Il 30 luglio 1956, In God We Trust fu ufficialmente adottato come motto nazionale degli Stati Uniti. In precedenza, veniva utilizzato E pluribus unum, votato dal Congresso nel 1782 come sigillo nazionale (e non, strettamente, come motto). La frase In God We Trust compariva già sulle monete statunitensi dal tempo della Guerra di secessione.
Io – ma ve lo potevate immaginare – trovo la frase vagamente inquietante. Per quanto sappia che è irrazionale, e che il significato è diverso, mi ricorda il Gott mit Uns dei nazisti. Anche molti credenti, tra cui il presidente americano Theodore Roosevelt, ritengono che dio vada lasciato fuori dalle questioni politiche umane.
Il 26 luglio 1953, alle 5 del mattino, Fidel Castro alla testa di circa 160 ribelli mosse all’attacco della caserma fortificata Moncada, a Santiago di Cuba, forte di circa 400 uomini bene armati.
Il piano era d’impadronirsi della caserma per farne una base rivoluzionaria e un centro di propaganda e telecomunicazioni contro il regime di Batista, che era tornato al potere con un colpo di Stato.
L’idea di Castro era che – il giorno dopo la festa patronale – i soldati avrebbero scontato i postumi delle libagioni e si sarebbero fatti cogliere di sorpresa. Inoltre, una colonna di veicoli avrebbe dovuto dare l’impressione dell’arrivo di una delegazione ufficiale. Niente funzionò come previsto. I ribelli erano pochi. Non c’erano armi per tutti. Gli uomini erano armati per lo più con fucili da caccia. Il convoglio si spezzò e le armi pesanti non arrivarono mai. L’assalto fu un disastro: 61 ribelli uccisi, altri 50 catturati e torturati a morte. Un pugno di ribelli, tra cui Fidel, fuggì sulla Sierra Madre, ma fu catturato entro una settimana.
Al processo Fidel fu condannato a morte, ma la pena capitale fu abrogata prima dell’esecuzione della sentenza, tramutata in 15 anni di carcere. Castro e gli altri furono liberati nel 1955, per un provvedimento d’amnistia.
Dal fallito assalto prese il nome del Movimento fondato da Fidel Castro, il Movimiento 26 Julio o M 26-7, protagonista della rivoluzione vittoriosa del 1959.
Al processo per i fatti della Moncada, Castro – avvocato di formazione – si difese da solo, pronunciando la famosa frase “La storia mi assolverà” (l’arringa, coerentemente con i noti principi della retorica castrista, è lunga più di 25.000 parole e occupa 61 pagine a stampa!). Il tribunale della storia è ancora riunito in camera di consiglio.
Scrivevo nel post precedente (Brouhaha) che non ho trovato la parola baruccabbà su nessun dizionario. Però l’ho trovata in un celebre sonetto di Giuseppe Gioachino Belli (Tutti i sonetti romaneschi, n. 1510), in cui il poeta sembra scagionare gli ebrei dall’accusa di deicidio, con un’argomentazione simile a quella del vangelo apocrifo di Giuda, recentemente tornato alla ribalta.
Le scuse de Ghetto
In questo io penzo come penzi tu:
io l’odio li ggiudii peggio de te;
perché nun zò ccattolichi, e pperché
messeno in crosce er Redentor Gesú.
Chi aripescassi poi dar tett’in giú
drento a la lègge vecchia de Mosè,
disce l’ebbreo che cquarche ccosa sc’è
ppe scusà le su’ dodisci tribbú.
Ddefatti, disce lui, Cristo partí
dda casa sua, e sse ne venne cqua
cco l’idea de quer zanto venardí.
Ddunque, seguita a ddí Bbaruccabbà,
subbito che llui venne pe mmorí,
cquarchiduno l’aveva da ammazzà.
