Italia multietnica

Cito dal Corriere della sera di ieri, 9 maggio 2009, le parole di Berlusconi.

«Si deve fare chiarezza sulle due visioni – afferma il presidente del Consiglio. – La sinistra con i suoi precedenti governi aveva aperto le porte ai clandestini provenienti da tutti i Paesi. Quindi l’idea della sinistra era ed è quella di un’Italia multietnica. La nostra idea non è così». Per questo, dice Berlusconi, «non apriremo le porte a tutti come la sinistra».

Mettiamo da parte i dubbi semantici (lo sapete che ho la mania dei metadati – provate a cercare “metadati” utilizzando la finestrella “cerca” in alto a sinistra): che cosa significa “multietnico”? Per etnia si intende nazionalità? cittadinanza? paese di nascita? o c’è un inquietante risvolto “razziale”? E c’è una soglia quantitativa oltre la quale si decide che una società è multietnica?

Secondo le stime ufficiali dell’Istat, che dovrebbero essere ben note al presidente del consiglio e al ministro dell’interno, all’inizio del 2009 gli stranieri residenti – cioè quelli regolari registrati in anagrafe – erano quasi 4 milioni, il 6,5% della popolazione residente totale. Dato che 9 stranieri su 10 risiedono nel Centro-Nord, in quelle regioni l’incidenza della popolazione straniera è molto più elevata.

Nel corso del 2008, secondo la stessa fonte, gli stranieri residenti sono aumentati di 462.000; vale la pena di ricordare che le 2 sanatorie del 2002 (Bossi-Fini) regolarizzarono 650.000 persone, il flusso più elevato da sempre, tanto per fare giustizia dell’affermazione “la nostra idea non è così”.

Quasi mezzo milione dei cittadini stranieri residenti in Italia è nato in Italia. Questo accade perché in Italia vige lo ius sanguinis (il neonato ha la cittadinanza dei suoi genitori, anche se risiedono in Italia) e non, come accade ad esempio in Francia, lo ius soli (se nasci sul suolo francese sei cittadino francese, acquisendo la cittadinanza per nascita). Il numero e l’incidenza dei nati da coppie di genitori stranieri aumenta di anno in anno (nel 2008, si stima che siano circa 70.000, circa un nato su 8).

Una digressione: ogni tanto, qualcuno lancia un segnale d’allarme sugli effetti nefasti del calo della fecondità sull’invecchiamento della popolazione (da ultimo, l’ha fatto Piero Angela con Perché dobbiamo fare più figli). In Italia, il numero medio di figli per donna ha toccato un minimo nel 1995 (1,19) ed è poi risalito, fino a toccare il valore di 1,41 nel 2008: ma per le donne italiane siamo a 1,33 (non molto di più che nel 1995), e per le straniere a 2,12 (la fonte sono le stime Istat già citate). Senza il loro apporto, il declino demografico italiano sarebbe rapido e inesorabile. Capisco che non sia una buona notizia per gli elettori di Calderoli (lui, non ho dubbi, lo sa ma preferisce glissare).

Quindi, più del 13% degli stranieri residenti è, come si dice, di seconda generazione: è nato e cresce in Italia, parla italiano fin da piccolo e frequenta le scuole italiane. E in Italia, verosimilmente resterà, perché la lingua italiana, poco “spendibile” all’estero, lo lega al nostro territorio e alla nostra cultura.

I minorenni stranieri sono ormai quasi 900.000. Secondo il Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 gli alunni di cittadinanza straniera erano 575.000, concentrati nella scuola dell’obbligo e soprattutto nelle elementari (non dobbiamo dimenticare che si tratta per la massima parte di bambini nati in Italia o immigrati da piccolissimi). In Emilia-Romagna, gli stranieri sono già più del 12% della popolazione scolastica, e superano il 10% anche in Umbria, Lombardia e Veneto.

Resta da sottolineare, anche se è abbastanza banale, il contributo degli stranieri alla nostra economia. Non voglio parlare delle badanti o dei muratori: chiunque abbia ristrutturato casa l’ha constatato con i suoi occhi e può rispondere da solo alla domanda: si potrebbe realizzare il piano-casa del governo senza rumeni (che per fortuna sono cittadini comunitari e hanno il diritto di libera circolazione) o senza albanesi? Ma forse non tutti sanno che alcuni dei più tipici prodotti italiani non si farebbero senza l’apporto degli stranieri. Degli indiani, ad esempio, per il parmigiano-reggiano. Dei macedoni per il Moscato d’Asti e il Prosecco di Valdobbiadene. Dei serbo-montenegrini per il Brunello di Montalcino (la notizia è comparsa a pagina 16 de Il Sole 24 ore del 29 settembre 2008).

