The Rolling Stones – 8 aprile 1967

Poco più di un mese dopo il concerto di The Who (di cui ho raccontato qui) arrivarono al Palalido The Rolling Stones. Due concerti, uno il pomeriggio e uno la sera. Prezzo del biglietto, mi pare, mille lire. Poco più del prezzo di un 45 giri. Una cifra che potevo permettermi senza dover chiedere ai genitori. Quindi, consapevole del fatto che difficilmente mi avrebbero dato il permesso (facevo la IV ginnasio) e per evitare qualunque discussione sui pericoli per la morale, la salute e l’incolumità personale che il concerto comportava (anche se i Rolling Stones, benché famosissimi come l’alternativa al dominio dei Beatles, non erano ancora accompagnati dalla fama maledetta che li avrebbe seguiti dopo Altamont) ci andai di nascosto, come l’altra volta.

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The Who – 25 febbraio 1967

Una parte dell’estate del 1966, il mese di luglio mi pare, lo passai in una vacanza organizzata dalla scuola, in una casa al mare tra Cecina e Vada, immersa nella pineta. Era l’estate tra la terza media e la prima superiore, un’estate di riti di passaggio. Erano i ruggenti anni Sessanta, l’età giusta per essere teenager (anche se mi sa che all’epoca si diceva adolescenti). C’erano i primi rotocalchi generazionali, Giovani e (un paio d’anni dopo) Ciao 2001: ricordo un numero di Giovani con Romina Power 14enne che ci fu prontamente sequestrato in classe. Quell’anno al mare c’erano due fratelli o cugini, di cui ero diventato amico. Lo ero particolarmente di uno dei due, che mi aveva guidato alla “nuova” musica (all’epoca la chiamavamo beat, non rock) e a un’inesorabile anglofilia (un’altra iniziazione che ebbi in quella vacanza fu quella a Tex e a Diabolik, io che ero cresciuto a Topolino). Quell’autunno convinsi i miei a comprarmi il primo 45 giri (Paperback Writer dei Beatles), mentre mia sorella (a rimorchio per par condicio ante litteram) si fece comprare Bang Bang dell’Equipe84 (con mio sommo disprezzo: perché non si era presa l’originale di Sonny & Cher?). Un 45 giri costava allora, ne sono abbastanza sicuro, 750 lire.

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Ascoltavo tutto quello che G. S., il mio Virgilio, mi proponeva. Mi aveva segnalato questo gruppo, i Who (lo so che si chiamano The Who, è che uso la grafia e la pronuncia che usavamo all’epoca), che mi sembrava particolarmente “duro” e “progressivo” (parola che ancora non si usava) perché aveva la batteria in grande evidenza. Il loro singolo di quell’autunno, Happy Jack, aveva addirittura un assolo di batteria. Il batterista, Keith Moon, era già un mito e si era fatto fare una batteria speciale (sempre secondo G. S.: in realtà si limitava ad avere una doppia cassa). Ascoltare per credere.

Tutto questo per raccontare che il 25 febbraio 1967 gli Who fecero un concerto al Palalido di Milano. Il Palalido era a un passo da casa mia e il concerto era di pomeriggio, mi pare alle 14:30. I miei genitori non mi avrebbero mai dato il permesso, e quindi non lo chiesi. Tanto, non era poi difficile raccontare che sarei andato a studiare a casa di un compagno di scuola: ci coprivamo a vicenda. Così – ragionavamo allora, ma non mi sembra troppo sbagliato neppure adesso – così imparate a essere ossessivamente proibizionisti su tutto. Diventato a mia volta genitore, sono stato piuttosto permissivo e ho introdotto la massima aurea “non fare niente che papà non farebbe”: con quali risultati non so bene.

Insomma, andai. Non ricordo molto. Ricordo ad esempio un pallido solicello: ma Wolfram Alpha mi dice invece che era nuvoloso e che la mattina era piovuto. Su The Concert Database non c’è una tracklist o una setlist del concerto. L’unica traccia che mi sembra credibile è sul blog della classe 5ª F del liceo scientifico Vittorio Veneto, e non c’è poi molto da stupirsi, dal momento che stiamo parlando della maturità 1971 (lo stesso anno in cui mi sono ammaturato io, ancorché al classico) e che il Vittorio Veneto era lo scientifico pubblico di zona. Scrive dunque m (si firma solo con questa iniziale):

Nel ’67, al concerto degli Who al Palalido c’ero anche io. In quegli anni, si cominciava alle due del pomeriggio e si finiva alla sera con il susseguirsi di una dozzina di gruppi. Pete Townshend aveva una chitarra verde da un lato e gialla d’altro (una gretsch, per la precisione): alla fine fecero piazza pulita di tutto quanto fosse sul palco per la gioia (?) degli presenti.

Gli strumenti spaccati mi pare di ricordarli anch’io, come i saltelli di Pete Townshend: ma non sono in verità in grado di dire se sia un ricordo reale o la sedimentazione di quello che ho saputo e visto in molti concerti televisivi…

Insomma, un evento indimenticabile, ma dimenticato.