William T. Vollmann – Europe Central

Vollmann, William T. (2005). Europe Central. New York NY: Viking. 2005. eISBN: 9781101118191. Pagine 832. 14,04 €.

Forse la prima cosa da dire – almeno questa è la mia soggettiva impressione – è che dopo avere letto questo romanzo non ascolterete mai più Šostakovič allo stesso modo di prima, soprattutto l’Op. 40 e l’Op. 110, ma anche la Settima sinfonia.

Ma andiamo con ordine. Devo ringraziare Il barbarico re (ma chissà se si fa ancora chiamare così da qualcuno) per il suggerimento. Ho acquistato il libro la sera stessa che me lo ha consigliato. per la verità me ne aveva parlato già un paio d’anni fa in occasione di una bella esecuzione del Quartetto Op. 110 al Museo Bilotti di Roma il 17 febbraio 2017. Ma non avevo prestato sufficiente attenzione.

Il romanzo è monumentale, non soltanto per la lunghezza (più di 800 pagine, e ci ho messo un buon mese e mezzo per leggerle), ma anche per il respiro e per le ambizioni. Viene fuori alla distanza, dopo un po’ di disorientamento iniziale. La narrazione, infatti, procede grosso modo cronologicamente, mentre le storie seguono i diversi protagonisti – in parte inventati, ma per lo più “ricreati” a partire da persone reali (oltre a Dmitri Šostakovič, Käthe Kollwitz, Friedrich Paulus, Andrej Andreevič Vlasov e altri). Un “romanzo storico”, dunque, ma sui generis. Il tema è l’immane conflitto tra Germania e Russia, e tra i due dittatori che le guidavano (senza però nessuna equiparazione tra le due, salvo che una grande compassione per le sofferenze dei due popoli). Nonostante le molte diversità, difficile non pensare a Vita e destino di Vasilij Grossman: altro romanzo monumentale e straordinario, che ho letto nel 2013, ma non recensito per colpevole pigrizia.

Eviterò di fare una recensione anch’essa lunghissima. Mi limito di consigliarne vivamente la lettura a chi voglia impegnarsi a capire meglio il Novecento, le radici del totalitarismo (che non sono ancora estirpate) e i grandi rischi che comporta (comprese la guerra, lo sterminio e la completa disumanizzazione). Il libro (che conserva il titolo originale) è stato tradotto in italiano da Gianni Pannofino e pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu nel 2010: in questa edizione si superano le mille pagine.

Se volete una bella recensione, lunga ed esauriente (anche se non sono sempre d’accordo con l’autore), vi consiglio quella di Giuseppe Genna (autore anche lui di un libro su Hitler, bruttino, che ho letto e recensito qui). Nel rinviarvi al testo completo della recensione, che trovate su carmillaonline, vi riporto la parte dedicata a Hitler in persona:

Da pagina 164 a pagina 180, questo genio neorinascimentale (ma anche neogreco e neobabilonese e tutti i neo più epici della storia della letteratura universale) compie ciò che nessuno è riuscito a compiere: narra Hitler. La narrazione di Hitler è difficile, al punto che se ne hanno pochissimi esempi – il romanzo latita a fronte dello sbaglio a cui induce la rappresentazione del Führer. Spiegarlo, renderlo umano, renderlo disumano, farne leggenda, abbassarlo a figurina polverosa, dichiararlo perdente, essere asettici nei suoi confronti: come si vede, tra alcune opzioni di narrazione possibile, ciascuna risulta immorale, eticamente scorretta, sbagliata drammaturgicamente. Ciò semplicemente perché Hitler non è un personaggio. Vollmann coglie proprio questa gigantesca falla, che non si dimostra affatto una chance narrativa: vede il buco bianco Hitler e lo attraversa, facendolo chiudere dall’interno. Questo capitolo di poche pagine, Il sonnambulo, è un’opera nell’opera, è il centro della Centrale Europa narrata con sforzo omerico. In nemmeno venti pagine Vollmann compie un gesto impressionante, che a mio parere non ha pari nella storia della narrativa contemporanea occidentale. Vengono narrate, per brevi metope, alcune diseguali gesta del sonnambulo e della realtà da lui innescata. Il sonnambulo: è scritto così, semplicemente in minuscolo, non nominato se non con questa qualifica che lo mette in contatto con l’umanità, ma anche lo separa dall’umanità, lui che vorrebbe separare l’umanità da se stessa. Non si è mai visto infatti un sonnambulo che lo sia per tutta la sua vicenda esistenziale. In sedici pagine Vollmann esaurisce l’avventura tragica in cui Hitler trascina il mondo, la sua grottesca e quasi ineffata seminagione di male – e ciò senza mitizzare Hitler nemmeno in una frase. Chi scrive ha affrontato di persona, con mezzi di intelletto e vocazione artistica assai inferiori a quelli di Vollmann, il problema della narrazione di Hitler e assicura che quanto è stato realizzato in Europe Central ha dell’incredibile, del sovraumano: e cioè dell’umanissmo. Qui l’arte non sutura affatto la ferita, ma è mimetica dello svuotamento a cui Hitler deve essere sottoposto affinché gli sia impedita ogni vittoria postuma. Ecco un esempio della prosa e della visione e del trattamento che Vollmann riserva a Hitler per svuotarlo trattenendo tutto quanto è stato, in modo che non continui a essere:
“Il sonnambulo, nel suo cappotto grigio chiaro (i nostri ricordi di lui si sono fatti così grigi e sgranati) anela a essere un altro Gunnar. Non è forse un apripista anche lui? Non è forse stato abile a incantare tutti i serpenti fino a quel momento? E la sua Germania sarà Gúthrun. La Germania deve morire feroce, mettendo a fuoco ogni cosa…”
Il sonnambulo sogna cosa? La realtà. Tanto che riesce a muoversi in essa, quasi fosse sveglio, agilmente, non urta, incede. Incide nella realtà e sulla realtà, essendone di fatto separato per un fatto di percezione – per un fatto coscienziale che lo separa dalla veglia e dall’umano. Lo separa sì, ma chi si azzarderebbe a dire che un sonnambulo non appartiene all’umanità?

Come di consueto, qualche citazione (il riferimento è alla posizione Kindle):

(People forget that Hagen, the man who murdered Siegfried, was also a German. He had his reasons. This war was Siegfried’s war. The next war would be Hagen’s.) (757)

The woman with the dead child is me, myself. And the child is also myself. (1160)

The future doesn’t exist until it happens. (1247)

Pyotr Alexeev, with whom I sometimes do wet work, told me a funny one yesterday. It seems that a herd of kolkhozniks with fresh manure on their shoes get to Moscow; you know; they’re shock workers; they’ve won the prize! Think of them as Rodchenko’s robotlike abstract paper cutouts painted with dark oil and mounted on circular wooden bases. The guide explains that they are now in the world capital of progress, abundance, freedom, you name it. Eventually one of the farmers comes up timidly and says: Comrade Leader, yesterday I walked all over the city and didn’t see any of those things! The guide has just the right answer. He replies: You should spend less time walking around and more time reading newspapers! (1256)

[…] the piano was the skeleton; the cello was the flesh; he was the knowledge and commemoration; she was the life. (1615)

I’m only a mollusk; I need to hide forever within your lovely shell […] (1622)

[…] imagining the future, then mistaking imagination for foresight, is one of life’s luxuries; (1644)

And how can love be self-ironic? (1709)

She loved him without understanding him, which may be the noblest love of all. (2287)

I love you, he said. I love you, too, very very much. I need you. No you don’t! she cried in a panic. You don’t need to need anybody. You love me. That’s enough. (4692)

Paulus himself believed far less in luck than he did in application. (6594)

[…] the skin of her naked throat was as perfect as a political idea. (8147)

Those Greek caryatids, they’re female without being human. (8551)

And the further those subjects (I mean objects) get altered in accordance with the purpose, the more problematic it becomes to perceive their irrelevantly human qualities. I quote the testimony of Michal Chilczuk, Polish People’s Army (he’d participated in the liberation of Sachsenhausen): But what I saw were people I call humans, but it was difficult to grasp that they were humans. What did Chilczuk mean by this? To put it aphoristically, a human skeleton is not human. (8875)

