Secondo Pieter Bruegel il Vecchio.
Ira
Superbia
Lussuria
Accidia
Gola
Avarizia
Invidia
Secondo Pieter Bruegel il Vecchio.
Ira
Superbia
Lussuria
Accidia
Gola
Avarizia
Invidia
Un articolo comparso su L’osservatore romano – che purtroppo non permette di consultare sul proprio sito le edizioni dei giorni precedenti – ha analizzato le confessioni dei fedeli nel corso degli anni e stilato la classifica dei peccati capitali più commessi (o quanto meno più confessati) da uomini e donne.
Non potendo accedere all’articolo originale di padre Wojciech Giertych (teologo della Casa Pontificia) e dello studioso gesuita Roberto Busa, sono costretto a citare dalle agenzie di stampa.
L’ostacolo più grande alla bontà è la superbia, perché impedisce all’uomo il rapporto con Dio, facendogli credere di essere autosufficiente; meno pericolosi in generale sono i peccati contro la castità (che però hanno conseguenze gravi nella vita personale), perché portano con loro una forte auto-umiliazione, e come tale possono essere un’occasione per tornare a Dio.
Quando si guarda ai vizi capitali non dal punto di vista della loro opposizione alla grazia, ma dalla difficoltà che creano, si vede che gli uomini li sperimentano in modo diverso dalle donne. Per gli uomini sovente il più difficile da fronteggiare è quello della lussuria, poi seguono gola, accidia, ira, vanità, invidia e avarizia. Per le donne invece il più comune è la vanagloria, e a seguire l’invidia, l’ira, la lussuria, la gola e ultimo l’accidia. Diversi contesti culturali generano diverse abitudini, ma la natura umana resta la stessa. [Nella classifica femminile manca l’avarizia: svista vaticana o le donne non sono avare?]
La rappresentazione più famosa dei 7 peccati capitali è una tavola (olio su legno) dipinta da Hieronymus Bosch nel 1485 e conservata al Prado.
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Ai 4 angoli, nei cerchi più piccoli, sono rappresentati i 4 novissimi (cioè le 4 realtà ultime della religione cristiana: morte, giudizio, inferno e paradiso). Il cerchio centrale rappresenta l’occhio di dio, la cui pupilla è Cristo stesso, rappresentato mentre risorge (sotto c’è scritto: cave cave deus videt – attento, dio ti vede). Tutt’intorno, le 7 rappresentazioni dei peccati capitali.
Ira: una donna trattiene il marito, che ha appena scagliato uno sgabello sulla testa di un avversario.

Superbia: una donna si guarda allo specchio, sorretta da un diavolo che si finge un servitore.
Lussuria: si mangia, si gioca, si suona, ci si corteggia…
Accidia: un uomo sonnecchia davanti al fuoco, mentre uno suora gli ricorda i suoi doveri religiosi.

Gola: una bella famigliola che si abboffa di cibo e di vino.
Avarizia: un politico corrotto prende una mazzetta (chissà se pecca soltanto il corrotto o anche il corruttore?)

Invidia: un borghese invidia un aristocratico.

Foer, Jonathan Safran (2002). Everything is Illuminated. London: Penguin. 2003.

