Le 10 domande

A questo punto, vorrei che fosse chiaro che anch’io – per quello che conta (ma in democrazia conta, eccome) – mi pongo e pongo le stesso domande di Giuseppe D’Avanzo. Rivendico il diritto di porle, per gli organi di informazione e per i singoli cittadini. E rivendico anche il diritto di avere risposte.

E ne aggiungo 2 mie, piccole piccole: perché i dirigenti pubblici “fannulloni” sono obbligati per legge a pubblicare il proprio curriculum, i propri incarichi e la propria retribuzione e il signor Berlusconi querela chi gli pone domande inerenti il suo incarico politico e pubblico? L’essenza della democrazia liberale non consiste nel principio che anche il principe è soggetto alla legge?

(Per i legali di Berlusconi: Sì, queste ultime 2 sono domande retoriche)

Ben scavato, vecchia talpa!

La citazione è per un amico che ce l’ha fatta, quando non ci contavamo (quasi) più.

Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2 dicembre non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione; ora sta compiendo l’altra metà. Prima ha elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di fronte come l’unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione. E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa! [Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, VII]

Mi auguro che l’amico apprezzi almeno l’intenzione. Ma tant’è. Anzi, gliela metto anche nell’originale tedesco:

Aber die Revolution ist gründlich. Sie ist noch auf der Reise durch das Fegefeuer begriffen. Sie vollbringt ihr Geschäft mit Methode. Bis zum 2. Dezember 1851 hatte sie die eine Hälfte ihrer Vorbereitung absolviert, sie absolviert jetzt die andre. Sie vollendete erst die parlamentarische Gewalt, um sie stürzen zu können. Jetzt, wo sie dies erreicht, vollendet sie die Exekutivgewalt, reduziert sie auf ihren reinsten Ausdruck, isoliert sie, stellt sie sich als einzigen Vorwurf gegenüber, um alle ihre Kräfte der Zerstörung gegen sie zu konzentrieren. Und wenn sie diese zweite Hälfte ihrer Vorarbeit vollbracht hat, wird Europa von seinem Sitze aufspringen und jubeln: Brav gewühlt, alter Maulwurf!

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Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice

Ho resistito fino all’ultimo, ma poi ho morbosamente ceduto e ieri mi sono andato a sentire i nastri pubblicati da L’Espresso. Per mia fortuna ho cominciato dai terzi, e meno noti. E sono rimasto subito colpito da un aspetto che, meglio di me, mette in luce Alessandro Robecchi su il manifesto di oggi, 24 luglio 2009.

