Notre-Dame, la bibbia di pietra e lo stormo d’uccelli

Dopo l’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi sono state dette e scritte molte cose, spesso irrilevanti o stupide. Non voglio aggiungermi al coro.

Però vorrei dire che – nella mia modesta opinione – un punto centrale delle riflessioni che la distruzione della cattedrale già sta suscitando è quello dell’identità. Non tanto del rapporto tra il monumento e l’identità francese, che pure esiste ed è rilevante, ma della stessa identità della cattedrale stessa. L’identità di cui parliamo qui non è l’identità nella sua accezione logico-matematica di perfetta eguaglianza, ma in quella propria del linguaggio comune quando si fa riferimento all’identità di una persona come “entità distinta dalle altre e continua nel tempo”, come la definisce il Vocabolario Treccani. Non c’è dubbio che ognuno di noi ha il senso della propria identità, “il senso e la consapevolezza di sé” (è sempre i Vocabolario Treccani che ci soccorre), anche se in “un essere umano adulto ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule” e in “un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso” (lo afferma qui il prof. Paolo Pinton). E anche a fronte di un evento traumatico, come l’amputazione di un arto, non smettiamo neppure per un secondo di pensare che, nonostante quella perdita, siamo rimasti noi stessi.

Lo stesso – è quello che voglio dire – accade per le città e per gli edifici. L’identità di una città, nel senso che ho cercato di argomentare, non cambia al mutare delle vicende demografiche o dell’estensione dell’abitato. L’identità di una cattedrale non cambia per effetto dei periodici interventi di manutenzione cui è sottoposta. E, secondo me, non cambia neppure quali che siano le travagliate vicende che attraversa nella sua vita: dalla fantasia neogotica di Viollet-le-Duc nella seconda metà del XIX secolo a quella che sarà la ricostruzione da intraprendere ora.

In questa accezione di identità, un edificio, una città, un territorio sono elementi costitutivi del modo in cui una società si organizza. Questo concetto mi pare è essenziale alla comprensione dei fenomeni economici e sociali. La sintesi migliore, il riferimento più appropriato o comunque più evocativo, non l’ho trovata in un testo scientifico, ma nel romanzo d’esordio d’un autore americano d’origine italiana, La fine di Salvatore Scibona (che ho recensito qui). Nel suo monologo interiore, a un certo punto uno dei personaggi fa questa considerazione:

Le persone quando dicono «posto» non intendono dire la stessa cosa di quando dicono «luogo». Dicono luogo per dire l’identità di un posto. (p. 252)

Dunque, quando si parla di un luogo non si intende la stessa cosa di quando si parla di un posto, di una localizzazione, di una posizione geografica, di un punto o di un’area nello spazio, di coordinate. Si parla, invece, di identità di una localizzazione, come la seconda parte della citazione chiarisce meglio.

È una considerazione illuminante: nello scarto tra posto e luogo, tra location e place (i termini che usa Scibona nell’originale) si trova uno stock specifico di conoscenze, un’accumulazione di identità e di “saperi” che traspira dalle mura di una città, dalla disposizione delle sue vie e delle sue piazze, dalla cultura materiale di chi ci vive, dalle manifestazioni della socialità e del senso civico, e così via.

Nei luoghi, in queste strutture reali – fatte non di edifici di mattoni e cemento, ma delle interrelazioni che si intessono tra le persone per motivi di studio, di lavoro, di soddisfacimento delle necessità familiari, di godimento del tempo libero – l’oggetto delle interazioni sono, in ultima istanza, informazioni. Le informazioni scambiate quotidianamente sono flussi: flussi informativi, appunto. Ma al tempo stesso, giorno per giorno, essi vanno accrescendo la conoscenza, in un processo di accumulazione che è ciò che, in ultima istanza, rende la città così attraente per le persone e per le attività economiche. Soltanto una parte di questa conoscenza è formalizzata e resa esplicita, tradotta in una documentazione accessibile, conservata in luoghi deputati. Un’altra parte, però, probabilmente maggioritaria, è conoscenza tacita, non formalizzata, tradotta in consuetudini e norme di comportamento, incorporata nel “capitale sociale”, cristallizzata e incastonata nel luogo stesso. La «bibbia di pietra» evocata da Victor Hugo.

