Gli alberghi più zozzi d’Italia

Secondo la classifica di TripAdvisor (basata sui giudizi dei turisti stessi):

  1. Hotel Nizza, Rome, Italy
  2. Hotel Anglo Americano, Rome, Italy
  3. Repubblica Hotel, Rome, Italy
  4. Hotel Club Florence, Florence, Italy
  5. Piccolo Hotel Il Palio, Siena, Italy
  6. Hotel Ascot Florence, Florence, Italy
  7. Blue Paradise Resort, Parghelia, Italy
  8. Casa Olmata, Rome, Italy
  9. Hotel Guelfa, Florence, Italy
  10. Hotel Delle Nazioni, Milan, Italy

Potrebbe diventare un nuovo tipo di turismo-avventura…

Un attacco calunnioso e assolutamente ingiustificato

Dal sito Governo Italiano della Presidenza del consiglio dei ministri.

Argentina, Palazzo Chigi: finto caso, parole rovesciate

Un attacco calunnioso e assolutamente ingiustificato, che provoca indignazione. È questa la reazione di Palazzo Chigi alle polemiche gonfiate su un finto “caso Argentina”. Le parole del Presidente del Consiglio sono state, infatti, completamente stravolte e addirittura rovesciate, quando era chiarissimo che egli stava sottolineando la brutalità dei ‘voli della morte’ messi in opera dalla dittatura argentina di quel tempo.

Chi (ma mi sa che siamo ormai orgogliosa minoranza) pensa di avere ancora il diritto e i mezzi per farsi un’opinione da solo, guardi il filmato.

Come dice Alessandro Robecchi: “Dura solo 13 secondi, ma ci farà vergognare per anni.”

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Libertà d’opinione

Registro molti segnali di insofferenza. Sempre più spesso, chi non condivide un’opinione non si limita a dirlo e a spiegare i motivi o le radici del suo dissenso, ma chiede a gran voce che sia tappata la bocca a chi ha espresso l’opinione non condivisa. Lo fanno gli “opinionisti” dei quotidiani e gli “amici” di Facebook. Io la chiamo censura e non mi piace. E mi tocca persino essere d’accordo con Fabrizio Rondolino (La Stampa del 30 gennaio 2009)!

L’allarmante caso Di Pietro

FABRIZIO RONDOLINO

L’uragano che si è scatenato su Di Pietro induce ad una riflessione sullo stato della libertà nel nostro Paese. Non c’è giornale, gruppo politico, sito Internet o commentatore che non si sia scagliato con furia contro l’ex Pm più famoso d’Italia: e non per controbattere l’opinione sul presunto «silenzio» del Quirinale, ma per negarne la legittimità, la possibilità stessa di esistere. Mezzo Pd ha chiesto di rompere ogni rapporto con l’Italia dei Valori, tutti i senatori della Repubblica sono scattati in piedi per applaudire la loro «convinta solidarietà» a Napolitano, il presidente emerito Scalfaro ha segnalato l’esistenza di un reato. E lo stesso Quirinale, con un comunicato che ha pochi precedenti, ha giudicato «pretestuose» e «offensive» le parole di Di Pietro. Quelle parole sono probabilmente sbagliate, ma non sono né arbitrarie né insultanti: appartengono al dibattito politico. Ci sono molto buoni argomenti e una notevole documentazione per sostenere che il presidente Napolitano sulle questioni della giustizia non è venuto meno al suo ruolo costituzionale di arbitro, e che il suo presunto «silenzio» non è affatto assimilabile a un comportamento mafioso. Le opinioni sollecitano controargomentazioni: non comunicati di solidarietà, ritorsioni politiche o denunce alla magistratura.

Il caso Di Pietro è tanto più allarmante, in quanto non è isolato. Il capitano della Nazionale, Fabio Cannavaro, per aver detto che Gomorra (il film) «non gioverà all’immagine dell’Italia nel mondo, abbiamo già tante etichette negative», è stato accusato di colludere con la camorra, e più d’uno ha chiesto che gli sia tolta la fascia di capitano. Su Facebook, il network sociale più popolare di Internet, è in corso una campagna per cancellare quei gruppi di discussione che si proclamano fan dei mafiosi e, più recentemente, quelli che inneggiano allo stupro di gruppo. Sono opinioni abominevoli, ma sono opinioni. Questo confine non va mai cancellato. Un conto è sostenere cha la Shoah non è mai esistita, e un conto è bruciare una sinagoga. Un conto è chiedere che i rom siano cacciati, e un conto è assaltare i loro campi. È evidente che c’è un nesso fra le parole e le azioni: altrimenti, perché mai dovremmo parlare o scrivere? Il concetto stesso di educazione si basa sulla convinzione che le parole producano risultati. Ma spetta singolarmente a ciascuno di noi compiere o meno un’azione, e assumersene la responsabilità. Alle parole si può rispondere soltanto con altre parole.

