Il traditore

Il traditore, 2019, di Marco Bellocchio, con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido e Luigi Lo Cascio.

Il traditore (2019)
imdb.com

Sono milanese di nascita e di formazione, e ingenuo d’indole. Sono sempre stato attratto morbosamente, e doverosamente orripilato, dal misterioso fenomeno della mafia. Era per me, da giovane, una manifestazione oscura: non ero in grado di capirne le ragioni e le implicazioni economiche e perciò ne percepivo soltanto gli aspetti folclorici, per così dire. Il tutto poi avvolto da un’aura di mistero impenetrabile: si diceva che nessuno sapesse bene che cos’era, come agiva, di quali rituali consistesse, se non gli affiliati. E quelli, si diceva, non parlavano mai, difesi da un impenetrabile muro di omertà.

Quando ho avuto l’età per cercare qualche risposta, l’ho cercata nella letteratura. Ma nemmeno lo Sciascia de Il giorno della civetta dava risposte soddisfacenti: forse ero io che non capivo, forse era l’autore a essere reticente (per motivi artistici, non avevo e non ho dubbi, e non certo perché fosse anche lui omertoso, come i mafiosi, o ignorante, come me). Certo è che il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi, alla domanda di definire la Sicilia e la mafia risponde così: «È molto complicata da spiegare, è… incredibile, ecco».

C’è stato un momento in cui mi sembrava che della mafia emergesse soltanto l’aspetto antropologico e che allora, in fin dei conti, ne sapevo di più degli indigeni delle isole Trobriand di Bronisław Malinowski o della Nuova Guinea di Margaret Mead o degli indios Nambikwara di Claude Lévy-Strauss (tutti libri letti avidamente negli anni del liceo, grazie a un professore di filosofia illuminato e all’inesauribile curiosità di mio padre) che non della mafia.

Poi crebbero, più o meno in parallelo, la mia coscienza politica e la ferocia della mafia. Portella della Ginestra era storia, per me, ma nel 1969 ci fu la strage di viale Lazio, nel 1970 la scomparsa di Mauro De Mauro, nel 1971 l’assassinio del procuratore Scaglione, e così via fino all’uccisione del generale Dalla Chiesa e della moglie nel 1982. Per non parlare di Peppino Impastato e di Mauro Rostagno. Altro che folclore. Tra chi mi ha aiutato di più a capire c’è Enrico Deaglio, secondo me il più acuto analista delle vicendo siciliane di questi cinquant’anni.

E naturalmente il lavoro del pool di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e degli altri membri), e le dichiarazioni di Tommaso Buscetta (e Totuccio Contorno). Cambiò tutto. Cosa nostra non era più un mistero impenetrabile. Non era folclore. Non era antropologia culturale. Era la faccia feroce del potere (e non esistono poteri buoni).

E qui, dopo questa lunga premessa, arriviamo al film di Marco Bellocchio, Il traditore, e ai motivi per cui non mi ha convinto del tutto.

Un bel film, non c’è dubbio. Un colossal: per la durata (oltre due ore), per la fotografia sontuosa, per l’accuratezza della ricostruzione dei luoghi (il film è stato girato a Palermo, Rio de Janeiro e Roma, oltre che a Colonia, Londra, Latina, Bracciano e Licata), per la produzione internazionale, per la prova magistrale degli attori (oltre al Tommaso Buscetta di Pierfrancesco Favino e al Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio vorrei citare l’avvocato Coppi, il difensore di Giulio Andreotti, interpretato da un grandissimo Bebo Storti).

Non un film sulla mafia, ma su un singolo uomo, Buscetta, si direbbe. Un biopic, come si dice adesso. E Favino, con la sua presenza che occupa tutto lo schermo (appesantito per l’occasione da una decina di chili in più), con la sua capacità di trasformarsi nel tempo (la vicenda abbraccia una ventina d’anni) e nei lineamenti, con la sua enorme capacità mimetico-linguistica (già apprezzata, paradossalmente, nel gramelot del D’Artagnan dei Moschettieri del re) quasi ce la fa, a reggere questa intenzione di Bellocchio. Ma poi, inevitabilmente, si insinuano cose diverse: è difficile tenere la barra diritta per due ore e un quarto. Alcune molto belle, altre più discutibili.

Per esempio, a parer mio, i numeri dei morti ammazzati che scorrono sullo schermo durante la guerra di mafia, che hanno nomi e cognomi soltanto quando si tratta di “morti eccellenti”, sono una trovata molto bella sotto il profilo narrativo e molto riuscita sotto quello cinematografico.

Un’altra sequenza da maestro è quella della strage di Capaci, ripresa in soggettiva, che ti fa letteralmente saltare sulla sedia (almeno, a me è successo così).

Altri, come i deliri e gli incubi di Buscetta (e la stessa scena del suo primo omicidio, che viene richiamata in un racconto a Falcone ma si conclude soltanto nel finale del film) sono una specie di firma del Bellocchio più “psichiatrico”. Ma, secondo me, sono tra le sequenze meno riuscite del film e mi lasciano con il dubbio che queste concessioni al proprio narcisimo Bellocchio avrebbe potuto risparmiarsele (e risparmiarcele).

Un’altra caduta di stile è il bestiario (la tigre, la iena, ma anche i cani) cui è assegnato un altro ruolo psicologico nell’ambito di un montaggio analogico alla Ejzenstejn. La iena? Ma che davero? (come si dice a Roma).

Ma il peccato che trovo più grave è l’aver ceduto alla rappresentazione della “mafia antropologica” cui facevo riferimento all’inizio. Ma come – mi dico io – abbiamo fatto tanta fatica a penetrare sotto l’antropologia, per vedere la natura di potere criminale di Cosa nostra, gli interessi in gioco, le ramificazioni (a parte il confronto con Andreotti, non si parla né del “terzo livello” né della trattativa Stato-mafia), e poi torniamo a rappresentare i pranzi, le feste, i trenini, le foto di gruppo? Eppure mi immagino che Bellocchio venga da un vissuto non tanto diverso dal mio, da quello che quello che ho provato a raccontare nella prima parte di questo post, se ha sentito il bisogno di dichiarare in una recente intervista: «perché io vengo da Piacenza e l’universo di Palermo mi sembrava sulla luna».

E qui il cerchio si chiude.

Comunque, andatelo a vedere.

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