Lazzaro felice

Lazzaro felice, 2018, di Alice Rohrwacher, con Alba Rohrwacher, David Bennent, Sergi López.

Lazzaro felice (2018)
imdb.com

Film strampalato e autocompiaciuto, che non mi è garbato per niente.

Favoletta balorda, il cui messaggio è “meglio il medioevo artificiosamente mantenuto da una nobildonna cattiva (la matrigna di Biancaneve) a danno di una bizzarra famiglia contadina allargata (i sette nani) che l’emarginazione urbana dei giorni nostri (in cui i cattivi sono – e te pareva! – le banche)”.

Al posto di Biancaneve c’è Lazzaro del titolo, l’ultimo dei contadini, sempre pronto a dare una mano a tutti e a farsi carico dei lavori più gravosi, un sempliciotto che (per fare onore al nome, suppongo) resuscita, una, forse due volte. Forse è anche immortale. Forse è un dio minore. Forse un personaggio del folklore, come lo stolto in cristo della tradizione russa (penso al Boris Godunov di Puškin e di Musorgskij), cui l’impertinente Salomon Volkov equipara lo stesso Šostakovič («Gli jurodivye erano noti per il loro modo di parlare bofonchiando, le frasi corte, nervose, balbettanti, con parole ripetute. Nel Boris Godunov di Puškin, il folle santo insiste: “Dammi, dammi un copeco”. In questo c’era tutto Šostakovič: chiunque gli avesse mai parlato conosceva il suo modo di “impigliarsi” in una parola o in una frase, ripetendola più volte. Gli psicologi hanno notato che questo è caratteristico della creatività dei bambini, confronto che si addice a Šostakovič». Volkov, Salomon. Stalin e Šostakovič. Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista. Milano: Garzanti. 2006. Le incertezze, le ripetizioni e i balbettii di Šostakovič sono ben rappresentati in Europe Central).

Lazzaro richiama anche piuttosto esplicitamente (il film è pieno di omaggi e citazioni, a proposito e sproposito) il Totò il buono protagonista di Miracolo a Milano. Ma, secondo me, Cesare Zavattini si rivolta nella sua tomba nell’amata Luzzara.

La cosa migliore del film sono i fantastici paesaggi della Tuscia.

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