The White Tiger

Adiga, Aravind ( 2008). The White Tiger. London: Atlantic. 2008.

Un’altra puntata nel mio viaggio a tappe nella letteratura anglo-indiana.

Nonostante abbia vinto il Booker Prize, il premio britannico assegnato annualmente al miglior romanzo scritto in lingua inglese da un autore del Commonwealth (o della repubblica irlandese), questo romanzo è una delusione. All’inizio, le idee sono scoppiettanti e la verve comico-satirica notevole, ma poi il romanzo si siede come un soufflé. La nuova India ruggente promessa nelle prime pagine è un po’ sfocata, e passa in secondo piano rispetto alla “vecchia” India delle caste e dell’oscurità: tra sdegno e humour nero, la satira non graffia abbastanza. L’amalgama tra perdita dell’innocenza e accumulazione originaria non è ben riuscito, e comunque Balram Halwai non mi sembra convincente come “eroe” di questo cammino dalle Tenebre del Gange alla Luce di Bangalore.

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Pernicioso

Che provoca effetti o danni estremamente gravi, ostacolando il raggiungimento di determinati scopi, il compimento di un’azione, l’attuazione di un progetto e simili: consiglio pernicioso, comportamento pernicioso, impresa perniciosa (De Mauro online).

Pernicioso viene dal latino, perniciosus, aggettivo a sua volta derivato da pernicies, “rovina, perdita”. Pernicies non ha nulla a che fare con la pernice, ma deriva da per- (prefisso di intensità) e dalla radice *nec- (da cui necare, uccidere, e in italiano, ad esempio, “necrosi”).

La pernice, invece, in latino si chiama perdix (e deriverebbe dal latino pedo e dal greco perdo, entrambi con significato di “spetezzo”, “spernacchio”, per il verso non particolarmente melodioso!). La sostituzione della -n- alla -d- è piuttosto comune, e si può osservare anche nel passaggio dal latino mercedarius all’italiano mercenario (detto di colui che agisce o combatte per un compenso monetario).

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La notte che Pinelli

Sofri, Adriano (2009). La notte che Pinelli. Palermo: Sellerio. 2009.

La notte che Pinelli

wittgenstein.it

Ho sempre nutrito nei confronti di Sofri sentimenti ambivalenti. Sofri fu per me, negli anni della militanza, il leader di un gruppo diverso dal mio, ma l’unico che per cultura e dialettica sapeva tenere testa a Rossana Rossanda, in un panorama in cui spesso la rozzezza era esibita. Fu per me più che un “maestro” di politica un modello di scrittura: Sofri scriveva e scrive bene, con una retorica sopra le righe ma soltanto di poco. Una scrittura tutto sommato invidiabile e da me anche invidiata, anche per la capacità di piegare sottilmente l’argomentazione a proprio vantaggio, sotto l’apparenza della ragionevolezza e dell’oggettività. E lo si vedrà agevolmente dagli esempi che riporto sotto.

Dico subito che sono convinto che Sofri non sia il mandante del delitto Calabresi, nell’accezione penalmente rilevante del termine. È stato condannato per questo reato con una sentenza passata in giudicato, e la rispetto da bravo cittadino di uno Stato di diritto, ma conservo le mie personali convinzioni, che sono un’altra cosa.

In questo libro, Sofri usa – con riferimento all’omicidio Calabresi – la parola “corresponsabilità”, e naturalmente i giornali ne hanno parlato:

Io ho questo concetto della corresponsabilità: che se qualcuno traduce in atto quello che anch’io ho proclamato a voce alta non posso considerarmene innocente e tanto meno tradito. Ne sono corresponsabile. Solo di questo, del resto, e non di altro. Di nessun atto terroristico degli anni ’70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, “Calabresi sarai suicidato”. [pp. 213-214]

Qui Sofri sembra dimenticare un dettaglio: anch’io forse ho gridato in qualche corteo “Calabresi sarai suicidato” insieme a qualche altra frase cruenta sui fascisti e i celerini, ma io non ero il leader carismatico di un gruppo importante e questo cambia quanto meno il peso della nostra comune corresponsabilità. Sofri se ne avvede qualche pagina dopo e dice che “la campagna condotta da Lotta Continua contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 (non mi importa dei molti altri concorrenti) fu un linciaggio moralmente responsabile, benché nient’affatto penalmente, della morte di Calabresi.” [pp. 215-216]

Al di là di questo punto, che tutti i giornali hanno ripreso, il libro è interessante per alcune altre considerazioni e ricostruzioni storiche (che non condivido del tutto, ma che contengono pezzi importanti di verità).

