31 dicembre – Anthony Hopkins

Compie oggi 70 anni.

Lo festeggiamo con la sua interpretazione più nota, quella di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Le battute sono di quelle indimenticabili: “Well, Clarice – have the lambs stopped screaming?” – “I do wish we could chat longer, but… I’m having an old friend for dinner. Bye.”

Per deformazione professionale, trovo anche fantastico il trattamento riservato da Hannibal Lecter a uno sfortunato rilevatore del censimento: “A census taker once tried to test me. I ate his liver with some fava beans and a nice chianti“. Chissà se era il censimento italiano…

Le sue diaboliche capacità d’interprete sono (in)verosimilmente una conseguenza dell’essere nato nei 12 giorni di Natale – oltre che per il fatto di discendere alla lontana, per parte di madre, dal poeta e visionario W. B. Yeats. Ma questa è tutta un’altra storia, che racconto qui sotto.

Dario Fo – Ma che aspettate a batterci le mani

Grazie a chi me l’ha fatto tornare in mente. L’ha scritta con Fiorenzo Carpi e, se non ricordo male, fu la sigla degli spettacoli che segnarono il ritorno di Dario Fo sulla Rai, nel 1978. Ma questa penso che sia la versione del 1991, su Rai 2.

Ma che aspettate a batterci le mani
a metter le bandiere sul balcone?
Sono arrivati i re dei ciarlatani
i veri guitti sopra il carrozzone.
Venite tutti in piazza fra due ore
vi riempirete gli occhi di parole
la gola di sospiri per amore
e il cuor farà tremila capriole.

Napoleone primo andava matto per ‘sto dramma
ed ogni sera con la sua mamma
ci veniva ad ascoltar.
Napoleon di Francia piange ancora e si dispera
da quel dì che verso sera ce ne andammo
senza recitar.

E pure voi ragazze piangerete
se il dramma non vedrete fino in fine
dove se state attente imparerete
a far l’amore come le regine
e non temete se stanotte è scuro
abbiamo trenta lune di cartone
con dentro le lanterne col carburo
da far sembrare la luna un solleone.

Ma che aspettate a batterci le mani
a metter le bandiere sul balcone
sono arrivati i re dei ciarlatani
i veri guitti sopra il carrozzone.
Vedrete una regina scellerata
innamorata cotta del figlioccio
far fuori tre mariti e una cognata
e dar la colpa al fato del fattaccio.

Napoleon francese per vederci da vicino
venne apposta sul Ticino
contro i crucchi a guerreggiar.
Napoleone primo che in prigione stava all’Elba
vi scappò un mattino all’alba
per venire a batterci le mani.

Ma che aspettate a batterci le mani
a metter le bandiere sul balcone…

Toti Scialoja, un assaggio

Ti ricordi gli storni che a stormi
nei tramonti dei nostri bei giorni
quando i treni si fanno notturni
attorniavano Terni e dintorni?

Bei tramonti che accesero Terni
rispecchiandone il fuoco dei forni
mentre i cieli diventano inferni
taciturni se ruotano stormi.

Neri stormi sui monti di Terni
che di sera perdendo i contorni
frastornavano i nostri ritorni
con l’eterno stormire degli orni.

Son trascorsi gli autunni e gli inverni
sono andati e tornati gli stormi
sulla Nera su Terni su Narni
sulle pere forate dai vermi.

***
Locomotiva avanti, locomotiva indietro,
cento camaleonti mi guardano dal vetro.
La comitiva è affranta, la comitiva è muta,
son tutti al finestrino nessuno mi saluta.
La commozione è forte, la commozione è piena,
quando schiacciano ai vetri le squame della schiena.
 ***

La stanza la stizza l’astuzia
di quando vivevi a Venezia
ed eri zanzara… la pazza
zanzara – che all’alba è un’inezia.

***

Passa in cielo una folaga…
Ne segue un’altra, analoga.

***

La cincia maschio che fischia a Schio
corre un bel rischio: ci fischio anch’io!

***

Son teneri, rosei ed inermi
i vermi di Forte dei Marmi
che in coro mi cantano : “Dormi!”.
Cullato dal canto dei vermi
se dormo non posso sognarmi
che un mare di vermi che mormori.

***

Ogni topo di chiavica
appena nato naviga.

