Salami in gara a Quistello – un aggiornamento

Molti si staranno chiedendo chi ha poi vinto la gara dei salami e se il ministro Maroni si è poi presentato per presidere la giuria, ma sono troppo pigri per andare a consultare il sito de La Gazzetta di Mantova.

Ghe pensi mi!

L’ambito premio (un maialino da latte la cui sorte si ignora, ma non è difficile da immaginare) è andato a Celso Maretti di Quistello.

Maroni non si è visto (poi l’abbiamo visto in tv a un dibattito della Berghemfest con Calderoli e Alfano), ed è stato sostituito dal compagno di partito Gianni Fava (evitate, per favore, battute a doppio senso troppo facili e poco eleganti).

In compenso si è rivisto, in giuria, il parroco don Roberto Buzzola, che l’anno scorso non si era presentato in segno di protesta per la partecipazione di Antonella Del Lago. Evidentemente, la presenza di un leghista gli dà meno problemi di coscienza di quella di una pornostar.

Salami in gara a Quistello

Si tiene la sera di venerdì 26 agosto 2011 a Quistello (paese dell’Oltrepò mantovano-destra Secchia, sede del celebre e celebrato ristorante l’Ambasciata del grande chef Romano Tamani), nell’ambito della tradizionale sagra di San Bartolomeo,  la seconda edizione della gara per il miglior salame casalingo, che vede in palio un maialino da latte.

Lo scorso anno la giuria fu presieduta dalla famosa (non lo era a me, ma io non sono un cultore abbastanza ferrato) pornostar mantovana Antonella Del Lago. La cosa aveva provocato un infuocato dibattito sulle pagine de La Gazzetta di Mantova (quotidiano fondato nel 1664, come strilla orgogliosamente la testata) durato tutto il mese d’agosto. Si malignava che la giunta comunale fosse in seduta permanente per decidere quale assessore dovesse rappresentarla nella giuria, finché il sindaco Alessandro Pastacci (nel frattempo divenuto presidente della Provincia) non intervenne autorevolmente a dissipare ogni dubbio (tutto vero, se non mi credete guardate qui). Don Roberto Buzzola, il parroco, venuto a conoscenza della presenza della pornostar, declinò l’invito a partecipare alla serata, facendolo sapere a tutti e occupando a sua volta per giorni le pagine del quotidiano locale. Il paese (Quistello, non l’Italia per fortuna) si spaccò tra chi dava ragione al parroco in nome della morale e chi l’attaccava, in nome dell’eguaglianza di tutte le pecorelle, soprattutto se smarrite, e ricordando che anche Gesù … (lo so, sembra una canzone di De André, ma insisto, è tutto vero e documentato). Dal canto suo, Antonella Del Lago – “una persona diversa dal cliché di donna solo sesso e niente cervello” secondo il cronista della Gazzetta Francesco Romani – dichiarava con la classica eleganza della signora fuori dal cliché che sarebbe stato “un lavoraccio: troppi salami e poche bocche…” (quanto a finezza non era male neppure il titolo dell’articolo di Romani: “La pornostar pronta a scegliere il salame migliore”). Per la cronaca: il premio fu assegnato il 24 agosto 2010, tra i 14 concorrenti, al salame di Gianni Grazioli di Campitello.

Antonella Del Lago degusta il salame

gazzettadimantova.gelocal.it

Sì, piuttosto procace in effetti, e vagamente suggestivo il gesto …

Ma non avrei ripreso questa storia vecchia se non per farvi venire la curiosità di sapere chi presiederà la giuria nella gara di quest’anno. La Gazzetta di oggi (25 agosto 2011) ha una ghiotta anticipazione (a pagina 20, con grande evidenza e con 2 foto): “QUISTELLO – Il ministro Maroni atteso in giuria per la gara dei salami.”

Lecito chiedersi (l’articolo non lo chiarisce) con quale competenza: non quella geografica, perché è di Varese; e neppure quella “boccaccesca” della pornostar. E allora? per rifarsi la bocca dopo i bocconi amari della manovra d’agosto? o addirittura un sospetto di cannibalismo?

Per par condicio vi tocca anche la sua, di foto:

Roberto Maroni

Wikimedia Commons: foto di Niccolò Caranti

Formula 1 all’Eur: scampato pericolo?