Se ci pensiamo, l’unica vera libertà che ci appartiene come diritto naturale, e che definisce il nostro orizzonte nel mondo, è la libertà di esprimerci: è cioè la libertà di pensiero, di stampa, di coscienza, di religione, di ricerca scientifica… Tutte le nostre attività, che sia scrivere una canzone o andare in chiesa, votare alle elezioni o comprare un giornale, trovare un rimedio all’Alzheimer o scegliere una compagnia telefonica, hanno a che fare in un modo o nell’altro con la libertà di espressione. Poter dire la nostra, senza costrizioni né vincoli, è dunque il bene più prezioso. Se introduciamo un qualsiasi criterio per giudicare quali opinioni si possono esprimere e quali no, in quello stesso momento deleghiamo ad altri, fosse pure una maggioranza democraticamente eletta, la nostra personale libertà di espressione, che è invece inalienabile perché è soltanto nostra, come la vita. Chi può decidere che cosa è lecito dire e che cosa non lo è? Mentre è evidente che ammazzare un uomo per strada è un reato, è molto meno evidente la linea che separa un fan club dei Soprano da un fan club di Riina: in realtà, se ci pensiamo bene, questa differenza non c’è. Sta alla responsabilità di ciascuno capire che una cosa è un telefilm, una cosa è scrivere corbellerie su un capomafia pluriomicida, e un’altra cosa ancora è sparare.

La libertà di espressione è indivisibile. Tutti dovrebbero poter esprimere liberamente le loro opinioni. Soprattutto le più ributtanti. Mentre infatti la censura nasconde il problema e in questo modo sceglie di non risolverlo, un dibattito libero e aperto non esclude la possibilità di convincere chi non la pensa come noi.

Freccia rossa

Gianni Letta, l’inviato della provvidenza, l’unico uomo che Berlusconi considera migliore di sé, ha detto che il Freccia Rossa, il treno ad alta velocità, è l’alfiere della rinascita italiana. L’ho sentito con le mie ancora sensibili orecchie e visto con i miei occhi (da sempre sub-standard).

Non è vero. E se è vero, non lo è nel senso che intendeva lui. Cioè: se questa è la rinascita italiana, lo è nel senso furbetto e raccogliticcio in cui lo sono stati tutti gli exploit governativi di cui sono stato testimone nella mia vita.

Ma, come sempre, lascio a voi il giudizio.

Il pomeriggio di sabato 13 dicembre 2008 è stata inaugurata la nuova tratta ad alta velocità Milano-Bologna. I giornali l’hanno raccontata così (Ettore Livini su La Repubblica del 14 dicembre – compresa una citazione di Gianni Letta così verificate che non racconto bugie).