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Ringrazio Gabriele Lorenzini per avermi consentito di riprodurre la sua fotografia, che trovo bellissima ed eloquente, e vi invito ad andare a vedere le sue altre opere su Flickr (http://www.flickr.com/photos/gabrielelorenzini/)

L’obbedienza non è più una virtù

“È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”, dice uno degli esecutori del respingimento. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia – aggiunge – ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno.” [corsivo mio]

Sto citando da la Repubblica di oggi, 9 maggio 2009. Parlano i militari delle motovedette italiane della Guardia di Finanza (Gf 106) e della Capitaneria di porto (Cpp 282) appena rientrati dalla missione rimpatrio, intervistati da Francesco Viviano.

“Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti.” [corsivo mio]

Non penso di essere un persona particolarmente emotiva, ma mi si raggela il sangue. Gli ordini erano quelli. La foglia di fico dei militari da sempre. Forse basta citare Adolf Eichmann: “Non ho mai compiuto alcuna azione, grande o piccola, senza aver avuto prima esplicite istruzioni da Adolf Hitler o da qualcuno dei miei superiori.”

Questa difesa, ampiamente utilizzata dai gerarchi nazisti, è stata considerata giuridicamente non valida dal IV principio di Norimberga:

The fact that a person acted pursuant to order of his Government or of a superior does not relieve him from responsibility under international law, provided a moral choice was in fact possible to him. “I was following orders”, is not an excuse.

Mi direte che tutti, in questi giorni, stanno parlando “a sproposito” di fascismo, nazismo, razzismo eccetera. Non mi sembra un’obiezione fondata: chi ne sta parlando, è perché vede in questo affievolirsi dei principi lo stesso processo che portò alla supina acettazione di questi regimi mostruosi.

Sono certamente “vetero-” e anche un po’ “catto-” comunista, ma mi attengo alla lezione di Lorenzo Milani:

A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca.

Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.

[…]

A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.

C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico. [il testo integrale di L’obbedienza non è più una virtù lo potete trovare qui]

Memoria e immunità

Brian Eno (sì, lui, il musicista – anche se chiamarlo così mi pare un po’  riduttivo) ha scritto un bell’articolo sulla rubrica che tiene su Prospect, un mensile britannico di attualità e riflessione politica, indipendente (ma orientato al centro-sinistra).

The immunising memory

Brian Eno

If the gift of youth is originality and boldness, the gift of experience is what JK Galbraith called “the immunising memory”—the caution that follows from living through painful events. In a reasonable world, the boldness of youth would be balanced by the wisdom of experience, so that society neither explodes in a flurry of incompatible revolutionary ideas nor ossifies in a frozen consensus. It’s when the balance fails that things go wrong.
It failed on a truly grand scale over the last couple of decades. First there was the dotcom bubble, a modern tulipmania, followed by two young leaders, aglow with hubris, navigating confidently into a disastrous war, sure that history was on their side. As a communal blunder, the financial crisis tops either of those. So many of us were part of it, willing to swallow our incredulity at the crazy rises in asset values. We didn’t really understand it—but nobody wants to be the guy at Decca who didn’t sign the Beatles, so we all kept quiet. When you’re told by a couple of Nobel academics that they’ve finally cracked how the markets work and it looks something like this: [qui c’è una formula che non riesco a riprodurre qui, ma che non è essenziale per seguire il ragionamento] you do tend to feel a bit outclassed. Only a few old fogeys like Warren Buffett refused to jump aboard.
These failures had at their base an inflated faith in techniques and technologies, and a lack of interest in lived experience. The warmongers thought their weapons were so smart they couldn’t lose, and the financiers were reassured by the mystifying authority of those equations.
So what’s the good news? A failed experiment can be just as useful as a successful one. Lessons about free lunches, groupthink, fundamentals, realism, instinct and experience are being learned—and they won’t be forgotten for at least a generation. This will be a truly immunising memory. I therefore look forward to a good long period of better-balanced governance. And more respect for old fogeys…
La traduzione in italiano la trovate sul numero di Internazionale del 1° maggio 2009.

