Alla sera – Ugo Foscolo

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Grazie a Egidio Edini, che me l’ha regalata e me ne ha fatto capire la grandezza. E dopo più di quarant’anni è ancora con me, in questa sera di maggio finalmente serena.

Pogrom (4)

C’è sempre qualcuno più sfigato di te. Se è straniero, la risposta più semplice è la violenza xenofoba. Un’altra cosa che da noi non potrebbe succedere mai…

Da Internazionale:

Il Sudafrica precipita nel caos
La stampa locale condanna le violenze contro gli immigrati che negli ultimi giorni hanno causato più di quaranta morti in tutto il paese.

Secondo il quotidiano Cape Argus, “le manifestazioni di xenofobia devono naturalmente essere condannate, ma questo è solo l’inizio. Bisogna elaborare al più presto una politica sui rifugiati e riportare la situazione alla normalità: i nostri fratelli africani non devono più sentirsi in pericolo in Sudafrica solo perché sono stranieri”.

Ma non tutti concordano sulle cause dell’ondata di violenze. “Le autorità parlano di azioni xenofobe commesse da criminali, ma questa tesi è riduttiva e rischia di alimentare le violenze”, osserva Pretoria News. “Bisogna trovare le vere cause di questo odio e, nel frattempo, trattenersi dal rilasciare dichiarazioni irresponsabili”.

Secondo alcuni commentatori il governo sudafricano ha sbagliato a ignorare la crisi nel vicino Zimbabwe, all’origine degli enormi flussi di profughi che si sono riversati oltre la frontiera. Il columnist di Cape Times Peter Fabricius sostiene che “l’esplosione di violenza deve essere analizzata nel più ampio contesto della politica estera sudafricana. Pretoria ha sempre negato l’esistenza di una crisi in Zimbabwe e, di conseguenza, non ha saputo gestire l’impatto che questa ha avuto sul nostro paese”.

Sul Times Justice Malala ricorda che in Sudafrica vivono tre milioni di zimbabwiani e osserva: “Queste persone non sarebbero qui se nove anni fa il presidente Thabo Mbeki avesse osato affrontare il suo amico Robert Mugabe”.

Molti, però, pensano che l’ostilità dei sudafricani verso gli stranieri sia radicata nella storia del paese. “Non abbiamo saputo decolonizzare le nostre menti”, scrive Andile Mngxitama su City Press, mentre un editoriale dello stesso quotidiano lancia un appello: “Noi più di qualunque altra nazione al mondo dovremmo rifuggire la xenofobia. Questa follia deve finire”.

Da AGInews (23 maggio 2008):

SUDAFRICA: ATTACCHI XENOFOBI, VIOLENZA SI ESTENDE AL SUD

(AGI) – Citta’ del Capo, 23 mag. – Si estende in Sudafrica l’ondata di violenza xenofoba contro gli immigrati neri divampata dodici giorni fa dalle baraccopoli di Johannesburg e Durban. Gli attacchi a case e negozi gestiti soprattutto da somali, si sono estesi a Citta’ del Capo, dove la scorsa notte la polizia sudafricana ha sgomberato centinaia di immigrati da una baraccopoli della periferia. Esercizi gestiti da somali sono stati dati alle fiamme anche nella cittadina di Knysna, sulla costa sud-occidentale. In meno di due settimane di violenze si contano piu’ di 40 morti, centinaia di feriti e circa 25.000 sfollati. Il Mozambico ha fatto sapere che 10mila suoi cittadini sono gia’ rimpatriati e se ne attendono molti altri. In Zimbabwe l’opposizione di Morgan Tsvangirai si sta organizzando per assistere i connazionali in fuga. Gli arrestati sono oltre 500 e per scongiurare altri disordini il governo di Pretoria ha autorizzato l’intervento dell’esercito a fianco della polizia. Le violenze razziali, scoppiate per l’impennata dei prezzi dei generi alimentari e la miseria dilagante, hanno innescato una guerra tra poveri che inizia a ripercuotersi anche nel settore turistico, soprattutto in previsione dei mondiali di calcio del 2010. Citta’ del Capo e’ il cuore dell’industria del turismo sudafricano e il 67 per cento dei visitatori proviene da Paesi del continente nero. In Sudafrica vivono circa 5 milioni di immigrati ‘economici’, provenienti per la maggior parte dallo Zimbabwe, ma anche da moltissimi altri Stati africani. Migliaia di loro hanno deciso di tornare in patria, nonostante la minaccia di guerre, persecuzioni, carestie.