6 aprile 1835
1 Misero.
2 Ripescasse.
3 Cioè: secondo le viste umane.
4 Subitoché: postoché.
5 Qualcuno.
17 luglio 1683. I turchi iniziano l’assedio di Vienna. Non ne cavano molto, ma a Vienna nasce una moda che durerà decenni e di cui godiamo ancora adesso, con il famoso Rondò alla turca di Mozart. Qui ne sentiamo una versione particolarmente virtuosistica (la parafrasi scritta da Arcadi Volodos, suonata da lui medesimo)
17 luglio 1790. Muore a Edinburgo Adam Smith. La sua metafora più famosa è quella della mano invisibile:
As every individual, therefore, endeavours as much as he can both to employ his capital in the support of domestic industry, and so to direct that industry that its produce may be of the greatest value; every individual necessarily labours to render the annual revenue of the society as great as he can. He generally, indeed, neither intends to promote the public interest, nor knows how much he is promoting it. By preferring the support of domestic to that of foreign industry, he intends only his own security; and by directing that industry in such a manner as its produce may be of the greatest value, he intends only his own gain, and he is in this, as in many other cases, led by an invisible hand to promote an end which was no part of his intention. Nor is it always the worse for the society that it was no part of it. By pursuing his own interest he frequently promotes that of the society more effectually than when he really intends to promote it. I have never known much good done by those who affected to trade for the public good. It is an affectation, indeed, not very common among merchants, and very few words need be employed in dissuading them from it.
Ma la mia citazione preferita è questa:
But man has almost constant occasion for the help of his brethren, and it is in vain for him to expect it from their benevolence only. He will be more likely to prevail if he can interest their self-love in his favour, and shew them that it is for their own advantage to do for him what he requires of them. Whoever offers to another a bargain of any kind, proposes to do this. Give me that which I want, and you shall have this which you want, is the meaning of every such offer; and it is in this manner that we obtain from one another the far greater part of those good offices which we stand in need of. It is not from the benevolence of the butcher the brewer, or the baker that we expect our dinner, but from their regard to their own interest. We address ourselves, not to their humanity, but to their self-love, and never talk to them of our own necessities, but of their advantages.
Il 17 luglio 1936, con un’insurrezione lanciata da un segnale radiofonico, avviata dalla destra per scalzare il governo di sinistra democraticamente eletto, inizia la tragica guerra civile spagnola. Ne abbiamo parlato a proposito di Guernica. Soltanto nei primi giorni ci furono 50.000 esecuzioni sommarie (tra cui quella di Federico Garcia Lorca). I fascisti, dopo la vittoria (Barcellona cadde il 26 gennaio 1939), uccisero tra i 50.000 e i 200.000 repubblicani in quella che fu chiamata la feroz matanza.
Jorge Luis Borges, da bravo bibliotecario, si è molto occupato di metadati.
Comiciamo con una citazione:
Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che s’intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in:
(a) appartenenti all’Imperatore,
(b) imbalsamati,
(c) ammaestrati
(d) lattonzoli,
(e) sirene,
(f) favolosi,
(g) cani randagi,
(h) inclusi in questa classificazione
(i) che s’agitano come pazzi,
(j) innumerevoli,
(k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,
(l) eccetera,
(m) che hanno rotto il vaso,
(n) che da lontano sembrano mosche.
[Jorge Luis Borges. Tutte le opere. Volume I. Milano: Mondadori. 1984. p. 1004-1005. Il saggio è intitolato “L’idioma analitico di John Wilkins” ed è contenuto nella raccolta Altre inquisizioni, originariamente pubblicata nel 1952].
Il bersaglio di Borges sono le classificazioni: quella cervellotica del libro cinese (tanto cervellotica che stentiamo a credere sia vera), il sistema decimale Dewey universalmente adottato nelle biblioteche di tutto il mondo e il linguaggio filosofico di Wilkins (che era una persona stimabilissima, fondatore della Royal Society, ispiratore di un analogo progetto di Leibniz: Wilkins è uno dei personaggi del Ciclo barocco di Neal Stephenson, di cui ho parlato in altre occasioni).
Ma la ragione per cui ogni tentativo di classificazione universale è destinato al fallimento non è quello ipotizzato da Borges (“notoriamente, non c’è classificazione dell’universo che non sia arbitraria e congetturale. La ragione è molto semplice: non sappiamo che cosa è l’universo”). La classificazione non è per mettere ordine all’universo, è per mettere ordine alle nostre idee. Ciò che rende ridicola la classificazione cinese è la sua inutilità: a che cosa può servire una classificazione così disomogenea? e in cui le classi sono così diversamente popolate? Ciò che rende imbarazzante oggi la classificazione di Wilkins e il sistema decimale Dewey è che la nostra cultura, le nostre conoscenze e le nostre sensibilità oggi organizzano il sapere diversamente.
