7 novembre – Ottobre!

90 anni fa aveva inizio un grande e indubbiamente coraggioso esperimento sociale. È andato a finir male, probabilmente da subito, o quasi. Alcuni dicono che il tribunale della storia è ancora in camera di consiglio. Temo che la condanna sia definitiva, si discute sulle eventuali attenuanti.

Il film girato per il decimo anniversario da Sergei Eisenstein non l’ho trovato. Accontentativi di un frammento. Notate il montaggio (praticamente un’invenzione di Eisenstein). Le musiche (aggiunte) sono di Dmitri Shostakovitch.

Ma chi ha detto che non c’è – Gianfranco Manfredi

Per la serie canzoni che (temo) piacciono soltanto a me – 2° della serie.

Sta nel fondo dei tuoi occhi
Sulla punta delle labbra,
sta nel corpo risvegliato
nella fine del peccato
Nella curva dei tuoi fianchi
Nel calore del tuo seno
Nel profondo del tuo ventre
Nell’attendere il mattino.
Sta nel sogno realizzato,
sta nel mitra lucidato.
Nella gioia e nella rabbia,
nel distruggere la gabbia
Nella morte della scuola, nel rifiuto del lavoro
Nella fabbrica deserta, nella casa senza porta
Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba,
sta nella provocazione, nel lavoro della talpa,
nella storia del futuro , nel presente senza storia,
nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria.
Sta nel nero della pelle, nella festa collettiva,
sta nel prendersi la merce,
sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini,
nell’incendio di Milano,
nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi
Sta nei sogni dei teppisti
e nei giochi dei bambini,
nel conoscersi del corpo,
nell’orgasmo della mente,
nella voglia piu’ totale,
nel discorso trasparente.
Ma chi ha detto che non c’e’.
Sta nel fondo dei tuoi occhi
Ma chi ha detto che non c’e’.

Sulla punta delle labbra
Ma chi ha detto che non c’e’.
Sta nel mitra lucidato.

Ma chi ha detto che non c’e’.
Nella fine dello Stato
C’e’, si’ c’e’
Ma chi ha detto che non c’e’. 

23 ottobre – Il primo aereo in guerra

Non so se capita anche a voi, ma ho spesso la sensazione di essere nato e si vivere in un Paese di second’ordine, ammesso al G8 (allora G7) per un’impuntatura di Bettino Craxi, ma non realmente civile. E direi anche che il declino di cui ogni tanto si parla è un declino reale, e palpabile.

Consoliamoci (ma prima che qualcuno mi dia del nostalgico, premetto che il resto del post è sanamente sarcastico): non è sempre stato così. 96 anni fa, nel 1911, il genio italico ha colto per primo al mondo le potenzialità belliche dell’aeroplano. Durante la guerra italo-turca, quella che fece esclamare a Giovanni Pascoli “La grande proletaria si è mossa”, quella che fruttò a noi Libia e Dodecanneso (e al resto del mondo l’instabilità dei Balcani, del Medio Oriente e del Nord-Africa), il 23 ottobre fu utilizzato per la prima volta un aeroplano in un volo di ricognizione. La ricognizione aerea era già stata effettuata, utilizzando palloni aerostatici o mongolfiere, fin dal 1700. Ma l’aeroplano fu un enorme progresso.

Naturalmente, l’aereo non era di fabbricazione italiana: non ne avevamo la tecnologia. Era un Blériot XI di fabbricazione francese, dello stesso modello di quello che 2 anni prima aveva sorvolato la Manica.

Il genio italico fece anche il logico passo successivo: 2 mesi dopo, nel dicembre del 1911, un pilota italiano sganciò 4 bombe a mano sulle truppe turche. Avevamo inventato il bombardamento aereo.

Weather Report e Brahms

Un cortocircuito che funziona soltanto nella mia emicrania di stasera?

Weather Report: A Remark You Made.

Johannes Brahms: Ballades (4) for piano, Op. 10 – Ballade No. 2 In D Major. Andante – Arturo Benedetti Michelangeli a Lugano nel 1982.