Tra le tante follie che ammorbano questi nostri tempi, e sono dovute spesso alla perversa coalizione tra politici in cerca di un quarto d’ora di notorietà e di consenso e quelli che una volta si chiamavano “corposi interessi economici”, una – forse minore per molti, ma non per me che ci vivo per scelta – riguardava il progetto di tener all’Eur un Gran premio di Formula 1 su un percorso cittadino.

Sembra che per il momento abbiamo scampato questa follia, a giudicare da questo articolo comparso sull’edizione romana di la Repubblica, e che io riprendo dall’interessante sito (Eddyburg) dell’urbanista Edoardo Salzano. Grazie a Lolo che me l’ha segnalato.

Roma-Eur. “Una vittoria di tutti i cittadini contro le colate di cemento

Data di pubblicazione: 29.01.2010

Autore: Bucci, Carlo Alberto
Quando i cittadini fanno opposizione sul serio, e una istituzione raccoglie la protesta, cambiare si può. La Repubblica, ed. Roma, 29 gennaio 2009

Il fatto

Le gincane del progettato Gran premio di Formula 1 di Roma, che si dovrebbe snodare tra i parchi dell´Eur, dovranno cambiare forse tracciato. E anche la sequenza di edifici pensati lungo il decantato “Boulevard delle Tre Fontane” comincia a vacillare. Per non parlare delle feste notturne che ogni estate romana riempiono i giardini intorno alla Cristoforo Colombo. Sul verde del quartiere iniziato per l´Esposizione universale del 1942, e portato a termine negli anni Cinquanta, è stato infatti appena apposto il vincolo del ministero dei Beni culturali.

Dopo lo strumento di tutela deciso sull´Agro romano, un altro tassello nella difesa statale del paesaggio della Capitale. Con il risultato che d´ora in poi Comune ed Eur spa prima di decidere se e come intervenire sui giardini progettati dall´architetto Raffaele De Vico, dovranno chiedere e coordinarsi con la Soprintendenza statale guidata da Federica Galloni.

È stata infatti istruita dalla soprintendente la pratica del decreto, firmato dal direttore regionale Mario Lolli Ghetti, che stabilisce: «Il complesso di aree verdi denominato “Parchi dell´E. U. R. sito in Roma» è «di interesse storico artistico». In base al cosiddetto Codice Urbani (2004) il parco è «conseguentemente sottoposto a tutte le disposizioni di tutela».
Il procedimento risale al 18 marzo 2009. E già allora le “clausole di salvaguardia” proteggevano con il vincolo il Parco del Turismo e quello del Ninfeo, quello delle Cascate, tutto il verde intorno al Laghetto e il suo invaso, il Giardino degli Ulivi e quello delle Cascate, il Teatro all´aperto, fino al Bosco degli eucalipti, «piantato nell´Ottocento – si legge nelle nove pagine della relazione che accompagna il dossier fatto di foto, piante, documenti d´epoca – dai frati trappisti dell´abbazia delle Tre Fontane allo scopo di aver e a disposizione la materia prima per i loro prodotti farmaceutici». Queste sono le architetture verdi, del più giovane e fino al 2009 ancora non vincolato, parco della Città Eterna. Parco che il decreto ministeriale emanato il 16 dicembre (le notifiche sono partite il 12 gennaio) finalmente protegge.

Tra gli allegati al vincolo, c´è anche la mappa (degli anni Quaranta) con l´esatta dislocazione delle 44 specie arboree previste nei “Parchi del Ninfeo e del Turismo”. Dal «Pinus» al «Cedrus Atl. Glauca», passando per quello del Libano e per l´acanto, la robinia, i cipressi, le querce, il «myrtus communis». Anche la disposizione dei fusti è segnata nel progetto dell´epoca. E, in attesa di un restauro ambientale, ci si chiede come questa zona possa sopportare i box, le gradinate, le protezioni per i piloti lungo la pista, indispensabili per una corsa di Formula 1.

Anche le manifestazioni organizzate lungo i tre mesi estivi – fino a cinque contemporaneamente, e che a causa dell´eccessivo rumore hanno prodotto almeno una novantina di esposti da parte degli abitanti, in particolare degli inquilini di via di Val Fiorita – dovranno passare ora al vaglio della Soprintendenza. I palchi, i bar, le passerelle e le cancellate, dovranno – se autorizzati – rispettare il decoro e la salvaguardia di quei giardini e di quegli alberi che all´Eur sono riconosciuti ora «di valore artistico». E tutelati come il Colosseo quadrato, il palazzo dei Congressi o i mosaici futuristi di Prampolini e Depero.