BERLUSCONI-D’ADDARIO

Le istruzioni erotiche del Superpapi

Alessandro Robecchi

Il presidente allenatore faceva la formazione del Milan. Il presidente operaio prometteva instancabile operosità e modestia. Poi venne il presidente ferroviere che tagliava nastri e stringeva mani con il cappello da capostazione. E ora, questo presidente che dispensa consigli erotici a una professionista del ramo, come dovremmo chiamarlo, il presidente-zoccola? Il presidente-squillo? Va bene che è «uomo del fare», come dice lui, ma pretendere anche di essere «donna del fare» non sarà eccessivo? Eppure è vero: nelle registrazioni che Patrizia D’Addario ha raccolto nei paraggi del lettone grande di Putin a Palazzo Grazioli c’è anche questo, la voce lumacona di Superpapi che dà le sue indicazioni:
«Mi posso permettere? Tu devi fare sesso da sola… Devi toccarti con una certa frequenza». Insomma, lasci dire a me che me ne intendo… un po’ di allenamento, mi consenta!
E dunque, eccoci. Eccoci al coronamento, all’apoteosi, al non plus ultra, ai confini della realtà, al picco massimo umanamente consentito della berlusconeide, alla vetta e all’apice estremo. Ci siamo: cosa volere di più dell’uomo che dà consigli erotici alla donna? Dell’«utilizzatore finale» che insegna a una sex worker d’esperienza come usare il suo principale strumento di lavoro? In sostanza, quale immenso e ineguagliabile ridicolo si può aggiungere al cliente che consiglia a una professionista del sesso come tenersi in esercizio? Nemmeno Borat avrebbe osato tanto.
Ora naturalmente si potrà discettare a lungo (anche per decenni, se volete) sul buon gusto, il buon senso, la privacy, i segreti del talamo e tutto quello che volete. Chissenefrega. Il fatto inequivocabile e definitivo è che certe frasi, private o pubbliche che siano, descrivono gli uomini, ne disegnano la personalità, ne spiegano pregi e difetti, insomma li svelano perfettamente. E quel che ci appare dalle registrazioni della signora D’Addario – che l’Espresso diffonde a gocce, come un prezioso unguento sulle ferite degli italiani offesi da una leadership così inadeguata – è davvero un piccolo ometto in cerca di conferme.
E’ l’uomo che telefona il giorno dopo l’amplesso per sentirsi dire bravo. E’ l’uomo che – in possesso di un potere senza eguali nei paesi democratici – si dice da solo «ho fatto un bellissimo discorso, con applauso». Che spiega alla cortigiana complessi conti sul G8, per giungere alla conclusione che lui è «in-su-pe-ra-bi-le!». Questo libro «l’ho disegnato io». E ci mancherebbe. E questo l’ho fatto io. E questo l’ho pensato io. Io, io, io. Il vero dramma umano del signor Berlusconi Silvio, ciò che lascia sgomenti, non è qualche notte di sesso a tassametro. Ma piuttosto che inviti signorine a decine per farsi cantare in coro «Meno male che Silvio c’è», per assistere alla ola in suo onore, in definitiva per farsi battere le mani. Una bulimia di consenso che lascia atterriti, e al contempo una monumentale presunzione che sfocia immancabilmente nel consiglio, nell’indicazione, nell’«io farei così». Consigli all’allenatore del Milan. Consigli ai ministri. Consigli ai capi dell’opposizione. Consigli agli imprenditori. Consigli a tutti. Persino «darò io dei consigli a Obama», frase del 5 novembre (perché il 4 notte, si sa, aveva da fare). E ora, record del mondo, pure consigli alla escort in materia di sesso. In questa emergenza nazionale sospesa tra il dramma della democrazia e Alvaro Vitali, un caro pensiero va a Enzo Biagi. Pensando di esagerare, di creare un’iperbole, di fabbricare un paradosso estremo aveva detto: «Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice». Chissà come arrossirebbe quel vecchio galantuomo di fronte agli sviluppi odierni, ascoltando un Berlusconi che non si limita a usare il corpo delle donne, ma pretende pure di spiegarglielo.

Knowledge wants to be free too

Riporto (perché mi sembra molto interessante e perché sono d’accordo con le sue tesi) un articolo di Peter Eckersley comparso sul numero del 27 giugno 2009 di NewScientist.

OPINION ESSAY

Knowledge wants to be free too

When technology makes knowledge globally available, reshaping the economics of buying and selling it becomes crucial, argues Peter Eckersley

Ten years ago, a piece of software called Napster taught us that scarcity is no longer a law of nature. The physics of our universe would allow everyone with access to a networked computer to enjoy, for free, every song, every film, every book, every piece of research, every computer program, every last thing that could be made out of digital ones and zeros. The question became not, will nature allow it, but will our legal and economic system ever allow it?

This is a question about the future of capitalism, the economic system that arose from scarcity. Ours is the era of expanded copyright systems and enormous portfolios of dubious patents, of trade secrecy, the privatisation of the fruits of publicly funded research, and other phenomena that we collectively term “intellectual property”. As technology has made a new abundance of knowledge possible, politicians, lawyers, corporations and university administrations have become more and more determined to preserve its scarcity.

So will we cling to scarcity just so that we can keep capitalism? Or will capitalism have to evolve into some new kind of digital economics? The question underlines many things – from music piracy to the woes of the newspaper industry to Google’s efforts to scan all the books in the world.

