I’m Your Man

Un’altra canzone emersa dalla memoria. La canzone, come l’omonimo album, è del 1988, 20 anni fa.

If you want a lover
I’ll do anything you ask me to
And if you want another kind of love
I’ll wear a mask for you
If you want a partner
Take my hand
Or if you want to strike me down in anger
Here I stand
I’m your man

If you want a boxer
I will step into the ring for you
And if you want a doctor
I’ll examine every inch of you
If you want a driver
Climb inside
Or if you want to take me for a ride
You know you can
I’m your man

Ah, the moon’s too bright
The chain’s too tight
The beast won’t go to sleep
I’ve been running through these promises to you
That I made and I could not keep
Ah but a man never got a woman back
Not by begging on his knees
Or I’d crawl to you baby
And I’d fall at your feet
And I’d howl at your beauty
Like a dog in heat
And I’d claw at your heart
And I’d tear at your sheet
I’d say please, please
I’m your man

And if you’ve got to sleep
A moment on the road
I will steer for you
And if you want to work the street alone
I’ll disappear for you
If you want a father for your child
Or only want to walk with me a while
Across the sand
I’m your man

If you want a lover
I’ll do anything you ask me to
And if you want another kind of love
I’ll wear a mask for you

Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire

– Misericordia! cos’ha, signor padrone?
– Niente, niente, – rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.
– Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com’è? Qualche gran caso è avvenuto.
– Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire.

[Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo 1]

L’ottava vibrazione (2)

Una parola di spiegazione. Quella che segue è la poesia posta a conclusione del libro di Carlo Lucarelli che gli dà anche il titolo. La poesia è di Tsegaye Gabre Medhin, il poeta nazionale etiope, che l’ha scritta nel 1964 in inglese (è pubblicata sul n. 13 di Transition e la potete trovare qui).

Il punto è che la poesia (2° verso) parla di eighth harmony: la traduzione più naturale del termine è “armonia”, e mi sembra difficile sostenere che “vibrazione” sia un sinonimo applicabile. Il Webster online propone infatti queste accezioni del termine:

1 (archaic): tuneful sound: melody
2a: the combination of simultaneous musical notes in a chord

2b: the structure of music with respect to the composition and progression of chords
2c: the science of the structure, relation, and progression of chords
3a: pleasing or congruent arrangement of parts <a painting exhibiting harmony of color and line>
3b: correspondence, accord <lives in harmony with her neighbors>
3c: internal calm: tranquillity
4a: an interweaving of different accounts into a single narrative
4b: a systematic arrangement of parallel literary passages (as of the Gospels) for the purpose of showing agreement or harmony.

Chissà. Forse Lucarelli ha letto una traduzione della poesia… Certo è che il significato, secondo me, è ben altro di quello che il titolo del libro vorrebbe evocare.

La poesia, comunque, merita di essere letta in sé.

HOME-COMING SON

Look where you walk unholy stranger
This is the land of the eighth harmony
In the rainbow: Black.
It is the dark side of the moon
Brought to light
This is the canvas of God’s master stroke.

Out, of your foreign outfit unholy stranger
Feel part of the great work of art
Walk in peace, walk alone, walk tall,
Walk free, walk naked
Let the feelers of your mother land
Caress your bare feet
Let Her breath kiss your naked body.

But watch, watch where you walk forgotten stranger
This is the very depth of your roots: Black
Where the tom-toms of your fathers vibrated
In the fearful silence of the valleys
Shook, in the colossus bodies of the mountains
Hummed, in the deep chests of the jungles.
Walk proud.

Watch, listen to the calls of the ancestral spirits prodigal son
To the call of the long awaiting soil
They welcome you home, home. In the song of birds
You hear your suspended family name
The wind whisper the golden name of your tribal warriors
The fresh breeze blown into your nostrils
Floats their bones turned to dust.
Walk tall. The spirits welcome
Their lost-son returned.

