Stanislaw Lem – La voce del padrone

Lem, Stanislaw (1968-2009). La voce del padrone (trad. Vera Verdiani). Torino: Bollati-Boringhieri. 2010. ISBN 9788833970301. Pagine 243. 11,99 €

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Non penso avrei letto questo romanzo di Stanislaw Lem – soprattutto dopo la delusione di L’indagine del tenente Gregory, che ho recensito qui – se non fosse stato per quel che ne ha scritto .mau. qui. Non che .mau. si debba ritenere responsabile di alcunché al riguardo, ma la sua recensione mi aveva incuriosito e non poco. Però proprio la frase che mi aveva convinto di più («Lem è etichettato come scrittore di fantascienza. Non sono mai riuscito a capire bene il perché: per quello che mi riguarda è uno scrittore, punto.») è quella che alla fine si è dimostrata meno vera, o comunque più deludente.

Ma andiamo con ordine.

Mi verrebbe da scrivere: il romanzo ammette tre piani di lettura. Ma mi accorgo subito che è una sciocchezza: non tanto e non solo perché non stiamo parlando della Divina Commedia di Dante, sulla quale generazioni di esegeti si sono misurati con significati letterali analogici allegorici simbolici e non so che altro come se si parlasse di una cipolla e non di un poema; ma soprattutto perché una delle poche libertà democratiche che ci sono rimaste (ma non so ancora per quanto) è quella di leggere i libri nel modo che più ci aggrada, recuperando nel testo una dimensione soggettiva anche senza essere decostruzionisti

Mettiamola così, allora: dopo aver letto il romanzo, mi sembra che si possano distinguere tre aspetti: quello della vicenda fantascientifica, quello della discussione filosofica a tutto campo e quello della compiutezza letteraria (quello che .mau chiama: essere uno scrittore, punto).

La vicenda fantascientifica è poco più di un pretesto: dallo spazio arriva una trasmissione che non è rumore, e dunque deve essere segnale. Ma quale segnale? chi o cosa l’ha inviato? a noi o «’ndo cojo cojo» (P2P o broadcasting, diremmo adesso)? ci voleva dire qualche cosa? ha intenzioni ostili? eccetera eccetera. Un tema non propriamente originale: se ci pensate è quello di 2001: odissea nello spazio (che altro era il monolite nero?) o di Incontro con Rama (leggetelo se non l’avete fatto) o di Contact di Carl Sagan (sicuramente avrete visto il film di Robert Zemeckis con Jodie Foster). Certo, mi direte, ma in alcuni casi sono stati scritti dopo; sì, ma io La voce del padrone l’ho letto ora ed è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 2010. Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è che dal punto di vista della storia di fantascienza la vicenda è troppo diluita per essere efficace. E comunque siamo privati del momento catartico in cui abbiamo una risposta alle domande che ci siamo posti.

La discussione filosofica è la parte migliore del libro. Nella maggior parte dei casi, Lem non ci prova neppure a proporcela come una vera discussione: cioè con due o più personaggi che dibattono una questione. No, il livello di realismo è al di sotto addirittura di un qualsiasi dialogo galileiano o platonico. La voce che prevale è quella del narratore, questo Hogarth così simpatico (in fin dei conti) nella sua cosmica intrattabilità. Ma sotto questa scorza sottile si scoprono facilmente i problemi e i dubbi dello stesso Lem. E sono davvero tanti. Poche risposte, ma tante belle domande.

Sulla compiutezza letteraria, proprio non ci siamo. Non darei la colpa – come invece fa .mau. – alla povera Vera Verdiani: temo che sia Lem a scrivere così,e che anzi questa pesantezza, queste frasi involute, questi giri di parole, queste parentetiche nelle parentetiche, siano elementi del suo stile, e forse anche del suo modo di essere. Ecco, l’immagine di copertina non rinvia assolutamente al messaggio dallo spazio (alle due domande «Chi ci invia messaggi dallo spazio? Che cosa ci vuole comunicare?» non avrete comunque risposta), ma alla capacità della narrazione di dipanarsi all’infinito, elucubrazione dopo elucubrazione, come lo stelo del fagiolo magico.

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* * *

Le citazioni che vi propongo mi sembrano comunque godibilissime (riferimento alle posizioni Kindle).