Van Morrison – Tupelo Honey

Soltanto perché Barbelo mi fa venire in mente Tupelo. E non dimentichiamoci Jeff Noon (Tupelo è il luogo di nascita di Elvis Presley).

Qui, invece, è passato qualche anno (siamo nel 1995):

Temerario

Non si finisce mai d’imparare.

Temerario: riferito a persona, “chi si espone ai pericoli senza riflettere o senza fondato motivo, spec. con un atteggiamento avventato”; riferito a cosa o azione, “che denota eccessiva audacia, avventatezza”; per estensione, “non ponderato, fondato su impressioni avventate”; e infine, “che si comporta con audacia sfrontata, con impudenza” e “che denota impudenza, sfrontatezza” (De Mauro online).

Nella mia crassa e beata ignoranza, collegavo temerario a timore, in una di quelle false parentele che collegano una parola a un’altra che ne è in qualche modo il contrario: in fin dei conti, mi dicevo, il temerario è uno che non ha timore.

Niente di più falso. Timore viene dal latino timēre (“temere”), temerario dal latino témĕre (alla cieca). Ma guarda un po’.

Però forse non avevo tutti i torti, perché sembra che le due parole latine abbiano una radice indoeuropea comune, *temes- “oscuro, buio”, da cui deriva anche il nostro “tenebra”, oltre a una serie di vocaboli che significano tutti “oscurità” in sanscrito, avestico, lituano, irlandese e russo. Insomma, la paura originaria è la paura del buio. Ma anche: temerario è chi agisce con temeritas, alla cieca, a casaccio. Il caso è cieco, e così la fortuna.

Forte, anche se ingannevole, la tentazione di cercare una parentela etimologica tra *temes- e Themis (che deriva invece dalla radice indoeuropea *dhe- “porre”, da cui l’italiano tema, ma anche l’inglese doom (“destino”, in genere sventurato). Themis è una dea della giustizia, quella divina, non quella umana. È una delle 6 figlie di Urano e Gea (Cielo e Terra, che avevano anche 6 figli). Dea fondamentalmente benevola (“dalle belle gote”, la chiama Omero nell’Iliade), ma guai a disubbidire alle sue leggi: allora interviene Nemesi apportando una punizione giusta ma terribile.

Themis, dea del clan dei 12 Titani e non degli dei dell’Olimpo, si sposa con Zeus e ci fa 9 figlie (e sì, già c’era il calo delle nascite). Anche Erda, nella mitologia nordica ripresa da Wagner nell’Anello del nibelungo, incontra Wotan e ci genera le Valchirie e forse anche le Norne. Torniamo alle figlie di Zeus e Themis: prima 3 Ore (Auxo, colei che fa crescere; Carpo, colei che porta i frutti; Thallo, colei che fa prosperare le piante), poi altre 3 Ore (Dike, il giudizio, la costellazione della Vergine; Irene, la pace; Eunomia, la buona legge), poi le 3 Moire, le incarnazioni del fato (Atropo, l’inevitabile; Clotho, colei che tesse; Lachesi, colei che getta le sorti).

E così siamo tornati al cieco caso.

Secondo Esiodo, invece, le 3 Moire sono figlie della notte (Nyx): e siamo di nuovo al buio.

The Emotion Machine

Minsky, Marvin (2006). The Emotion Machine: Commonsense Thinking, Artificial Intelligence, and the Future of the Human Mind. New York: Simon & Schuster. 2006.

Marvin Lee Minsky, con questo bel nome da Leningrad cowboy, è un decano dell’intelligenza artificiale. Nato a New York nel 1927, un Ph. D. in matematica a Princeton, ha vinto quasi tutti i premi scientifici che si possono immaginare, a partire dal Turing Award nel 1969.

