Il sistema periodico – 11 novembre 2019

Per prima cosa una confessione: non ero mai stato al Teatro Argentina. Molti amici romani si scandalizzano per questa mia mancanza, ma a me non sembra una colpa grave, tanto più ora che ci sono andato. Merito architettonico e fascino del teatro mi sono sembrati modesti.

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Primo Levi invece l’ho frequentato, eccome. Prima Se questo è un uomo, naturalmente, che girava per casa e che i miei genitori mi consigliarono di leggere che ero ancora ragazzo (e questa è soltanto una delle cose, e soprattutto dei consigli di lettura, di cui sono loro grato). Poi le Storie naturali, che – come molti, suppongo – lessi quando ancora non si sapeva che dietro lo pseudonimo di Daniele Malabaila si nascondeva Levi stesso: era dunque la prima edizione, quella del 1966. Ero già appassionato di storie fantastiche: in interesse partito da Jules Verne, che divoravo da quando sapevo leggere, e continuato disordinatamente per il resto della vita, a partire da Poe (che avrei incontrato di lì a poco). A me ragazzo, Storie naturali era piaciuto più di Se questo è un uomo: insomma, Se questo è un uomo era un dovere morale (anche se non un obbligo, almeno per me), bello e anche molto interessante, ma non piacevole; Storie naturali era piacere puro, intrattenimento, acqua minerale frizzante per il cervello.

Vizio di forma, Il sistema periodico e, qualche anno dopo, La chiave a stella proseguono nella scia di Storie naturali. Questo è il Primo Levi che amo di più, che sento più vicino a me, e che mi sembra anche più autentico nei suoi interessi e nelle sue sensibilità. Forse è vero – come lui stesso ha scritto – che «esiste un legame intimo tra l’opera precedente e questo mio ultimo libro. In entrambe vi è l’uomo ridotto a schiavitù da una cosa: la “cosa nazista”, e la “cosa cosa”, cioè la macchina.» e che «se non avessi vissuto la stagione di Auschwitz, probabilmente non avrei mai scritto nulla. Non avrei avuto motivo, incentivo, per scrivere» [G. D’Angeli, Il sonno della ragione genera mostri, in «Famiglia cristiana», 27 novembre 1966]. Però, altrove – ma nello stesso periodo – Levi riconosce questa duplicità della sua natura d’autore: «Io sono un anfibio, un centauro (ho anche scritto dei racconti sui centauri) e mi pare che l’ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà.» [E. Fadini, Primo Levi si sente scrittore “dimezzato”, in «L’Unità», 4 gennaio 1966]. E perciò, forte di queste argomentazioni dello stesso autore, mi sento autorizzato a esprimere la mia preferenza per il Levi “narratore puro” rispetto al Levi memorialista.

Ma, come spesso mi accade, ho divagato.

Ieri sera (11 novembre 2019) sono andato al Teatro Argentina per una lettura di cinque dei racconti che compongono Il sistema periodico: Idrogeno, Zinco, Cerio, Vanadio e Carbonio. Il progetto è di qualche anno fa (cito dal programma di sala):

Nel 2010, in occasione della EuroScience Open Forum, nasceva a Torino la lettura scenica Il segno del chimico, di Domenico Scarpa con la regia e l’interpretazione di Valter Malosti. Oggi quel lavoro viene rilanciato, rinnovato e amplificato nella nuova esecuzione scenica affidata ad una voce d’eccezione, quella dell’attore siciliano Luigi Lo Cascio.

Il progetto ha circolato un po’ (è stato a Torino e Asti, e sarà a Milano), ma questa è stata l’unica data romana. Peccato, perché i racconti sono veramente belli (sopra tutti, Vanadio e Carbonio) e l’interpretazione di Lo Cascio è molto partecipata e aggiunge drammaticità ai testi. Molto belle anche le musiche elettroniche, eseguite dal vivo da Gup Alcaro, che contribuiscono al fascino della serata.

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