Watch, and out of your foreign outfit brother
Feel part of the great work of art
Walk in laughter, walk in rhythm, walk tall,
Walk free, walk naked
Let the roots of your mother land caress your body
Let the naked skin absorb the home-sun and shine ebony.

Tsegaye Gabre Medhin (1964)

Tento una traduzione:

Il ritorno del figlio

Guarda dove metti i piedi impuro straniero
Questa è la terra dell’ottava armonia
Dell’arcobaleno: il Nero.
È la faccia oscura della luna
Portata alla luce
È la tela del capolavoro di Dio.

Fuori dai tuoi abiti forestieri impuro straniero
Sèntiti parte del grande capolavoro
Cammina in pace, cammina solo, cammina eretto
Cammina libero, cammina nudo
Lascia che le antenne della tua madre terra
Ti carezzino i piedi nudi
Lascia che il Suo alito baci il tuo corpo nudo.

Ma attento, attento a dove metti i piedi dimenticato straniero
Questo è proprio il fondo delle tue radici: il Nero.
Dove i tamburi dei tuoi padri vibravano
Nel pauroso silenzio delle valli
Squassavano, nei corpi colossali delle montagne
Vibravano, nei petti profondi delle giungle.
Cammina orgoglioso.

Attento, ascolta i richiami degli spiriti ancestrali figliol prodigo
Il richiamo del suolo che aspetta da sempre
Ti accolgono a casa, a casa. Nel canto degli uccelli
Riconosci sospeso il tuo cognome
Il vento soffia i nomi gloriosi dei guerrieri della tua schiatta
La brezza leggera soffia nelle tue narici
La polvere delle loro ossa.
Cammina eretto. Gli spiriti danno il benvenuto
Al figlio perso e ritrovato.

Attento, e fuori dai tuoi abiti forestieri fratello
Sèntiti parte del grande capolavoro
Cammina nella gioia, cammina nel ritmo, cammina eretto
Cammina libero, cammina nudo
Lascia che le radici della tua madre terra ti carezzino il corpo
Lascia che la pelle nuda assorba il sole di casa e brilli d’ebano.

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Cesare Pavese

100 anni fa, il 9 settembre 1908, nasceva a Santo Stefano Belbo Cesare Pavese.

Per me Pavese è stato un folgorante incontro di gioventù. E ho incontrato prima le poesie di Lavorare stanca dei romanzi. Poesie così diverse dall’ermetismo di Ungaretti, che ci veniva proposto come modello di modernità in contrapposizione alla triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio. Ne fui molto influenzato, tanto da farne l’oggetto di una mia tesina portata alla maturità.

Ce ne sono poche, e nemmeno le più belle, sul web. Ecco qualche esempio.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

L’uomo solo

Lontano nella notte

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L’elefantino

Su richiesta di Gabry, pubblico la traduzione in italiano del racconto di Kipling che spiega perché mi chiamo Boris Limpopo. La traduzione, di Gabry Cabassi, l’ho trovata qui: http://www.logoslibrary.eu/pls/wordtc/new_wordtheque.w6_start.doc?code=65236&lang=IT

Nei Bei Tempi Andati l’Elefante, Carissimi, non aveva la proboscide. Aveva solo un naso nerastro, rigonfio e grossino, come un mocassino, che poteva dimenare, ma che non poteva usare per raccogliere le cose. Ma c’era un Elefante, un nuovo Elefante, un Elefantino, che era pieno di insaziabile curiosità, il che significa che faceva tantissime domande. Viveva in Africa e la riempiva tutta con le sue insaziabili curiosità. Chiese al suo alto zio, lo Struzzo, perché le piume-della-sua-coda crescessero in quel modo ed il suo alto zio, lo Struzzo, lo sculacciò con la sua dura, dura zampa. Chiese alla sua alta zia, la Giraffa, che cosa rendesse la sua pelle così macchiettata e la sua alta zia, la Giraffa, lo sculacciò con il suo duro, duro zoccolo. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità! Chiese al suo grasso zio, l’Ippopotamo, perché i suoi occhi fossero rossi ed il suo grasso zio, l’Ippopotamo, lo sculacciò con il suo grosso, grosso zoccolo. Chiese al suo peloso zio, il Babbuino, perché i meloni avessero quel sapore ed il suo peloso zio, il Babbuino, lo sculacciò con la sua pelosa, pelosa zampa. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità! Faceva domande su tutto quello che vedeva, sentiva, provava, annusava o toccava e tutti i suoi zii e le sue zie lo sculacciavano. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità!