La prima riguarda la pratica e la grammatica della violenza:

Il vizio d’origine della nostra iniziazione rivoluzionaria – nostra, cioè di quelli della mia generazione che si sentirono rivoluzionari – derivò dal trovarci di fron­te un vasto schieramento politico e sindacale che agi­va di fatto all’interno dei rapporti sociali e della de­mocrazia politica «borghesi», ma continuando a par­lare un linguaggio sovversivo. C’era una sproporzione scandalosa fra le parole e i fatti di quella sinistra «uf­ficiale». Non solo: ma poiché gli uomini tengono più alle parole che ai fatti, e a quelle restano più tenace­mente fedeli, e dal tradimento di quelle si sentono più intimamente feriti, quando voci autorevoli dentro la sinistra ufficiale azzardavano sortite verbali che pro­vassero a ridurre la distanza fra l’ideologia e la prati­ca, il loro isolamento si faceva più forte. Era così per la «destra» del Pci, o prima ancora per il Psi e la sua aspirazione governativa, o per il sindacalismo più «riformista» (più riformista che riformatore, del resto). Le burocrazie dirigenti della sinistra storica e i loro ca­pi tenevano in ostaggio la «base» con la continuità di un linguaggio, ed erano a loro volta ostaggi dell’irri­ducibilità di quella base a nuove musiche e nuove pa­role. Questo reciproco sequestro era l’ortodossia. Quan­do arrivò per una buona parte della nostra generazio­ne il turno di entrare in scena, sospinta da una con­giuntura internazionale senza precedenti, lo scandalo morale per la «doppiezza» della sinistra ufficiale, la scis­sione plateale fra teoria e pratica, si tradusse in una ten­sione urgente a colmare quel divario dal lato della pra­tica, dell’azione. Il volontarismo attivistico fu la carat­teristica saliente di quel nuovo estremismo giovanile, quando non si lasciò irrigidire dal dogmatismo ideolo­gico. La distanza fra le parole e i fatti – il binario dop­pio, la simulazione rivoluzionaria e la pratica del quieto convivere – volemmo sanarla rieducando i fatti a cor­rispondere alle parole, cercando nell’azione la coeren­za rinnegata. Questo valeva anche, e anzi a maggior ragione, per la questione della violenza. Il retaggio del­la violenza popolare, creduta necessaria, perché con­trapposta alla violenza di tiranni padroni e sfruttato­ri, e giusta, perché emancipatrice da una abitudine al­la servitù e al gregarismo, della violenza difensiva e del­la violenza levatrice di una storia nuova e di un uomo nuovo, questo retaggio era ben più antico e radicato del movimento operaio e del marxismo, c scendeva dal tronco della rivoluzione francese e dai rami del patriot­tismo risorgimentale e, fin nello stesso Sessantotto, del­la ribellione cattolica al privilegio e al potere. Piutto­sto che rimettere in discussione le parole, noi le ripren­demmo e le rincarammo, come si raccoglie e si agita più fieramente una bandiera abbandonata nella fuga, e ci addestrammo a corrisponder loro nell’azione. Per molto tempo la nostra verità di rivoluzionari di fron­te alla moneta falsa di chi continuava a scrivere la pa­rola rivoluzione sulla targhetta del suo ufficio ma guar­dandosi bene dal perseguirla nella vita, consistette an­che in una mezzo comica mezzo patetica gara all’oltran­za delle parole: e se gli altri gridavano Vietnam libero noi gridavamo Vietnam rosso, e se chiedevano il Di­sarmo della polizia in servizio di ordine pubblico (po­tresti immaginare che alla vigilia della strage di piazza Fontana si stava per votare questa misura?) noi chie­devamo il Fucile agli operai. Era un gioco di quelli che prendono la mano. Le parole sono indulgenti, permet­tono un’oltranza infinita, al riparo dal passaggio al fatto. Le parole non sono pietre. Ma sono anche esi­genti, e perfino esose, e a furia di sentirsi pronuncia­re e scandire e gridare presentano un loro conto. Le pietre non sono parole – ti rinfacciano a quel punto. E da lì in poi qualcuno non resta più al di qua del ri­paro, passa la linea che le separa dai loro fatti. «Segui­le, le tue parole, fino al punto in cui trapassano nei lo­ro fatti». E chi oltrepassa quella linea, può essere sem­plicemente uno manesco, uno che ha avuto un’infanzia cupa, uno più frustrato o più fanatico; ma può an­che essere uno dei migliori, uno che si costringe a fa­re quello che tutti proclamano doveroso fare, tenendosene al di qua, per viltà o pusillanimità o qualche al­tra debolezza. Di queste due genie di uomini (e di don­ne), e della gamma di sfumature che conduce dall’una all’altra, sono fatte le minoranze che nei tempi tem­pestosi prendono il primo piano, e possono trovarsi dal­la parte giusta e dalla parte sbagliata, e diventare eroi popolari o terroristi messi al bando, e naturalmente la differenza fra la parte giusta e sbagliata è molto im­portante, e ancora di più la differenza fra la stagione della guerra vera e la stagione della guerra inventata, ma differenze così importanti non cancellano del tut­to l’affinità. [pp. 210-213; questo è il brano che precede immediatamente quello sulla corresponsabilità, che ho citato sopra]