E qui torniamo a Notre-Dame.

Molti hanno ricordato l’opera giovanile di Victor Hugo (Notre-Dame de Paris, il suo quarto romanzo, ma il suo primo grande successo), anche perché mossa dall’intento di richiamare l’attenzione sulla necessità di restaurare la chiesa, che versava a quel tempo (1831) in stato di abbandono.

Victor Hugo adora le divagazioni e, nella Parte V dell’opera, dedica un capitolo intero al rapporto tra architettura e libri a stampa. L’occasione gli è fornita da una visita all’arcidiacono della cattedrale, dom Claude Frollo (uno dei protagonisti del romanzo) del medico del re, il dottor Jacques Coitier, e di un misterioso accompagnatore, compare Tourangeau (che non è nessun altro che il re di Francia, Luigi XI). Frollo è un alchimista e – quando Tourangeau si dichiara impaziente di diventare suo allievo – gli dice che il primo passo è leggere i “sacri testi”:

Ma prima di tutto, vi farò leggere, una dopo l’altra, le lettere di marmo dell’alfabeto, le pagine di granito del libro. Andremo dal portale del vescovo Guillaume e di Saint-Jean-le-Rond alla Sainte-Chapelle, poi alla casa di Nicolas Flamel, in Rue Marivaulx, alla sua tomba, che si trova ai Santi Innocenti, e ai suoi due ospedali in Rue de Montmorency. Vi farò leggere i geroglifici di cui sono coperti i quattro grossi catenacci di ferro del portale dell’ospedale Saint-Gervais e della Rue de la Ferronnerie. Non solo, compiteremo insieme le facciate di Saint-Come, di Sainte-Geneviève-des-Ardents, di Saint-Martin, di Saint-Jacques-de-la-Boucherie… (Hugo, Victor. Notre-Dame de Paris. Milano: Feltrinelli. pos. 2978).

– Ma che razza di libri sono? – gli chiede uno sconcertato Tourangeau.

– Eccone uno – gli risponde Frollo, indicandogli la massa scura della cattedrale.

Ma poi, toccando con l’altra mano il libro a stampa che ha sul tavolo, commenta sconsolato:

– Ma questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l’edificio.

È da questo commento che prende spunto la lunga divagazione, un affresco vertiginoso. Perché dunque Frollo pensava che la tipografia avrebbe ucciso l’architettura?

Era il presentimento che il pensiero umano, cambiando forma, avrebbe cambiato modalità di espressione, che l’idea fondamentale di ogni generazione non sarebbe più stata scritta con la stessa materia e nella stessa maniera, che il libro di pietra, così solido e duraturo, avrebbe fatto posto al libro di carta, più solido e duraturo ancora. (pos. 3027)

Sotto riporterò i passi salienti della divagazione di Victor Hugo. Ma consentitemi prima di trarne le mie conclusioni, perché tempo non arriviate alla fine del lungo testo di Victor Hugo con la forza di leggere quello che ho da dire io.

A me – a parte il tono un po’ roboante (Hugo era uno spirito del suo secolo, e larger than life), le semplificazioni e la tentazione di racchiudere gli sviluppi della conoscenza umana in un unico schema – il capitolo mi pare pieno di intuizioni straordinarie, che provo a riassumere:

  1. l’idea dell’architettura come testo, come informazione da accumulare e trasmettere (” il genere umano … non ha pensato nulla d’importante senza scriverlo in pietra, … perché ogni pensiero, sia religioso, sia filosofico, è interessato a perpetuarsi, perché l’idea che ha mosso una generazione vuole muoverne altre, e lasciare traccia”);
  2. l’idea, di conseguenza, che gli edifici e le città (i luoghi, dicevamo prima) accumulino conoscenza per le generazioni a venire;
  3. l’idea che la produzione e la trasmissione di conoscenza siano un’opera collettiva (“il formicaio delle intelligenze”);
  4. l’idea che ci sia una tendenza (mossa, in ultima istanza, dal progresso tecnologico) verso l’accelerazione e la crescita esponenziale della produzione e trasmissione di conoscenza (“il pensiero … da montagna … si fa stormo d’uccelli, si disperde ai quattro venti e, insieme, occupa tutti i punti dell’aria e dello spazio”);
  5. l’idea, infine, senza poter sapere nulla del web, che questo processo sia necessariamente caotico (“anche questa è una costruzione che cresce e si accumula in spirali senza fine; anche qui c’è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell’umanità intera, riparo promesso all’intelligenza contro un nuovo diluvio, contro l’invasione dei barbari. È la seconda torre di Babele del genere umano”) .
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/fc/Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_%28Vienna%29_-_Google_Art_Project_-_edited.jpg/1280px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_%28Vienna%29_-_Google_Art_Project_-_edited.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pieter_Bruegel_the_Elder_-The_Tower_of_Babel(Vienna)-_Google_Art_Project-_edited.jpg
Pieter Brueghel the Elder [Public domain]

