Ode all’ultimo gabinetto – un aggiornamento

Dopo l’uscita del lirico articolo di cui vi ho dato conto ieri, la solerte amministrazione comunale di Mantova ha immediatamente provveduto a chiudere l’impianto per motivi igienici.

Ode all’ultimo gabinetto

Comparso su La Gazzetta di Mantova (quotidiano fondato nel 1664: pas des cacahuettes, come dicono Oltralpe) di ieri, 23 agosto 2009.

È un articolo bellissimo, imperdibile, che dimostra che soltanto in provincia si può fare letteratura anche sui quotidiani (c’erano anche bellissime foto, che però non ho trovato online). E se non fossi un po’ pigro fonderei su Facebook le Stefano Scansani Fan Club.

Ode all’ultimo gabinetto

la Gazzetta di Mantova — 23 agosto 2009   pagina 26 sezione: CULTURA E SPETTACOLI

di Stefano Scansani

Vespasiano. Il primo gabinetto pubblico certificato e soggetto a tassazione risale al I secolo dopo Cristo. L’imperatore Tito Flavio Vespasiano secondo Svetonio gli diede il nome. Ce n’erano anche prima, e chissà quanti, ma non erano sottoposti all’erario. L’ultimo gabinetto pubblico di Mantova ha l’età delle osterie ottocentesche, è stato ristrutturato negli anni Settanta del secolo passato, e l’amministrazione municipale proprietaria giura che ha deciso di rimetterlo in ordine. Azione urgente e sacrosanta se si pensa che i maggiori utenti sono i turisti e gli avventori non indigeni. Un tipo di utilizzatori sensibili come radar, frettolosi ma che vedono, sentono, annusano, lamentano e una volta a casa raccontano. Il microcosmo di porcellana e sciacquoni degli orinatoi determina la qualità dell’accoglienza di una città: lustri, profumati, comodi, luminosi… Il cesso è spesso specchio della realtà. Anche il “bisogno” – che ha connotati e inneschi fortemente psicologici – pretende coccole e bolle di sapone. I gabinetti pubblici di via Goito, in pieno centro – serrati nello stabile d’una bellezza decadente sullo slargo della strada – non vanno annoverati tra i luoghi esemplari. Non possono appartenere al modello di toilette moderna, e quindi non stiamo a scrivere che il Comune doveva intervenire prima. Che deve intervenire subito. Che con questo apparato di cessi è come se la città Unesco si mostrasse nuda, sfatta e inattesa. Scandalo.  Siamo piuttosto convinti che gli ultimi gabinetti pubblici di Mantova vadano documentati per la loro travolgente unicità. Cercate una porzione di cortile napoletano atterrato a cento metri dal Palazzo della Ragione? Inseguite l’intruglio fantasmagorico dei santini, dei lumini, dei sommi pontefici e dei calendari di Frate Indovino? Volete sperimentare emozioni sensoriali forti che la memoria fionda verso la medina di Marrakech o il bazar di Istanbul? Fate pipì in via Goito.  Il fatto costituzionale che questi servizi sono “pubblici” non certifica solamente la loro appartenenza al patrimonio del Comune. Essi sono innanzi tutto una questione sociale. «Gli ambulanti del mercato del giovedì mattina vengono qui per capire se c’è movimento. Se faranno affari. Se vedono ressa dicono “alóra andéma bén!”». La signora Roberta Altomani è molto orgogliosa del suo lavoro. Concessionaria dei gabinetti di via Goito. Sessantatré anni, dal 1977 custode del servizio e ancor prima di quello di piazza Teofilo Folengo, in fianco al teatro Sociale, di cui era responsabile il padre Pietro, ex vigile urbano sotto il sindaco Giuseppe Rea. Una professione tramandata e parecchio rispettata. La signora Roberta chiama “clienti” gli utenti con un’intonazione da esercente che ha a cuore la fedeltà di chi arriva e ritorna. Ci indica i cartelli che ha appiccicato sulla porta a vetri. Uno piccolo e un