Un romanzo molto bello, ma molto difficile (nel senso che spiegherò tra poco).
Foer è un autore molto giovane (è nato nel 1977; questo, il suo romanzo di esordio, è stato pubblicato nel 2002, ma scritto tra il 1999 e il 2000). Il suo talento è evidente, anche se a volte “sovrastante” (in questo, ma solo in questo, Foer ricorda un po’ Dave Eggers).
Il romanzo è molto difficile da leggere in originale, perché le lettere e le parti attribuite alla penna di Alex Perchov mimano l’inglese di un ucraino che l’ha appreso in modo scolastico, consultando un vocabolario, con un effetto di slittamento semantico (ad esempio, rigid viene sistematicamente usato al posto di hard, anche nel senso traslato del termine) molto comico, ma difficile da capire con immediatezza per noi che l’inglese lo sappiamo un po’ meglio di Alex, ma non poi tanto.
Questo versante comico aiuta ad attenuare la vicenda del romanzo, dolorosa al limite dell’insopportabilità (senza rovinarvi il romanzo, basti dire che stiamo parlando dell’annientamento di uno shtetl da parte dei nazisti).
Un altro espediente – a mio parere meno efficace e un po’ stucchevole – è l’utilizzo di tutto un armamentario sperimentale nelle parti (romanzo nel romanzo, narrazione nella narrazione) che costituiscono il work in progress del romanzo che il Jonathan-personaggio-del-romanzo (che ovviamente è e non è il Jonathan-Safran-Foer-autore-del-romanzo) scrive di ritorno dall’Ucraina. Qui l’autore usa tutta la panoplia degli strumenti sperimentali a disposizione: realismo magico, salti temporali, monologo interiore, brani poetici, elenchi, brani di altri testi (fittizi), documenti (fittizi), poesie e canzoni, “verità storiche” alternative, espedienti grafici e di punteggiatura eccetera.
Nonostante tutto questo, e forse per questo (ma, come avrete capito, pendo più per il nonostante che per il per), il romanzo è molto bello. E le sue tematiche molto profonde: la religione innanzitutto (dio non c’è, ma se ci fosse e avesse permesso tutto questo non vorremmo nemmeno sentirne parlare). E l’etica della responsabilità nelle situazioni estreme narrate, in cui il male minore è comunque enorme.
Naturalmente, un libro come questo merita la scelta (assolutamente personale) di qualche citazione:
He felt no pain, they told her. He felt nothing, really. Which made her cry more, and harder. Death is the only thing in life that you absolutely have to be aware of as it’s happeming. [p. 125]
It’s not he was ashamed, or even that he thought he was doing something wrong, because he knew that what he was doing was right, more right than anything he saw anyone do, and he knew that doing right often means feeling wrong, and if you find yourself feeling wrong, you’re probably doing right. But he also knew that there is an inflationary aspect to love, and that should his mother, or Rose, ora any of those who loved him find out about each other, they would not be able to help but feel of lesser value. He knew that I love you means I love you more than anyone loves you, or has loved you, or will love you, and also, I love you in a way that no one loves you, or has loved you, or will love you, and also, I love you in a way that I love no one else, and never have loved anyone else, and never will love anyone else. He knew that it is, by love’s definition, impossible to love two people. [p. 170]
God loves the plagiarist. And so it is written, “God created humankind in His image, in the image of God He created them.” God is the original plagiarizer. With a lack of reasonable sources from which to filch – man created in the image of what? the animals? – the creation of man was an act of reflexive plagiarizing. God looted the mirror. When we plagiarize, we are likewise creating in the image and participating in the completion of Creation. [206]
Dal sito Governo Italiano della Presidenza del consiglio dei ministri.
Un attacco calunnioso e assolutamente ingiustificato, che provoca indignazione. È questa la reazione di Palazzo Chigi alle polemiche gonfiate su un finto “caso Argentina”. Le parole del Presidente del Consiglio sono state, infatti, completamente stravolte e addirittura rovesciate, quando era chiarissimo che egli stava sottolineando la brutalità dei ‘voli della morte’ messi in opera dalla dittatura argentina di quel tempo.
Chi (ma mi sa che siamo ormai orgogliosa minoranza) pensa di avere ancora il diritto e i mezzi per farsi un’opinione da solo, guardi il filmato.
Come dice Alessandro Robecchi: “Dura solo 13 secondi, ma ci farà vergognare per anni.”
Amis, Martin (2008). The Second Plane. September 11: 2001-2007. London: Vintage Books. 2008.