Una bella mattina, nel mezzo della Precessione degli Equinozi, questo insaziabile Elefantino fece una bella nuova domanda che non aveva mai fatto prima. Chiese: “Che cosa mangia il Coccodrillo per cena?” al che tutti risposero: “Shhhh!” con tono vibrante e terrificante e lo sculacciarono immediatamente e direttamente, senza fermarsi, per lungo tempo.

Dopo un po’, quando ebbero finito, incontrò l’Uccello Kolokolo, che stava in mezzo ad un roveto aspetta-un-attimo e disse: “Mio padre mi ha sculacciato, mia madre mi ha sculacciato, tutti i miei zii e le mie zie mi hanno sculacciato per la mia insaziabile curiosità, eppure voglio ancora sapere che cosa mangia il Coccodrillo per cena!”

L’Uccello Kolokolo disse con un lugubre strillo: “Vai sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre e lo scoprirai.”

La mattina seguente, quando ormai non era rimasto più nulla degli Equinozi, perché la Precessione era proceduta come in precedenza, questo insaziabile Elefantino prese una cinquantina di chili di banane (quelle piccole, corte e rosse), una cinquantina di chili di canna da zucchero (del tipo lungo e viola) e diciassette meloni (del tipo verde-crepitante) e disse a tutti i suoi cari famigliari: “Addio, vado al grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre, per scoprire cosa mangia il Coccodrillo per cena.” Così tutti lo sculacciarono ancora una volta per augurargli buona fortuna, sebbene lui continuasse a chiedergli gentilmente di smetterla.

Poi partì, un poco accaldato, ma per nulla stupito, mangiando meloni e gettando la buccia per terra, perché non la poteva raccogliere.

Andò da Graham’s Town fino a Kimberley, da Kimberley a Khama’s Country e da Khama’s Country andò verso nord-est, mangiando meloni tutto il tempo, finché alla fine arrivò sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre, precisamente come gli aveva detto l’Uccello Kolokolo.

Dovete sapere, Carissimi, che fino a quella settimana, a quel giorno, a quell’ora e a quell’esatto minuto quell’insaziabile Elefantino non aveva mai visto un Coccodrillo e non sapeva come fossero fatti. Era tutta la sua insaziabile curiosità.

La prima cosa che trovò fu un Serpentone-Pitone-Bicolore attorcigliato ad una roccia.

“Mi scusi,” disse l’Elefantino molto cortesemente, “ha visto qualcosa di simile ad un Coccodrillo in queste zone promiscue?”

“Se ho visto un Coccodrillo?” chiese il Serpentone-Pitone-Bicolore con tono terribilmente sprezzante. “Che mi chiederai poi?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma potrebbe dirmi gentilmente che cosa mangia per cena?”

Allora il Serpentone-Pitone-Bicolore si srotolò molto velocemente dalla roccia e sculacciò l’Elefantino con la sua coda squamata e serpeggiante.

“È strano,” disse l’Elefantino, “perché mio padre e mia madre, i miei zii e mia zia, per non parlare dell’altro mio zio, l’Ippopotamo, e di quell’altro ancora, il Babbuino, mi hanno sculacciato tutti per la mia insaziabile curiosità, e suppongo che questo sia per la stessa cosa.”