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Pogrom (3)

I pogrom sono spesso scatenati da credenze irrazionali, orientate ad arte verso i diversi, per distrarre le varie “maggioranze morali” (più o meno silenziose) dai problemi reali, e spesso drammatici, orientandole verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico.

Con la distanza che ci consentono la storia (ad esempio, nei confronti della “notte dei cristalli” e della propaganda antisemita della Germania nazista) o la geografia (come nel caso della caccia alle streghe nel Kenya, di cui parliamo oggi), ci sembrano episodi dettati dall’ignoranza e dall’oscurantismo. Da noi non può succedere, ci diciamo. Riparliamone…

Da Il corriere della sera del 21 maggio 2008:

La strage in un villaggio nella zona occidentale del paese

Caccia alle streghe in Kenia: 11 bruciati vivi

La folla inferocita lincia 8 donne e 3 uomini: «Sono muganga, devono morire»

NYAKEO — Undici persone (otto donne e tre uomini) accusate di stregoneria sono state bruciate vive a Nyakeo, 300 chilometri a ovest di Nairobi in Kenia. La notizia è stata confermata al Corriere dalla polizia, che però non ha voluto aggiungere nessun dettaglio tranne: «Erano accusate di essere muganga», una parola che in swahili vuol dire «stregone ». Secondo altre fonti, qualcosa di poco chiaro è successo nei dintorni del villaggio (forse due bambini sono morti) e la collera della popolazione è montata. Qualcuno ha indicato alcune donne come colpevoli di un malefizio e così è partita la spedizione punitiva.

Gruppi di uomini, armati di bastoni, sono andati casa per casa alla ricerca dei presunti stregoni. Una volta scovati, sono stati picchiati dalla folla esaltata ed eccitata e, dopo essere state cosparsi di benzina, accesi come fiammiferi. In tutta l’Africa centrale la magia nera è una pratica comune. Rivolgersi allo stregone quando si è malati, non per avere medicine adeguate, ancorché tradizionali, ma per «togliere dal corpo il maligno che ha causato l’infermità», è considerata una prassi normale, specie nelle zone rurali.

Gli stregoni in cambio della speranza ricevono i mezzi di sostentamento, cibo e denaro. Naturalmente la magia può essere usata per malefici e fatture. E così ogni tanto le cose per il «muganga» si mettono male. In caso di calamità, catastrofi o lutti occorre trovare un colpevole e lo stregone del villaggio viene accusato di essere la causa di tutti i mali. I «muganga» sono comuni nelle comunità cristiane e animiste, ma anche fra gli islamici. Nei Paesi di cultura musulmana subsahariani vengono chiamati «marabù».

In Kenia la stregoneria è talmente diffusa che nel 1992 l’ex parlamentare, ex ministro delle amministrazioni locali e ora consigliere speciale del presidente Mwai Kibaki, Musikari Kombo (l’uomo che assieme al ministero dell’ambiente italiano doveva chiudere la discarica più penosa e disumana del Paese, Dandora) fu dichiarato colpevole di praticarla contro i candidati rivali. Fu squalificato per cinque anni e allontanato così dal processo elettorale. In Liberia si diceva che il vecchio presidente Charles Taylor, gran pontefice di una setta esoterica, amasse mangiare il fegato crudo dei nemici uccisi. Lui non smentiva perché i suoi «sudditi» erano terrorizzati da queste pratiche. In Kenia la legge bandisce la stregoneria come reato penale e se si è condannati si rischia una multa di 5 euro o sei mesi di prigione.