I commenti

Non sta nella pelle Matilde Spadaro, 37 anni, piccola e combattiva, un cuore rosso-verde che batte per il quartiere del XII Municipio del quale è consigliere d´opposizione. «Siamo felici per il vincolo sul verde dell´Eur, ma il merito è tutto del ministero che ha dotato il nostro quartiere di un formidabile strumento di tutela». Più compassata la sua compagna di battaglie, Cristina Lattanzi, 61 anni, un passato da imprenditrice tessile e un presente da vicepresidente del combattivo manipolo di cittadini del comitato («apolitico», ci tiene a sottolineare) “Salute e ambiente Eur”: «È una vittoria di tutti i cittadini, non una guerra contro qualcuno. Del vincolo goderanno tutti, nessuno escluso». Intorno a loro si è mossa una galassia che va dal Consiglio di Quartiere Eur all´Associazione Colle della Strega, dal Comitato di Quartiere Torrino Decima a Cecchignola vivibile, a Viviamo Vitinia. E da questo movimento è nata la richiesta di vincolo.

Matilde Spadaro, come iniziò la vostra battaglia?
«Quando nel 2006 ci rendemmo conto che sui parchi dell´Eur pesava la minaccia di edificazioni stabili per un totale di 18mila metri cubi di cemento».

Non si trattava solo di “gazebo”?
«In realtà si trattava di strutture di ristorazione previste lungo via di Tre Fontane e del tutto incompatibili con l´architettura verde prevista da De Vico nel parco del Ninfeo e del Turismo. La delibera comunale del 2008, la 72, ci diede però torto. E arrivò il permesso a costruire 12mila metri quadri lungo il Boulevard. Ma nel frattempo, insieme con Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, chiedemmo allo Stato di porre il vincolo sul verde dell´Eur. E, ora che è arrivato, esultiamo perché è confermato il valore storico artistico dei nostri parchi. E perché viene ribadito il ruolo di protagonista della Soprintendenza nella tutela».

Ma perché una gara di automobilismo è incompatibile con i parchi dell´Eur, non sono previste nuove strade, vero Cristina Lattanzi?
«Sembrerebbe di no. Ma i problemi sono due. Primo, c´è la questione dell´inquinamento atmosferico e acustico che un Gran Premio porta con sé. E secondo, soprattutto, c´è l´impatto che le strutture di contorno della gara avranno certamente ai bordi del tracciato. Infine, vorrei segnalare che il sottopasso sotto la Colombo è indispensabile per la gara ma non ha nessun senso per la viabilità quotidiana: lì sotto, a via delle Tre Fontane, non si creano mai ingorghi».

Eppure a Monza la Formula 1 attraversa il parco, perché a Roma no?
«A settembre siamo andate con Matilde a prendere visione del circuito. Eravamo ospiti degli “Amici dell´autodromo”. Ma lì, per l´appunto, si tratta di un autodromo vero. A Roma, invece, sarebbe un circuito cittadino. E non è pensabile che le piante, gli alberi e i prati del parco del Turismo, del Ninfeo o degli Eucalipti, non verrebbero toccati qualora si dovessero inserire le vie di fuga per le auto di soccorso, i box per i team, le recinzioni per la tutela dell´incolumità dei piloti e del pubblico. Le gradinate per la folla, poi, andrebbero messe lungo le strade. Ma sono le strade di un parco tutelato, ora».

Che rapporto c´è tra i 9-10mila abitanti dell´Eur e questi giardini di mezzo secolo fa?
«La gente dell´Eur è molto affezionata al verde tra i grandi viali e i magnifici palazzi dell´E42. E il vincolo, lo ripeto, è una vittoria di tutti».

Nell’immagine qui sotto potete vedere il progetto di percorso.

Per chi non conosce l’Eur, il percorso passa ai bordi e all’interno di due parchi urbani (immagino sarebbe necessario allargare le strade esistenti, realizzare vie di fuga, servizi, tribune, box …). In questo, l’animazione che vi propongo qui sotto e che è stata realizzata dai promotori è un’opera di fantasia, che inculca nella mente degli appassionati di F1 l’idea che il percorso si snodi tra i bianchi palazzi monumentali …

Ode all’ultimo gabinetto – un aggiornamento

Dopo l’uscita del lirico articolo di cui vi ho dato conto ieri, la solerte amministrazione comunale di Mantova ha immediatamente provveduto a chiudere l’impianto per motivi igienici.

