaggio

Oggi Marlon Brando compirebbe 85 anni (era nato nel 1924). Lo ricordiamo 29enne come Il selvaggio (The Wild One), nella scena del primo incontro con Katie Bleeker e nel finale.

Buon compleanno, Charles Darwin [2]

Lo so che lo ho già festeggiato, ma questa è irresistibile.

Ornette Coleman

Nato il 9 marzo 1930 a Fort Worth, Texas. Grande innovatore, uno dei maggiori jazzisti viventi.

Buon compleanno, grande vecchio.

Qui lo ascoltiamo suonare Lonely Woman, a Perugia (Umbria Jazz) nel 2007.

Fama da blogger

Basta star fuori due giorni e le visite si dimezzano.

È l’avverarsi della profezia di Andy Warhol (“In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes.” – formulata nel 1968 e ripetuta nel 1979)?

O di quella di Jacques Attali sulla mercificazione del tempo?

Assillo [2]

Ci sono cose che mi provocano un’emozione tutta particolare (quella che fece esclamare ad Archimede ηὕρηκα e a tutti gli altri ah-ha!). E una felicità profonda e duratura, speciale, quella del problema risolto. Inaspettatamente. Chi l’ha provato mi capisce; gli altri penseranno che sono un pazzo o un poveretto. Pazienza.

Veniamo al sodo. Molti di noi, oltre all’italiano come lingua materna, hanno anche un dialetto “materno”, sentito fin dalla più tenera infanzia, assimilato e non “studiato”. Per me è il suzzarese, un mantovano dell’Oltrepò. Un dialetto difficile, diverso dall’italiano di Dante e di Manzoni, pieno di prestiti dei dominatori francesi e tedeschi, con qualche radice celtica (immagino). Un dialetto contratto, con poche vocali, poco musicale (salvo che per noi di quelle parti…).

Un dialetto pieno di parole misteriose: ad esempio, “maiale” si dice gugiöl. Perché? Da dove viene? Me lo sono sempre chiesto, ma non ho risposta.

Invece, una risposta l’ho avuta oggi, inaspettatamente, per un’altra parola misteriosa. Vespa (l’insetto, non lo scooter), in suzzarese, si dice aŝiöl. Il perché non l’ho saputo fino a stasera, ore dopo aver scritto il post su assillo. Poi ho visto la luce. Un flash. Ovvio: asiolus, il tafano che punge; aŝiöl, la vespa che punge. La sorpresa è soltanto che i rudi bovari suzzaresi parlassero (anche) latino, oltre alla loro gutturale lingua celtica. L’avranno imparato da Virgilio, nato a pochi km.

Concludo citando il lemma da Al disiunàri Suzzarese-Italiano di Roberto Villa (Edizioni Publi Paolini, 2003):

Aŝiöl: vespa: “‘L è rabì cmē ‘n aŝiöl!” (è arrabbiato come una vespa); “‘L ē cmē stigà ‘n argnàl ‘d aŝiöi” (è come istigare un nido di vespe).

Ecco, così vi fate un’idea anche voi della musicalità del suzzarese.

Assillo

Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Pietro Ottorino Pianigiani (pubblicato nel 1907, disponibile online):

Da asilus (mediante una forma asilius) con cui i Latini designarono il tafano, insetto noiosissimo, che punzecchia cavalli e buoi e li mette in furia (i greci lo dissero οιστρος). Ora questa voce in Toscana si adopra sovente nel senso figurato di dolore continuo e pungente e di pensiero molesto.

Il greco οιστρος è alla radice di estro: l’estro venereo o “calore”, che determina la stagione degli amori degli animali, è dunque letteralmente “ciò che pungola come un tafano”.

Assiduo

“Di qualcosa, che è compiuto con costanza e continuità: lavoro assiduo , lettura assidua; che si verifica con continuità, costantemente presente: una preoccupazione assidua, una pioggia assidua. Di qualcuno, che attende a un’occupazione con costanza, perseverante: uno scolaro assiduo nello studio; che frequenta in modo abituale e costante un luogo o una persona: un amico assiduo, uno spettatore assiduo.” [De Mauro online]

La parola è di origine latina (assiduus) e deriva da un composto del verbo sedēre (sedere). Il che è perfettamente convergente con le espressioni colloquiali “avere il culo incollato alla sedia” ed “essere un culo di pietra”. O, come dice Capitan Uncino: “Spugna, alza il tuo colloso posteriore” (“Smee, you’d better get up off your ass”), frase che entrò a far parte del nostro lessico familiare.

Gli alberghi più zozzi d’Italia

Secondo la classifica di TripAdvisor (basata sui giudizi dei turisti stessi):

  1. Hotel Nizza, Rome, Italy
  2. Hotel Anglo Americano, Rome, Italy
  3. Repubblica Hotel, Rome, Italy
  4. Hotel Club Florence, Florence, Italy
  5. Piccolo Hotel Il Palio, Siena, Italy
  6. Hotel Ascot Florence, Florence, Italy
  7. Blue Paradise Resort, Parghelia, Italy
  8. Casa Olmata, Rome, Italy
  9. Hotel Guelfa, Florence, Italy
  10. Hotel Delle Nazioni, Milan, Italy

Potrebbe diventare un nuovo tipo di turismo-avventura…

La classifica dei 7 peccati capitali

Un articolo comparso su L’osservatore romano – che purtroppo non permette di consultare sul proprio sito le edizioni dei giorni precedenti – ha analizzato le confessioni dei fedeli nel corso degli anni e stilato la classifica dei peccati capitali più commessi (o quanto meno più confessati) da uomini e donne.
Non potendo accedere all’articolo originale di padre Wojciech Giertych (teologo della Casa Pontificia) e dello studioso gesuita Roberto Busa, sono costretto a citare dalle agenzie di stampa.