Massimo A. Alberizzi

E bravo Massimo Alberizzi! Un bel salto mortale: dato che esistono persone che sbarcano il lunario dando a bere ai creduli di possedere poteri magici e praticando, verosimilmente, qualche tipo di medicina tradizionale, ci racconta che in Kenya “la stregoneria è diffusa”. Unico sprazzo di “garantismo” è che gli stregoni bruciati vivi fossero soltanto “presunti”. Il che non gli impedisce di raccontarci, con humour macabro, che sono stati “accesi come fiammiferi”. Ma tant’è: mica erano persone in carne e ossa, che tenevano famiglia; erano solo “muganga”!

Jukebox

Apparecchio automatico situato specialmente nei locali pubblici, contenente un giradischi e numerosi dischi di musica leggera che possono essere selezionati e ascoltati mediante inserimento di monete o gettoni (De Mauro online).

Molto interessante l’etimologia. Originariamente, l’aggeggio si chiamava nickel-in-the-slot ed era diffuso nei bar e nei locali di ritrovo. Particolarmente in quelli lungo le vie di comunicazione, dove si poteva bere e ballare tutta notte (e forse anche godere di qualche altro piacere). Questo tipo di locali, negli anni Trenta e Quaranta, nel sud degli Stati Uniti si chiamava juke joint, e juking voleva dire “andare in giro a trovare un posto per divertirsi” o anche semplicemente “ballare”. Le “macchine da musica a pagamento” onnipresenti in quei locali cominciarono a essere chiamate Juke-box per antonomasia, piuttosto che nickel-in-the-slot.

Adesso viene il bello. Juke è una parola arrivata all’americano dal Gullah, lingua parlata dagli afro-americani della Carolina del sud e della Florida: juke significa “cattivo” e da questo dovrebbe essere chiaro che le juke joints erano luoghi malfamati, se non case di malaffare. A sua volta, il termine Gullah è una chiara derivazione delle lingue dell’Africa occidentale, dato che in Wolof, ad esempio, dzug significa “vivere malamente”.

Le regole del Paese semplice

Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.

Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.

Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.

Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.

Se non avete capito tutto (se le quattro regole vi sembrano troppo semplici), andate qui per leggere tutta la storia.

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20 maggio – James Stewart

Esattamente 100 anni fa nasceva a Indiana, in Pennsylvania, James Maitland Stewart. Jimmy, per gli amici. Uno dei più grandi attori di tutti i tempi.

Lo voglio ricordare non con uno dei suoi film più grandi, ma con uno di quelli che più amo, Harvey (1950).

Elwood P. Dowd è uno scapolone eccentrico e piacevole che vive in un piccolo centro. Arriva in città un coniglio bianco alto un metro e novanta, ma non tutti possono vederlo (è un Pooka della leggenda irlandese). Quando Dowd lo incontra e ne diventa amico, sua sorella (che è altrettanto eccentrica) e i suoi concittadini ne mettono in dubbio la salute mentale. Il dibattito sull’esistenza del bianco coniglio invisibile coinvolge via via l’intera cittadina, ma alla fine la morale della favola è che la vita è sempre un po’ più bizzarra di quanto ti aspetti e che, a volte, il tuo migliore amico può essere un coniglione (bianco).

Secondo YouTube (ma la fonte non è autorevolissima), questo trailer del film fu girato da Alfred Hitchcock (mah!).

Infine, un “omaggio” di Jim Carrey.

Ailuròfilo

Amante dei gatti.

Composto del greco áiluros “gatto” e phílos “amico, amante”.

Brian Eno (2) – Baby’s on Fire

L’assolo è di Robert Fripp.

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15 maggio 1948 – Brian Eno

Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno, per l’esattezza. 60 anni. Senza pari.

Si può sostenere che questa è una delle cose meno note e più belle, una cover di John Lennon, particolarmente acida, dal vivo con 801 nel 1976.

Per il mio amico gpo e per la sua figlioletta che condivide con BE la data del compleanno.

Pogrom (2)

I video li metto senza commenti. Ma se andate su YouTube, leggete i commenti lì. Da preoccuparsi veramente.