This fragile scarcity has a purpose: to make things expensive. Water is plentiful and essential; diamonds are rare and useless. But diamonds are much more expensive than water because they’re much rarer. People in the business of selling information have good reason to want a future where knowledge is valued like diamonds rather than water. Here pharmaceutical giants, Hollywood, Microsoft, even The Wall Street Journal speak with one voice: “Keep expanding copyright and patent laws so our products remain expensive and profitable.” And they pay lobbyists worldwide to ensure this message reaches governments.

The irony of the battle between advocates of abundance and advocates of scarcity is that both sides are right. It makes no sense to limit and control access now we have technologies to give information to everyone. But it is also foolish to pretend we do not need incentives to help produce and publish that information.

While financial incentives are a very complicated business, two simple points hold true. First, even without payment, some folk will always record music, write software, make their feature films, do their own investigative journalism, occasionally even test their own drugs. You couldn’t stop them if you tried. Second, we will all be better off with more, not fewer, professional careers available for knowledge producers. Not having to stick with a day job allows creative workers to be more creative and productive, for the benefit of all.

Crucially, though, if we really want to end scarcity, we will have to build institutions that promote knowledge-sharing, while at the same time ensuring that there are incentives for creative and technical minds to contribute.

Science, and the universities that support it, is the grandest example of a system that has evolved to promote the abundance of knowledge. Universities offer incentives in the form of tenure, promotion and prestige to researchers who can discover and share the information which their peers consider most valuable. Academics are human: they are as greedy, short-sighted and treacherous as everyone else, but the academic environment encourages them to focus those vices and impress their colleagues with their cleverness and cool discoveries published in fancy journals. Sometimes those cool discoveries are imagined or incomplete, but then others get ahead by pointing this out, and when the whole process works, the result is science.

In recent years, however, science has become another front in the conflict over scarcity. As any biologist will tell you, patents, secrecy and commercialisation have become a way of life. At the same time, science has inspired new institutions and movements that promote its ideals and its liberty.

Take the open access movement, which has campaigned to ensure that scientific articles are freely available to the public, who ultimately paid for the research with their taxes. Historically, most scientific writing was confined to expensive scholarly journals and essentially available only to people with university affiliations. Some publishers resisted the open access movement, but trends are against them. In March this year, for example, the US Congress made permanent a requirement that all research funded by the National Institutes of Health be openly accessible, and other countries are following. Within a decade or two, it is safe to say that all scientific literature will be anime, free and searchable. Journal publishers will still be paid, but at a different point in the chain.

Outside the universities we have some even more remarkable developments. Fifteen years ago, who would have predicted that teenagers would be allowed to edit the world’s primary reference source from their homes? Twenty years ago, who would have predicted that teams of volunteers would succeed in writing and giving away software that produces many billions of dollars of economic wealth?

Wikipedia and the free and open-source software movements have produced stores of knowledge while trying to insulate themselves from the old institution of copyright, which is inherently unsuited to their processes of authorship. But that’s not enough: we urgently need institutions to liberate knowledge produced under the old rules, too.

The music industry, for example, is slowly realising it cannot win the war on copying. People are pirates, and there are still 10 songs copied for every one bought on iTunes. Soon, the record labels will start to experiment with alternatives to copyright, such as licences that allow unlimited, restriction-free file sharing in exchange for flat fees, maybe a $5 or $10 voluntary payment with your monthly internet provider bill. This kind of system will not be perfect, but it will allow us to have wonderful libraries of legal MP3s, and it may help more independent professional musicians to flourish.

Another experiment in post-scarcity capitalism concerns the digitisation of the world’s books. One draft of the rules for access to scanned books is currently being written in the US courts as Google settles a class action aver its scanning projects. This settlement will make books more searchable and improve access to both out-of-print and “orphaned” books whose copyright holders can’t be found. Under the current version, books will only be available in snippets and sections. Some out-of-print books will be available through institutional and individual subscriptions, but we don’t yet know whether the prices will be inviting to most of the public, thus making Google Books a true post-scarcity project.

