Patti Smith e Martha Argerich

Dopo l’esibizione di Patti Smith come ospite al festival di Sanremo, il mondo si è diviso in due, quelli (tutti quanti all’unanimità o quasi) che hanno detto che soltanto con lei la serata – che io peraltro non ho visto, avendo visto solo il clip di YouTube – è stata riscattata da un momento di altissima qualità, e quelli (soltanto io) che ne hanno ricavato una penosa impressione e hanno trovato che il fuoco che ardeva nella musica di Patti Smith alla fine degli anni Settanta si fosse ormai quasi del tutto spento.

Poiché sono cocciuto e amo la polemica per la polemica, vi invito a confrontare la versione sanremese (che per vostra comodità riposto) con la versione originale che compariva sul’album Easter del 1978 e una versione live dello stesso anno (dove si capisce pure che Patti Smith era per una parte importante anche il Patti Smith Group).

Io la sento, la differenza: le versioni del 1978 mi smuovono ancora quel poco di testosterone, ossitocina e adrenalina che mi circolano nel sistema; (“touch me now”) quella di Sanremo mi sembra soprattutto autocelebrativa.

E lo so che non è serio. Ma sul mio giudizio severo influisce anche il fatto che Patti si sia tinta i capelli. Guardatela qui, al David Letterman Show nel 1996, cinquantenne con il coraggio dei suoi capelli grigi. E sentitelo ancora intatto, il suo fuoco, anche se la canzone è così così.

E confesso anche di essere influenzato, in questo confronto forse impietoso, dal paragone con Martha Argerich, la pianista argentina (del 1941, mentre Patti Smith è del 1946) il cui fuoco non si è spento e che porta orgogliosamente i suoi anni. La vediamo e sentiamo prima nello Scherzo n. 2 Chopin, inciso nel 1966, e poi nella sonata di Scarlatti in re minore K 141, incisa nel 2008.

Per i più pazienti e per i più curiosi, due interventi in cui Martha Argerich parla di sé, della sua tecnica e delle sue interpretazioni, più o meno coevi alle esecuzioni ascoltate prima.