Jack Bruce & la macchina di Berlusconi

Di Jack Bruce ho parlato pochissimo tempo fa, e quindi non mi dilungherò in chiacchiere vane.

Ieri (25 luglio 2009) ha suonato a Roma, al festival di Villa Ada, con un power trio formato – oltre che da lui al basso – da Robin Trower (ex Procol Harum) alla chitarra e da Gary Husband (ex Level 42) alla batteria. Naturalmente, oltre al loro nuovo album, non potevano mancare le rievocazioni dei Cream, di cui hanno eseguito 5 brani: Sunshine of Your Love, We’re Going Wrong, White Room, Politician e Spoonful.

Politician racconta la storia di un politico che usa il suo potere come arma di rimorchio più o meno mafioso (“Hey now baby, get into my big black car, want to just show you what my politics are”). Ma non mi aspettavo che Jack Bruce, un signore 67enne, una vita dedicata al blues, modificasse le parole per cantare “get into Mr Berlusconi’s car”. Certo, è pur sempre possibile che Bruce sia amico di Scalfari e la sua casa discografica sia proprietà di Rupert Murdoch … possibile ma secondo me improbabile. Mi sembra più probabile che all’estero sia proprio questa l’immagine del nostro presidente del consiglio.

Qui gliela sentiamo eseguire dal vivo nel 1990 (ovviamente senza il riferimento a Berlusconi, che non era ancora sceso in campo) insieme a Rory Gallagher, un altro grandissimo chitarrista (ascoltare per credere).

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

I’m a political man and I practice what I preach.
I’m a political man and I practice what I preach.
So don’t deny me baby, not while you’re in my reach.

I support the left, though I’m leaning, leaning to the right.
I support the left, though I’m leaning to the right.
But I’m just not there when it’s coming to a fight.

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

Ed ecco le altre. Sunshine of Your Love, Cream, circa 1968, dal vivo.

It’s getting near dawn,
When lights close their tired eyes.
I’ll soon be with you my love,
To give you my dawn surprise.
I’ll be with you darling soon,
I’ll be with you when the stars start falling.

I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

I’m with you my love,
The light’s shining through on you.
Yes, I’m with you my love,
It’s the morning and just we two.
I’ll stay with you darling now,
I’ll stay with you till my seas are dried up.

Chorus

Repeat Second Verse

I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

We’re Going Wrong. Ho scelto questa versione (live alla BBC nel 1968, su YouTube c’è anche quella in studio di Disraeli Gears), anche se imperfetta nella voce, perché dà un’idea molto piuù precisa di che cosa fossero i Cream dal vivo.

Please open your eyes.
Try to realize.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

Please open your mind.
See what you can find.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

We’re going wrong.
We’re going wrong.
We’re going wrong.

White Room. Al concerto d’addio, fine 1968. Ascoltate il dialogo tra la voce di Bruce e la chitarra di Clapton, verso la fine del secondo minuto. E l’assolo dall’inizio del quarto.

In the white room with black curtains near the station.
Blackroof country, no gold pavements, tired starlings.
Silver horses ran down moonbeams in your dark eyes.
Dawnlight smiles on you leaving, my contentment.

I’ll wait in this place where the sun never shines;
Wait in this place where the shadows run from themselves.

You said no strings could secure you at the station.
Platform ticket, restless diesels, goodbye windows.
I walked into such a sad time at the station.
As I walked out, felt my own need just beginning.

I’ll wait in the queue when the trains come by;
Lie with you where the shadows run from themselves.

At the party she was kindness in the hard crowd.
Consolation for the old wound now forgotten.
Yellow tigers crouched in jungles in her dark eyes.
Now she’s dressing, goodbye windows, tired starlings.

I’ll sleep in this place with the lonely crowd;
Lie in the dark where the shadows run from themselves.