Ed ecco infine una sintesi del capitolo

In effetti, dall’origine delle cose fino al quindicesimo secolo dell’era cristiana incluso, l’architettura è il grande libro dell’umanità, l’espressione principale dell’uomo nei suoi diversi stadi di sviluppo sia quanto a forza, sia quanto a intelligenza. […]

L’architettura iniziò come ogni scrittura. Fu dapprima alfabeto. Si metteva una pietra in verticale, ed era una lettera, e ogni lettera era un geroglifico, e su ogni geroglifico si reggeva un gruppo di idee come il capitello sulla colonna. […]

Più tardi si fecero parole. Si sovrappose pietra su pietra, si accoppiarono quelle sillabe di granito, il verbo sperimentò le combinazioni. […]

Infine si fecero libri. Le tradizioni avevano partorito simboli sotto i quali sparivano, come il tronco di un albero sotto il fogliame […] Il simbolo aveva bisogno di sbocciare nell’edificio. L’architettura allora si sviluppò unitamente al pensiero dell’uomo; divenne un gigante a mille teste e a mille braccia, e fissò in una forma eterna, visibile, tangibile, tutto quel simbolismo fluttuante. […]

L’idea madre, il verbo, non stava solo alla base di tutti quegli edifici, ma si esprimeva anche nella loro forma. Il tempio di Salomone, per esempio, non era la semplice rilegatura del libro sacro, era il libro sacro medesimo. […]

Così, durante i primi seimila anni del mondo, […] l’architettura è stata la grande scrittura del genere umano. […]

Ogni civiltà inizia con la teocrazia e finisce con la democrazia. Questa legge della libertà che succede all’unità è iscritta nell’architettura. […]

[…] arrivano le crociate. È un grande movimento popolare; e ogni grande movimento popolare, quali che ne siano la causa e lo scopo, libera sempre dal suo precipitato ultimo lo spirito di libertà. Le novità si fanno strada. […]

Anche la cattedrale, edificio un tempo tanto dogmatico, ormai invasa dalla borghesia, dal comune, dalla libertà, si sottrae al prete e cade in balìa dell’artista. L’artista la costruisce a modo suo. Addio mistero, addio mito, addio legge. Ecco la fantasia, ecco il capriccio. Pur di avere una basilica e un altare, il prete non ha niente da dire. Le quattro mura sono dell’artista. Il libro architettonico non appartiene più al sacerdozio, alla religione, a Roma; è dell’immaginazione, della poesia, del popolo. […]

Il panneggio popolare lascia a malapena indovinare l’ossatura religiosa. Non si può avere un’idea delle licenze che si prendono allora gli architetti, anche verso la chiesa. Si vedono capitelli adorni di monaci e monache vergognosamente accoppiati, come nella sala dei camini del Palazzo di Giustizia a Parigi. C’è la vicenda di Noè scolpita a chiare lettere come sotto il portale di Bourges. C’è un monaco bacchico con le orecchie d’asino e un bicchiere in mano che ride in faccia a tutta una comunità, come sul lavabo dell’abbazia di Bocherville. Esiste a quest’epoca, per il pensiero scritto in pietra, un privilegio del tutto paragonabile all’attuale libertà di stampa. È la libertà d’architettura. […]