Però vorrei che leggeste l’articolo di Marco D’Eramo comparso su il manifesto del 15 maggio 2008:

Sicurezza
Destra vince, sinistra perde
Marco d’Eramo
Quando mi cade una tegola intesta, l’improbabilità dell’evento non mi consola. Me ne sbatto che la vita media sia di 80 anni se mi viene un tumore a 50: tra la constatazione oggettiva e il vissuto soggettivo si spalanca tutto il baratro aperto dall’irripetibilità della nostra effimera esistenza. Così, non rassicurano la mia insicurezza le statistiche che dimostrano che in Italia il numero degli omicidi cala costantemente e che Roma è una delle capitali più sicure d’Europa.

La ragazza che la sera deve camminare per una strada di periferia buia e isolata, guardandosi continuamente dietro le spalle, sempre pronta a scappare; l’anziano strattonato e depredato della sua grama pensione, la mamma assillata e terrorizzata dalle cronache di pedofilia… Non sono sentimenti da prendere alla leggera, stati d’animo da schernire. Hanno ragione quanti dicono che la sinistra non ha saputo affrontare il tema dell’insicurezza.
È vero: non si può fare finta che il problema non esista. C’è qualcosa di beffardo e aristocratico nel canzonare la paura: tanto più che il pericolo, o fosse anche solo la sua percezione, è fenomeno di classe. Molto più sicuro – anche se mai immune – a chi vive in quartieri agiati, con frequenti controlli di polizia, in strade bene illuminate e frequentate a tarda ora. Anche la sicurezza è una risorsa rara: è nei quartieri meno agiati che endemica la violenza mette la pelle d’oca. Quella ragazza che al buio cammina sola è assai più spesso una commessa che torna dalle sue 9 ore giornaliere per 800 euro al mese piuttosto che una giovane manager accessoriata di Smart. E il pensionato scippato non aveva certo inguattato i risparmi in Liechtenstein.
Il problema dunque è reale. Ma davvero le risposte rispondono? Il fatto è che non c’è limite all’insicurezza. Non basteranno mai espulsioni né poliziotti. Le ronde popolari non malmeneranno mai a sufficienza. Rimarrà sempre un pirata della strada, uno stupratore, un bandito a scatenare di nuovo la caccia all’uomo, la persecuzione del rom di turno (negli Stati uniti a fine ‘800 i «rom» da linciare erano gli italiani). Sotto quest’aspetto, la sicurezza è il tema perfetto per la destra: sempre troppo poco le leggi saranno poliziesche, le pene draconiane, le prigioni intasate. Come raccomandava il marchese de Sade ai giacobini durante il Terrore, così, dopo ogni legge liberticida, dopo ogni nuovo ordinamento repressivo, anche la destra nostrana potrà sempre dire: «Italiani, ancora uno sforzo!» La genialità del tema securitario è che esso si auto-alimenta: più risorse collettive saranno riversate nell’apparato di controllo e nel sistema correzionale, più miliardi di euro saranno spesi in prigioni e reparti di polizia, e meno fondi saranno disponibili per alloggi decenti, scuole, ospedali, per politiche d’inserimento: e quindi più aumenterà la microcriminalità e più crescerà l’insicurezza, in una spirale di cui gli Stati uniti ci hanno indicato la via.
«Legge e ordine» e «tolleranza zero» hanno portato negli Usa a una situazione aberrante in cui si spende di più per le prigioni che per le scuole e in cui un giovane nero ha più probabilità di finire in galera che di terminare gli studi. Senza che tutto ciò abbia il benché minimo impatto sulla sicurezza reale dei cittadini. Il tema securitario è perciò per la destra un argomento «win-win»: se la sinistra non lo affronta, sarà accusata a ragione di essere indifferente ai problemi reali della «gente»; se invece vi abbocca, sarà costretta a perseguire politiche di destra, ma senza mai la stessa convinzione estremista della destra vera, sempre con l’impotenza che – a torto o a ragione – viene imputata al buonismo. Basti un esempio di questa seconda deriva: come è universalmente noto, mendicanti, signore dai sacchetti di plastica, clochard, sono gli esseri più innocui e inoffensivi, a volte poveri di spirito, spesso di salute cagionevole o anziani. Per di più hanno sempre ricevuto buona stampa nei paesi cristiani, con la millenaria tradizione dell’elemosina sul sagrato. Che c’entra quindi l’espulsione dei mendicanti con una politica di sicurezza? Niente, se non un’affinità ideologica, un comune disgusto per «sporcizia, indolenza e pigrizia»: in fondo i mendicanti sono l’esito finale a cui si vorrebbero condannare tutti i fannulloni (già nel 1840 le signore inglesi chiedevano che i mendicanti fossero espulsi dalle vie di Manchester).