Infine, Spoonful. Registrato nella stessa occasione di Sunshine of Your Love (Bruce con il colbacco). Nella versione live del concerto d’addio dura oltre 10 minuti e quindi su YouTube è in 2 parti. Questo è l’unico dei brani a non essere stato scritto da Bruce (è di Willie Dixon – come bonus vi faccio ascoltare anche la versione di Howlin’ Wolf, circa 1960).

Could fill spoons full of diamonds,
Could fill spoons full of gold.
Just a little spoon of your precious love
Will satisfy my soul.

Men lies about it.
Some of them cries about it.
Some of them dies about it.
Everything’s a-fightin’ about the spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.

Could fill spoons full of coffee,
Could fill spoons full of tea.
Just a little spoon of your precious love;
Is that enough for me?

Chorus

Could fill spoons full of water,
Save them from the desert sands.
But a little spoon of your forty-five
Saved you from another man.

Chorus

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Ships in the Night – Jack Bruce

Mi sono già interrogato altre volte su come nasce una canzone capolavoro (ancora non me la sento di cimentarmi con elucubrazioni su come nasca un capolavoro in generale). Me lo sono chiesto, ad esempio, a proposito di Grace di Jeff Buckley che, per quanto bravo, non ha mai fatto, né prima né dopo, una cosa così bella. Anche Two Step di Dave Matthews – che invece è un capitano di lungo corso con molta buona musica al suo attivo – è così: una supernova in una galassia di stelle di tutte le grandezze. la cui luminosità impallidisce in presenza di un brano dolce e trascinante.

Ancor più di Dave Matthews, Jack Bruce è un musicista di lunghissimo corso. Attivo dal 1962 (bassista del Blues Incorporated di Alexis Korner), è famoso soprattutto per essere stato il bassista, la voce e il compositore dei Cream, con Eric Clapton e Ginger Baker. Nei 2 anni in cui i Cream esistettero, Bruce scrisse brani come White Room e Sunshine of Your Love. Negli anni successivi, e fino a oggi, Jack Bruce ha inanellato collaborazioni e buona musica. Seguito da pochi fan e in una relativa oscurità. Ma per me questa Ships in the Night è una delle canzoni più belle e “classiche” che io conosca. La voce femminile è quella di Maggie Reilly e l’assolo di chitarra (bellissimo) che inizia intorno a 3’20” è di Eric Clapton (che suona insieme a Bruce anche in un altro paio di brani dell’album, SomethinELS, per la prima volta dopo gli anni dei Cream).

Ships in the night
Searching for day
Beckoning lips
So far away
Shadows adrift
Hiding from light
Ships in the night
Sometimes you feel
Then again you can’t
Morning comes down
Soon after the dance
Time slowly drowns
Streets so unreal
Needing to heal

Harbours of love
Shining so calm
Far beyond pain
Outside of harm
Why must we move
Into the rain
Again . . .
Ships in the night
Riding the waves
Yesterday slips
Into the haze
Memories ripped
Sliding from sight
Ships in the night

Maybe you win,
Maybe you lose
Future seems like
Just another ruse
Sirens invite
Us to begin
Come right on in

Harbours of love
Shining so calm
Far beyond pain
Outside of harm
Why must we move
Out of the sun
Into the rain
Again . . .

Questa è una versione dal vivo, incisa nel 1993. L’assolo di chitarra, che inizia intorno a 3’40”, più “sofferto” di quello della versione in studio ma (secondo me) altrettanto bello, è di David “Clem” Clempson (ex Colosseum e Humble Pie: ma qualcuno se ne ricorda ancora, di questi gruppi di blues-rock inglese? Forse Mauro Pagani e il suo amico Sonny …).

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La cura e la manutenzione

La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.

Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.

La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.

Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.

Volevano dirmi: tu non sei così!

Ma come si fa a essere così?

Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.

Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.

Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.

Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.

Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.

Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.

Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.

Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.

Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».

Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.

La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.

L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su http://www.limesonline.com.