La seconda riguarda il rapporto tra il contesto e il senno di poi:

Quando pensiamo di essere diventati più saggi e se­reni, forse abbiamo solo sostituito un pregiudizio con un altro pregiudizio. Senno di poi. Ma io non disprez­zo affatto il senno di poi: ne viviamo.
Le bugie scoperte tali e le contraddizioni grosso­lane di quei giorni conservano intero il loro effetto. Allora, che cosa c’è di diverso oggi che mi fa pro­pendere per una risposta diversa? Molto poco, o moltissimo. Una migliore e più distante conoscenza delle carte, certo: nel mio caso, la conoscenza tout court, che ho cercato ora di rendere scrupolosa, mentre allora non mi occupavo di questo, e non le lessi affatto. Ma soprattutto la differenza fra il no­stro modo di pensare di allora e quello di oggi. Una febbre da cui siamo sfebbrati: ci faceva vedere co­se che non vediamo più. A un prezzo, anche: di non riuscire più a ricordare e trasmettere la nostra com­mozione di allora.
Però non è vero che il venire dopo, e il sapere – o credere di sapere – sia solo un vantaggio. C’è sempre un conflitto fra il contesto e il senno di poi. Fra gli at­tori e i testimoni diretti, e quelli che vengono dopo, fra la memoria e la storia. Il contesto è il rifugio dei farabutti, che lo invocano a giustificazione delle male­fatte. Ma è anche il criterio irrinunciabile all’intelligen­za delle cose. Il senno di poi può permettersi una più serena e compiuta conoscenza, ma gli piace dimenticar­lo, il contesto, e giudicare da maramaldo. È questo squi­librio a tenere aperta la lacerazione del dopoguerra e della cosiddetta guerra civile, a distanza di sessant’an­ni e passa. E a tenere altrettanto aperte, se non addi­rittura a esacerbare, le ferite intitolate agli anni ’70 ­e già questo è strano, quando si parla di una strage del 1969. [pp. 189-190]

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Infingardo

Chi rifugge la fatica per pigrizia o svogliatezza: un ragazzo infingardo. Chi è falso, simulatore: un amico infingardo, stai attento, è un infingardo. Che denota infingardaggine, subdolo: un sorriso infingardo (De Mauro online).

La parola, secondo i più, deriva dal latino fingĕre (in-fingĕre): chi, potendo e sapendo fare una cosa, finge di non poter o non sapere farla, appunto per non farla. e quindi: pigro, lento nell’operare per avversione al lavoro; ma anche, simulatore, subdolo.