[…] when you flee one menace for another, the world will call you brave. (9969)

Send me out, and I’ll take the wires in my teeth; who cares what happens after that, as long as their signal goes through? (10123: mi ha fatto venire in mente Underground di Kusturica)

After all, one of life’s best pleasures is reading a book of perfect beauty; more pleasurable still is rereading that book; most pleasurable of all is lending it to the person one loves. (10220)

When you separate from a woman, what you have to do is kill your love for her; you have to blockade it and starve it to death, just as the sleepwalker set out to do in Leningrad; that’s the only way. (10669)

Soviets had antidotes to everything, even unfortunate facts. (10864)

That was how I learned that no is stronger than yes. It takes two yesses for I to become we, but only one no for we to break apart, no matter what the other party wishes. (11121)

Frau Lange had much on her side: logic, experience, and, above all, love. (11284)

Happiness is the absence of unpleasant information. (12105: forse l’aforisma più bello del libro)

You can’t hide your secrets from me, Mitya. When you were sleeping with that slut Elena I could literally smell her on you. That cheap, catty smell of her—ugh! You’re a man who has to have affairs. Maybe I would have preferred to love somebody different, but that’s how it is, right? Well, are you going to answer me or not? I, I don’t see what this has to do with— Maybe the only person that an artist can be faithful to is himself. Maybe he’s got to betray everybody else. (12633)

Just as in winter we frontline men dread abandoning our dugouts, because it’s so difficult to dig new ones in the frozen ground, so he did not want to give up Ustvolskaya, especially now that his penis could no longer perform its world-historic task; there was nothing more to it than that. (13337: the world-historic task!)

(The center of the world is Leningrad, which is Stalingrad, which is Auschwitz.) (13902)

When his death began, it was as if successive shrouds, each one so gauzy as to be nearly transparent, kept settling over his face, strangling away the breath almost tenderly, with Irina bending over him in the hospital ward, screaming his name like a shrilling telephone. He could hear her longer than he could see her, for the shrouds kept swirling down so that her image steadily greyed into a blackness deeper than meaning, and although for a little while longer he could almost perceive the reflection of her presence swimming on the nightstruck waters, she was fading very rapidly now; indeed, before he had time to mistake her for a certain other woman, she’d vanished with an almost playful suddenness, so that he sank irremediably alone into his velvet agony which drowned and tickled him while a blood-red spot rushed before him in ever-narrowing spirals. (14365: la morte di Šostakovič)

 


Una Risposta to “William T. Vollmann – Europe Central”

  1. Lazzaro felice | Sbagliando s'impera Says:

    […] Al posto di Biancaneve c’è Lazzaro del titolo, l’ultimo dei contadini, sempre pronto a dare una mano a tutti e a farsi carico dei lavori più gravosi, un sempliciotto che (per fare onore al nome, suppongo) resuscita, una, forse due volte. Forse è anche immortale. Forse è dio minore. Forse un personaggio del folklore, come lo stolto in cristo della tradizione russa (penso al Boris Godunov di Puškin e di Musorgskij), cui l’impertinente Salomon Volkov equipara lo stesso Šostakovič («Gli jurodivye erano noti per il loro modo di parlare bofonchiando, le frasi corte, nervose, balbettanti, con parole ripetute. Nel Boris Godunov di Puškin, il folle santo insiste: “Dammi, dammi un copeco”. In questo c’era tutto Šostakovič: chiunque gli avesse mai parlato conosceva il suo modo di “impigliarsi” in una parola o in una frase, ripetendola più volte. Gli psicologi hanno notato che questo è caratteristico della creatività dei bambini, confronto che si addice a Šostakovič». Volkov, Salomon. Stalin e Šostakovič. Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista. Milano: Garzanti. 2006. Le incertezze, le ripetizioni e i balbettii di Šostakovič sono ben rappresentati in Europe Central). […]


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