Milano-Bologna in 66 minuti il super-treno fa tremare l’ aereo

Repubblica – 14 dicembre 2008 pagina 16 sezione: ECONOMIA
MILANO – L’ Italia da ieri è un po’ più corta. La Frecciarossa, il nuovo super-treno da 300 km./h. delle Ferrovie dello stato, ha effettuato il viaggio inaugurale sulla rotta Milano-Bologna percorrendo i 212 chilometri del viaggio in 66 minuti. Il servizio passeggeri dell’ alta velocità partirà ufficialmente da oggi tagliando di più di mezz’ ora il tragitto tra la Madonnina e il capoluogo emiliano mentre il tempo di percorrenza sulla Milano-Roma (dove opereranno 50 treni al giorno) scenderà da subito a 3 ore e 30 minuti per ridursi a tre ore a dicembre 2009 quando dovrebbe decollare il servizio Tav sull’ intera dorsale da Torino a Salerno. L’ obiettivo delle Fs è di “rubare” clienti alla nuova Alitalia e all’ auto puntando ad arrivare in un paio d’ anni al 60% del traffico tra la capitale e Milano. E se il buongiorno si vede dal mattino l’ obiettivo non è poi troppo ambizioso: dal 21 novembre al 13 dicembre le Fs hanno già venduto 190mila biglietti per la Frecciarossa di cui il 30% di prima classe. Il fatturato “di fascia alta” in questi tre settimane è cresciuto rispetto al 2007 del 61% con 150mila passeggeri già prenotati sulla Milano-Roma. Un viaggio di andata e ritorno su questa tratta costa in seconda classe circa 135 euro mentre per un biglietto della compagnia di bandiera sommato ai taxi per raggiungere il centro delle due città si spendono circa 200 euro in più, senza risparmi significativi sui tempi. Il nuovo servizio super-veloce su rotaia lanciato a febbraio tra Madrid e Barcellona, ad esempio, ha già raggiunto il 41% del mercato malgrado Iberia abbia ridotto a 20 minuti i tempi d’ imbarco sulla stessa rotta. Sul Londra-Parigi invece il 78% dei passeggeri sceglie l’ Eurostar, la cui puntualità (91%) e molto superiore a quella dell’ aereo (68%). «Quello di oggi è un momento importante per le ferrovie e il paese», ha detto Mauro Moretti, ad delle Fs, raggiunto in serata da una telefonata del premier Silvio Berlusconi che si sarebbe complimentato per «la realizzazione di queste opere che sono un importante segnale che fa ben sperare per il futuro dell’ Italia». La nuova Milano-Bologna è stata costruita in otto anni con una spesa di 6,9 miliardi di euro, 32 milioni a chilometro, quasi il triplo di quanto hanno pagato per l’ alta velocità la Spagna (9 milioni a km.) e la Francia (10). «Questo è un giorno felice – ha detto Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio -. Se gli italiani sapranno darsi da fare come Trenitalia, ci sono le premesse per tornare a correre proprio come questo treno». Il servizio sarà aperto alla concorrenza dal 2011 quando decollerà anche il convoglio Italo della Ntv di Luca Cordero di Montezemolo e Diego della Valle alleati alla francese Sncf, i padroni di quel Tgv francese che detiene il record mondiale di velocità su rotaia con una punta di 574 km./h. La Tav tricolore ha messo in servizio finora circa 560 chilometri di rete, molto meno di Francia (1.893), Spagna (1.553) e Germania (1.300). Il progetto era stato lanciato nel 1992 da Lorenzo Necci, all’ epoca numero uno Fs, con l’ obiettivo di concludere i lavori nel 1998 grazie a 10,7 miliardi di investimenti. I tempi, come ovvio, si sono allungati, così come i costi che a lavori conclusi dovrebbero aggirarsi attorno ai 50 miliardi. Contro l’ alta velocità hanno protestato ieri i pendolari lombardi ed emiliani. Questi ultimi hanno scritto una lettera al presidente Giorgio Napolitano lamentando un peggioramento del servizio (meno treni e in qualche caso tempi di percorrenza più lunghi) e un aumento di prezzi. «Non ci dimentichiamo di loro – ha risposto Moretti -. Come impresa abbiamo attivato come unico investimento l’ acquisto di 150 locomotori per il trasporto locale che però è un servizio universale e su tariffe e costi è pianificato dalle Regioni». – ETTORE LIVINI

A leggere l’articolo con attenzione si capisce, ma il tam tam mediatico non ci ha aiutato. I media hanno puntato su un simbolo (il treno rosso, rosso come la Ferrari), ma in realtà è stata inaugurata un’infrastruttura, la linea ferroviaria Milano-Bologna.

  1. Il treno. Il Frecciarossa non è un treno nuovo, ma il vecchio caro ETR500, progettato nel 1983-1985 ed entrato in esercizio nel 1990. La carrozzeria e gli interni (famigerati gli scomodissimi tavolinetti centrali, che impedivano qualunque movimento ai viaggiatori di 2ª classe), così come la livrea, progettata da Pininfarina (l’uomo che si fece cambiare il cognome per somigliare di più al suo marchio, un pioniere!). Alcuni convogli circolano ancora.

    In occasione dell’inaugurazione della tratta ad alta velocità Roma-Napoli (19 dicembre 2005) Giugiaro ha modificato l’arredamento interno degli Etr500 (sostituendo le poltroncine ormai sfondate e i tavolinetti – grazie di cuore) e ne ha cambiato la livrea con una argentea.