Foto Dimnitri Antoniou

Foto Dimitri Antoniou

Skunk Anansie – Hedonism

I hope you’re feeling happy now
I see you feel no pain at all it seems
I wonder what you’re doin’ now
I wonder if you think of me at all
do you still play the same moves now
or are those special moods for someone else
I hope you’re feeling happy now

just because you feel good
doesn’t make you right, oh no
just because you feel good
still want you here tonight

does laughter still discover you
I see through all the smiles that look so right
do you still have the same friends now
to smoke away your problems and your life
and how do you remember me
the one that made you laugh until you cried
I hope you’re feeling happy now

just because you feel good
doesn’t make you right, oh no
just because you feel good
still want you here tonight, want you …

oh no …!

<2x>
just because you feel good
doesn’t make you right, oh no
just because you feel good
still want you here tonight, want you …

I wonder what you’re doing now
I hope you’re feeling happy now
I wonder what you’re doing now
I hope you’re feeling happy now

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Ivan Della Mea (1940-2009): chi ha compagni non morirà

Troppo commosso per avere parole (le sue, di parole, le ho citate qui). Ciao Ivan, ci manchi.

Teresa. Sempre con un nodo alla gola, come quando l’ho sentita la prima volta.

Ringhera. Dopo la strage di Piazza della loggia a Brescia.

“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.

El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.

La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”

L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.

E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”


“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! ”

Giuan, te se ricordet. Bandiera rossa, Giuan, te se ricordet…

Mia cara moglie.

L’internazionale di Franco Fortini, di cui abbiamo già parlato qui.

Gioan, te se ricordet

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La morte re mariteto

Sempre a Napoli, sempre in quegli anni. Una villanella del Cinquecento cantata da Patrizio Trampetti (Nuova compagnia di canto popolare). Si riconoscono anche le voci di Giovanni Mauriello e di Fausta Vetere e i plettri di Eugenio Bennato.

A morte re marìteto aspett’io
e no per altro no,
ma mi dubbito ca primma me mor’io
deh quánto sî bella tu

deh ca la vurria truvare
ma nunn a pozzo asciare
accussì bella cumme a tte.

E tutto u juorno stongo addenucchiáto
e no per altro no,
e che Dio me levi a nánze stu scurore
deh quánto sî bella tu.

deh ca la vurria truvare
ma nunn a pozzo asciare
accussì bella cumme a tte.

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No Pussyfooting live

28 maggio 1979 (30 anni fa) all’Olympia di Parigi.

Even Spaces

Swastika Girls

Li turche so’ sbarcati a la marina

Dalla musica composta da Eugenio Bennato come colonna sonora dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello, andato in onda sulla RAI nel 1980.

All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tene ‘e scarpe vecchie se l’assòla
c’avimm’a fare nu lungo cammino

Quant’è lungo stu cammino disperato
e sta storia se ripete ciento volte
nuie fuimmo tutte quante assai luntano
quanno sona la campana

All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tiene o grano lo porta a la mola
comme ce vene janca la farina

Ma nun bastano farina festa e forca
pe sta gente ca n’ha mai vuttàto e mane
o padrone vene sempe da luntano
quanno sona la campana

E po’ vene o re Normanno ca ce fa danno
E po’ vene l’Angiuino ca ce arruvina
E po’ vene l’Aragunese, ih che surpresa
e po’ vene o re Spagnolo ch’è mariuolo
E po’ vene o re Burbone can un va buono
E po’ vene o Piemontese ca ce vo’ bene
Ca pussa essere cecato chi nun ce crede
Ca pussa murire acciso chi nun ce crede.

Me l’ha fatta tornare in mente, per un cortocircuito sinaptico della più bell’acqua, questo articolo pubblicato sulle pagine romane di La Repubblica del 17 maggio 2009.