altro più grande, con la stessa scritta, “Toilette” e “Toilette”. Due volte? Spiega che il primo non si vedeva e ha deciso di aggiungere il secondo più evidente. Due figurine stilisticamente avverse, da una parte e dell’altra: donne e uomini. Una volta c’era un’insegna in maiolica che qualche collezionista s’è portato via. La signora parla, muove la mano, restiamo colpiti dal braccialetto doppio punteggiato da immagini di Padre Pio, Sacri Cuori, Madonne Immacolate. Lei s’accorge della nostra attenzione: «Loro mi vogliono bene, mi mantengono in salute. E io ricambio». Stesso braccialetto porta la mamma, la signora Filomena Bellè, che compirà novant’anni l’11 settembre ed è costretta su una sedia a rotelle.  Insieme popolano la piazzetta che con il volto-sottopasso è un cannocchiale aperto sulla Rotonda di San Lorenzo e le colonne del portico della Ragione, che da qui sembrano birilli bianchi e rosa. Stranissima piazzetta, senza nome, altro mondo spanciato e introverso rispetto alla Mantova più o meno antica che si sperde nei vicoli della seconda cerchia. Che cos’è, un campiello veneziano, un basso napoletano, un luogo dell’anima mantovano (caro a Guido Piovene)? Ma come si chiama questa piazzetta? «È sempre via Goito», proclama la signora Roberta mentre porta in qua la sua sedia e la mamma. È strano che il Comune non abbia immaginato per questo ritaglio di città un nome proprio e azzeccato. Tipo William Shakesperare, che con la vista dei palazzi comunali in fondo al tunnel sarebbe all right. Ma ci sono i gabinetti e il posto è tabù. Eppure la concessionaria non teme di coronare il suo lavoro ammettendo che lì sono corsi anche «di siorón», dei gran signori definiti più coloristicamente anche «cagnón gròss». La signora Roberta ricorda il vertice della Confindustria alla Ragione, e poi le apparizioni in loco di Giovanni Nuvoletti e Chiara Agnelli. Andò così: «Io sono il conte Giovanni Nuvoletti Perdomini, pago anche per la mia signora Chiara Agnelli». Replica: «Va bén. E io sono Altomani Roberta». Lei conclude che i «siorón» sono più affabili dei poveretti.  Incidenti o piccoli drammi nei camerini? La concessionaria sorride, cerca nella memoria. Fa trapelare un solo episodio con piega comica. Nel 1977 un “cliente” restò chiuso in un gabinetto. Intervennero i pompieri. E furono cambiate le serrature.  Il cartello applicato all’ingresso non dichiara le fasce di apertura dei servizi. Ma quelle di chiusura. Cosa stranissima. Induce chi ha urgenze a fare i conti su quando potrà tornare (se ce la farà): martedì, mercoledì, venerdì 12-14.30 – giovedì, sabato, domenica 12.30-14.30, turno di riposo lunedì.  Chiediamo di entrare. Piastrellatura blasé, struttura inaspettata. C’è una sorta di atrio con gli orinatoi maschili di qua e di là. Sul fondo un esagono con le porte che nascondono le turche. Acqua che scorre, sentori tipici. L’anomalia che disorienta è però la sarabanda di cose aggrappate alle pareti, stipate sulle mensole. Dal vischio natalizio ai poster della Juve e del Mantova, dai ferri di cavallo ai lumini con la faccia di papa Giovanni. Di là il santino di papa Ratzinger e quello di Madre Teresa di Calcutta, carte da briscola, pupazzi di cera, fiori di plastica, Madonne intercedenti, pupazzi di paglia sorridenti, Frate Indovino. «Quando vengono i preti o le suore non fanno altro che lodarmi», dice la signora Roberta.  Ma qual è l’invenzione che oggi mette a rischio e pericolo la sua attività? Quale nuova diavoleria? «I wc autopulenti, quelli a gettone. I miei clienti mi hanno giurato che non ci andranno mai. E anch’io non ci sono mai andata». Guai cedere alla concorrenza.