Il pensiero allora non era libero se non a quel modo, sicché non si scriveva per intero se non su quei libri chiamati edifici. Senza la forma edificio, si sarebbe visto bruciare sulla pubblica piazza per mano del boia nella forma manoscritto, se fosse stato abbastanza imprudente da azzardarsi a esprimersi per iscritto. Il pensiero portale ecclesiastico avrebbe assistito al supplizio del pensiero libro. Così, non avendo altra via se non l’arte muraria per farsi strada, vi si affollava da tutte le parti. Di qui l’immensa quantità di cattedrali che hanno coperto l’Europa, numero talmente prodigioso che ci si crede a malapena, anche dopo averlo verificato. Tutte le forze materiali, tutte le forze intellettuali della società convergevano in un medesimo punto: l’architettura. In questo modo, col pretesto di costruire chiese a Dio, l’arte si sviluppava in proporzioni magnifiche. […]

Così, fino a Gutenberg, l’architettura è la principale scrittura, la scrittura universale. Di quel libro di granito iniziato in Oriente, proseguito nell’antichità greca e romana, il medioevo ha scritto l’ultima pagina. […]

Riassumendo ciò che abbiamo indicato fin qui in maniera alquanto sommaria, trascurando mille prove e anche mille obiezioni puntuali, si approda a questo: che l’architettura è stata fino al quindicesimo secolo il registro principale dell’umanità, che in questo lasso di tempo non è venuto al mondo un pensiero un po’ complicato che non si sia fatto edificio, che ogni idea popolare come pure ogni legge religiosa ha avuto i suoi monumenti; che il genere umano infine non ha pensato nulla d’importante senza scriverlo in pietra. E perché? Perché ogni pensiero, sia religioso, sia filosofico, è interessato a perpetuarsi, perché l’idea che ha mosso una generazione vuole muoverne altre, e lasciare traccia. […]

Nel quindicesimo secolo tutto cambia. […]

L’invenzione della stampa è il più grande evento della storia. È la rivoluzione madre. È la modalità d’espressione dell’umanità che si rinnova totalmente, è il pensiero umano che si spoglia di una forma per rivestirsi di un’altra, è la totale e definitiva muta di quel serpente simbolico che, a partire da Adamo, rappresenta l’intelligenza.

Sotto forma di stampa, il pensiero è più imperituro che mai; è volatile, inafferrabile, indistruttibile. Si confonde con l’aria. Al tempo dell’architettura, esso si faceva montagna e si impossessava potentemente di un secolo e di un luogo. Ora si fa stormo d’uccelli, si disperde ai quattro venti e, insieme, occupa tutti i punti dell’aria e dello spazio. […]

Da solido che era, si fa semprevivo. Passa dalla durata all’immortalità. Si può demolire un masso, ma come estirpare l’ubiquità? […]

Così, per riassumere quello che abbiamo detto fin qui in maniera necessariamente incompleta e monca, il genere umano ha due libri, due registri, due testamenti, l’arte muraria e la stampa, la bibbia di pietra e la bibbia di carta. Senza dubbio, quando si contemplano queste due bibbie così spalancate nei secoli, ci è concesso di rimpiangere la maestà visibile della scrittura di granito, quei giganteschi alfabeti formulati in colonne, pilastri, obelischi, quelle specie di montagne umane che ricoprono il mondo e il passato, dalla piramide alla torre campanaria, da Cheope a Strasburgo. Bisogna rileggere il passato su quelle pagine di marmo. Bisogna ammirare e risfogliare senza posa il libro scritto dall’architettura; ma non si può d’altro canto negare la grandezza dell’edificio eretto per parte sua dalla stampa.

Quest’edificio è colossale. […] quando si cerca di farsi col pensiero un’immagine totale dell’insieme dei prodotti della tipografia dalle origini ai nostri giorni, quest’insieme non ci appare forse come un’immensa costruzione, che ha per fondamenta il mondo intero, a cui l’umanità lavora senza posa, e la cui testa mostruosa si perde nelle brume profonde del futuro? È il formicaio delle intelligenze. È l’alveare al quale tutte le immaginazioni, come api dorate, vanno col loro miele. L’edificio a mille piani. Qua e là si vedono aprirsi sulle sue rampe le tenebrose caverne della scienza che si intersecano nelle sue viscere. Ovunque sulla sua superficie l’arte fa lussureggiare per la gioia degli occhi i suoi arabeschi, i suoi rosoni e le sue traforature. Lì, ogni opera individuale, per quanto capricciosa e isolata possa sembrare, ha il suo posto e il suo rilievo. L’armonia risulta dal tutto. […]