Nostra Signora dei Turchi

Ormai ci si ritrova di fronte a una gran bella scelta: crederci che «l’ Italia non è multietnica» e, allora, lasciar perdere. Oppure raccontarla la Roma degli Anatolici: la Roma di Enea, Cibele, Artemide & C. che Virgilio, Ovidio, Giuliano l’ Apostata & C. ci hanno tramandato. Figurarsi a scuola, i professori. Diventerà imbarazzante quel III libro dell’ Eneide? Lì Apollo appare in sogno al profugo troiano Enea che, disperato, cerca una nuova patria per spiegargli dove ricominciare le loro vite: «Vi è un luogo, i Greci lo chiamano Esperia, antica terra, potente d’ armi e di feconde zolle». E Anchise, al racconto del figlio, si ricorda di Cassandra: «Ora la rammento prevedere tali destini alla nostra stirpe,e spesso invocare l’ Esperia e i regni italici». Respingi in mare Enea e ti svapora Roma e l’ intera sua storia. E figurarsi nei nostri musei – che, dove vai vai, comunque una Cibele o un’ Artemide, primao poi, le incontri- gli archeologie le guide cosa dovrebbero dirci di queste dee che mezza Roma adorava? Che sono roba nostra? Divinità autoctone? Non è così: l’ abbiamo pregata a lungo, Cibele, ma è ci arrivata da fuori: bella, santa, turca e già famosa da secoli. La si riconosce subito: ha una corona di torri sulla testa (proprio come ancor oggi l’ immagine tradizionale dell’ Italia turrita), un trono, un’ aria severa. Talvolta con lei ci sono uno o due leoni. Una simbologia la sua che, in parte, già appartiene alla Dea Madre di Chatal Hoyuk (VI millennio a.C.) e che riassume il suo mito che, nel I millennio a.C., la lega stretta stretta ad Attis, il giovinetto che muore e risorge grazie a lei. L’ abbiamo voluta noi, quella pietra nera che la evocava, facendola immigrare da Pessinunte, nel 204 a.C. Certo, allora c’ era anche da tenersi buono il padrone del suo tempio, Attalo di Pergamo, utile come alleato contro Annibale. E si pensava anche che – potente com’ era, Cibele – riuscisse a entusiasmare l’ esercito dai brutti colpi subiti. Funzionò a perfezione, la dea: Scipione vinse Cartagine e divenne l’ Africano; il Mediterraneo Occidentale divenne romano: Mare Nostrum. Fu così che nel 191 a.C ebbe l’ onore di un suo tempio al Palatino. Ovidio racconta, nel IV dei suoi «Fasti», come andò il suo arrivo: «Quando Enea trasferì Troia in terra d’ Italia, la dea fu tentata dall’ idea di seguire la nave che trasportavai sacri tesori, ma poi capì che il destino non l’ aveva ancora chiamata a trasferire nel Lazio la sua presenza divina». Rimase a casa sua Cibele, fin quando, alla fine di quel III secolo a.C., i sacerdoti di Roma, consultando i libri sacri per capire come mai le cose andassero così male, ebbero un responso chiarissimo: «Manca la madre. Vi ordino Romani di cercare la madre. Quando verrà, essa dovrà essere accolta da una mano pure». Trattarono con Attalo: ma solo un terremoto e un messaggio perentorio della dea lo convinsero a lasciar partire Cibele. Ovidio mette in bocca al re di Pergano, la città delle prime pergamene, queste parole rivolte alla dea: «Vai pure, resterai ugualmente nostra: Roma discende da progenitori Frigi». E Roma l’ amò davvero questa Nostra Signora dei Turchi, Madre Santa dei Padri di Roma: al tempio sul Palatino, ne seguì un altro all’ Aventino, un altro ancora in Vaticano del II o III secolo. La sua statua finì al centro del Circo Massimo, con le divinità più sacre. Dal 15 al 27 marzo era festa grande per lei, con timpani, urla e sonagli di bronzo: una processione, lavacri, offerte, sacerdoti vistosi, spesso castrati, ma anche veglie, il taglio dell’ albero sacro, e giochi al Circo. Ovidio si toglie lo sfizio di fare una domanda anche sui sacerdoti eunuchi: «Che origine ha la frenesia per cui si tagliano il membro?» Ed è una musa a spiegargli che si tratta di una citazione del peccato carnale commesso da Attis che, pur avendo promesso alla dea di restar per sempre fanciullo, s’ era poi invaghito di una ninfa e per punirsi decise che doveva «morire quella parte del corpo che mi ha rovinato». Un voto di castità, il suo, che mezzo Mediterraneo conobbe, con cento variazioni. Se si va a Ostia Antica – e s’ imbocca il decumano