Curiosa anche la desinenza -ardo, che fa pensare a una contaminazione germanica (bastardo, codardo, testardo, …)

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Avercelo lungo

Proviamo a procedere per approssimazioni successive. La notizia è di un paio di giorni fa, anche se io (che non leggo i giornali) l’ho appresa soltanto oggi:

Ricerca: lunghezza dita predice abilità nel guadagnare soldi

Roma, 13 gen. (Adnkronos Salute) – Non c’è laurea o master, sfrontatezza né coraggio che tengano. È la lunghezza delle dita a indicare se nella vita si diventerà abili a guadagnare soldi. Ne sono convinti gli scienziati dell’università di Cambridge (GB), secondo cui i broker di maggior successo sono quelli che hanno l’anulare più lungo dell’indice.

Sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’, i ricercatori britannici spiegano che il fenomeno potrebbe essere dovuto a una super-esposizione al testosterone nell’utero materno: questo ormone è infatti in grado di migliorare la capacità di prendere decisioni e di assumere atteggiamenti aggressivi al momento giusto, oltre che di donare la proporzione ‘vincente’ delle dita delle mani, con l’anulare più lungo dell’indice. Studi precedenti avevano già messo in collegamento questo fenomeno con un maggior successo negli sport competitivi.

John Coates e il suo team all’ateneo di Cambridge avevano inoltre pubblicato lo scorso anno uno studio, secondo cui il testosterone amplifica il successo finanziario a breve termine, dopo aver rilevato che gli operatori della City londinese con più alti livelli di ormone maschile nel sangue di mattina avevano più possibilità di concludere affari particolarmente proficui durante quel giorno.

Ora, gli scienziati hanno effettuato altre indagini basandosi sull’analisi di 44 broker, alcuni dei quali hanno guadagnato oltre quattro milioni di euro l’anno. Effettivamente, quelli con l’anulare più lungo dell’indice sono riusciti, in un periodo di 20 mesi, ad accumulare una fortuna 11 volte superiore rispetto a quella conquistata da uomini con anulare più corto dell’indice. Un risultato simile a quello che si ottiene dopo anni e anni di esperienza di lavoro, con i broker più anziani che guadagnano nove volte tanto i ‘novellini’.

E, anche considerando solamente gli operatori di borsa più esperti, quelli con l’accoppiata anulare-indice vincente si sono confermati i più brillanti, con un guadagno in media di oltre 800 mila euro contro i 150 mila di quelli senza un super-anulare.

“Naturalmente” (nel senso che la cosa ci deve scandalizzare, ma non sorprendere) i giornalisti delle agenzie di stampa non hanno letto (e meno che mai hanno gli strumenti per comprendere, nella stragrande maggioranza dei casi) l’articolo originale. E – tanto per essere chiari – i giornalisti che firmano la notizia sui quotidiani e sugli altri mezzi di comunicazione, inclusi i più titolati, si sono poi limitati a riprendere la notizia dai lanci di agenzia. Si fa così, ne abbiamo parlato altre volte, io non cesso di esserne schifato, ma per adesso non ne parliamo più.

Alla radice di tutto questo, se le mie deduzioni sono corrette, c’è un articolo di The Economist (The Communist, per i berlusconiani):

Testosterone and traders

Goldfingers

Jan 15th 2009
From Economist.com

How traders’ testosterone levels affect their income

FINANCIAL traders are usually young, male and must have a good grasp of probability. But those who make most money may be born to it, according to a new study led by John Coates at the University of Cambridge and published in the Proceedings of the National Academy of Sciences. This suggests that male traders who were exposed to higher levels of testosterone before birth go on to make the most money. High levels of the hormone during pregnancy causes the ring (or fourth) finger to grow longer than the index (or second) finger, both of which were measured on the right hand of 44 traders. The researchers also recorded the profit and loss statements for 20 months of these “high frequency” futures traders, who held positions of up to £1 billion ($2 billion, at the time of the study) for as little as a few seconds. Even accounting for experience, men with the longest ring fingers earned far more than those with more evenly matched fingers. They also stayed in the business for longer.

E – approfondendo un po’ di più (cioè passando dall’edizione online al giornale stampato, a disposizione degli abbonati) – si poteva fare un piccolo passo avanti:

Neuroeconomics

Digitally enhanced

Jan 15th 2009
From The Economist print edition

Successful financial traders are born as well as made

MAKING money comes naturally to some people-specifically, to men exposed to high levels of testosterone before they were born. That, at least, is the conclusion of a study published this week by John Coates of the University of Cambridge and his colleagues.