È su argomenti come questi che si sente, eccome, l’influenza dei mass-media, e quanto conta possedere tre televisioni. Ogni sera a cena il piccolo schermo ti porta in tavola uno stupro, un massacro gratuito, con dessert di abomini bestiali. Il problema con la paura, come con l’odio, è che, dopo averlo suscitato, non puoi più farlo rientrare. Per questo genere di sentimenti collettivi, ansia securitaria, razzismo, xenofobia, vale quel che scriveva Benedict Anderson sulla nascita del nazionalismo: le comunità nazionali sono state inventate di sana pianta, «comunità immaginarie», ma non per questo sono meno reali e sono meno letali. Una volta prodotte, queste «immaginazioni» diventano realtà per cui si muore e si uccide (gli stati nazionali hanno prodotto le guerre più sanguinose della storia umana). Lo stesso vale per la percezione del pericolo. Statistiche alla mano, si può dimostrare che la nostra è la società in assoluto meno violenta di tutta la storia umana (basti pensare che, a differenza di pochi secoli fa, un uomo normale va in giro disarmato senza per questo sentirsi inerme). Ma le comunicazioni di massa fanno sì che il minimo evento violento sia amplificato nella percezione di ognuno di noi: la società è più sicura, ma la sensazione di violenza è più acuta. E qui c’è poco da fare: opera una legge interna ai mass-media, una deriva quasi spontanea verso il sensazionalismo, secondo cui l’orrore fa più notizia del giubilo e la morte colpisce più della vita.
Ma se i media sono intrinsecamente ansiogeni, se il problema securitario è inaggirabile, non per questo l’unica soluzione sono palazzi recintati da cavalli di Frisia, cittadelle private con postazioni di mitragliatrici, proprietari di casa armati di Magnum. Un punto è riconoscere la questione della sicurezza, altro è dire che l’unica soluzione all’insicurezza è uno stato di polizia. Gli Stati uniti sono la prova vivente che più repressione può accompagnarsi con più criminalità. L’equazione «più polizia = più sicurezza» è una chimera che esprime un solo fatto: che la destra è egemonica. Basti un esempio: tutte le esperienze al mondo dimostrano che il metodo più efficace per ridurre il tasso di criminalità tra gli immigrati è una politica dei ricongiungimenti familiari. Un immigrato che la sera torna a casa da una compagna e non può rischiare di finire in galera, ha una propensione a delinquere minore di un clandestino che nella solitudine umana del suo dormitorio affollato non sa come sfogare male di vivere e rabbia col mondo se non coi pugni in tasca.
Ma non c’è un solo politico italiano, di destra o di sinistra, che si azzarda a proporre misure di ricongiungimento. Al contrario, tutte le misure avanzate vanno nella direzione opposta: rendere più difficili regolarizzazione e inserimento, e quindi più cronica la clandestinità. Lo stesso avviene in altri casi, a cominciare da più lampioni in periferia e più trasporti pubblici: inezie che però, accumulate, cambiano vite.
Perciò la questione sicurezza non va né schivata, come finora ha fatto la sinistra «radicale», né mutuata sic et simpliciter dalla destra, con soluzioni di destra (per cui comunque la destra è meglio attrezzata), ma ponendosi il problema di riconquistare l’egemonia, o meglio di come essere egemonici sul tema del pericolo: cioè come dimostrare, e convincere, che tutti saremo più sicuri non in una società più belluina e spietata, ma in un mondo che non abbia più un cronico bisogno di vite vendute, importate da lontano, spremute, e poi da incenerire o deportare come rifiuti umani.