It was the advent of the second plane, sharking in low over the Statue of Liberty: that was the defining moment. Until then, America thought she was witnessing nothing more serious than the worst aviation disaster in history; now she had a sense of the fantastic vehemence ranged against her. [p. 3]
Alcune brevi citazioni dal libro. La prima la condivido appieno, la seconda in parte, la terza di nuovo mi sembra convincente (e toccante).
To be clear: the opposite of religious belief is not atheism or secularsm or humanism. It is not an ism: it is independence of mind – that’s all. When I refer to the age of boredom, I am not thinking of airport queues and subway searches. I mean the global confrontation with the dependent mind. [pp. 77-78]
But with Islamism, with total malignancy, with total terror and total boredom, irony, even militant irony (which is what satire is), merely shrivels and dies. [87]
Love is an abstract noun, something nebulous. And yet love turns out to be the only part of us that is solid, as the world turns upside down and the screen goes black. We can’t tell if it will survive us. But we can be sure that it’s the last thing to go. [137]
Il 14 febbraio 1989 – sono passati 20 anni – l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, leader spirituale dell’Iran, pronunciò per radio una fatwa con cui richiedeva la condanna a morte di Salman Rushdie, colpevole di aver scritto un libro blasfemo (I versetti satanici), e pose una taglia sulla sua testa.
Una fatwa (arabo: فتوى, fatwā, plurale فتاوى, fatāwa) è la risposta fornita a un qadi, giudice musulmano, da un giurisperito (faqīh) su un quesito presentatogli per sapere se una data fattispecie sia regolamentata dalla Sharī‘a e quali siano le modalità per applicarne il disposto. In questo caso il faqīh viene detto Muftī.
I tribunali sciaraitici – oggi non più operanti, salvo lì dove sia stata reintrodotta la legislazione coranica – agivano in base alla sharī‘a. Vale a dire in base a ciò che è contemplato dal Corano e dalla Sunna. La non sempre facile percorribilità delle due fonti costringeva spesso il giudice (che non era mai un dotto, ‘ālim, pl. ‘ulamā’) a ricorrere alla consulenza di un muftī, esponendogli il quesito applicando le garanzie della più assoluta astrattezza.
Questi rispondeva indicando quale fosse a suo parere la linea da perseguire, in campo civile o penale. Essendo la fatwā un’opinione personale, per quanto autorevole, non ne discende automaticamente che il responso debba essere applicato, salvo che il muftī non appartenga alla medesima scuola giuridica del giudice che gli abbia sottoposto ufficialmente il quesito.
Da qui la possibilità che i responsi siano diversi e, talvolta, contrapposti o contraddittori fra loro.
Fin qui Wikipedia. In Iran, per l’appunto, la legislazione coranica era stata reintrodotta, e si trovarono molti volonterosi pronti ad applicare la condanna a morte. Rushdie vive da anni nella clandestinità e sotto scorta. Furono bruciate pubblicamente molte copie del libro, più d’una libreria subì attentati dinamitardi, si attentò alla vita dei traduttori del libro (anche di Ettore Capriolo, quello italiano; Higarashi, quello giapponese, fu ucciso). Il 3 agosto 1989 fallì un attentato allo stesso Rushdie (l’attentatore morì nel tentativo).
Il 24 settembre 1998, come condizione per la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Regno Unito e Iran, il primo ministro iraniano Mohammad Khatami dichiarò pubblicamente che il suo governo “non avrebbe sostenuto in alcun modo operazioni volte all’assassinio di Rushdie”. Tuttavia, ancora nel 2005 l’Ayatollah Ali Khamenei, in un messaggio ai pellegrini alla Mecca, ha confermato la condanna a morte; sulla stessa linea sono tuttora i Guardiani della rivoluzione. Sotto il profilo giuridico, si sostiene che una fatwa può essere ritirata solo da chi l’ha formulata, e Khomeini è morto.
Ogni anno, Salman Rushdie riceve una sorta di valentina, che gli ricorda che deve morire…
Lessing, Doris (2008). Alfred & Emily. London: Fourth Estate. 2008.