Ciò detto disse addio molto cortesemente al Serpentone-Pitone-Bicolore, lo aiutò ad attorcigliarsi nuovamente alla roccia e continuò, un poco accaldato, ma per nulla stupito, a mangiare meloni e a gettare via la buccia, perché non poteva raccoglierla, finché calpestò quello che pensava essere un pezzo di legno proprio sulla riva del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre.

Ma in realtà era il Coccodrillo, Carissimi ed il Coccodrillo ammiccò con un occhio, così!

“Mi scusi,” disse l’Elefantino cortesemente, “le è capitato di vedere un Coccodrillo in queste zone promiscue?”

Il Coccodrillo ammiccò con l’altro occhio e tirò metà della sua coda fuori dal fango. L’Elefantino molto cortesemente indietreggiò, perché non desiderava essere nuovamente sculacciato.

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo. “Perché chiedi queste cose?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino cortesemente, “ma mio padre mi ha sculacciato, mia madre mi ha sculacciato, per non parlare del mio alto zio, lo Struzzo, della mia alta zia, la Giraffa, che può scalciare così forte, cosi come del mio grasso zio, l’Ippopotamo e del mio peloso zio, il Babbuino, ed anche del Serpentone-Pitone-Bicolore, con la coda squamata e serpeggiante, là sulla riva, che sculaccia più forte di tutti gli altri e quindi, se per Lei è lo stesso, non vorrei essere più sculacciato.”

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo, “perché io sono un Coccodrillo,” e pianse lacrime-di-coccodrillo per dimostrare che era vero davvero.

A quel punto l’Elefantino rimase senza fiato, ansimante e si inginocchiò sulla riva dicendo: “È proprio la persona che ho cercato per tutti questi interminabili giorni. Potrebbe dirmi che cosa mangia per cena?”

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo, “e te lo sussurrerò in un orecchio.”

Allora l’Elefantino mise la testolina vicino alla bocca muschiata e zannuta del Coccodrillo, che lo prese per il suo piccolo naso, che fino a quella settimana, a quel giorno, a quell’ora e quell’esatto minuto non era mai stato più grossino di un mocassino, sebbene fosse molto più utile.

“Penso,” disse il Coccodrillo e lo disse tra i denti, così, “penso che oggi comincerò con Elefantino!”

A questo punto, Carissimi, l’Elefantino era molto contrariato e disse, parlando attraverso il naso, così: “Aiudo! Mi stagga il naso!”

Questo è l’Elefantino mentre il Coccodrillo gli tira il naso. È molto sorpreso, stupito e dolorante e sta parlando attraverso il naso dicendo: “Aiudo! Mi stagga il naso!” Sta tirando molto forte e così anche il Coccodrillo, ma il Serpentone-Pitone-Bicolore si sta precipitando nell’acqua per aiutare l’Elefantino. Quelle cose tutte nere sono le rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo (ma non ho il permesso di disegnarle davvero) e l’albero-a-forma-di-bottiglia con le radici tortuose e le otto foglie è uno degli alberi-della-febbre che crescono là.
Sotto il disegno vero e proprio ci sono le ombre degli animali africani che salgono su un’arca africana. Ci sono due leoni, due struzzi, due buoi, due cammelli, due pecore ed altre due cose che sembrano ratti, ma penso che siano iraci. Non significano niente, li ho messi nel disegno perché pensavo che fossero carini. Sarebbero molto belli se avessi il permesso di disegnarli davvero.

A quel punto il Serpentone-Pitone-Bicolore si scapicollò giù dalla riva e disse: “Mio giovane amico, se ora tu non tiri immediatamente e all’istante più forte che puoi, è mia opinione che quel tuo conoscente col cappotto in pelle dai grandi disegni regolari (e con queste parole intendeva indicare il Coccodrillo), ti strattonerà giù nel torrente limpido prima che tu possa dire Jack Robinson.”