Ordinanza creativa [2] – Via dei matti, n. 0

Riceviamo e volentieri ripubblichiamo…

laRepubblica.it 24ore

Tolentino (Macerata), 14:57

TOLENTINO: NASCE VIA PER SENZA TETTO E FISSA DIMORA

Il comune di Tolentino ha deciso di chiamare “un’area di circolazione territorialmente non esistente”, come via “senza fissa dimora”, nella quale verranno censiti come residenti tutti i senza tetto. La decisione si deve al rinnovamento del nome delle vecchie strade e piazze comunali ed alle novità’ in fatto di organizzazione dell’anagrafe della popolazione residente: in analogia a quanto accade in occasione del censimento, con l’istituzione in ogni comune di una sezione speciale “non territoriale” nella quale vengono indicati e censiti come residenti tutti i “senza tetto”, il comune ha istituito una via, territorialmente non esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’ufficiale di anagrafe. In questa via verranno iscritti con numero progressivo dispari sia i “senza tetto” risultanti al censimento, sia i “senza fissa dimora” che eleggono domicilio a Tolentino, ma che in realtà’ non hanno un vero e proprio recapito nel comune stesso.
(11 febbraio 2009)

Burocrazia scatenata…

Sbatti il pavone in prima pagina

In rivolta i vicini delle suore – I loro pavoni rovinano gli orti

MANTOVA. Vicini di casa insofferenti per il fischio spaccatimpani di tre pavoni che le suore del convento di Dosso del Corso hanno ospitato nel giardino. Di più: lamentano danni agli orti e sporcizia sui balconi perché i pennuti saltano la recinzione per far razzia d’uva e di insalata. Pressate dalle proteste, le religiose ieri hanno dovuto darli via.
A PAGINA 11

Corriamo subito a pagina 11 …

I vicini in rivolta per i tre pavoni delle suore

Nervi a fior di pelle. La sveglia è scattata prima dell’alba, una tromba spaccatimpani pure stonata che un fischio dopo l’altro, chiamata e risposta, non si è ancora azzittita. Anzi, con la sera ha ripreso vigore. E l’insofferenza di chi abita da queste parti, nelle villette tra via Cantoni, via Siliprandi e via Zaccaria Carpi, a Borgochiesanuova, è tornata a montare, gonfiata dalla scoperta dei danni all’insalata in giardino e dei chicchi d’uva beccati nel piccolo vigneto che uno di loro coltiva dietro casa. Esplosa in un ‘se lo becco gli tiro il collo’, a metà tra sfogo e maledizione, e tradotta con parole diverse in una richiesta di intervento ai vigili e in una telefonata di protesta in convento. Alle suore: sono loro ad ospitare i tre pavoni molesti.  Il convento, come lo chiamano i vicini, è la casa di riposo delle Ancelle della Carità, un palazzone con giardino e orto tra Dosso del Corso e la schiera di case addossate a strada Chiesanuova. Tutto intorno, un muro alto due metri e sormontato da brandelli di filo spinato. Che non basta. Un balzo e un frullare d’ali e i pavoni sono fuori; un volo monco e atterrano su un balcone e da lì arrivano fin sul tetto. Curiosi come scimmie. «L’altra sera ero affacciato alla finestra per fumare una sigaretta – racconta divertito un uomo che vive in via Siliprandi – che mi sono ritrovato un becco tra capo e collo». Il pavone era appollaiato sulle tegole e lo scrutava.  Il vicino di casa è meno tollerrante. «Hanno bersagliato fiori, frutta e verdura. Per gli orti è una vera disgrazia». Le donne, a cui tocca pulire, sono inviperite perché i tre starnazzatori non portano certo i pannolini. «Spargono e spandono». E fischiano come ossessi. «Almeno avessero una bella voce. Macché, sembrano delle oche che hanno ingoiato un megafono». La prima volta che li ha sentiti, uno degli abitanti della zona ha pensato ad una disgrazia. «Parevano le urla di un uomo strozzato. Ho avuto i brividi».  Non cercateli, oggi, i pennuti. Ieri mattina le suore li hanno dati via. «Per chiudere le polemiche abbiamo deciso di restituirli al proprietario», racconta la madre superiora. Effetto delle proteste dei vicini, che si sono fatti sentire anche con le religiose, e della visita di una vigilessa chiamata a sbrogliare la situazione. «Si sono lamentati dei danni ai grappoli d’uva – continua la madre superiora – Ma anche i nostri alberi da frutto sono bersagliati dagli uccelli. Che ci si può fare?». Per esempio chiudere i pavoni in una voliera, le ha mandato a dire qualcuno.  La terra dietro al convento è ben coltivata, ma mai, prima, le religiose avevano tenuto animali da cortile. «Abbiamo preso i tre pavoni soltanto per fare un grosso favore ad una persona che conosciamo bene: aveva difficoltà a tenerli, ci ha chiesto di dargli una mano e l’abbiamo fatto ben volentieri. Ma di fronte alle proteste lo abbiamo dovuto richiamare, perché non vogliamo alimentare polemiche». Nelle sue parole c’è rammarico. «Peccato. Per le nostre sorelle più anziane erano una gradevole distrazione. Si erano affezionate».