    Frecciarossa è semplicemente una nuova livrea. Esterna. All’interno non è stato fatto nessun cambiamento e nessuna manutenzione. I bagni – intelligentemente segregati per sesso (o genere?) – continuano a essere guasti di regola e a costringerti a lunghi passaggi di carrozza. Il 13 dicembre 2008 non è stata nemmeno inaugurata la nuova livrea, che circolava da alcune settimane anche sulla tratta Milano-Napoli.
  2. La linea. La prima linea “moderna” ad alta velocità è la Firenze-Roma: la prima tratta (Roma-Città della Pieve) è stata inaugurata il 24 febbraio 1977 e la linea completa il 26 maggio 1992. Su quella linea, se non sbaglio, gli Etr500 marciano soltanto a 250 km/h. Già nel 1992 un Etr450 (Pendolino della prima generazione) assicurava il collegamento Roma-Milano non-stop in 3h58′.
    Quella che è stata inaugurata il 13 dicembre è la tratta Milano-Bologna (circa 215 km percorribili in 1h5′). Nel 1939, sulla “vecchia” linea, l’Etr212 aveva percorso la tratta in 1h17′.
  3. Il tempo di percorrenza. Il risparmio di tempo – come è facile da capire se avete letto fin qui – è essenzialmente il risultato delle caratteristiche della nuova linea, che può essere percorsa in gran parte a 300 km/h. Il resto sono trucchetti di marketing. Sul tratto Bologna-Firenze si percorre tuttora la vecchia linea “direttissima” inaugurata nel 1934. Poi la Firenze-Roma in poco meno di 1h40′. Si risparmiano 30′ circa tra Milano e Bologna e poi tutto come prima. Fino al 13 dicembre 2008 ci volevano (secondo l’orario) 4h30′ tra Milano e Roma fermando a Bologna e Firenze, ora 3h59′ (il più squallido dei trucchetti, come le cose vendute a 49,99 €!). La non-stop (AVfast) in 3h30′ (prima si chiamava TBiz e ci metteva 4 ore).

Peccato che poi il mio AVfast del 23 dicembre 2008 abbia fatto 135′ (sì, 2 ore e un quarto) di ritardo. Con i bagni guasti, naturalmente.

Rinascita sì, dunque, ma non della tecnologia e dell’operosità italiane, ma dello sfarzo autocelebrativo, del marketing e della furbetteria.

Qui le foto dell’inaugurazione scattate da un blogger.

Credit Crunch – Una favola

L’ha pubblicata Tim Hartford (The Undercover Economist) sul Financial Times del 12 dicembre 2008 ed è tradotta su Internazionale del 19 dicembre.

Once upon a time, there was a blameless girl called Consumerella, who didn’t have enough money to buy all the lovely things she wanted. She went to her Fairy Godmother, who called a man called Rumpelstiltskin who lived on Wall Street and claimed to be able to spin straw into gold. Rumpelstiltskin sent the Fairy Godmother the recipe for this magic spell. It was written in tiny, tiny writing, so she did not read it but hoped the Sorcerers’ Exchange Commission had checked it.

The Fairy Godmother carried away armfuls of glistening straw-derivative at a bargain price. Emboldened by the deal, she lent Consumerella – who had a big party to go to – 125 per cent of the money she needed. Consumerella bought a bling-bedizened gown, a palace and a Mercedes – and spent the rest on champagne. The first payment was due at midnight.

At midnight, Consumerella missed the first payment on her loan. (The result of overindulgence, although some blamed the pronouncements of the Toastmaster, a man called Peston.) Consumerella’s credit rating turned into a pumpkin and Rumpelstiltskin’s spell was broken. He and the Fairy Godmother discovered that their vaults were not full of gold, but ordinary straw.

All seemed lost until Santa Claus and his helpers, men with implausible fairy-tale names such as Darling and Bernanke, began handing out presents. It was only in January that Consumerella’s credit card statement arrived and she discovered that Santa Claus had paid for the gifts by taking out a loan in her name. They all lived miserably ever after. The End.

Abu Ghraib a Genova

Mi sembra opportuno (lo fa anche Giovanni De Mauro su Internazionale di oggi, 21 novembre 2008) riprendere integralmente l’articolo che Barbara Spinelli ha pubblicato su La stampa del 16 novembre 2008. Eccolo.

Abu Ghraib a Genova

di Barbara Spinelli

Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto. All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi. Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni. Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata. Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti. Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto.

Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati. Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia. Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro. Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine. Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati.

Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come – poco dopo – a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto.

Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle». Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo.

I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove. Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni. Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli. Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri. La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi – con Berlusconi – promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). Il suo silenzio sul G8 pesa. Così come pesa lo stupido giubilo della destra. Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova.