[…] il surrogato razionale della demonologia, ossia la statistica. [163]

[…] l’esperienza insegna che neanche la matematica è un asilo sicuro, visto che abita nel linguaggio. [197]

[…] l’ignoranza, che modera gli entusiasmi delle persone giudiziose, non frena minimamente gli imbecilli […].  [343]

[…] lo specialista è un barbaro la cui ignoranza non è universale. [394]

[…] l’esperienza personale della vita è qualcosa di sostanzialmente non trasmissibile, di totalmente incomunicabile. [1063]

Per quanto ci rivolgesse la parola, per lui noi non eravamo degli esseri umani. Sapeva, e anche bene, che per quanto in linea generale comprendessimo il linguaggio umano, non eravamo uomini. Ragion per cui, anche se l’avesse voluto, non poteva darci nessuna spiegazione. Poteva fare di noi tutto quello che voleva: tutto, tranne che negoziare. Per negoziare occorre un interlocutore che, almeno sotto un aspetto, si trovi sullo stesso piano del negoziatore, e in quel cortile c’erano solo lui e i suoi uomini. In tutto questo si celava senza dubbio una contraddizione logica, ma lui si conformava appunto a quella contraddizione, e nel modo più scrupoloso. [1131]

Ma perfino un conclave può venir convinto al cannibalismo, a patto di procedere con pazienza e lentezza. L’adattamento psicologico è un meccanismo inesorabile.[1255]

Creature abbastanza elastiche da adattarsi a qualsiasi cosa non possono avere una moralità irreprensibile. [1260]

Il problema successivo consisteva nello stabilire a quale categoria di segnali appartenesse la «lettera».
Per quanto ne sapevamo, poteva essere stata o «redatta» in un linguaggio da resoconto amministrativo simile al nostro, operando per mezzo di unità di significato, oppure rappresentare un sistema di segnali «modellanti» sul tipo della televisione; o, ancora, costituire una «ricetta di produzione», ossia un insieme di operazioni necessarie alla produzione di un dato oggetto. Infine, la «lettera» poteva contenere la descrizione di un tale oggetto, quindi di una certa «cosa», in un linguaggio «aculturale», ossia riferentesi esclusivamente a certe costanti del mondo della natura, di tipo matematico e scopribili attraverso la fisica. Queste quattro categorie di possibili codici non sono nettamente separate. [1361]

Un’informazione separata dal suo oggetto non è soltanto incompleta, ma rappresenta sempre una sorta di generalizzazione. Non designa mai con totale esattezza ciò a cui si riferisce. [1455]

[…] il formato, il colore e il peso della carta su cui ci viene scritta una lettera non deve avere alcun rapporto concreto con il suo contenuto. E tuttavia un tale legame tra l’informazione in sé e il suo supporto materiale può anche prodursi: quando riceviamo da una donna un bigliettino azzurro dolcemente profumato, di solito non ci aspettiamo di trovarci un torrente d’insulti o lo schema della civica rete fognaria. [1638]

La vita era un inganno, un tentativo di malversazione, uno sforzo di sfuggire a leggi peraltro ineludibili e spietate: isolata dal resto del mondo, essa imboccava immediatamente la via della decomposizione e questo piano inclinato la portava allo stato normale della materia, ossia a quello stabile equilibrio che è la morte. Per continuare a vivere era costretta a nutrirsi di ordine e poiché l’ordine altamente organizzato esiste solo nella vita stessa, era condannata ad autodivorarsi. Per vivere bisognava distruggere, cibarsi di ordine, che è un alimento nella misura in cui si lascia distruggere. Non era l’etica, ma la fisica a stabilire questa legge. [1817]

lo scienziato, non essendo responsabile di nulla, era disposto a tutto. [1954]

Rappaport mi accusò di semplificare troppo le cose: la fisica era ergodica e la morte di uno o due individui non avrebbe potuto modificarne il corso. [2690]

[…] sebbene io mi fossi limitato a intrecciare i rivestimenti di paglia per i fiaschi nei quali Hayakawa versava il vino novello). [3013]

«fantafilosofia» [3190]

Per me è molto importante trasmettere al lettore non tanto questa mia convinzione – che sarebbe il meno – quanto le ragioni che vi stanno dietro. Se non dovessi riuscirci, avrei fatto meglio a non scrivere questo libro. [3249]

Una Risposta to “Stanislaw Lem – La voce del padrone”

  1. puntomaupunto Says:

    mi spiace di averti condotto a una lettura non secondo i tuoi gusti.
    Vorrei però puntualizzare un’incomprensione. Il mio “è uno scrittore e basta” voleva stare a significare che non capisco perché bisogna definire “di genere” uno scrittore. In questo caso, per l’appunto, Lem non fa fantascienza ma filosofia (accettabile o no). Poi l’avrebbe potuta fare in maniera più piacevole, concordo.


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