Arie territoriali

Non avete letto male. Mutuando il termine dalle “acque territoriali” propongo il neologismo “arie territoriali”.

Cito dalla voce di Wikipedia:

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. Il principio del mare territoriale si contrappone al generico principio consolidato in secoli di storia del mare libero, affermatosi grazie ai Paesi Bassi e che permetteva l’uso delle acque in via generale a tutti senza la possibilità di poter bloccare commerci e transiti altrui.

La disciplina e la regolamentazione delle acque territoriali, prima rimessa quasi esclusivamente alle consuetudini internazionali, è stata poi regolata da alcune convenzioni, come la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua del 1958 e la Convenzione di Montego Bay del 1982, quest’ultima attualmente in vigore.

Analogamente, potremmo definire “arie territoriali” quella porzione di atmosfera adiacente o prossima a un edificio; su questa parte di atmosfera il proprietario (pubblico o privato che sia) esercita il proprio diritto di proprietà in modo del tutto analogo agli spazi interni dell’edificio.

L’avevo già visto a New York di recente, ma qui in Svezia è praticamente onnipresente.

E a me provoca molto fastidio e qualche preoccupazione. Fastidio perché sono allergico ai proibizionismi di qualunque tipo. Preoccupazione perché mi sembra una cosa abbastanza liberticida (nel suo piccolo, d’accordo). Provo a spiegarmi.

Fin da bambino mi hanno insegnato che la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri. Principio all’apparenza facile, ma difficile da applicare. Non elencherò i tanti grotteschi paradossi cui un’applicazione sconsiderata del principio può condurre (come accade quasi sempre quando si trasformano semplici regole di comportamento e di buon senso in principî assoluti). Limitiamoci al caso in questione: dove finisce la mia libertà di fumatore di auto-avvelenarmi e dove inizia la preferenza dei non-fumatori di non aspirare nemmeno una traccia minuscola del mio fumo? Oppure in realtà mi si vuole imporre una visione del mondo salutistica a suon di proibizioni e sanzioni, come si faceva una volta con le fedi religiose?

Vorrei però evitare il terreno delle ideologie e pormi su quello, a me più congeniale, del ragionamento quantitativo. Fumando la mia sigaretta aspiro una certa quantità di fumo, direttamente, perché “tirando” ravvivo la combustione e aspiro direttamente nelle mie vie respiratorie il fumo prodotto. Non importa quanto, ragioniamo in termini relativi e diciamo che il fumo totale che aspiro godendomi la mia sigaretta è pari a 100. Quando non aspiro, e tengo la sigaretta in mano, la combustione è molto più lenta (una sigaretta lasciata in posizione verticale, brace in alto, si spegne da sé!) e produce molto meno fumo.

Il fumo si disperde nell’atmosfera e si diluisce: la sua concentrazione, cioè, diminuisce rapidamente. Tanto più rapidamente quanto più l’atmosfera è turbolenta: più all’esterno che in un ambiente chiuso (dove mantiene una certa concentrazione, ma di molti ordini di grandezza inferiore a quella che riesco a produrre nelle mie vie respiratorie), e più se tira vento che se l’aria è ferma. Pensate a una goccia d’inchiostro stilografico in un bicchiere d’acqua: ne faccio cadere una goccia e dopo un po’ si disperde, tingendo un po’ l’acqua. Avrete notato che nel corso del processo le volute d’inchiostro assomigliano a volute di fumo: non è una coincidenza, è proprio lo stesso processo!

Naturalmente, se mescolo l’acqua con un cucchiaino, l’inchiostro si disperde prima (questa è la turbolenza). E tanto più il recipiente è grande, tanto minore sarà la sua concentrazione finale. Se metto una goccia di un millilitro in un bicchiere di 20 centilitri, la concentrazione finale sarà di una parte su 200; se la metto in una bottiglia da un litro, 1 su 1000; se la metto in un secchio da 10 litri, 1 su 10.000. Torniamo al mio fumo. Supponiamo che il fumo disperso nell’atmosfera sia la metà di quello che aspiro (sto largheggiando, perché nessun fumatore sprecherebbe così un terzo della sua sigaretta). Consideriamo un cubo d’aria della dimensione richiesta da cartello, 10 metri di spigolo: sono 1000 metri cubi d’aria, cioè 1 milione di litri! Supponiamo ancora – ma sto proprio esagerando – che io abbia rilasciato nell’atmosfera 10 litri di fumo: fa una parte su 100.000. Questo nell’immediato, perché dopo un tempo variabile tra i secondi (se c’è vento) e i minuti (se l’aria è “ferma” – ma ferma ferma in realtà non è mai) il fumo si disperde nell’atmosfera, che ai fini dei nostri calcoli possiamo considerare di volume pressoché infinito. E la concentrazione di fumo è, dopo un po’, praticamente infinitesima. Cioè, la composizione dell’atmosfera che voi non-fumatori respirate resta pressoché invariata prima e dopo la mia sigaretta: questo per ricordarvi che anche senza di me respirate particolati benzene monossido di carbonio ossidi d’azoto eccetera, sostanze nocive presenti nel fumo della sigaretta e nell’atmosfera delle nostre città e delle nostre strade.

Ma allora, vi sento già obiettare, perché sento il puzzo della tua sigaretta e mi da fastidio? Perché il nostro naso è una macchina meravigliosa, i cui percettori si legano a una singola molecola e trasmettono un segnale elettrico che viene elaborato dal nostro cervello. E perché il puzzo della tua sigaretta lo sento e quello del benzene degli scarichi della automobili no? Perché il nostro cervello elabora le novità, le differenze, anche negli odori: il fumo della mia sigaretta si sovrappone, per un attimo, al “brusio di fondo” di tutti gli altri odori urbani e viene percepito, come quando riconosciamo una voce amica (o nemica, nell’analogia con il fumo) in un ambiente rumoroso.

Quanto al mio fumo, alle poche molecole che hanno toccato le vostre mucose nasali, vi chiedo scusa per il disturbo. Consolatevi con l’idea che nel tempo che ci avete messo a leggere questo post, la probabilità che abbiate inalato almeno una molecola di ossigeno a suo tempo respirata da Leonardo da Vinci è praticamente una certezza: non vi sentite già più intelligenti? E magari più tolleranti?

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