Testosterone levels normally surge during the middle of a pregnancy. This not only shapes the brain and sex organs of the child, but also affects the way its fingers grow. High levels of the stuff extend the ring fingers, making them longer than the index fingers. In general, men have relatively longer fourth fingers than women. Previous research has shown that men with significantly elongated ring fingers excel at competitive sports. Dr Coates wanted to know whether such men also did well at financial trading.

To find out, he recruited 44 men from a trading floor of about 200, all but three of whom were male, in the City of London. The people on this floor specialise in “high-frequency” or “noise” trading, in which traders buy securities, specifically futures contracts, in sums of up to £1 billion-but who hold their positions for only a few minutes, and sometimes just seconds, before selling. This rapid style of trading is particularly demanding. Traders must be vigilant as they search for small price discrepancies both within and between markets, and they must be quick to react to changes in these prices.

Dr Coates and his team measured the ratio of the length of the men’s index and ring fingers from photocopies of their right hands. They then examined the profit and loss statements for each trader recorded over 20 months. Unsurprisingly they found that nurture, in the form of experience, counted for a lot. But they also discovered that nature was important. Those men whose ring fingers were significantly longer than their index fingers made more money. As they report in the Proceedings of the National Academy of Sciences, among people who had worked in the City for more than two years, those with skewed hands earned more than five times as much as their more even-fingered brethren. Such men also remained in the business for longer.

Last year, Dr Coates reported a different experiment in which he found that traders who had high levels of testosterone in their bodies in the morning went on to make the most money during the day. Next, he plans to try to establish whether asset managers, who seek to make gains over years rather than minutes, are helped by a lack of testosterone-and thus to discover whether, when it comes to making money, there is more than one way of prospering naturally.

Ok. Qui cominciamo a essere un po’ più convincenti. Almeno si dice per la prima volta una cosa molto rilevante: la maggior parte dei maschi (stiamo parlando di umani) ha l’anulare più lungo dell’indice. Anche molte donne, ma meno degli uomini. Anche la causa è nota da tempo. Sappiamo ormai tutti che i maschi hanno una coppia XY all’ultimo cromosoma, e le femmine XX. Nello sviluppo dell’embrione, la differenziazione dei caratteri sessuali (il dimorfismo sessuale) dipende dall’esposizione al testosterone, prodotto dall’embrione stesso. Tra gli aspetti del dimorfismo sessuale (gli uomini sono in genere più grossi delle donne, hanno meno tette, hanno i genitali sviluppati in un modo diverso: non ditemi che non lo sapevate!) c’è la lunghezza relativa delle dita.

Dimorfismo sessuale: Madonna (qui sotto – i minorenni si astengano).

Cito da Wikipedia:

The digit ratio is the ratio of the lengths of different digits, fingers or toes, typically as measured from the bottom crease where the finger joins the hand to the tip of the finger. It has been suggested by some scientists that the ratio of two digits in particular, the 2nd (index finger) and 4th (ring finger), is affected by exposure to androgens such as testosterone while in the uterus and that this 2D:4D ratio can be used as a crude measure for prenatal androgen exposure, with lower 2D:4D ratios pointing to higher androgen exposure.

2D:4D is sexually dimorphic: in men, the second digit tends to be shorter than the fourth, and in females the second tends to be the same size or slightly longer than the fourth. This trait may be better described as ‘sexually differentiated’ rather than ‘sexually dimorphic’ in recognition of the fact that the effect size is fairly small (2D:4D distributions of the two sexes overlap to a great degree), especially as compared to other sexually dimorphic traits such as height.

[…]

That a greater proportion of men have shorter index fingers than ring fingers than do women has been noted in the scientific literature several times through the 1800s. In 1983 Dr Glenn Wilson of King’s College, London published a study examining the correlation between assertiveness in women and their digit ratio. This was the first study to examine the correlation between digit ratio and a psychological trait within members of the same sex.