fino al Foro per prender poi a sinistra, percorrendo il cardo massimo fino alla fine del parco archeologico – si arriva al Campus Magnae Matris: zona sua. Era proprio lei, Cibele, infatti, che veniva considerata la Madre degli Dei. Di tutti gli dei: Demetra, Hera, Ade, Poseidone, persino Zeus, tutti figli suoi, secondo gli Antichi. Non che in quel grande spazio poco distante dal Tevere ci sia rimasto granché: un podio e, in asse, una cappella per Attis. Là dentro vennero trovate 19 statue, finite in gran parte in Vaticano, in minima parte al Museo di Ostia. Anche delle copie fatte per sostituire la roba che c’ era è rimasto poco: la statua di Attis adagiato, due Telamoni mostruosi con gambe di capro e pelle di leone, che sorvegliano l’ ingresso, l’ alberello sacro che faceva parte della liturgia e che, ormai, si sta sfaldando. Nel museo nella stessa sala di Mithra e Serapide – due bassorilievi ce ne fanno conoscere i riti e un sacerdote. E un suo fedele si è fatto rappresentare sul sarcofago che è lì: al polso, sul suo bracciale, l’ immagine santissima della dea. Tra II e III secolo Tertulliano – nell’ ora delle polemiche tra Cristiani e Gentili – si accanì proprio su Cibele divertendosi a raccontare che, ormai morto a Sirmione Marco Aurelio, il gran sacerdote della dea a Roma, ancora all’ oscuro di tutto, «indiceva pubbliche preghiere per la salute di Marco, già morto da una settimana».E sarcastico: «O lenti corrieri, o tardivi messaggi! Fu colpa vostra se Cibele non conobbe in tempo la morte dell’ imperatore, perché i Cristiani non avessero a ridere di una simile dea!». Bisognerà arrivare all’ Imperatore Giuliano – cresciuto cristiano, ma poi restauratore degli antichi culti – per tornare a parole rispettose verso l’ antica Madre degli Dei. Lui – mezzo secolo circa dopo la cristianizzazione dell’ impero voluta da Costantino- le dedica una vibrante omelia. In quel suo solenne atto di fede racconta non solo dell’ arrivo miracolistico della Dea Anatolica qui da noi via mare (con la sua nave che s’ incaglia e con una vergine che miracolo! – riesce a trascinarla via con la sua cinta, dimostrando così di esser davvero vergine, cosa di cui molti sospettavano) ma si sforza di spiegare il senso di questa divinità e del suo amatissimo Attis, mortoe risorto. Convinto com’ era che non si potevano affidare i giovani a insegnanti cristiani che – snobbando gli antichi miti non erano in grado di spiegare gli antichi testi da studiare, Giuliano con un editto del 17 giugno 362 interdì loro la docenza. Morì giovane, l’ Apostata Giuliano, l’ anno dopo. «Un segno di Dio» spiegò la Chiesa degli Inizi che – tra pogrom, persecuzioni, discriminazioni – aveva vissuto le sue restaurazioni come una terribile sorpresa. «Un segno degli Dei» dissero, però, anche i pagani, che mai compresero le profondità di questo imperatore che fu anche un grande scrittore mistico: convinto, sincero, in buona fede. Il Cristianesimo tornò religione di stato. Tempo altri 30 anni e l’ imperatore Teodosio metterà fuori legge i culti degli Antichi. Sopravviveranno nei villaggi – nei «pagi» – riserve dimenticate del «paganesimo»: il nostro Sud, con i suoi flagellanti e il taglio rituale dell’ albero sacro, ne conserva antiche memorie. Non fu l’ unica Cibele ad arrivare dall’ Anatolia per conquistare il cuore dei Romani. L’ altra, Artemide di Efeso si chiama: più anatolica di così. Ora si mostra ai Capitolini con quel suo viso scuro e il busto sorprendente che l’ ha fatta passare per secoli come una superdotata, zeppa di seni, fin quando, qualche anno fa, uno studioso svizzero non dimostrò che quelle escrescenze toraciche erano collane di testicoli di toro appena sacrificati alla dea. Sacrilego far sparire con una boutade il sangue misto che ci ha creato. Ci fu un momento terribile in cui, però, ci si riuscì: ai professori d’ Italia venne comunicato da «Razza e Civiltà» (nel suo numero di maggio-luglio 1941) un diktat di Mussolini: era venuto il momento di smetterla di ragionare e indagare sulla multietnicità delle nostre origini, e che in Italia si è tutti di «razza ario-romana». Molti, moltissimi ubbidirono. – SERGIO FRAU

