Grillotalpa

Da bambino avevo una paura dannata degli insetti. Più ancora che degli insetti, dei ragni.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ne ho paura ancora, ma da bambino era il terrore. Nella vecchia casa dei nonni non osavo salire al piano di sopra da solo, se non dopo aver acceso tutte le luci e cantando a squarciagola. Nello scantinato non mettevo piede, se non accompagnato. Scendevo malvolentieri anche in cantina.

E tutte queste erano ancora parti della casa, anche se c’era un gradiente tra la casa-casa (le stanze abitate di giorno), passando per le camere da letto al primo piano (un po’ più inquietanti, perché disbitate di giorno, quando gli insetti avevano tutto il tempo di acquattarsi nell’attesa che entrassi nel letto e si spegnesse la luce per farmi chissà quali agguati), il solaio (pieno di ragnatele, e dunque di ragni, ma almeno luminoso e asciutto), la cantina (con i mattoni a vista e in alcuni punti addirittura il biancastro salnitro, qualche ragno e grillino sul muro, e talora qualche orrido millepiedi sul pavimento), allo scantinato (umido e basso al punto che appena sono un po’ cresciuto non riuscivo a starci in piedi, e certamente dimora abituale degli insetti e dei ragni più temibili).

Fuori era il mondo selvaggio: l’uomo vi era ospite – nella mia percezione – ma i veri padroni erano gli animali, e in particolare gli invertebrati. Neppure sotto i filari delle viti mi avventuravo volentieri, perché c’erano, onnipresenti, le ragnatele. Le avanguardie degli invertebrati, le vespe, cingevano d’assedio la casa, abbeverandosi a decine alla fratta matura e soprattutto all’uva, e creando ogni estate qualche nido sotto i davanzali delle finestre.

Le mie fobie avevano, per quanto riesco a razionalizzare adesso, una duplice causa:

  1. Ero un bambino fifone: non avevo paura soltanto degli insetti e degli invertebrati, ma anche dei cani, e persino delle mucche e dei cavalli (bellissimi e fantasticati da lontano, temibili e temuti da vicino, con quegli zoccoli sempre pronti a scalciare e quella bocca piena di denti enormi). Avevo anche paura dei terrificanti pesci-ragno (sull’Adriatico, dove andavo io; sul Tirreno, ho imparato poi, si chiamano tracine e cotte nella zuppa di pesce «perdono ogni scontrosità e diventano molto buone», per parafrasare Cochi e Renato) e ogni anno seducevo una bambina che poi inducevo a camminarmi davanti quando si scendeva in acqua a fare il bagno (non un comportamento molto cavalleresco, lo ammetto, ma avevo visto l’effetto di una puntura di pesce-ragno su uno sventurato bagnante, un adulto che piangeva dal dolore, e dunque: mors tua vita mea, ragionavo).
    Non che ora sia un adulto coraggioso, perché «il coraggio, uno non se lo può dare», come disse il manzoniano Don Abbondio.
  2. Gli insetti, in quelle contrade ubertose e fertili, raggiungevano numero e dimensioni ragguardevoli: in nessuna altra parte d’Italia ne ho mai visti di così grossi e così numerosi. Anche chi attribuiva le mie descrizioni a una mia tendenza all’iperbole, quando ha poi avuto occasione di visitare quelle lande si è dovuto ricredere.

La mia irrazionale paura degli invertebrati (non avevo ancora imparato a sostenere dialetticamente che la mia paura era del tutto razionale e fondata, anche se ne ero fermamente convinto) era considerata un difetto grave del carattere. A quei tempi erano assai diffusi i pregiudizi di genere: soprattutto in mio nonno, che aveva fatto due guerre mondiali ed era stato in campo di prigionia, e che considerava le mie paure cose da donnicciuole (e che, anche se non me l’ha mai detto, mi sa che è morto nel timore che fossi omosessuale). Per mio nonno gli insetti erano forme di vita da ignorare, a meno che non fossero dannosi in generale, e per il suo orto in particolare: in tal caso erano da combattere, in una lotta senza quartiere.

Fu così che appresi che tra i nemici più temibili dell’orto, e in particolare dei pomodori (mio nonno, maestro, li chiamava pomidoro, in italiano, anche se pumdòr in dialetto, e cantava una canzone di sua composizione che diceva: «la màcia dal pumdòr / l’è na brœta màcia»), c’era il grillotalpa, insetto mostruoso già nel nome. Io i grilli li avevo visti, sui muri della cantina, e, con quel trillo tutto sommato gradevole, neppure a me sembravano tanto temibili, salvo che per la capacità di saltare all’improvviso. Delle talpe conoscevo soltanto le gallerie in rilievo che lasciavano nel terreno e l’immagine su qualche libro: ma dal vivo non le avevo mai viste. Che aspetto potesse avere una chimera che metteva insieme grilli e talpe non riuscivo a immaginarlo.

Ma doveva essere comunque qualche cosa di temibile: innanzitutto perché mio nonno era di un coraggio leggendario ed era incaricato di uccidere le galline e persino i conigli che finivano poi sulla nostra tavola. E poi perché i mezzi che aveva messo in campo per questa battaglia contro il grillotalpa erano inusitati: un vecchio pitale di metallo smaltato in disuso perché sbeccato, seppellito in modo che il bordo fosse al livello del piano di campagna e riempito d’acqua. Il grillotalpa – dovete sapere – è attivo di notte e scava gallerie che distruggono le radici delle piante. Tutte le mattine, dunque, andavamo a vedere, se il grillotalpa era caduto nella trappola. Niente. E intanto le sue gallerie si moltiplicavano e alcune delle piante, private dell’apparato radicale, deperivano fino a morire.

Finché una mattina la pazienza e l’astuzia del nonno furono premiate. nel pitale galleggiava, morta, una mostruosa creatura.

Quella che vedete qui sotto.

agraria.org/entomologia-agraria

2 Risposte to “Grillotalpa”

  1. il barbarico re Says:

    Devo dire che se la casa dei tuoi nonni non scherza dal punto vista degli artropodi (e dei rettili, che per qualche ragione ti spaventano di meno), non è il posto più impressionante da questo punto di vista che abbia visto.

    Non ho mai visto coccinelle così numerose e aggressive come a Princeton, dove nella tarda primavera si affollano sulle finestre a migliaia fino a formare una massa compatta.

    Le cicale, invece, hanno un ciclo di 17 anni e io sono stato in un anno poco affollato, per cui non sono stato costretto a calpestarne 4 per ogni passo che facevo, ma il loro suono era comunque più forte di qualsiasi pineta romana in estate (poi pare che abbiano ispirato una canzone di Bob Dylan).

    Poi sul canale che collega il fiume Raritan e il Delaware c’è un sentiero per ciclisti e podisti sul quale al tramonto si levano nubi di moscerini e zanzare al punto che è impossibile pedalare senza farne una scorpacciata, ma questo succede anche nella bassa padana.


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