La partenza del crociato (Il prode Anselmo)

LA PARTENZA DEL CROCIATO

Passa un giorno, passa l’altro
Mai non torna il prode Anselmo,
Perché egli era molto scaltro
Andò in guerra e mise l’elmo…

Mise l’elmo sulla testa
Per non farsi troppo mal
E partì la lancia in resta
A cavallo d’un caval.

La sua bella che abbracciollo
Gli dié un bacio e disse: Va’!
E poneagli ad armacollo
La fiaschetta del mistrà.

Poi, donatogli un anello
Sacro pegno di sua fe’,
Gli metteva nel fardello
Fin le pezze per i piè.

Fu alle nove di mattina
Che l’Anselmo uscìa bel, bel,
Per andare in Palestina
A conquidere l’Avel.

Né per vie ferrate andava
Come in oggi col vapor,
A quei tempi si ferrava
Non la via ma il viaggiator.

La cravatta in fer battuto
E in ottone avea il gilé,
Ei viaggiava, è ver, seduto
Ma il cavallo andava a piè.

Da quel dì non fe’ che andare,
Andar sempre, andare andar…
Quando a piè d’un casolare
Vide un lago, ed era il mar!

Sospettollo… e impensierito
Saviamente si fermò
Poi chinossi, e con un dito
A buon conto l’assaggiò.

Come fu sul bastimento,
Ben gli venne il mal di mar
Ma l’Anselmo in un momento
Mise fuori il desinar.

[La città di Costantino
nello scorgerlo tremò
brandir volle il bicchierino
ma il Corano lo vietò.

Il Sultano in tal frangente
Mandò il palo ad aguzzar,
Ma l’Anselmo previdente
Fin le brache avea d’acciar.]

Pipe, sciabole, tappeti,
Mezze lune, jatagan,
Odalische, minareti,
Già imballati avea il Sultan.

Quando presso ai Salamini
Sete ria incominciò,
E l’Anselmo coi più fini
Prese l’elmo, e a bere andò.

Ma nell’elmo, il crederete?
C’era in fondo un forellin
E in tre dì morì di sete
Senza accorgersi il tapin.

Passa un giorno, passa l’altro,
Mai non torna il guerrier
Perch’egli era molto scaltro
Andò in guerra col cimier.

Col cimiero sulla testa,
Ma sul fondo non guardò
E così gli avvenne questa
Che mai più non ritornò.

La nota poesia (ma non se ne ricorda più nessuno, e nemmeno io me ne sarei ricordato, se qualcuno non mi avesse smosso la memoria stamattina, complice Tullio De Mauro) è stata scritta da Giovanni Visconti Venosta (Milano 1831-1906), fratello del marchese Emilio, patriota milanese alle Cinque Giornate.

Giovanni Visconti Venosta era originario della Valtellina e, dopo Giulio Tremonti, ne rimane il principale umorista.

Non maledire – 25 aprile 2009

Finalmente la canzone (di cui avevo già parlato in un post di quasi un anno fa)  è ora disponibile su YouTube:

Il testo è di L. Lunari e la musica del maestro Gino Negri.

Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.

Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa dire “è mio”,
dove sia bello lavorare e far l’amore,
dove il morire sia volontà di dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli.
L’uomo ha due patrie, una è la sua casa,
e l’altro è il mondo, e tutti siam’ fratelli.

Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi,
quando c’è ancora chi di fame muore.
Vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del signore.
Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace.
Vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino,
anche se uccide in nome della pace.

Il testo richiama quello di una poesia di Bertolt Brecht, An die Nachgeborenen (A quelli nati dopo di noi), che la scrisse in esilio durante la dittatura hitleriana. Qui la potete sentire letta da lui (emozionantissimo!).

Fu musicata da Hanns Eisler: qui la canta Dietrich Fischer.Dieskau:

Dopo il testo in tedesco, ho messo la traduzione italiana di Roberto Fertonani (Bertolt Brecht. Poesie scelte. Milano: Mondadori. 1971).

AN DIE NACHGEBORENEN

1.

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
Das arglose Wort ist töricht. Eine glatte Stirn
Deutet auf Unempfindlichkeit hin. Der Lachende
Hat die furchtbare Nachricht
Nur noch nicht empfangen.

Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist.
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!
Der dort ruhig über die Straße geht
Ist wohl nicht mehr erreichbar für seine Freunde
Die in Not sind?