 ***

Si fa bruno a Brunico il cielo all’imbrunire.
Dentro l’ombra al lombrico non resta che lombrire.

Carducci, la vendetta

T’amo pio bove, anzi ne amo nove
T’amo passerotto, anzi ne amo otto
Vi amo civette, anzi ne amo sette
Vi amo osèi, anzi ne amo sei
Amo chi delinque, anzi ne amo cinque
T’amo mio gatto, anzi ne amo quattro
T’amo scimpanzè, anzi ne amo tre
T’amo pio bue, anzi ne amo due
Non amo nessuno, Carducci importuno

Grazie al compianto Toti Scialoja per l’idea originaria.

Mellow

L’aggettivo inglese, secondo il Merriam-Webster online, significa:

  1. di un frutto, tenero e dolce perché maturo
  2. di un vino, ben invecchiato e piacevolmente “mite” (noi diremmo rotondo, senza le spigolosità dell’eccesso di tannini)
  3. di una persona, reso gentile dall’età e dall’esperienza
  4. di una persona, di carattere ricco e a tutto tondo, senza stridore e ostentazione
  5. di una persona, caldo e rilassato, per effetto (o come per effetto) di una lieve ebbrezza
  6. di una persona, piacevole, gradevole
  7. di una persona, rilassato nell’affrontare la vita (laid-back)
  8. del terreno, soffice e argilloso.

Bene, così attrezzati possiamo apprezzare una canzone di Donovan, l’inno nazionale dei laid-back degli anni Sessanta, la cui mellowness ci sembra più da attribuire alla cannabis che all’alcol.

Il corto circuito è con lo slogan ripreso dal sindaco di Londra, Ken Livingstone, per migliorare l’impronta ecologica della città risparmiando acqua.

If it’s yellow,
let it mellow.
If it’s brown,
flush it down.

Il consiglio è ecologicamente solido. Avete bisogno che ve lo spieghi?

Don Giovanni di Peter Handke

Handke, Peter (2004). Don Giovanni (raccontato da lui stesso). Milano: Garzanti. 2007.

Forse non il miglior Handke. Anzi, per me, che sono un appassionato del Don Giovanni della musica e del mito, una grossa delusione. Il libro mi sembra singolarmente fuori fuoco, anche per chi conosce Handke, e non va veramente a parare da nessuna parte.

Eppure, Handke a tratti si avvicina molto a scoprire un Don Giovanni che noi, che lo conosciamo e ne siamo affascinati, riconosciamo come profondamente vero.

Don Giovanni era un orfano, e lo era non in qualche senso traslato: anni prima aveva perso la creatura a lui più vicina, che non era suo padre o sua madre, bensì, almeno così mi parve, suo figlio, il suo unico figlio. Anche con la morte del proprio figlio si poteva dunque diventare orfani, eccome […].
Portare il lutto attraverso il mondo e a esso trasmetterlo, al mondo. Don Giovanni viveva del suo lutto come di una forza. Era qualcosa di più di lui e lo sormontava. Armato per così dire – e non solo per così dire – del suo lutto, si sapeva di certo non immortale, ma invulnerabile. Il lutto era qualcosa che lo rendeva indomabile, e in contromossa (o meglio mossa dopo mossa) assolutamente permeabile e ricettivo a qualunque cosa accdesse, e al tempo stesso, all’occorrenza, invisibile (pp. 35-36).

E poi non fu lui a dare inizio allo scambio di sguardi con la sposa. Fu anzitutto lei a fissarlo negli occhi. […]
Don Giovanni mi raccontò come fosse sobbalzato sotto gli sguardi della sposa. Non erano sguardi particolari, nient’altro che aprire gli occhi. Occhi così belli, e lei, senza intromettersi, con quegli occhi così belli gli faceva gli occhi più dolci. E il sobbalzare di lui, di Don Giovanni, non aveva niente in comune con uno spavento. Era un risveglio improvviso e insieme quieto dopo un sonno o una vita vegetativa durati anni. Quiete: col subitaneo cessare del mormorio dei costanti monologhi nella sua testa. Davanti alla fronte gli si creò ampiezza (pp. 45-46).