La stampa, questa gigantesca macchina, che pompa senza posa tutta la linfa intellettuale della società, vomita incessantemente nuovi materiali per la sua opera. L’intero genere umano sta sulle impalcature. Ogni spirito è muratore. […]

Certo, anche questa è una costruzione che cresce e si accumula in spirali senza fine; anche qui c’è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell’umanità intera, riparo promesso all’intelligenza contro un nuovo diluvio, contro l’invasione dei barbari. È la seconda torre di Babele del genere umano. (pos. 3031-3246)

Border – Creature di confine

Border – Creature di confine (Gräns), 2018, di Ali Abbasi, con Eva Melander, Eero Milonoff, Jörgen Thorsson.

Eero Milonoff and Eva Melander in Gräns (2018)
imdb.com

Diciamolo sùbito, è un film molto bello, originale, fa riflettere senza essere didascalico. Vi consiglio vivamente di andarlo a vedere.

Ma cominciamo con una divagazione.

Dio si muove per vie misteriose, secondo la tradizione e un inno scritto dall’inglese William Cowper nel 1773.

God moves in a mysterious way
His wonders to perform;
He plants His footsteps in the sea
And rides upon the storm.

Congregational singing (Michael Mahoney) Grace Community Church – Sun Valley, California Text: William Cowper / K. Jason French

Anche la luna e le donne lo fanno, secondo gli U2:

She’s the wave
She turns the tide
She sees the man inside the child, yeah
It’s alright, it’s alright, it’s alright
She moves in mysterious ways

Anche il marketing si muove per vie altrettanto misteriose: altrimenti, come spiegare che un titolo in svedese (Gräns, che significa “confine”, come persino la mia limitata conoscenza del tedesco Grenz e un minimo di intuito mi permettono di inferire) è stato tradotto nell’inglese Border, non solo in Italia, ma sugli schermi di quasi tutto il mondo? Comprese Francia e Germania, di solito così gelose della loro lingua (ma esclusi portoghese, basco, turco, malese, russo, bielorusso e ucraino, secondo Wikipedia)? Forse per mantenere quel modicum di ambiguità consentito dalla polisemia (il tedesco Grenz, e quindi forse anche lo svedese Gräns, significano sia “confine” sia “frontiera”, come l’inglese border)?

Tina, infatti, lavora ai controlli di frontiera, alla dogana di un porto. Ha un’abilità straordinaria: ha fiuto. Letteralmente. Fiutando l’aria individua le persone che cercano di far entrare illegalmente in Svezia cose proibite, dall’alcool a una scheda di memoria piena di immagini di pedofilia…

Di più non posso raccontarvi perché – anche se il film non è un thriller – ve ne guasterei la visione.

La frontiera di cui si parla, però (e questo ve lo posso dire), non è soltanto la linea di demarcazione tra Stati: è anche quella che utilizziamo per separare le categorie che strutturano il nostro modo di pensare, e soprattutto quelle che hanno a che vedere con l’identità.

Chi è come noi, e chi è diverso da noi? Che cosa concorre a definirlo?

L’aspetto fisico, innanzitutto. E poi certe regolarità di comportamento, come le abitudini alimentari. Troviamo disgustoso che un umano si nutra di insetti vivi e di lombrichi; e ancora più disgustoso che gli piacciano, che li mangi con evidente delizia. Ma lo troviamo normale, e dunque non ci disgusta, che lo faccia un formichiere o un uccello. Quanto all’aspetto fisico, applichiamo agli animali e agli umani canoni di bellezza diversi: un umano che si discosta da questi canoni è brutto, se se ne discosta poco (chi di noi non lo ha detto o pensato vedendo una ragazza o un ragazzo brutto? quanto del bullismo che dilaga soprattutto tra gli adolescenti – a scuola per esempio – si fonda su un giudizio estetico? è brutto/a, è grasso/a, è brufoloso/a?). e se se ne discosta molto è un mostro (e le parole sono pietre: un mostro sotto l’aspetto fisico lo è certo, almeno implicitamente, per un automatismo mentale, anche sotto quello morale). Dentro o dietro a questo giudizio c’è insicurezza sulla nostra identità: io non sono così, vero? E la sicurezza ce l’offre il gruppo dei pari, o sarebbe meglio dire, degli eguali. Mi omologo (pensiamo ancora agli adolescenti) negli outfit, nella musica che sento, nelle opinioni (cento anni fa il fascismo, cinquanta anni fa il comunismo, oggi…) e il gruppo mi considera uno dei suoi membri; non lo faccio, perché non voglio (raramente) o non posso (quasi sempre) e allora non sono soltanto escluso, ma anche (spesso) attivamente perseguitato.