Es ist wahr: ich verdiene noch meinen Unterhalt.
Aber glaubt mir: das ist nur ein Zufall. Nichts
Von dem, was ich tue, berechtigt mich dazu, mich sattzuessen.
Zufällig bin ich verschont. (Wenn mein Glück aussetzt
Bin ich verloren.)
Man sagt mir: Iß und trink du! Sei froh, daß du hast!

Aber wie kann ich essen und trinken, wenn
Ich dem Hungernden entreiße, was ich esse, und
Mein Glas VVasser einem Verdurstenden fehlt?
Und doch esse und trinke ich.

Ich wäre gern auch weise.
In den alten Büchern steht, was weise ist:
Sich aus dem Streit der Welt halten und die kurze Zeit
Ohne Furcht verbringen.

Aber ohne Gewalt auskommen
Böses mit Gutem vergelten
Seine Wünsche nicht erfüllen, sondern vergessen
Gilt für weise.
Alles das kann ich nicht:
Wirklich ich lebe in finsteren Zeiten!

2.

In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung
Als da Hunger herrschte.
Unter die Menschen kam ich zur Zeit des Aufruhrs
Und ich empörte mich mit ihnen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Mein Essen aß ich zwischen den Schlachten.
Schlafen legte ich mich unter die Mörder.
Der Liebe pflegte ich achtlos
Und die Natur sah ich ohne Geduld.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Straßen führten in den Sumpf zu meiner Zeit.
Die Sprache verriet mich dem Schlächter.
Ich vermochte nur wenig. Aber die Herrschenden
Saßen ohne mich sicherer, das hoffte ich.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Kräfte waren gering. Das Ziel
Lag in großer Ferne.
Es war deutlich sichtbar, wenn auch für mich
Kaum zu erreichen. So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

3.

Ihr, die ihr auftauchen werdet aus der Flut
In der wir untergegangen sind
Gedenkt
Wenn ihr von unseren Schwächen sprecht
Auch der finsteren Zeit
Der ihr entronnen seid.

Gingen wir doch, öfter als die Schuhe die Länder wechselnd
Durch die Kriege der Klassen, verzweifelt
Wenn da nur Unrecht war und keine Empörung.

Dabei wissen wir doch:
Auch der Haß gegen die Niedrigkeit
Verzerrt die Züge.
Auch der Zorn über das Unrecht
Macht die Stimme heiser. Ach, wir
Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit
Konnten selber nicht freundlich sein.
Ihr aber, wenn es soweit sein wird
Daß der Mensch dem Menschen ein Helfer ist
Gedenkt unsrer
Mit Nachsicht.

Traduzione di Roberto Fertonani:

A COLORO CHE VERRANNO

1.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

2.

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

3.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

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Cause naturali [2]

Un aggiornamento (tardivo, e me ne scuso). Il manifestante morto per cause naturali durante il G20 di Londra il 1° aprile “Non è morto per un attacco di cuore, ma per un’emorragia interna”. Ce lo rivela la Repubblica.it.

Anche se non capite l’inglese del commento, le immagini pubblicate dl Guardian sono piuttosto chiare.

In questo servizio di SkyNews si vede, più tardi, la sequenza della sua morte e il percorso che aveva fatto quella mattina. So benissimo che post hoc non implica propter hoc, ma penso che ci siano molte domande cui la polizia inglese deve dare risposte convincenti.

Quello che certo è che anche la “mano poliziotta” è una causa naturale.

La vocazione del ricercatore …

… o della spia (ma non mai dello sbirro).

From time to time, God causes men to be born — and thou art one of them — who have a lust to go abroad at the risk of their lives and discover news — today it may be of far-off things, tomorrow of some hidden mountain, and the next day of some near-by men who have done a foolishness against the State. These souls are very few; and of these few, not more than ten are of the best. [R. Kipling, Kim]

Il selvaggio

Oggi Marlon Brando compirebbe 85 anni (era nato nel 1924). Lo ricordiamo 29enne come Il selvaggio (The Wild One), nella scena del primo incontro con Katie Bleeker e nel finale.

Cause naturali

“Il manifestante morto ieri è deceduto per cause naturali.” [iphone.repubblica.it 2 aprile 2009 ore 10:06]

Si escludono dunque le cause soprannaturali. Meno male.

Si resta in attesa, però, della reazione del Vaticano.

Il passero solitario

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.