So here’s a challenge to the governments of countries that want to lead the way, whether rich or poor: sit down with Google (or one of its competitors), authors and publishers, and work out a deal that offers a complete, licensed digital library free to your citizens. It would cast taxpayers something, but less than they currently spend on buying scarce books and supporting large paper collections. It would be great news for publishers and authors, who would receive most of the funds and would no longer need to fear piracy.

It’s time to recognise that when we build institutions to promote the abundance of knowledge, everybody wins. When it comes to knowledge, you can never have too much of a good thing.

PROFILE
Peter Eckersley is a staff technologist at the Electronic Frontier Foundation in San Francisco, which sets out to defend digital civil liberties. His doctoral research at the University of Melbourne is on alternatives to digital copyright. He can be contacted at pde@eff.org


Più equazioni, meno emozioni

DISCLAIMER: questo è il post di un vecchio pignolo puntiglioso e brontolone, irrimediabilmente e noiosamente razionalista.

Da una ventina di giorni, troneggiano nelle stazioni italiane (che sono costretto, controvoglia, a frequentare) dei grandi manifesti che fanno pubblicità alla nuova gamma Vespa. Nulla di particolarmente innovativo, anzi direi che siamo sul classico (qui sotto un esempio).

Insomma, niente a che vedere con la leggendaria campagna della fine degli anni ’60: vi ricordate?

Della campagna attuale, quello che a me irrita profondamente è il terzo manifesto, quello dedicato alla Vespa 50: un ragazzo e una ragazza si danno un bacio sotto la scritta “MENO EQUAZIONI PIÚ EMOZIONI”.

Pubblicità irresponsabile, sotto gli esami di maturità: chissà quante vittime ha fatto agli esami, quest’anno così più severi. Irresponsabile anche per il futuro dell’Italia, che spende molto meno della media europea per la ricerca scientifica (e, suppongo, più della media per gli scooter). Le competenze matematiche dei nostri studenti quindicenni (proprio quelli nell’età da Vespa) – secondo l’indagine PISA (Programme for International Student Assessment), condotta su un campione rappresentativo di 400.000 studenti quindicenni in 57 paesi – sono nettamente più basse di quelle della media OCSE (il punteggio medio degli studenti italiani è pari a 462, contro una media OCSE di 498). Se volete saperne di più, potete cominciare a documentarvi da qui.

So bene che le classifiche sono spesso criticate come irrilevanti, ma non mi sembra che questo sia il caso (stiamo parlando di una ricerca di un organismo internazionale importante, giunta ormai alla sua terza edizione, e seguita in Italia direttamente dall’INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione). Ho ordinato la classifica per punteggio conseguito.

Taiwan-Cina 549
Finlandia 548
Corea 547
Hong Kong-Cina 547
Paesi Bassi 531
Svizzera 530
Canada 527
Liechtenstein 525
Macao-Cina 525
Giappone 523
Nuova Zelanda 522
Australia 520
Belgio 520
Estonia 515
Danimarca 513
Rep. Ceca 510
Islanda 506
Austria 505
Germania 504
Slovenia 504
Svezia 502
Irlanda 501
OCSE 498
Francia 496
Polonia 495
Regno Unito 495
Rep. Slovacca 492
Ungheria 491
Lussemburgo 490
Norvegia 490
Lettonia 486
Lituania 486
Spagna 480
Azerbaijan 476
Russia 476
Stati Uniti 474
Croazia 467
Portogallo 466
Italia 462
Grecia 459
Israele 442
Serbia 435
Uruguay 427
Turchia 424
Thailandia 417
Romania 415
Bulgaria 413
Cile 411
Messico 406
Montenegro 399
Indonesia 391
Giordania 384
Argentina 381
Brasile 370
Colombia 370
Tunisia 365
Qatar 318
Kyrgyzstan 311

I livelli di competenza sulla scala di matematica sono 6. Il primo attesta le competenze più elementari, il sesto le più elevate. Per quanto riguarda l’Italia, uno studente quindicenne su tre (per l’esattezza, il 32,8%) si colloca al di sotto del livello 2,  che attesta il minimo di competenza matematica in grado di consentire di confrontarsi in modo efficace con casi in cui la matematica è chiamata in causa in situazioni della vita quotidiana e lavorativa (nella media OCSE gli studenti a questo insufficiente livello di competenza sono il 21,3%). Per contro, soltanto il 6,3% degli studenti quindicenni italiani si colloca ai 2 livelli più elevati di competenza matematica (meno della metà della media OCSE, che si attesta al 13,3%).