Ode all’ultimo gabinetto

Comparso su La Gazzetta di Mantova (quotidiano fondato nel 1664: pas des cacahuettes, come dicono Oltralpe) di ieri, 23 agosto 2009.

È un articolo bellissimo, imperdibile, che dimostra che soltanto in provincia si può fare letteratura anche sui quotidiani (c’erano anche bellissime foto, che però non ho trovato online). E se non fossi un po’ pigro fonderei su Facebook le Stefano Scansani Fan Club.

Ode all’ultimo gabinetto

la Gazzetta di Mantova — 23 agosto 2009   pagina 26 sezione: CULTURA E SPETTACOLI

di Stefano Scansani

Vespasiano. Il primo gabinetto pubblico certificato e soggetto a tassazione risale al I secolo dopo Cristo. L’imperatore Tito Flavio Vespasiano secondo Svetonio gli diede il nome. Ce n’erano anche prima, e chissà quanti, ma non erano sottoposti all’erario. L’ultimo gabinetto pubblico di Mantova ha l’età delle osterie ottocentesche, è stato ristrutturato negli anni Settanta del secolo passato, e l’amministrazione municipale proprietaria giura che ha deciso di rimetterlo in ordine. Azione urgente e sacrosanta se si pensa che i maggiori utenti sono i turisti e gli avventori non indigeni. Un tipo di utilizzatori sensibili come radar, frettolosi ma che vedono, sentono, annusano, lamentano e una volta a casa raccontano. Il microcosmo di porcellana e sciacquoni degli orinatoi determina la qualità dell’accoglienza di una città: lustri, profumati, comodi, luminosi… Il cesso è spesso specchio della realtà. Anche il “bisogno” – che ha connotati e inneschi fortemente psicologici – pretende coccole e bolle di sapone. I gabinetti pubblici di via Goito, in pieno centro – serrati nello stabile d’una bellezza decadente sullo slargo della strada – non vanno annoverati tra i luoghi esemplari. Non possono appartenere al modello di toilette moderna, e quindi non stiamo a scrivere che il Comune doveva intervenire prima. Che deve intervenire subito. Che con questo apparato di cessi è come se la città Unesco si mostrasse nuda, sfatta e inattesa. Scandalo.  Siamo piuttosto convinti che gli ultimi gabinetti pubblici di Mantova vadano documentati per la loro travolgente unicità. Cercate una porzione di cortile napoletano atterrato a cento metri dal Palazzo della Ragione? Inseguite l’intruglio fantasmagorico dei santini, dei lumini, dei sommi pontefici e dei calendari di Frate Indovino? Volete sperimentare emozioni sensoriali forti che la memoria fionda verso la medina di Marrakech o il bazar di Istanbul? Fate pipì in via Goito.  Il fatto costituzionale che questi servizi sono “pubblici” non certifica solamente la loro appartenenza al patrimonio del Comune. Essi sono innanzi tutto una questione sociale. «Gli ambulanti del mercato del giovedì mattina vengono qui per capire se c’è movimento. Se faranno affari. Se vedono ressa dicono “alóra andéma bén!”». La signora Roberta Altomani è molto orgogliosa del suo lavoro. Concessionaria dei gabinetti di via Goito. Sessantatré anni, dal 1977 custode del servizio e ancor prima di quello di piazza Teofilo Folengo, in fianco al teatro Sociale, di cui era responsabile il padre Pietro, ex vigile urbano sotto il sindaco Giuseppe Rea. Una professione tramandata e parecchio rispettata. La signora Roberta chiama “clienti” gli utenti con un’intonazione da esercente che ha a cuore la fedeltà di chi arriva e ritorna. Ci indica i cartelli che ha appiccicato sulla porta a vetri. Uno piccolo e un altro più grande, con la stessa scritta, “Toilette” e “Toilette”. Due volte? Spiega che il primo non si vedeva e ha