[…]

Some authors suggest that digit ratio correlated to health, behavior, and even sexuality, in later life. What follows is a non-exhaustive list of some traits which have been either demonstrated or suggested to correlate with digit ratio.

Physiology and disease

* Sperm counts (Manning et al 1998 )
* Heart disease (Manning & Bundred 2001)
* Obesity & Metabolic syndrome (Fink, Manning, Neave 2005)

Psychological disorders

* Autism (Manning et al 2001)
* Depression (Bailey & Hurd 2005b)
* Schizophrenia (Arato et al 2004)

Physical and competitive ability

* Skiing (Manning 2002b)
* Soccer ability (Manning & Taylor 2001)
* Sporting ability in females (Paul et al 2006)

Cognition and personality

* Assertiveness in women (Wilson 1983)
* Spatial ability (van Anders & Hampson 2005)
* Aggression (Benderlioglu & Nelson 2004 , Bailey & Hurd 2005a)
* Masculinity of Handwriting (Beech and Macintosh 2004)
* Perceived ‘dominance’ and masculinity of man’s face (Neave et al 2003; Burriss et al 2006)
* Personality (Austin et al 2002, Fink et al 2004, Luxen & Buunk 2005)
* Musical ability (Sluming et al 2000)

Sexual orientation

* Bem sex role score in women (Csatho et al 2003), erotic role preference in men (McIntyre 2003)
* Lesbians vs. straight women, butch vs. femme lesbians (Brown et al 2002)
* Gay vs straight men and the very odd Europe vs. North American straight man effect (reviewed in McFadden et al 2005).
* Difference in digit ratio between identical female twins discordant for sexual orientation (Hall & Love 2003)
* Fraternal birth order effect on digit ratio (Williams et al 2000).

Confido che ormai abbiate capito l’antifona. Che la lunghezza relativa dell’anulare rispetto all’indice sia maggiore nei maschi che nelle femmine è un fatto stranoto. Che sia studiato in relazione a una serie pressoché infinita di differenti comportamenti e prestazioni tra (between) e all’interno (within) i sessi è altrettanto noto evidente.

Dov’è la notizia allora? Che questo possa essere una (non la) spiegazione del successo dei trader. L’articolo originale (qui ci porta alla fine il nostro percorso) è piuttosto onesto. E d’altronde la PNAS (dove è comparso) è una rivista serissima.

Finalmente, eccoci alla fonte:

pnas-2009-coates-623-82

Abbastanza serio, direi.

Eppure il mio modulo anti-bubbole non è convinto. Solo 44 casi. Tutti maschi. L’esperienza conta più del rapporto indice/anulare. Qualcuno bravo in statistica può aiutarmi a capire meglio?

Jan Palach

Quarant’anni fa esatti, nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969, Jan Palach, studente dell’Università Carlo di Praga, si recò , e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale in piazza San Venceslao, in pieno centro, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Rimase lucido durante i tre giorni di agonia.

Io all’epoca, pieno di dubbi ma accecato dall’ideologia, non compresi fino in fondo. Qualche mese dopo, Francesco Guccini mi fece capire con la canzone che compare su Due anni dopo (1970).

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce…

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga…

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga…

Ancora più bella, mi pare, la versione dal vivo:

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Poesia involontaria [2]

Perdindirindina! L’hanno beccato, il super-latitante Setola, di cui parlavamo qualche giorno fa.

Adesso se i Casalesi pensano che gli ho portato jella io (e si sa che sono superstiziosi!) ho le ore contate!

Smisurata preghiera

Non vorrei metterla giù troppo dura, ma, per vissuto personale (Erlebnis) in qualche misura catto-comunista, sono restio sia ai processi di beatificazione, sia al culto della personalità. Per questo, nei giorni scorsi ero vagamente irritato dalle celebrazioni di Fabrizio De André.

Ho resistito in silenzio per qualche giorno, ma adesso non resisto più. Trovo Smisurata preghiera una delle sue canzoni più belle, per musica e parole (oddio, mi verrebbe da dire cinicamente che dobbiamo essere grati a Fabrizio De André per aver fatto incontrare un paroliere d’eccezione come Álvaro Mutis con un grande musicista come Ivano Fossati…).