L’ostacolo più grande alla bontà è la superbia, perché impedisce all’uomo il rapporto con Dio, facendogli credere di essere autosufficiente; meno pericolosi in generale sono i peccati contro la castità (che però hanno conseguenze gravi nella vita personale), perché portano con loro una forte auto-umiliazione, e come tale possono essere un’occasione per tornare a Dio.

Quando si guarda ai vizi capitali non dal punto di vista della loro opposizione alla grazia, ma dalla difficoltà che creano, si vede che gli uomini li sperimentano in modo diverso dalle donne. Per gli uomini sovente il più difficile da fronteggiare è quello della lussuria, poi seguono gola, accidia, ira, vanità, invidia e avarizia. Per le donne invece il più comune è la vanagloria, e a seguire l’invidia, l’ira, la lussuria, la gola e ultimo l’accidia. Diversi contesti culturali generano diverse abitudini, ma la natura umana resta la stessa. [Nella classifica femminile manca l’avarizia: svista vaticana o le donne non sono avare?]

La rappresentazione più famosa dei 7 peccati capitali è una tavola (olio su legno) dipinta da Hieronymus Bosch nel 1485 e conservata al Prado.

Ai 4 angoli, nei cerchi più piccoli, sono rappresentati i 4 novissimi (cioè le 4 realtà ultime della religione cristiana: morte, giudizio, inferno e paradiso). Il cerchio centrale rappresenta l’occhio di dio, la cui pupilla è Cristo stesso, rappresentato mentre risorge (sotto c’è scritto: cave cave deus videt – attento, dio ti vede). Tutt’intorno, le 7 rappresentazioni dei peccati capitali.

Ira: una donna trattiene il marito, che ha appena scagliato uno sgabello sulla testa di un avversario.

Superbia: una donna si guarda allo specchio, sorretta da un diavolo che si finge un servitore.

Lussuria: si mangia, si gioca, si suona, ci si corteggia…

Accidia: un uomo sonnecchia davanti al fuoco, mentre uno suora gli ricorda i suoi doveri religiosi.

Gola: una bella famigliola che si abboffa di cibo e di vino.

Avarizia: un politico corrotto prende una mazzetta (chissà se pecca soltanto il corrotto o anche il corruttore?)

Invidia: un borghese invidia un aristocratico.

Fatwa

Il 14 febbraio 1989 – sono passati 20 anni – l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, leader spirituale dell’Iran, pronunciò per radio una fatwa con cui richiedeva la condanna a morte di Salman Rushdie, colpevole di aver scritto un libro blasfemo (I versetti satanici), e pose una taglia sulla sua testa.

Una fatwa (arabo: فتوى, fatwā, plurale فتاوى, fatāwa) è la risposta fornita a un qadi, giudice musulmano, da un giurisperito (faqīh) su un quesito presentatogli per sapere se una data fattispecie sia regolamentata dalla Sharī‘a e quali siano le modalità per applicarne il disposto. In questo caso il faqīh viene detto Muftī.

I tribunali sciaraitici – oggi non più operanti, salvo lì dove sia stata reintrodotta la legislazione coranica – agivano in base alla sharī‘a. Vale a dire in base a ciò che è contemplato dal Corano e dalla Sunna. La non sempre facile percorribilità delle due fonti costringeva spesso il giudice (che non era mai un dotto, ‘ālim, pl. ‘ulamā’) a ricorrere alla consulenza di un muftī, esponendogli il quesito applicando le garanzie della più assoluta astrattezza.

Questi rispondeva indicando quale fosse a suo parere la linea da perseguire, in campo civile o penale. Essendo la fatwā un’opinione personale, per quanto autorevole, non ne discende automaticamente che il responso debba essere applicato, salvo che il muftī non appartenga alla medesima scuola giuridica del giudice che gli abbia sottoposto ufficialmente il quesito.

Da qui la possibilità che i responsi siano diversi e, talvolta, contrapposti o contraddittori fra loro.

Fin qui Wikipedia. In Iran, per l’appunto, la legislazione coranica era stata reintrodotta, e si trovarono molti volonterosi pronti ad applicare la condanna a morte. Rushdie vive da anni nella clandestinità e sotto scorta. Furono bruciate pubblicamente molte copie del libro, più d’una libreria subì attentati dinamitardi, si attentò alla vita dei traduttori del libro (anche di Ettore Capriolo, quello italiano; Higarashi, quello giapponese, fu ucciso). Il 3 agosto 1989 fallì un attentato allo stesso Rushdie (l’attentatore morì nel tentativo).

Il 24 settembre 1998, come condizione per la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Regno Unito e Iran, il primo ministro iraniano Mohammad Khatami dichiarò pubblicamente che il suo governo “non avrebbe sostenuto in alcun modo operazioni volte all’assassinio di Rushdie”. Tuttavia, ancora nel 2005 l’Ayatollah Ali Khamenei, in un messaggio ai pellegrini alla Mecca, ha confermato la condanna a morte; sulla stessa linea sono tuttora i Guardiani della rivoluzione. Sotto il profilo giuridico, si sostiene che una fatwa può essere ritirata solo da chi l’ha formulata, e Khomeini è morto.

Ogni anno, Salman Rushdie riceve una sorta di valentina, che gli ricorda che deve morire…