Quindi, ragazzi, educatori, politici e pubblicitari: PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI. Del Vespino ne parliamo dopo.

E già che ci siamo, PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI, PIÚ RAZIONALITÀ MENO EMOZIONI anche nelle sc elte politiche, nel dibattito, nei mezzi di comunicazione.

PS: giacché se ne vantano pubblicamente nei CREDITS della campagna, esponiamoli al pubblico ludibrio questi signori:

CREDITS
Cliente: Gruppo Piaggio
Prodotto: Vespa
Responsabile Immagine e Pubblicità: Giuseppina Valente
Agenzia: TBWA\Italia
Titolo Campagna: Manifesto
Direttore Creativo Esecutivo: Geo Ceccarelli
Direttore Creativo Associato: Gina Ridenti
Art Director: Elena Pancotti
Copywriter: Lorenza Pellegri
Business Unit Director: Gabriele Carusi
Account Manager: Cabiria Granchelli
Account Executive: Filippo Miselli
Industrial Strange Head of tv Department: Alessandro Pancotti
Producer: Marianne Asciak
Fotografo: Adrian Samson
Centro Media: OMD
Mezzi: affissioni grandi stazioni
On air: 20 giugno 2009

Peter Lorre [2] – M Il mostro di Düsseldorf

Ne ho già parlato per il suo compleanno poco più di 12 mesi fa.

Ne riparlo perché su YouTube ho trovato la bellissima scena finale (il processo) di M di Fritz Lang, forse la sua interpretazione più grande: aveva 26 anni!.

Il film è fuori diritti e Google video lo pubblica per intero, sia nella versione tedesca con i sottotitoli in inglese:

sia in quella (restaurata) doppiata in italiano (il film è del 1931 ma, censurato all’epoca, uscì in Italia soltanto nel 1960):

Vi raccomando vivamente di guardare il film per intero.

La cura e la manutenzione

La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.

Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.

La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.

Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.

Volevano dirmi: tu non sei così!

Ma come si fa a essere così?

Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.

Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.

Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.

Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.

Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.

Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.

Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.

Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.

Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».

Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.

La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.

L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su http://www.limesonline.com.

Foto Dimnitri Antoniou

Foto Dimitri Antoniou

Jacopo Fo – Telephone

È una delle poesie più belle che abbia letto di recente. Jacopo Fo, che ne è l’autore, lo chiama fumetto (naturalmente, bisogna aver vissuto nell’era dei gettoni e della teleselezione). L’ho preso da qui.

Ivan Della Mea (1940-2009): chi ha compagni non morirà

Troppo commosso per avere parole (le sue, di parole, le ho citate qui). Ciao Ivan, ci manchi.

Teresa. Sempre con un nodo alla gola, come quando l’ho sentita la prima volta.

Ringhera. Dopo la strage di Piazza della loggia a Brescia.

“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.

El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.

La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”

L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.

E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”


“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! ”

Giuan, te se ricordet. Bandiera rossa, Giuan, te se ricordet…

Mia cara moglie.

L’internazionale di Franco Fortini, di cui abbiamo già parlato qui.

Gioan, te se ricordet

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I 7 peccati capitali [3]

Scusate, ma – anche se è già stato pubblicato su FlowingData – non posso resistere. E poi non c’è 2 senza 3.

Maps of the Seven Deadly Sins

Posted by Nathan / May 12, 2009 to Mapping / 7 comments

Maps of the Seven Deadly Sins

Geographers from Kansas State University map the spatial distribution of the seven deadly sins in the United States. These types of maps are always kind of iffy as they draw from data from various sources gathered with different methods and usually use some kind of researcher-defined metric. Still interesting though… right?

Se L’osservatore romano mi desse i suoi dati, ve lo potrei fare per l’Italia, per diocesi se volete…