Ecco la versione originale, da Anime salve:

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie

Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

Questa è la versione che Ivano Fossati ha eseguito dal vivo domenica 11 gennaio 2009 a Che tempo che fa:

Ancora De André (dal vivo nel 1998):

Su YouTube ce n’è anche una versione dal vivo di Fiorella Mannoia, ma la presa del suono è talmente sciagurata che chi vuole se la vada a sentire da solo (e non dite che non vi avevo avvertito).

Staminale

Sul vocabolario (De Mauro online) troviamo per l’aggettivo staminale un solo significato: “relativo allo stame: filamento staminale“.

Come sicuramente ricorderete dai tempi della scuola, lo stame è la parte maschile del fiore (quella femminile si chiama pistillo).

Ma – a parte i botanici o gli appassionati di piante – nessuno di noi aveva sentito l’aggettivo staminale fino a poco tempo fa, quando è iniziato il dibattito scientifico ed etico sulle cellule staminali. Le cellule staminali sono cellule primitive non specializzate, dotate della capacità di trasformarsi in qualunque altro tipo di cellula del corpo. In particolare, le cellule staminali embrionali sono ottenute a mezzo di coltura, ricavate dalle cellule interne di una blastocisti. Fare ricerca con cellule umane di questo tipo è questione controversa: l’utilizzo di cellule staminali embrionali ha sollevato un grosso dibattito di carattere etico. Infatti per poter ottenere una linea cellulare (o stirpe, o discendenza) di queste cellule si rende necessaria la distruzione di una blastocisti, un embrione non ancora cresciuto sopra le 150 cellule; tale embrione è ritenuto da alcuni un primitivo, o almeno potenziale, essere umano, la cui distruzione equivarrebbe all’uccisione di un essere umano già concepito. Il dibattito vede dunque contrapposti coloro che preferiscono adottare, proprio per la mancanza di certezze sul momento in cui possa individuarsi la nascita dell'”essere umano”, una posizione prudente e contraria all’utilizzo degli embrioni umani per fini di ricerca, e coloro che condividono e sostengono la necessità di ricerca sulle cellule embrionali umane pur essa implicando la distruzione dell’embrione fermo restando che sarebbero utilizzati solo embrioni congelati che sarebbero poi distrutti per la perdita della loro efficacia. Questi embrioni sono le “rimanenze” di inseminazioni artificiali e circa il loro utilizzo in campo di ricerca la loro potenzialità potrebbe essere sfruttata per una ipotetica terapia di un maggior numero di patologie. Molti ricercatori sostengono che le cellule staminali potranno potenzialmente rivoluzionare la medicina, permettendo ai medici di riparare specifici tessuti o di riprodurre organi [fin qui, un riassunto da Wikipedia].

Nei paesi di lingua anglosassone, si usa un’altra parola apparentata con questa: stamina, che significa “vigore”, con particolare riferimento alle qualità della “resistenza”, del “durare nel tempo” e così via. Il buffo è che stamina non è una parola inglese, anche se è entrata nell’uso fin dal 1726 (secondo il Merrion-Webster online), ma semplicemente il plurale della parola latina stamen. Lo stamen è (oltre a quello dei fiori) l’ordito, cioè quei fili che sono tesi sul telaio e attraverso i quali si fa passare poi la trama.

Bene direte voi, ma che c’entrano le cellule staminali? E il vigore?

Nella mitologia greca le Moire (Cloto, Lachesi e Atropo, figlie di Zeus e temi, la giustizia) presiedevano al destino umano. La prima, in particolare, filava il filo della vita, la seconda ne assegnava a ogni nato la lunghezza (cioè la durata della vita) e la terza, l’inesorabile, lo tagliava al momento stabilito. Neppure gli dei potevano mutare le loro decisioni. Questo filo, stamen, è all’inizio di ogni vita (per questo le cellule staminali sono anzitutto quelle embrionali) e la sue caratteristiche determinano il vigore di ogni individuo.

I romani ne riproposero il mito nella Parche (una in origine, poi tre per assimilazione al mito greco): sul Foro sorgevano le loro statue, tria fata.

Di qui le nostre “fate”: ma questa è tutta un’altra storia…

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Poesia involontaria

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attraverso botola

ADNKronos, 12 gennaio 2009.