Verso del pavone

Con 2 rammarici: uno perché l’articolo, scritto con fine umorismo e scevro di luoghi comuni, non è firmato e ci toglie il piacere di dare un nome, se non un volto, a questo giornalista di talento; il secondo, perché sull’edizione online manca il dotto trafiletto sulla simbologia del pavone, simbolo di resurrezione come l’araba fenice.

Segni dei tempi: Fly & Pray

Come farne senza? Quest’anno si ripete, il 1° ottobre.

A Lourdes in giornata. E Caporello ringrazia la sua grande parrocchia

Fly & Pray. Cioè volare e pregare. È la nuova forma di pellegrinaggio che l’altro giorno quattrocento pellegrini hanno sperimentato per la prima volta. Meta: il santuario mariano di Lourdes, tradizionalmente raggiunto in treno (con i malati) e in pullman con percorsi lunghi e periodi altrettanto estesi. L’Ufficio Pellegrinaggi della diocesi ha provato l’andata e il ritorno in aereo e in giornata, dagli aeroporti di Villafranca e di Bergamo.  L’impresa è riuscita da un punto di vista organizzativo e logistico (artefici il direttore amministrativo Francesco Portioli con Gianfranco Rizzato e Nicola Comparini), per la vasta adesione, ma anche perché è stata un’occasione coincidente per festeggiare Egidio Caporello. L’amministratore apostolico della diocesi di Mantova, infatti, mercoledì scorso ha compiuto i venticinque anni di episcopato e poco prima (il 7 settembre) i ventuno di ministero nella nostra città. Anche le autorità religiose di Lourdes gli hanno riconosciuto stima ed affetto, tanto da avergli proposto di presiedere celebrazioni eucaristiche alla Grotta delle apparizioni (delle quali, nel 2008, il 150º anniversario) e di guidare una straordinaria processione con il sacramento, che si è conclusa nell’immensa chiesa sotterranea, seguita da migliaia di fedeli di tutto il mondo.  Ad accompagnere i gruppi mantovani c’erano i monsignori Sergio Denti e Gian Giacomo Sarzi Sartori (vicario generale), il segretario e cerimoniere vescovile Maurizio Luzzara, i parroci Dino Mezzani di Cavriana, Ceo Dal Borgo di Castelbelforte, Marco Bighi di Quingentole, Enrico Castiglioni di Campitello, Alfredo Bruneri di Pieve di Coriano, Marco Cerutti di Pegognaga.  I quasi 400 pellegrini mantovani hanno percorso la Via Crucis e assistito alla messa solenne nella basilica superiore, visitato i luoghi di Bernardetta Soubirous, preso parte alla processione eucaristica e pregato davanti alla Grotta. Caporello ha voluto salutare e ringraziare tutti, ricordando il suo successore Roberto Busti, e chiedendo al gruppo di intonare il canto “Dio ti salvi o Maria”, che è di antica origine mantovana.