Questa era la maniera in cui parlavano sempre i Serpentoni-Pitoni-Bicolore.

Allora l’Elefantino, appoggiatosi sui suoi piccoli fianchi tirava, tirava e tirava. Il suo naso cominciò ad allungarsi. Il Coccodrillo si dimenava nell’acqua, rendendola tutta biancastra con i grandi movimenti circolari della coda e tirava, tirava e tirava.

Il naso dell’Elefantino continuava ad allungarsi. Poggiò tutte e quattro le sue piccole zampe a terra e tirava, tirava e tirava, così il suo naso continuava ad allungarsi; il Coccodrillo batteva la sua coda come un remo e tirava, tirava e tirava ed a ogni strattone il naso dell’Elefantino diventava sempre più lungo, più lungo e gli faceva un male bestiale.

Poi l’Elefantino sentì che le sue zampe cominciavano a cedere e disse, attraverso il naso, che ora era lungo già quasi un metro e mezzo: “È trobbo forde per me!”

Il Serpentone-Pitone-Bicolore scese dalla riva, si annodò in un doppio-doppio-nodo attorno alle zampe posteriori dell’Elefantino e disse: “Viaggiatore sconsiderato ed inesperto, ora ci dedicheremo seriamente ad una piccola alta tensione, perché se non lo facciamo è mia impressione che quella macchina-da-guerra a propulsione autonoma laggiù, con il ponte superiore corazzato (e con queste parole intendeva indicare, Carissimi, il Coccodrillo) guasterà permanentemente la tua carriera futura.”

Questo era il modo in cui parlavano sempre i Serpentoni-Pitoni-Bicolore.

Così tirò e l’Elefantino tirò ed il Coccodrillo tirò, ma l’Elefantino ed il Serpentone-Pitone-Bicolore tirarono più forte ed alla fine il Coccodrillo lasciò andare il naso dell’Elefantino con un tonfo sordo che si poté sentire lungo tutto il Limpopo.

Quindi l’Elefantino si accasciò violentemente ed improvvisamente, ma prima si preoccupò di dire: “Grazie,” al Serpentone-Pitone-Bicolore e poi si dedicò amorevolmente al suo povero naso allungato, lo avvolse in foglie di banana fresche e lo appese sul grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo perché si rinfrescasse.

“Perché lo stai facendo?” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore.

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma il mio naso è terribilmente fuori forma e sto aspettando che si restringa.”
“Allora dovrai aspettare un bel po’,” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Alcune persone non sanno che cosa è meglio per loro.”

L’Elefantino si sedette là per tre giorni aspettando che il suo naso si restringesse, ma non diminuì mai, ed inoltre lo aveva reso strabico. Perché, Carissimi, avete capito che il Coccodrillo glielo aveva trasformato nella vera e propria proboscide che tutti gli Elefanti hanno oggi.

Alla fine del terzo giorno arrivò una zanzara e lo punse sulla spalla e, prima che si rendesse conto di quello che stava facendo sollevò la proboscide, con la cui punta uccise quella zanzara.

“Vantaggio numero uno!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Prova a mangiare qualcosa ora.”

Prima che si rendesse conto di quello che stava facendo l’Elefantino allungò la proboscide e raccolse un grosso fascio d’erba, lo pulì sfregandolo contro le zampe anteriori e se lo cacciò in bocca.

“Vantaggio numero due!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Non pensi che il sole sia troppo forte qui?”

“Effettivamente è così,” disse l’Elefantino e prima che si rendesse conto di quello che stava facendo scodellò una scodella di fango dalle rive del grande, grigio-blu lucente Limpopo e se la schiaffò in testa, dove divenne un fresco cappellino-di-fango scodellato-rovesciato, tutto sgocciolante dietro le sue orecchie.

“Vantaggio numero tre!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Che ne pensi ora di essere nuovamente sculacciato?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma non mi piacerebbe per nulla.”