Il questore Vincenzo Canterini ha scritto una lettera ai suoi uomini, venerdì, in cui non pare consapevole di questa frana di prestigio e credibilità. Ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova, parla con risentimento, annunciando che lui continuerà a portare il casco, non si sa bene per quale missione. È d’accordo con il proprio vice, Michelangelo Fournier, anch’egli condannato a due anni: alla Diaz avvenne una «macelleria messicana», dice a la Repubblica. Ma i suoi poliziotti non sono colpevoli; sono «martiri civili». La lettera è minacciosa: «Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l’illusione di avere vinto, e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere». Rimettiamoci il casco, incita. Visto che di lettere si parla, vale la pena citare una lettera che fece storia, nel ’68 francese, quando le violenze furono più gravi e lunghe che a Genova. È il messaggio inviato da Maurice Grimaud, prefetto di Parigi, ai propri subordinati. Grimaud ebbe un comportamento decisivo: oggi gli storici concordano sul fatto che senza di lui, il ’68 sarebbe finito in bagno di sangue, generando terroristi di tipo tedesco o italiano. Invece, nulla. Grimaud cercò di capire le dimensioni profonde e mondiali del movimento, invitando i poliziotti, il reticente ministro dell’Interno Fouchet e lo stesso De Gaulle a tenerne conto (intervista di Grimaud a Liaison, giornale della prefettura, 4-08). Capì che insidiati erano l’onore e dunque l’affidabilità delle forze dell’ordine, dei funzionari pubblici, infine dello Stato. Sentendo che nei commissariati serpeggiava odio (c’era stata la guerra d’Algeria) prese la penna, il 29 maggio ’68, e scrisse un messaggio personale a circa 20 mila poliziotti.

È una lettera che andrebbe letta alle forze dell’ordine e nelle università, non solo in Francia. In apertura Grimaud invita a discutere il tema, cruciale ma schivato, dell’eccesso nell’impiego della violenza: «Se non ci spieghiamo molto chiaramente e molto francamente su questo punto, vinceremo forse la battaglia della strada ma perderemo qualcosa di assai più prezioso, cui voi tenete come me: la nostra reputazione». Grimaud non nega che la polizia è ingiustamente umiliata dagli studenti, ma il suo linguaggio e il suo ordine sono inequivocabili: «Colpire un manifestante caduto a terra è colpire se stessi, e apparire in una luce che intacca l’intera funzione poliziesca. Ancor più grave è colpire i manifestanti dopo l’arresto e quando sono condotti nei locali di polizia per essere interrogati. (…) Sia chiaro a tutti e ripetetelo attorno a voi: ogni volta che viene commessa una violenza illegittima contro un manifestante, decine di manifestanti desidereranno vendicarsi. L’escalation è senza limiti». Comunque il prefetto si dichiara corresponsabile, qualsiasi cosa avvenga: «Nell’esercizio delle responsabilità, non mi separerò dalla polizia». L’autocontrollo è un dovere del servitore dello Stato: «Quando date la prova del vostro sangue freddo e del vostro coraggio, coloro che vi stanno davanti saranno obbligati ad ammirarvi anche quando non lo diranno».

Esiste dunque la possibilità di servire lo Stato senza infangarsi. Per la coscienza dei francesi l’esempio Grimaud conta e spiega forse, senza giustificarle, certe reticenze a estradare nostri ex terroristi. Anche in Italia esistono esempi simili, di servizio dello Stato e non della contingenza politica. Il prefetto di Roma Carlo Mosca era uno di questi. Ragionando come Grimaud, egli difese i Rom («Io non prendo le impronte a bambini») e poco dopo il diritto studentesco a manifestare. Nonostante buoni risultati (censimento degli insediamenti Rom; calo dei reati a Roma dal gennaio 2008; violenza degli stadi circoscritta) Berlusconi lo ha silurato, lo stesso giorno del verdetto di Genova.

Quando cade la barriera del possibile il crimine si ripete. I vigili di Parma che hanno sfregiato il giovane originario del Ghana, Emmanuel Bonsu Foster, lo testimoniano (che sia un immigrato regolare è irrilevante, è turpitudine anche con gli irregolari). Lo testimonia la prostituta nigeriana scaraventata in manette sul pavimento d’un commissariato, a Parma in agosto. A Genova hanno condannato i manovali (le «mele marce» di Bush) e due capi, Canterini e Fournier. Non basta: né per rialzare le barriere, né per correggere e riabilitare la polizia. Lo storico Marco Revelli, l’ex Presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Riccardo Barenghi hanno detto l’essenziale, su come la democrazia esca sfigurata da simili prove. Solo i cinici e i rassegnati immaginano che sia troppo tardi per cominciare a far bene le cose.