Il gibbone dalle mani bianche

Castiglione: era senza autorizzazione – Prelevata la scimmia che aveva in casa

la Gazzetta di Mantova – 20 agosto 2008   pagina 15

CASTIGLIONE. Ha tenuto per una quindicina d’anni, nella sua casa di Castiglione delle Stiviere una scimmia definita Gibbone dalle mani bianche, custodita in una apposita gabbia, ma non poteva. La donna era sprovvista dell’apposita autorizzazione prefettizia. Ieri ha quindi dovuto separarsi dall’animale, col quale nel tempo l’aveva curato e cresciuto instaurando un rapporto di amicizia.  A prelevarlo sono stati gli uomini di un’apposita sezione del Corpo Forestale di Roma, probabilmente a seguito di una soffiata, proprio perché la proprietaria era sprovvista di quell’autorizzazione che rappresentava l’elemento essenziale per poter proseguire il rapporto con quell’animale che – secondo il suo racconto – aveva trovato quand’era ancora cucciolo, abbandonato sulla strada a Desenzano del Garda e che con pazienza e cura – come detto – aveva allevato fino a farlo diventare adulto. Lo stop, insomma, glielo ha imposto la burocrazia.  Ieri – come sottolineato – ha dovuto forzatamente separarsi da lui per l’intervento del Corpo forestale. Anche perché si tratta di una specie protetta. Gli uomini della Forestale capitolina trasferiranno il Gibbone in una apposita struttura protetta in Piemonte, probabilmente a Novara.

È un articolo meraviglioso. Mi ha fatto ridere fino alle lacrime. Intanto è scritto in una lingua assolutamente incongrua, che non riesce a scegliere un suo registro. Dovrebbero usarlo nei corsi di scrittura come esempio negativo. Parte con un tono oggettivo, in cui si mescolano scientifico (“una scimmia definita Gibbone dalle mani bianche”) e burocratico (“apposita gabbia”), e poi piomba nello stesso periodo nel colloquiale (“ma non poteva”). Ritorno al burocratico (“apposita autorizzazione prefettizia”: che aggettivo magico “apposito”, quanti buchi sa tappare – ma che cosa vuol dire poi?): ma intanto apprendiamo, tutti noi che vorremmo tenere un gibbone in casa, che serve un’autorizzazione prefettizia (ignorantia legis non excusat).

Poi una frase che ho dovuto rileggere 3 volte, perché non potevo credere che il quotidiano più antico d’Italia (quotidiano d’informazione fondato nel 1664, dichiara orgogliosa la testata) potesse pubblicare una frase come questa: “Ieri ha quindi dovuto separarsi dall’animale, col quale nel tempo l’aveva curato e cresciuto instaurando un rapporto di amicizia.” Col quale nel tempo l’aveva curato!

E così via, senza ordine, senza logica (“l’autorizzazione […] rappresentava l’elemento essenziale per poter proseguire il rapporto con quell’animale”: me se l’aveva e lo curava da 15 anni, forse l’autorizzazione era richiesta dalle norme ma certo non essenziale!), con qualche altro “apposito”. E per completare il tutto, un’inesattezza, perché il gibbone dalle mani bianche è tutt’altro che protetto, essendo considerato a basso rischio d’estinzione.

Bella bestiola, comunque. Il gibbone dalle mani bianche (Hylonates lar) è alto 70-80 cm e pesa 6-8 kg. Il pelo è grigio nero, ma in certe regioni anche totalmente chiaro; ha una barba bianca a collare, che gl’incornicia tutta la faccia e la fronte. Le mani e i piedi sono grigio bianchi di sopra e neri di sotto. Le natiche rosso-fiamma sono circondate da peli bianchi.è diurno e arboreo. Particolarmente agile e grazioso, è capace di superare d’un balzo 14 metri, da un albero all’altro. Ma tanto la signora lo teneva in gabbia, poveretto!

Il dibattito sulla sorte del gibbone è durato soltanto un altro giorno, poi non se ne è saputo più nulla.

Scimmia in casa – A chi rivolgersi?

In merito al Gibbone sequestrato alla signora di Castiglione, togliere dopo 15 anni di convivenza pacifica una bestiola a chi l’ha trattata con amore e correttezza, è una vera e propria cattiveria.  Come si troverà ora la scimmietta in uno zoo, visto che ha vissuto solo con esseri umani? E come starà la signora alla quale hanno tolto un affetto?  Chi ha denunciato la signora non si è reso conto del male che ha fatto a due essere viventi? Dicono che il gibbone dalle mani bianche sia potenzialmente pericoloso: «potenzialmente» non vuol dire che lo sia.  Tutti gli animali sono potenzialmente pericolosi se li si disturba, se li trattiamo male, ma tutti sono potenzialmente docili se li trattiamo con amore e affetto e non facciamo nulla che li possa irritare.  D’accordo sul fatto che ogni animale e/o essere vivente debba restare nel suo habitat, e chi ha sottratto la bestiola alla signora dovrà rendersi conto che l’unico sbaglio che 15 anni fa la signora ha fatto, è stato di non avvisare chi di dovere affinché l’animale venisse messo subito in uno zoo (nessuno mai si prenderebbe l’onere di rimandarla nella sua terra d’origine).  Rilevo che non è facile segnalare ad enti o associazioni che si è trovato un animale e se si chiede al Comune di Mantova o ai vigili a chi potersi rivolgere questi non sanno che cosa dirti. Le uniche strutture che mi hanno risposto e indicato a chi rivolgermi sono i vigili del fuoco e i carabinieri, grazie a loro ho memorizzato i numeri delle associazioni a cui fare riferimento in caso di necessità. Giordana Prati