“Ti piacerebbe sculacciare qualcun’altro?” chiese il Serpentone-Pitone-Bicolore.

“Mi piacerebbe davvero molto,” disse l’Elefantino.

“Bene,” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore, “scoprirai che quel tuo nuovo naso è molto utile per sculacciare gli altri.”

“Grazie,” disse l’Elefantino, “me lo ricorderò, e penso che ora andrò a casa da tutti i miei cari famigliari e proverò.”

Così l’Elefantino si incamminò verso casa attraversando l’Africa, saltellando e sbandierando la sua proboscide. Quando voleva un frutto da mangiare lo tirava giù da un albero, invece di aspettare che cadesse come faceva prima. Quando voleva dell’erba la strappava da terra, invece di inginocchiarsi come doveva fare prima. Quando le zanzare lo pungevano spezzava un ramo d’albero e lo usava come scacciazanzare. Si faceva un nuovo, fresco, cappellino-di-fango pantanoso-fangoso ogni volta che il sole era troppo caldo. Quando si sentiva solo, mentre attraversava l’Africa, cantava a sé stesso attraverso la proboscide ed il suono era più forte di quello di parecchie bande di ottoni.

Questo è un disegno dell’Elefantino che sta per staccare delle banane da un banano dopo che ha ricevuto il suo nuovo, bel lungo naso. Non penso che sia un gran bel disegno, ma non ho potuto farlo molto meglio, perché le banane e gli elefanti sono difficili da disegnare. Le cose striate dietro l’Elefantino rappresentano un territorio paludoso e melmoso da qualche parte in Africa. L’Elefantino fece la gran parte dei suoi tortini-di-fango dal fango che aveva trovato là. Penso che il risultato sarebbe migliore disegnando il banano verde e l’Elefantino rosso.

Lasciò appositamente la strada verso casa al fine di trovare un grasso Ippopotamo (che non era suo parente) e gli diede uno sculaccione molto forte, per essere sicuro che il Serpentone-Pitone-Bicolore avesse detto la verità sulla sua nuova proboscide. Il resto del tempo raccolse le bucce di melone che aveva gettato sulla strada verso il Limpopo, perché era un Pachiderma Pulito.

Una sera buia ritornò da tutti i suoi cari famigliari, attorcigliò la proboscide e disse: “Come state?” Erano tutti molto felici di vederlo ed immediatamente dissero: “Vieni qui e fatti sculacciare per la tua insaziabile curiosità.”

“Pfui,” disse l’Elefantino. “Non penso che voialtri sappiate granché di sculaccioni, ma io sì e ve lo dimostrerò.” Poi srotolò la sua proboscide e fece andare a gambe all’aria due dei suoi cari fratelli.
“Per tutte le banane,” dissero, “dove hai imparato questo trucco e che hai fatto al tuo naso?”

“Ne ho avuto uno nuovo da un Coccodrillo sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo,” disse l’Elefantino. “Gli ho chiesto che cosa mangiava per cena e lui mi ha dato questo, per tenerlo.”

“È molto brutto,” disse il suo peloso zio, il Babbuino.

“È proprio così,” disse l’Elefantino. “Ma è molto utile,” e prese il suo zio peloso, il Babbuino, per una zampa pelosa e lo sollevò verso un nido di vespe.

Poi quel cattivo Elefantino sculacciò tutti i suoi cari famigliari per lungo tempo, finché furono accaldati e molto stupiti. Strappò le piume-della-coda di suo zio, lo Struzzo, e prese la sua alta zia, la Giraffa, per la zampa posteriore e la trascinò in un cespuglio di rovi. Urlò al suo grasso zio, l’Ippopotamo e fece le bolle nelle sue orecchie mentre stava dormendo nell’acqua dopo i pasti, ma non permise mai a nessuno di toccare l’Uccello Kolokolo.