Minsky è stato anche consulente di Kubrick per 2001 Odissea nello spazio (è molto amico di Arthur C. Clark). Asimov dichiarò di conoscere soltanto due persone più intelligenti di lui: Minsky, appunto, e Carl Sagan (quello di SETI, ispiratore del film Contact).

Nel 1951 ha costruito lo SNARC, la prima “macchina d’apprendimento” basata sulle reti neurali, che ha teorizzato per primo, insieme a Seymour Papert. Sempre con Papert, ha scritto il fondamentale Perceptrons: An Introduction to Computational Geometry (sempre sulle reti neurali) e ha sviluppato la versione grafica del linguaggio di programmazione Logo, particolarmente adatto all’apprendimento (il testo fondamentale qui è Mindstorms: Children, Computers, and Powerful Ideas di Seymour Papert).

A partire dagli anni ’70, sempre con Papert e altri, all’Artificial Intelligence Lab del MIT, ha sviluppato la teoria della mente come società (Society of Mind è stato pubblicato nel 1986).

Abbastanza naturale, quindi, che quando Minsky ha annunciato il suo primo libro di una certa ambizione e rivolto al pubblico non specialistico dopo vent’anni le aspettative fossero altissime. Invece, è una grossa delusione:

  1. Apparentemente, non ci sono progressi o evoluzioni sostanziali rispetto alle teorie sviluppate nel testo di vent’anni fa.
  2. Il libro è scritto in un finto dialogo assolutamente fastidioso, che contrappone opinioni altrui (vere – cioè citazioni da testi di autori reali, del presente o del passato anche remoto, da Aristotele a sant’Agostino – o fittizie – particolarmento odioso il “cittadino”).
  3. Le riflessioni di Minsky sono molte volte soltanto speculative, senza un collegamento diretto ai progressi delle neuroscienze o dell’intelligenza artificiale.
  4. L’approccio di Minsky è fortemente ingegneristico, ma i suoi schemi e le sue ricostruzioni sono raramente convincenti.
  5. In questo contesto, l’introduzione di termini quasi sempre vaghi, e talvolta proprio oscuri, non aiuta: che cosa significa, nel contesto del libro, il riferimento a termini come resource, imprimer, trans-frame, K-line e micromeme? Quali ricerche, quali risultati scientifici corroborano l’esistenza di processi quali quelli evocati e introdotti in ipotesi?

Beninteso, io simpatizzo con le ipotesi e con il punto di vista sostenuti da Minsky: che il cervello umano sia una macchina, complessa ma priva di una parte puramente mentale o di un misterioso fluido vitale. Ma proprio per questo sono deluso dalla sua trattazione e trovo più convincente Dennett o Humphrey.

Ci sono anche delle cose pregevoli. Alcune delle invenzioni linguistiche – simuli, panalogie … – sono molto belli e hanno alle spalle concetti ed elaborazioni interessanti.

Sul sito di Minsky trovate quasi tutto il libro in una versione preliminare.

La legge del taglione

La legge del taglione – che noi conosciamo nella versione biblica “occhio per occhio, dente per dente” – è un principio giuridico (di giustizia, piuttosto che di vendetta) che consiste nella possibilità, offerta a chi abbia subito un’offesa o un’ingiustizia, di infliggere al responsabile una pena eguale al torto subito.

Attestato nel codice di Hammurabi, il principio è accolto nell’antico testamento e capovolto nel nuovo: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5, 38 ss.).

Di qui la cattiva fama di questa legge tra i cristiani. Ad esempio, Isidoro di Siviglia, la definisce così: Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit.

Invece, il principio è solido. Robert Axelrod, nel suo classico The Evolution of Cooperation, ha mostrato come la cooperazione può emergere in un mondo di agenti egoisti senza un’autorità centrale. Nelle sue simulazioni basate sul “dilemma del prigioniero”, il programma Tit for tat (cioè la legge del taglione) è risultato essere la strategia che meglio promuove la cooperazione.