Don Giovanni non era un seduttore. Non aveva mai sedotto una donna. È vero, ne aveva incontrate alcune che poi glielo avevano rinfacciato. Ma quelle donne avevano mentito, oppure non ci stavano più con la testa, e dunque in realtà avevano voluto dire qualcosa di molto diverso. E al contrario, anche Don Giovanni non era mai stato sedotto da una donna. […] Lui aveva un potere. Solo che il suo potere era un altro.
Lui, don Giovanni, si sentiva intimidito da questo potere. È possibile che un tempo fosse stato disinvolto. Ma intanto da un pezzo indietreggiava di fronte all’idea di esercitare il potere. Mi raccontò direttamente, e non certo nei toni dell’orgoglio e della presunzione, anzi osservò quasi per inciso che quelle donne sulle quali verteva il discorso, almeno nella storia qui, riconoscevano in lui, non nel primo istante dell’incontro, bensì dopo, appunto al momento della conoscenza, il loro padrone. Gli altri uomini erano stati e sarebbero stati esattamente quello che erano, e lui, don Giovanni, quelle donne lo contemplavano, sì, contemplavano come loro signore, l’unico, per sempre (senza «signore e padrone»). E come tale lo rivendicavano, quasi («quasi») come una sorta di salvatore. Salvare da cosa? Semplicemente salvare. O semplicemente: loro, le donne, portarle via, da qui, e da qui, e da qui (pp. 51-52).

Il potere di don Giovanni nasceva dagli occhi. […] Col suo sguardo – e non con la sua contemplazione, che in nessun modo saltava all’occhio – lui liberava il desiderio della donna. Era uno sguardo che comprendeva più e altro ancora oltre a lei sola, che la superava e dunque la lasciava perdere, e allora da quello sguardo lei si sapeva capita e apprezzata; uno sguardo che agiva. […]
Grazie allo sguardo di don Giovanni su di lei e in più sullo spazio attorno a lei, quella donna arrivava alla consapevolezza della sua solitudine fino ad allora, e alla decisione che adesso vi avrebbe subito posto fine. […] Prendere coscienza della solitudine… energia, pura e assoluta, del desiderio (pp. 52-54).

12 dicembre 1969

La strage di Piazza Fontana. Un evento che ha segnato la mia generazione (ho già parlato in questo blog dei miei ricordi personali). Avevo 17 anni. Non sono così ingenuo da pensare che un solo evento può segnare lo spartiacque di una vita, di una generazione, della storia di un Paese. Ma più passa il tempo e più sono convinto che quel freddo pomeriggio di dicembre segnò una svolta. Non lo comprendemmo subito, e forse allora non lo capì nessuno: ma con Piazza Fontana si chiuse un capitolo. Quello dell’idea di democrazia progressiva, quello di una trasformazione graduale ma inarrestabile che avrebbe dato più voce e più potere ai lavoratori, sul luogo di lavoro, nella società, nella politica. Quella che, con sfumature diverse, aveva segnato i progetti di Kennedy, di Chruščёv, del Concilio Vaticano II, delle lotte operaie dell’autunno caldo, del 1968. Continuammo a crederci e a lottare, negli anni seguenti. Ma eravamo stati irrimediabilmente sconfitti. Quello che chiamavamo riflusso fu una sconfitta storica. E ne paghiamo ancora il prezzo. Hanno vinto. E non vedo nessuna luce, nessun arcobaleno all’orizzonte.

Su YouTube una persona (che non conosco ma ringrazio) ha pubblicato la storica puntata di La notte della Repubblica di Sergio Zavoli su Piazza Fontana. Ve la ripropongo.

Simon, Dylan, Aldo, Giovanni e Giacomo (e Marina Massironi)

Sempre peggio.

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary and thyme.
Remember me to one who lives there.
She once was a true love of mine.

Tell her to make me a cambric shirt,
(A hill in the deep forest green)
Parsley, sage, rosemary and thyme;
(Tracing of sparrow on snow-crested brown)
Without no seams nor needle work,
(Blankets and bedclothes the child of the mountain)
Then she’ll be a true love of mine.
(Sleeps unaware of the clarion call)

Tell her to find me an acre of land,
(On the side of a hill a sprinkling of leaves)
Parsley, sage, rosemary and thyme;
(Washes the grave with silvery tears)
Between the salt water and the sea strand,
(A soldier cleans and polishes a gun)
Then she’ll be a true love of mine.