Non lo facciamo con gli animali: loro sono abbastanza diversi da non mettere in questione la nostra identità. Se e quando li perseguitiamo è perché li percepiamo come sporchi (i piccioni, i topi, gli scarafaggi, le mosche) o dannosi (a suo tempo i lupi e gli orsi, ma anche le donnole e le volpi). A volte li troviamo anche brutti, ma come specie o sottospecie (gli gnu, i mandrilli, certe razze di cani): ma non ci viene in mente di dire di un singolo esemplare di scimpanzé “ma quanto è brutto quello”; né di una coppia di bonobo intenti a copulare “che abitudini disgustose” (anche se una mia collega, una ventina di anni fa, lo disse vedendo una coppia di lontre di mare che lo facevano all’Oceanário di Lisbona).

E già, dimenticavo. Tra le abitudini, oltre a quelle alimentari, ci sono quelle sessuali: i nostri tabù in materia sono ancora più forti. Il sesso si fa tra maschio e femmina, adulti, fuori dalla vista di spettatori anche casuali (quante tende alle nostre finestre!), e secondo i promotori del Congresso mondiale delle famiglie esclusivamente a fini riproduttivi. Tutto il resto è perversione, anzi fa schifo (“Schifosi!”, è il commento delle comari benpensanti). È la forza del tabù sessuale che indusse quella mia collega, per quanto laureata e dirigente in un istituto di ricerca, a stigmatizzare i giochi erotici delle lontre di mare.

La frontiera tra uomini e animali è quindi abbastanza netta. Poco problematica, quanto meno (anche se le immagini di Border sono lì a mostrarci che – tra addomesticarli e allontanarli dalla nostra vista in un loro regno selvaggio – un diverso rapporto con gli animali è possibile). E se ci fosse una terra di mezzo che ci mette in difficoltà, rispetto alla quale non sappiamo come comportarci? Se esistessero dei “quasi umani”, mitici o reali? I Neanderthal con cui i nostri antenati Homo sapiens si mescolarono, riproducendosi, anche se alla fine ne causarono l’estinzione? O le antiche popolazioni europee che le migrazioni degli Yamnaya soppiantarono (ne abbiamo parlato qui)?

Border, senza essere didascalico, ci fa riflettere su questo, presentandoci tutte le possibili “strategie” a nostra disposizione, che abbiamo applicato e applichiamo ai selvaggi, ai nativi, ai pellirosse, ai musi gialli, ai negri, agli ebrei, ai rom: ieri che colonizzavamo le loro terre e oggi che paventiamo un’invasione. Strategie che vanno dallo sterminio, all’istituzionalizzazione (galere, campi o manicomi, non importa poi tanto, come insegna Foucault), all’assimilazione forzata (dalla mutilazione alla stiratura dei capelli, all’imposizione di vestiti “decenti” e della “posizione del missionario”…). Ci invita (anche qui senza forzature) a chiederci dove passano questi confini, e se sono proprio necessari, e a quale scopo. Ed evita la scorciatoia “buonista” di farci pensare che i diversi sono, per il solo fatto di essere diversi, anche benevoli o comunque irresponsabili delle loro azioni.

Non dà risposte. E infatti io, che il film l’ho visto ieri sera, sono ancora qui a pormi le domande. Mi spiego meglio: non solo non ho tutte le risposte, non ho ancora neppure tutte le domande. E questo – credetemi – in un libro, in un film, in uno spettacolo teatrale, per me è un segno certo di grandezza.