deciso di aggiungere il secondo più evidente. Due figurine stilisticamente avverse, da una parte e dell’altra: donne e uomini. Una volta c’era un’insegna in maiolica che qualche collezionista s’è portato via. La signora parla, muove la mano, restiamo colpiti dal braccialetto doppio punteggiato da immagini di Padre Pio, Sacri Cuori, Madonne Immacolate. Lei s’accorge della nostra attenzione: «Loro mi vogliono bene, mi mantengono in salute. E io ricambio». Stesso braccialetto porta la mamma, la signora Filomena Bellè, che compirà novant’anni l’11 settembre ed è costretta su una sedia a rotelle.  Insieme popolano la piazzetta che con il volto-sottopasso è un cannocchiale aperto sulla Rotonda di San Lorenzo e le colonne del portico della Ragione, che da qui sembrano birilli bianchi e rosa. Stranissima piazzetta, senza nome, altro mondo spanciato e introverso rispetto alla Mantova più o meno antica che si sperde nei vicoli della seconda cerchia. Che cos’è, un campiello veneziano, un basso napoletano, un luogo dell’anima mantovano (caro a Guido Piovene)? Ma come si chiama questa piazzetta? «È sempre via Goito», proclama la signora Roberta mentre porta in qua la sua sedia e la mamma. È strano che il Comune non abbia immaginato per questo ritaglio di città un nome proprio e azzeccato. Tipo William Shakesperare, che con la vista dei palazzi comunali in fondo al tunnel sarebbe all right. Ma ci sono i gabinetti e il posto è tabù. Eppure la concessionaria non teme di coronare il suo lavoro ammettendo che lì sono corsi anche «di siorón», dei gran signori definiti più coloristicamente anche «cagnón gròss». La signora Roberta ricorda il vertice della Confindustria alla Ragione, e poi le apparizioni in loco di Giovanni Nuvoletti e Chiara Agnelli. Andò così: «Io sono il conte Giovanni Nuvoletti Perdomini, pago anche per la mia signora Chiara Agnelli». Replica: «Va bén. E io sono Altomani Roberta». Lei conclude che i «siorón» sono più affabili dei poveretti.  Incidenti o piccoli drammi nei camerini? La concessionaria sorride, cerca nella memoria. Fa trapelare un solo episodio con piega comica. Nel 1977 un “cliente” restò chiuso in un gabinetto. Intervennero i pompieri. E furono cambiate le serrature.  Il cartello applicato all’ingresso non dichiara le fasce di apertura dei servizi. Ma quelle di chiusura. Cosa stranissima. Induce chi ha urgenze a fare i conti su quando potrà tornare (se ce la farà): martedì, mercoledì, venerdì 12-14.30 – giovedì, sabato, domenica 12.30-14.30, turno di riposo lunedì.  Chiediamo di entrare. Piastrellatura blasé, struttura inaspettata. C’è una sorta di atrio con gli orinatoi maschili di qua e di là. Sul fondo un esagono con le porte che nascondono le turche. Acqua che scorre, sentori tipici. L’anomalia che disorienta è però la sarabanda di cose aggrappate alle pareti, stipate sulle mensole. Dal vischio natalizio ai poster della Juve e del Mantova, dai ferri di cavallo ai lumini con la faccia di papa Giovanni. Di là il santino di papa Ratzinger e quello di Madre Teresa di Calcutta, carte da briscola, pupazzi di cera, fiori di plastica, Madonne intercedenti, pupazzi di paglia sorridenti, Frate Indovino. «Quando vengono i preti o le suore non fanno altro che lodarmi», dice la signora Roberta.  Ma qual è l’invenzione che oggi mette a rischio e pericolo la sua attività? Quale nuova diavoleria? «I wc autopulenti, quelli a gettone. I miei clienti mi hanno giurato che non ci andranno mai. E anch’io non ci sono mai andata». Guai cedere alla concorrenza.