Tell her to reap it with a sickle of leather,
(War bellows blazing in scarlet battalions)
Parsley, sage, rosemary and thyme;
(Generals order their soldiers to kill)
And gather it all in a bunch of heather,
(And to fight for a cause they’ve long ago forgotten)
Then she’ll be a true love of mine.

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary and thyme.
Remember me to one who lives there.
She once was a true love of mine.

If you’re travelin’ in the north country fair,
Where the winds hit heavy on the borderline,
Remember me to one who lives there.
For she once was a true love of mine.

If you go when the snowflakes storm,
When the rivers freeze and summer ends,
Please see she has a coat so warm,
To keep her from the howlin’ winds.

Please see if her hair hangs long,
If it rolls and flows all down her breast.
Please see for me if her hair’s hanging long,
For that’s the way I remember her best.

I’m a-wonderin’ if she remembers me at all.
Many times I’ve often prayed
In the darkness of my night,
In the brightness of my day.

So if you’re travelin’ the north country fair,
Where the winds hit heavy on the borderline,
Remember me to one who lives there.
For she once was a true love of mine.

La bella la va al fosso,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
La bella la va al fosso, al fosso a resentar, ohei,
al fosso a resentar

Nel bel che la resenta,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
nel bel che la resenta, ghe borla giò l’anel, ohei,
ghe borla giò l’anel.

Alzando gli occhi al cielo,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
alzando gli occhi al cielo, la vede il ciel seren, ohei,
la vede il ciel seren.

L’abbassa gli occhi al mare,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
l’abbassa gli occhi al mare, e vede un pescator, ohei,
e vede un pescator.

O pescator che peschi,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
o pescator che peschi, deh pescami l’anel, ohei,
deh pescami l’anel.

Ma sì che te lo pesco,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
ma sì che te lo pesco, per ùn basin d’amor, ohei,
per un basin d’amor.

Se ci vedran le stelle,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
se ci vedran le stelle, le stelle non san parlar, ohei,
le stelle non san parlar.

Se ci vedrà la luna,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
se ci vedrà la luna, la luna non sa spiar, ohei,
la luna non sa spiar.

Se ci vedrà il buon Dio,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
se ci vedrà il buon Dio, il buon Dio sa perdonar, ohei,
il buon Dio sa perdonar.

Nel bel che se basavan,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
nel bel che se basavan, ghe salta for so pà, ohei,
ghe salta for so pà.

Papà, papà perdono,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
papà, papà perdono, non lo farò mai plù, ohei,
non lo farò mai plù.

La storia l’è finita,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
la storia l’è finita, con un basin d’amor, ohei,
con un basin d’amor.

Simon & Guccini (2)

Il gioco continua.

April come she will
When streams are ripe and swelled with rain;
May, she will stay,
Resting in my arms again.

June, she’ll change her tune,
In restless walks she’ll prowl the night;
July, she will fly
And give no warning to her flight.

August, die she must,
The autumn winds blow chilly and cold;
September I’ll remember
A love once new has now grown old.

Simon & Guccini

Un gioco.

I met my old lover on the street last night
She seemed so glad to see me, I just smiled
And we talked about some old times and we drank ourselves some beers
Still crazy after all these years, still crazy after all these years

I’m not the kind of man who tends to socialize
I seem to lean on old familiar ways
And I ain’t no fool for love songs that whisper in my ears
Still crazy after all these years, still crazy after all these years

Four in the morning, crapped out, yawning, longing my life away
I never worry, why should I, it’s all gonna fade

(Instrumental break)

Now I sit by my window and I watch the cars
I fear I’ll do some damage one fine day
But I would not be convicted by a jury of my peers
Still crazy after all these years
Still crazy, still crazy, still crazy after all these years

E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
come un istante “deja vu”, ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…

Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi,
dieci anni da narrare l’uno all’ altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”.
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…

E le frasi, quasi fossimo due vecchi, rincorrevan solo il tempo dietro a noi,
per la prima volta vidi quegli specchi, capii i quadri, i soprammobili ed i suoi.
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway,
il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste:
la mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste…

Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films:
come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale,
ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio:
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto…

E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…