Ordinanza creativa (1) – Comma 22

Nel comune di Torre de’ Negri, in provincia di Pavia (365 abitanti), un ordinanza del sindaco Sergio Peveri vieta ai girovaghi di sostare sull’intero territorio comunale.

Premesso che non sono riuscito a verificare la segnalazione alla fonte, due considerazioni:

  1. nonostante il nome, penso che gli abitanti xenofobi del ridente paesello siano di rude razza padana, e non negri come suggerirebbe il toponimo…
  2. i girovaghi, appena sostano, smettono di essere girovaghi… e allora come applicare l’ordinanza?

Cronache dalla provincia (1)

Inauguro una nuova rubrichetta. Mi delizio, quando sono in vacanza, della lettura dei quotidiani locali, e voglio rendervi partecipi di questo mio innocuo hobby. Nei quotidiani locali sono ancora più evidenti i vizi della stampa nazionale: l’approssimazione, i luoghi comuni e l’italiano approssimativo – che peraltro caratterizzano anche le testate più titolate.

Non si ferma a un controllo – Scatta la ricerca tra i campi

QUINGENTOLE. Una pattuglia dei carabinieri che transitava per Quingentole, ieri nel primo pomeriggio, si è imbattuta in un extracomunitario, probabilmente nordafricano, che camminava a piedi lungo la provinciale per Quistello, via Nuvolato, all’altezza dell’ex caseificio Moreschi. I militari dell’Arma si sono fermati per un controllo, come di prassi. Ma appena l’uomo ha visto l’auto blu con le sirene avvicinarsi – forse perché clandestino e già espulso, oppure perché aveva compiuto qualche tipo di reato – subito si è messo a correre in direzione della campagna, per raggiungere poi i vicini campi di granoturco. Da quel momento sono scattate le ricerche: i carabinieri si sono lanciati all’inseguimento del fuggitivo, il quale però si è inoltrato tra gli alti steli del mais, facendo subito perdere le sue tracce. In supporto alla prima pattuglia ne sono arrivate altre due, inviate dalla Compagnia di Gonzaga gestita dal capitano Barbaglia, e in aiuto è arrivata pure l’Associazione carabinieri in congedo di San Benedetto, che possiede tre cani da ricerca. I cani sono stati mandati in mezzo ai campi e i carabinieri hanno circondato l’appezzamento. La battuta è andata avanti per un paio d’ore, finché i militari hanno trovato le impronte di scarpe da ginnastica, in uscita dal terreno a granoturco. Segno che il fuggitivo probabilmente era riuscito a scappare e ad allontanarsi dalla zona. Così le ricerche si sono concluse senza esito.

Qualche commento:

  • “un extracomunitario, probabilmente nordafricano”: era nero? i tratti somatici? ma il cronista l’ha visto? chi gliel’ha raccontato?
  • “I militari dell’Arma si sono fermati per un controllo, come di prassi”. Prassi? Credevo agissero sulla base delle leggi, o degli ordini dei loro superiori, o delle “regole d’ingaggio”.
  • “forse perché clandestino e già espulso, oppure perché aveva compiuto qualche tipo di reato”. O forse perché semplicemente tira una brutta aria per gli immigrati in Italia di questi tempi? E infatti scatta la caccia all’uomo, con 3 pattuglie dell’Arma + i carabinieri in congedo (a che titolo?) + 3 cani. Roba da Alabama. Dov’era il Ku Klux Klan?
  • Come nelle migliori barzellette sui carabinieri, nonostante il dispiegamento di uomini mezzi e cani, il nostro “fuggitivo” si è dileguato…