Non un libro solo, in realtà, ma due.
Il primo è un curioso “quasi romanzo”: Doris Lessing immagina quale avrebbe potuto essere la vita dei propri genitori se non ci fosse stata la Prima guerra mondiale, che invece ne condizionò profondamente e drammaticamente l’esistenza. Mi spiace dirlo, ma questa prima parte non mi è piaciuta affatto: tutto considerato una descrizione dell’Inghilterra rurale di inizio secolo, appena virata verso l’ucronia dai supposti sviluppi di quella società dopo una guerra mondiale evitata. Tutto considerato, cioè, il racconto di un’atmosfera di cui abbiamo letto (e visto al cinema) moltissime volte. E basterebbe citare Virginia Woolf.
La seconda parte del libro è invece una memoria, o meglio una raccolta di frammenti di memoria, della vita di Doris e dei suoi nella South Rhodesia (oggi Zimbabwe). Questa parte del libro è bellissima, e commovente, e profonda nella sua semplicità, e a tratti veramente divertente. Se volete, leggete soltanto questa.
Un piccolo esempio:
My first child, John Wisdom, was never one to put up uncomplainingly with difficulties and annoyances. The birth of my second child, his sister, shocked him. Never in my life have I heard such howls of rage, betrayal, when he realized that this new creature, this baby, was here to stay. He attacked the baby, but also attacked me, pummelling with already savage little fists. ‘Why have you done this – to me?’ was the message.
Consultations. […] I would take John right away to the coast where he would have his mother to himself, day and night, and recover.
I have written about the journey to Cape Town, five days in a coupé the size of a pony box. Sometimes veterans of life may be observed looking back over the years and wondering which of their experiences was the worst. I aver that being shut up with a hyperactive small boy for five days in a small space comes pretty high on a list of unlikeable experiences. [pp. 248-249]
Posso assicurare che bastano anche poche ore in un’automobile, se i maschietti iperattivi sono due e passano il tempo a tormentarsi l’un l’altro. Vita vissuta. Ammesso che mi possa considerare un veterano della vita.
Segnalo anche un paio di ricette a base di zucca (di cui, da bravo mantovano, sono appassionato):
Pieces of pumpkin are sprinkled with sugar and cinnamon and allowed to caramelize. Delicious, particularly with roast meat. Or pumpkin fried with onion, or mashed with cinnamon and nutmeg. Pumpkin soups. And, best of all, pumpkin batter fritters, crisp and saucy. [p. 239]
Il collezionista di ossa (The Bone Collector), 1999, di Phillip Noyce, con Denzel Washington e Angelina Jolie.

Un onesto thriller.
Fa sempre impressione vedere le torri gemelle nello skyline di New York.
Soltanto un pretesto per farvi sentire la bellissima canzone di Peter Gabriel che accompagna i titoli di coda. Qui con Kate Bush.
in this proud land we grew up strong
we were wanted all along
I was taught to fight, taught to win
I never thought I could fail
no fight left or so it seems
I am a man whose dreams have all deserted
I’ve changed my face, I’ve changed my name
but no one wants you when you lose
don’t give up
‘cos you have friends
don’t give up
you’re not beaten yet
don’t give up
I know you can make it good
though I saw it all around
never thought that I could be affected
thought that we’d be the last to go
it is so strange the way things turn
drove the night toward my home
the place that I was born, on the lakeside
as daylight broke, I saw the earth
the trees had burned down to the ground
don’t give up
you still have us
don’t give up
we don’t need much of anything
don’t give up
‘cause somewhere there’s a place
where we belong
rest your head
you worry too much
it’s going to be alright
when times get rough
you can fall back on us
don’t give up
please don’t give up
‘got to walk out of here
I can’t take anymore
going to stand on that bridge
keep my eyes down below
whatever may come
and whatever may go
that river’s flowing
that river’s flowing
moved on to another town
tried hard to settle down
for every job, so many men
so many men no-one needs
don’t give up
‘cause you have friends
don’t give up
you’re not the only one
don’t give up
no reason to be ashamed
don’t give up
you still have us
don’t give up now
we’re proud of who you are
don’t give up
you know it’s never been easy
don’t give up
‘cause I believe there’s a place
there’s a place where we belong
Una seconda versione, sempre con Kate Bush.
Dal vivo con Tracy Chapman al Mandela Tribute, 1990 (non si sa chi dei due è più sfiatato!).
Continuiamo il gioco? Bono e Alicia Keys. Maluccio.
Sinead O’ Connor e Willie Nelson. Molto meglio.
Shannon Noll and Natalie Bassingthwaighte. Sono famosi? non è malaccio.
E per chiudere il cerchio, torniamo a PG con la bellissima Anggun.
La calda pelle (De l’amour), 1964, di Jean Aurel, con Anna Karina, Jean Sorel, Michel Piccoli ed Elsa Martinelli.