Nella sua versione semplice, una strategia basata sulla legge del taglione funziona perché agisce come deterrente: chi smette di cooperare sa che non recupereà più lo spirito di cooperazione dell’altro giocatore. È anche una strategia stabile, di steady state, perché la ritorsione è perfettamente commisurata al danno iniziale. Occhio per occhio, appunto, e dente per dente: così la legge è espressa nella metafora biblica.

Nell’espressione proverbiale italiana, lo stesso concetto è espresso da “rendere pan per focaccia”. Se si ammette che la focaccia sia più del pane (ad esempio, perché condita), la regola italiana prevede un’attenuazione della risposta all’offesa iniziale. In questo caso, si può ipotizzare che nelle varie iterazioni la ritorsione diventi via via più piccola, fino ad annullarsi asintoticamente. Si possono ristabilire condizioni di cooperazione.

Nell’espressione dialettale della mia bassa, il proverbio è capovolto: “Pan imprastàa, chisoela randüda” (“pane prestato, focaccia resa”, cioè “focaccia per pane”): qui la ritorsione dovrebbe crescere d’entità ciclo dopo ciclo, fino a un’esplosiva escalation.

Ma allora, come si evitano le faide nell’oltrepò mantovano?

22 agosto – Henri Cartier Bresson

Nato il 22 agosto 1908 (e morto il 3 agosto 2004), forse il più grande fotografo di tutti i tempi.

Rendetevene conto da soli.

Nei boschi eterni

Vargas, Fred (2006). Nei boschi eterni (Dans les bois éternels). Torino: Einaudi. 2007.

Siamo arrivati, per il momento, alla fine di questa fatica. Ci pensate, nel giro di poco più di una settimana sono arrivato a concludere due cicli, Harry Potter e la Vargas (L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso, Parti in fretta e non tornare e Sotto i venti di Nettuno).

Per quanto riguarda la Vargas, ne valeva la pena? Direi proprio di sì, anche se – come vi ho detto subito – non sono un appassionato di polizieschi.

Come la Vargas costruisce il suo meccanismo narrativo è abbastanza chiaro: parte, per così dire, dal fondo. Anche se, mi pare, rispetta tutte le regole canoniche (a differenza di Gianni Mura). Il personaggio su cui tutti i sospetti si accumulano non può essere il colpevole; resta soltanto quel “qualcun altro” di cui non si spiegherebbe, altrimenti, la presenza nel romanzo. La vecchia storia che se, all’inizio del libro, c’è un’arma letale appesa a una parete, prima o poi dovrà sparare…

Ma i pregi della Vargas non stanno tanto nella vicenda, quanto nei personaggi, che prendono libro dopo libro più spessore. Adamsberg, la mitica Violette Retancourt, Danglard; persino gli altri comprimari. Ci siamo affezionati, ci sembra di conoscerli, ognuno di noi lettori affezionati (l’ho verificato) li proietta su qualche amico o conoscente: mi sembra un gran bel risultato per uno scrittore.

In più ci sono dei piccoli aforismi memorabili, disseminati qua e là. Una cosa così francese, da grande scrittore dell’Ottocento o del primo Novecento. La mia scelta:

Come tutti i duri, non ha resistenza. È il principio della noce. Premi, e si rompe. Provi, invece, a rompere del miele. [p. 170]

– L’amore, Ariane, è l’unica battaglia che si vince indietreggiando.
– Chi è l’idiota che l’ha detto? Tu?
– Bonaparte, e non era l’ultimo degli strateghi.
– E tu, tu cosa fai?
– Indietreggio. C’è poco da scegliere. [p. 120]

Amore inalterabile, come lo sono gli amori non consumati. [p. 100].

Quest’ultima è così bella che ve la metto anche in francese (anche se la traduttrice, Margherita Botto, questa volta à bravissima):

Amour inaltérable, comme il en va de celles qui ne sont pas consommées.

Di sapore veramente proustiano (l’amore non corrisposto, cioè l’amore… – se non ricordo male). E mi accorgo anche che si legge sempre un libro con le sensibilità del momento (We don’t see things as they are, we see things as we are).