Ordinanza creativa [2] – Via dei matti, n. 0

Riceviamo e volentieri ripubblichiamo…

laRepubblica.it 24ore

Tolentino (Macerata), 14:57

TOLENTINO: NASCE VIA PER SENZA TETTO E FISSA DIMORA

Il comune di Tolentino ha deciso di chiamare “un’area di circolazione territorialmente non esistente”, come via “senza fissa dimora”, nella quale verranno censiti come residenti tutti i senza tetto. La decisione si deve al rinnovamento del nome delle vecchie strade e piazze comunali ed alle novità’ in fatto di organizzazione dell’anagrafe della popolazione residente: in analogia a quanto accade in occasione del censimento, con l’istituzione in ogni comune di una sezione speciale “non territoriale” nella quale vengono indicati e censiti come residenti tutti i “senza tetto”, il comune ha istituito una via, territorialmente non esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’ufficiale di anagrafe. In questa via verranno iscritti con numero progressivo dispari sia i “senza tetto” risultanti al censimento, sia i “senza fissa dimora” che eleggono domicilio a Tolentino, ma che in realtà’ non hanno un vero e proprio recapito nel comune stesso.
(11 febbraio 2009)

Burocrazia scatenata…

Sbatti il pavone in prima pagina

In rivolta i vicini delle suore – I loro pavoni rovinano gli orti

MANTOVA. Vicini di casa insofferenti per il fischio spaccatimpani di tre pavoni che le suore del convento di Dosso del Corso hanno ospitato nel giardino. Di più: lamentano danni agli orti e sporcizia sui balconi perché i pennuti saltano la recinzione per far razzia d’uva e di insalata. Pressate dalle proteste, le religiose ieri hanno dovuto darli via.
A PAGINA 11

Corriamo subito a pagina 11 …

I vicini in rivolta per i tre pavoni delle suore

Nervi a fior di pelle. La sveglia è scattata prima dell’alba, una tromba spaccatimpani pure stonata che un fischio dopo l’altro, chiamata e risposta, non si è ancora azzittita. Anzi, con la sera ha ripreso vigore. E l’insofferenza di chi abita da queste parti, nelle villette tra via Cantoni, via Siliprandi e via Zaccaria Carpi, a Borgochiesanuova, è tornata a montare, gonfiata dalla scoperta dei danni all’insalata in giardino e dei chicchi d’uva beccati nel piccolo vigneto che uno di loro coltiva dietro casa. Esplosa in un ‘se lo becco gli tiro il collo’, a metà tra sfogo e maledizione, e tradotta con parole diverse in una richiesta di intervento ai vigili e in una telefonata di protesta in convento. Alle suore: sono loro ad ospitare i tre pavoni molesti.  Il convento, come lo chiamano i vicini, è la casa di riposo delle Ancelle della Carità, un palazzone con giardino e orto tra Dosso del Corso e la schiera di case addossate a strada Chiesanuova. Tutto intorno, un muro alto due metri e sormontato da brandelli di filo spinato. Che non basta. Un balzo e un frullare d’ali e i pavoni sono fuori; un volo monco e atterrano su un balcone e da lì arrivano fin sul tetto. Curiosi come scimmie. «L’altra sera ero affacciato alla finestra per fumare una sigaretta – racconta divertito un uomo che vive in via Siliprandi – che mi sono ritrovato un becco tra capo e collo». Il pavone era appollaiato sulle tegole e lo scrutava.  Il vicino di casa è meno tollerrante. «Hanno bersagliato fiori, frutta e verdura. Per gli orti è una vera disgrazia». Le donne, a cui tocca pulire, sono inviperite perché i tre starnazzatori non portano certo i pannolini. «Spargono e spandono». E fischiano come ossessi. «Almeno avessero una bella voce. Macché, sembrano delle oche che hanno ingoiato un megafono». La prima volta che li ha sentiti, uno degli abitanti della zona ha pensato ad una disgrazia. «Parevano le urla di un uomo strozzato. Ho avuto i brividi».  Non cercateli, oggi, i pennuti. Ieri mattina le suore li hanno dati via. «Per chiudere le polemiche abbiamo deciso di restituirli al proprietario», racconta la madre superiora. Effetto delle proteste dei vicini, che si sono fatti sentire anche con le religiose, e della visita di una vigilessa chiamata a sbrogliare la situazione. «Si sono lamentati dei danni ai grappoli d’uva – continua la madre superiora – Ma anche i nostri alberi da frutto sono bersagliati dagli uccelli. Che ci si può fare?». Per esempio chiudere i pavoni in una voliera, le ha mandato a dire qualcuno.  La terra dietro al convento è ben coltivata, ma mai, prima, le religiose avevano tenuto animali da cortile. «Abbiamo preso i tre pavoni soltanto per fare un grosso favore ad una persona che conosciamo bene: aveva difficoltà a tenerli, ci ha chiesto di dargli una mano e l’abbiamo fatto ben volentieri. Ma di fronte alle proteste lo abbiamo dovuto richiamare, perché non vogliamo alimentare polemiche». Nelle sue parole c’è rammarico. «Peccato. Per le nostre sorelle più anziane erano una gradevole distrazione. Si erano affezionate».

Verso del pavone

Con 2 rammarici: uno perché l’articolo, scritto con fine umorismo e scevro di luoghi comuni, non è firmato e ci toglie il piacere di dare un nome, se non un volto, a questo giornalista di talento; il secondo, perché sull’edizione online manca il dotto trafiletto sulla simbologia del pavone, simbolo di resurrezione come l’araba fenice.