L’esperimento è interessante: trasporre ai giorni nostri e illustrare con un film il romanzo-saggio sull’amore di Stendhal. Esperimento non del tutto riuscito, perché le considerazioni teneramente ciniche di Stendhal fanno sorridere quando le leggi, ma sono irritanti e incongrue quando declamate da una voce fuori campo.
Tutto considerato un’operina minore ma rappresentativa della nouvelle vague francese, che ha il sapore di quegli anni. Bella fotografia in bianco e nero. Ambientazione parigina. Cast stellare, con un giovane Piccoli e una bellissima ed espressiva Elsa Martinelli, che qui brilla più di Anna Karina.
Non ho trovato su YouTube sequenze del film. Peccato.
Anna Karina, invece che in un film di Godard, ve la faccio vedere in una (brutta) canzone di Serge Gainsbourg. Bellissima. Ne sono ancora innamorato.
Ed Elsa Martinelli in uno spericolato strip in un film di Salce del 1967, Come imparai ad amare le donne.
Si sono scontrati due satelliti in orbita e pare sia la prima volta: ne parlano un po’ tutti i giornali (valga per tutti Il corriere della sera) e, con l’intelligenza e l’arguzia consuete, .mau.

I satelliti per le comunicazioni Iridium sono 66 satelliti (oddio, adesso 65 immagino – ma in origine dovevano essere 77, e di qui viene il nome, perché l’iridio è l’elemento con numero atomico 77 – spero di avervi confuso abbastanza) per le telecomunicazioni satellitari. Qui sotto ne vedete uno.
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Le grandi antenne, quando riflettono la luce del sole verso terra, creano una gibigianna cosmica molto luminosa, che a volte è visibile persino di giorno. “Se ci si trova in piena fascia di transito, ad occhio nudo, si osserva all’improvviso un debolissimo punto luminoso comparire in cielo, il quale si sposta con moto rettilineo ed uniforme nella volta celeste. Man mano che si sposta, la sua luminosità aumenta gradualmente sino a raggiungere un livello massimo, il picco di magnitudine, che precede un’altrettanto graduale diminuzione della luminosità, conservando sempre lo stesso moto, sino a completa sparizione del punto luminoso. Tutto questo normalmente può durare tra uno e quattro secondi e occupare porzioni di cielo molto piccole o poco più grandi di un palmo di mano.” [Wikipedia]
Già, ma come sapere quando e dove guardare? C’è un sito dedicato a questo (heavens-above.com): basta dare le proprie coordinate geografiche (o il nome del comune di residenza) e si possono vedere i passaggi previsti nei giorni successivi. Dopo essersi impratichiti un po’, è una tecnica di seduzione veramente romantica e di effetto assicurato quella di poter annunciare al vostro o alla vostra “significant other” che tra pochi secondi passerà la “vostra” stella cadente e tutti i “vostri” desideri si avvereranno. Provare per credere.