Alla fine la cosa era così elettrizzante che i suoi cari famigliari partirono uno alla volta, frettolosamente, verso le rive del grande grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre per prendere a prestito i nuovi nasi dal Coccodrillo. Quando tornarono nessuno sculacciò più nessuno e da qual giorno, Carissimi, tutti gli Elefanti che vedrete, oltre a tutti quelli che non vedrete, hanno proboscidi esattamente uguali a quella dell’insaziabile Elefantino.

Ho sei onesti servitori al mio comando,
che sono stati anche i miei insegnanti.
I loro nomi sono Cosa, Dove e Quando,
Come, Perché e Chi, e sei son già tanti.
Li mando qui e là e persino a far spese,
ma quando hanno finito il lavoro per me
li faccio riposare, ma non per un mese.

Li faccio riposare dalle nove alle cinque,
perché in quelle ore anch’io sono occupato.
Così anche a colazione, pranzo e cena,
perché ognuno di loro allora è assai affamato.
Ma è vero: ogni persona è fatta a modo suo,
ne conosco una che è davvero un’incosciente.
Ha in casa sua dieci milioni di servitori
che non lascia riposare, ma proprio per niente:
li manda in paese, anche all’estero ed altrove.
Dal secondo in cui apre gli occhi al mattino, così
un milione di Come, due milioni di Dove
e sette milioni di grandi Perché son lì.

Accardo, Alitalia e Berlusconi

L’ormai celebre lapsus del TG3 delle 19 del 28 agosto 2008.

Ma Francesco Accardo, l’autore del lapsus (di cui, naturalmente, la “stampa indipendente” non ha parlato…) lavora ancora in Rai? è vivo? o l’hanno appeso per le spalle a un aereo Alitalia?

Soratte

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto?
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem Fors dierum cumque dabit, lucro
adpone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
conposita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intumo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
[Orazio, Carmina, I, 9]

Provo una traduzione (il mio latino è arrugginito, ma vorrei provare a essere fedele e poco paludato e a trasmettere la modernità di questa poesia)

Guarda il Soratte candido per la neve alta: gli alberi stanchi non ne reggono il peso e per il gelo pungente i fiumi sono gelati.
Allontana il freddo aggiungendo legna al fuoco del camino, Taliarco, e versa ancora di quel vino vecchio.
Tutto il resto lascialo agli dei: è bastato che placassero i venti che infuriavano sul mare e sùbito si sono calmate le fronde dei cipressi e dei vecchi frassini.
Che cosa il futuro ti riserva per domani, evita di chiedertelo: qualunque giorno la sorte ti darà, segnalo all’attivo. Finché sei giovane e la fastidiosa vecchiaia è lontana, ragazzo mio, gòditi le danze e i dolci amori.
Adesso, all’imbrunire, sul corso e nelle piazze è l’ora degli appuntamenti, dei bisbigli che si cercano, della gradita risata che tradisce la ragazza nascosta nell’angolo più nascosto, del pegno d’amore strappato da un braccio o da un dito che non offre resistenza.

Legione

Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”. E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. [Vangelo di Marco, V, 1-17]

The killer lives inside me: yes, I can feel him move.
Sometimes he’s lightly sleeping in the quiet of his room
but then his eyes
will rise and stare through mine;
he’ll speak my words and slice my mind inside…
Yes the killer lives.

The angels live inside me: I can feel them smile.
Their presence strokes and soothes the tempest in my mind;
And their love
can heal the wounds that I have wrought,
They watch me as I go to fall – well, I know I shall be caught
While the angels live.

How can I be free?
How can I get help?
Am I really me?
Am I someone else?

But stalking in my cloisters hang the acolytes of gloom
and Death’s Head throws his cloak into the corner of my room
and I am doomed
But laughing in my courtyard play the pranksters of my youth
and solemn, waiting old man in the gables of the roof –
he tells me truth…

I, too, live inside me and very often don’t know who I am;
I know I’m not a hero – well, I hope that I’m not damned.
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as man lives…

I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators,
Saviours,
Refugees.