Buon compleanno, Brian Eno

Baby’s On Fire, in una rara versione live (con Robert Fripp).

Shipbuilding

Dicevo nel post precedente di Shipbuilding, una delle più belle canzoni pacifiste che siano state scritte.

Allora facciamo così, prima Wyatt (2 versioni), poi il testo con una traduzione italiana, poi Costello (2 versioni). Ne esiste anche una bellissima versione dei Mr McFall’s Chamber (la prima che ho sentito, per la verità, innamorandomene al primo ascolto), che non ho trovato su YouTube.

Is it worth it?
A new winter coat and shoes for the wife
And a bicycle on the boy’s birthday
It’s just a rumour that was spread around town
By the women and children
Soon we’ll be shipbuilding…
Well I ask you
The boy said “Dad they’re going to take me to task, but I’ll be back by Christmas”
It’s just a rumour that was spread around town
Somebody said that someone got filled in
For saying that people get killed in
The result of this shipbuilding
With all the will in the world
Diving for dear life
When we could be diving for pearls
It’s just a rumour that was spread around town
A telegram or a picture postcard
Within weeks they’ll be re-opening the shipyards
And notifying the next of kin
Once again
It’s all we’re skilled in
We will be shipbuilding…
With all the will in the world
Diving for dear life
When we could be diving for pearls.

La traduzione l’ho trovata su questo sito.

Ne vale la pena?
Un nuovo cappotto invernale e scarpe per la moglie
E una bicicletta per il compleanno del bambino
È solo una voce messa in giro in città
Dalle donne e dai bambini
Presto costruiremo navi
Te lo chiedo
Il ragazzo ha detto ‘Papà, dovrò partire in missione
ma tornerò per Natale’
È solo una voce messa in giro in città
C’è chi dice che qualcuno è stato informato
Perché dicesse che ci sono persone che vengono uccise
A causa del nostro costruir navi
Con tutta la buona volontà,
Perché tuffarci per salvare la nostra vita
Quando potremmo tuffarci per raccogliere perle?
È solo un voce messa in giro in città
Un telegramma o una cartolina
Entro poche settimane riapriremo i cantieri
E chiameremo a raccolta i nostri fratelli
Una volta ancora
Non sappiamo fare altro
Costruiremo navi
Con tutta la buona volontà,
Perché tuffarci per salvare la nostra vita
Quando potremmo tuffarci per raccogliere perle?

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