Classificare non è uno sforzo inane, ma un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.
Io e Annie (Annie Hall), 1977, di Woody Allen, con Woody Allen e Diane Keaton.
Non mi ricordavo fosse così divertente, benché l’avessi visto più volte al cinema all’epoca (quando si hanno più fidanzate contemporaneamente – non che mi sia successo molte volte! – è meglio rivedere lo stesso film che andare a cena due volte). Era comunque la prima volta che lo vedevo in originale (con i sottotitoli) e, per quanto bravo sia Oreste Lionello come doppiatore, il vero Woody Allen è un’altra cosa. E anche Diane Keaton (“La-di-da, la-di-da, la la”).
Ci sono molte situazioni divertenti: le aragoste (qui sopra), i ragni, la fila per il cinema con Marshall McLuhan (quello vero!) e molte altre.
Ma il film è memorabile soprattutto per le battute. Qualche esempio.
A Los Angeles:
Diane Keaton: “It’s so clean out here”.
Woody Allen: “That’s because they don’t throw their garbage away, they turn it into television shows”.
Diane Keaton parcheggia. Woody Allen: “Don’t worry. We can walk to the curb from here”.
Psicoanalisi.
Diane: Oh, you see an analyst?
Woody: Yeah, just for fifteen years.
Diane: Fifteen years?
Woody: Yeah, I’m gonna give him one more year, and then I’m goin’ to Lourdes.
L’amore: “A relationship, I think, is like a shark. You know? It has to constantly move forward or it dies. And I think what we got on our hands is a dead shark”. Ma anche: “Love is too weak a word for what I feel – I luuurve you, you know, I loave you, I luff you, two F’s, yes I have to invent, of course I – I do, don’t you think I do?”.
Shelley Duvall: Sex with you is really a Kafka-esque experience.
Woody: Oh. Thank you.
Shelley: I mean that as a compliment.
Su YouTube ho trovato una sintesi (non la stessa che avrei fatto io, però):
Chi mi conosce può immaginare quanto soffra a segnalarvi questo video, che prende per i fondelli il mio pianista preferito. Ma adoro anche i Monty Python, e fino a ieri ignoravo l’esistenza di questa gag.
Il barbarico re nel suo blog cita un pezzo dei King Crimson come “sicuramente la canzone nella quale mi riconosco di piú in assoluto”.
A me il gioco piace moltissimo (nonostante sia cretino, anzi proprio perché è cretino) e ve lo propongo. Per me la frase fatale è: “Wondering and dreaming, the words have different meanings” da Matilda Mother, sul primo album dei Pink Floyd. La usavo a scuola, come mantra, prima di scrivere i temi in classe, e la uso allo stesso modo ancora adesso, dopo quasi 40 anni dall’uscita del disco (The Piper at the Gates of Dawn).
Il video è tratto da una cover, ma la musica sotto è quella della versione originale.
Questo il testo integrale:
There was a king who ruled the land.
His majesty was in command.
With silver eyes, the scarlet eagle
showered silver on the people,
Oh Mother, tell me more.
Why’d you have to leave me there
hanging in my infant air, waiting?
You only have to read the lines of
scribbly black and everything shines.
Across the stream with wooden shoes,
bells to tell the King the news.
A thousand misty riders
climb up higher once upon a time.
Wondering and dreaming.
The words have different meanings…
Yes they did…
For all the time spent in that room,
the doll’s house, darkness, old perfume,
and fairy stories held me high
on clouds of sunlight floating by.
Oh Mother, tell me more…
Tell me more…
Metto anche il video dei KC perché è troppo bello!
Noi dunque si fa così: Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.
Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi.
Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due.
Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.
Si prende il primo monticino, si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene.
Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta.
Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire.
Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.
Dopo che s’è fatta tutta questa fatica, seguendo regole che valgono per tutti, si trova sempre l’intellettuale cretino che sentenzia: “Questa lettera ha uno stile personalissimo”.
Dite piuttosto che non sapete che cosa è l’arte. L’arte è il contrario di pigrizia.
[Scuola di Barbiana. Lettera a una professoressa. Firenze: Libreria editrice fiorentina. 1967. Pp. 126-127]