Il demone della perversità

[…]

We stand upon the brink of a precipice.  We peer into the abyss – we grow sick and dizzy.  Our first impulse is to shrink from the danger.  Unaccountably we remain.  By slow degrees our sickness, and dizziness, and horror, become merged in a cloud of unnameable feeling.  By gradations, still more imperceptible, this cloud assumes shape, as did the vapor from the bottle out of which arose the genius in the Arabian Nights.  But out of this our cloud upon the precipice’s edge, there grows into palpability, a shape, far more terrible than any genius, or any demon of a tale, and yet it is but a thought, although a fearful one, and one which chills the very marrow of our bones with the fierceness of the delight of its horror.  It is merely the idea of what would be our sensations during the sweeping precipitancy of a fall from such a height.  And this fall – this rushing annihilation – for the very reason that it involves that one most ghastly and loathsome of all the most ghastly and loathsome images of death and suffering which have ever presented themselves to our imagination – for this very cause do we now the most vividly desire it.  And because our reason violently deters us from the brink, therefore, do we the more impetuously approach it.  There is no passion in nature so demoniacally impatient, as that of him, who shuddering upon the edge of a precipice, thus meditates a plunge.  To indulge for a moment, in any attempt at thought, is to be inevitably lost; for reflection but urges us to forbear, and therefore it is, I say, that we cannot.  If there be no friendly arm to check us, or if we fail in a sudden effort to prostrate ourselves backward from the abyss, we plunge, and are destroyed.

[…]

Da un celebre racconto di Edgar Allan Poe: lo trovate qui in versione integrale.

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P. B. Shelley – Stanzas Written in Dejection near Naples

Questa poesia mi accompagna e mi tocca da 40 anni, quasi. Un’altro occhio emerso nel brodo primordiale di Dublino (me la fece scoprire un professore là, che mi consigliò anche di acquistare The Penguin Book of English Romantic Verse – un tesoro).

STANZAS WRITTEN IN DEJECTION, NEAR NAPLES.

The sun is warm, the sky is clear,
The waves are dancing fast and bright,
Blue isles and snowy mountains wear
The purple noon’s transparent might,
The breath of the moist earth is light,
Around its unexpanded buds;
Like many a voice of one delight,
The winds, the birds, the ocean floods,
The City’s voice itself, is soft like Solitude’s.

I see the Deep’s untrampled floor
With green and purple seaweeds strown;
I see the waves upon the shore,
Like light dissolved in star-showers, thrown:
I sit upon the sands alone, –
The lightning of the noontide ocean
Is flashing round me, and a tone
Arises from its measured motion,
How sweet! did any heart now share in my emotion.

Alas! I have nor hope nor health,
Nor peace within nor calm around,
Nor that content surpassing wealth
The sage in meditation found,
And walked with inward glory crowned –
Nor fame, nor power, nor love, nor leisure.
Others I see whom these surround –
Smiling they live, and call life pleasure; –
To me that cup has been dealt in another measure.

Yet now despair itself is mild,
Even as the winds and waters are;
I could lie down like a tired child,
And weep away the life of care
Which I have borne and yet must bear,
Till death like sleep might steal on me,
And I might feel in the warm air
My cheek grow cold, and hear the sea
Breathe o’er my dying brain its last monotony.

Some might lament that I were cold,
As I, when this sweet day is gone,
Which my lost heart, too soon grown old,
Insults with this untimely moan;
They might lament – for I am one
Whom men love not, – and yet regret,
Unlike this day, which, when the sun
Shall on its stainless glory set,
Will linger, though enjoyed, like joy in memory yet.

… ma anche …

FRAGMENT: “AMOR AETERNUS”.

Wealth and dominion fade into the mass
Of the great sea of human right and wrong,
When once from our possession they must pass;
But love, though misdirected, is among
The things which are immortal, and surpass
All that frail stuff which will be – or which was.