Brunello Baroque Experience

Non è una recensione equanime, quella che segue. Anzi, è molto personale e un po’ faziosa.

Roma, Auditorium, Sala Sinopoli, venerdì 14 novembre 2008, ore 20:30

Mario Brunello
Bach e Vivaldi, Suite e Sonate per Violoncello – I

Brunello Baroque Experience
violoncello: Mario Brunello
cembalo e organo: Roberto Loreggian
violoncello: Francesco Galligioni
arciliuto: Ivano Zanenghi
liuto, tiorba e chitarra barocca: Michele Pasotti

Bach Suite n. 1 in sol maggiore BWV 1007
Vivaldi Sonata in mi bemolle maggiore RV 39
Bach Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009
Bach/Vivaldi Concerto in re maggiore BWV 972 dal Concerto op.3 n.9 di A. Vivaldi
Vivaldi Sonata in mi minore RV 40
Bach Suite n. 5 in do minore BWV 1011
Vivaldi Sonata in si bemolle maggiore RV 46

Mario Brunello è un ottimo violoncellista, è una persona simpatica e ha un cognome che fa venire voglia di degustare un grande vino. Ho alcuni suoi dischi e lo vado a sentire volentieri.

Stasera, lo confesso, sono andato con qualche sospetto. Adoro le suite per violoncello solo di Bach (e come non potrei) ma non sopporto Vivaldi.

Quello di stasera si è rivelato, poi, un Vivaldi non minore (Vivaldi, secondo me, è tutto minore), ma minimo.

E non basta: a parte il violoncello di Brunello, nell’ensemble c’erano liuto, arciliuto, tiorba e chitarra barocca. Strumenti antichi. Sempre un po’ striduli e con una gamma espressiva limitata. Per me gli strumenti antichi e le esecuzioni filologiche sono come le sfilate di automobili storiche: gli appassionati si divertano come credono, ma al massimo meritano da parte mia un’occhiata distratta; e non ci farei mai un viaggio di 3 ore. Troppo scomodi e lenti. Viva il progresso. E lo stesso – viva il progresso (e la pensavano così anche i grandi musicisti: Bach scriveva per “tastiera”, non per cembalo, e Beethoven seguiva il progresso tecnologico nella costruzione dei pianoforti) – vale per l’acustica e per i concerti: alla radio, dopo un po’ cambio canale.

Ancora peggio siamo andati con il setting. Le suite di Bach, Brunello le ha eseguite nel buio pressoché assoluto, lui solo illuminato da uno spot. È vero che anche il mio adorato Sviatoslav Richter, negli ultimi anni, suonava con soltanto una lucetta sul piano a illuminargli la musica. Ma lui diceva che era per non distrarre il pubblico con la “bruttezza” della fisicità dell’esecuzione (si considerava anche vecchio e sgraziato), mentre Brunello teneva al buio assoluto noi del pubblico e sé stesso nella luce. L’esatto contrario di Richter, direi. E poi. Perché i concerti di Santa Cecilia si svolgono in una penombra spettrale o, come stasera, nel buio? Qualcuno decide per noi come dobbiamo ascoltare i concerti? E se volessi seguire con la musica sotto gli occhi? E se volessi leggere? Ognuno “fruisce” come crede meglio, o no?

Infine, durante i pezzi in cui suonava l’intera ensemble (l’aborrito Vivaldi) sulla parte anteriore del palcoscenico venivano accese – la grande novità della serata – alcune decine di lampade. Fastidiosissimo. Provate a immaginare. La sala nel buio, le luci sul palco in primo piano, dietro l’ensemble, resa di fatto invisibile dalle luci davanti a loro. Spero fossero almeno lampade a basso consumo, anche se ne dubito. No, ho controllato, il concerto non era sponsorizzato dall’Enel.

Giudicate da soli

No alla scuola dei padroni, via il governo, dimissioni!

Giovanna Marini fa il controcanto.

Dedicato ai miei figli: “Non siam scappati più!”

Sicurezza (1)

Ieri sera, quando sono arrivato alla stazione della metropolitana di Eur Magliana ,a Roma, sulla banchina c’erano 2 carabinieri e 4 militari, tuta mimetica, gambe divaricate, atteggiamento tronfio e vagamente minaccioso.

So che susciterò qualche polemica, ma non mi sono sentito per niente più sicuro.

Sarà che ho visto troppi film ambientati in Sudamerica…

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