Music For A Found Harmonium

Un’altra canzone per il buon umore.

Penguin Cafè Orchestra dal vivo alla BBC nel 1989.

La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (5)

A volte l’amore non è soltanto trasporto. A volte è impeto e impulso, a volte è ritmo. Ovviamente: l’amore è (anche ) fisico.

Qui Sviatoslav Richter suona questo preludio di Rachmaninov (Alla marcia!) come se facesse l’amore con il pianoforte e attraverso il pianoforte. E c’è anche il trasporto.

Mi piace l’idea di far scorrere la partitura durante l’esecuzione: anche chi non sa leggere la musica, penso, riesce a farsi un’idea del movimento e della densità del brano. Che ne pensate? Io la musica la so leggere, anche se rudimentalmente, e quindi forse mi sono fatto un’idea sbagliata.

Se volete facciamo anche un esperimento. Proviamo a sentire come interpretano lo stesso preludio altri due pianisti (tutt’e due russi, ma è quasi un caso). Prima Evgeny Kissin, con un’interpretazione veloce ed estremamente virtuosistica. Nella sua interpretazione, secondo me, le emozioni che emergono non fanno certo pensare all’amore, ma piuttosto a una frenesia prossima al panico.

E adesso Emil Gilels.

Possiamo dire che la versione più autentica è quella che suonava Rachmaninov stesso (qui ricostruita da rulli per piano automatico, penso)? Io direi di no, ma è un discorso lungo e complicato. Magari ne parliamo un’altra volta…

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Morti invano

In realtà la canzone, di Daniele Sepe (un grande) si chiama “I vivi non ricordano“.

Non canto per i vivi, non canto per loro
ché di miserie e disgrazie
ne ho viste tante in giro
e questa storia assurda non può tornare indietro
a pezzi li abbiam persi sui monti e nelle valli
nei fiumi e agli angoli agli angoli delle strade
agli angoli degli occhi agli angoli della bocca di
Garcia Lorca, Camilo Torres,
Salvador Allende, Víctor Jara.

Montagne di cenci carne stracci
carta cuori unghie memorie
bruciati in fretta come nella camera
di scoppio di un motore
su una forca o con le fucilate
con la garrota o con la sedia elettrica
i vivi non ricordano lo sguardo
i vivi non ricordano lo sguardo
di Nicola Sacco,
Bartolomeo Vanzetti
Giacomo Matteotti, Giuseppe Pinelli.

E più neri di prima sono ritornati
lo stesso cognome
Mussolini
usano il televisore come un cavallo di Troia
entrano nel futuro dei nostri figli
così come c’entrarono nel ‘920
per ricordarci che
per ricordarci che
a Brescia, a Ustica, a Bologna
a Marzabotto, sono morti invano
perché i vivi non ricordano.

Si è ammutolito il mio strumento
quando ho capito che il popolo italiano
di mare, cielo e terra
deve saperlo che ci portano la guerra
guarda nei libri devi ricordarlo
ogni quanto tempo in Europa c’è un conflitto
dove madri padri figlie e figli
sono morti da dimenticare perché i vivi non ricordano
perché i vivi non ricordano gli occhi dei
fratelli Cervi, Lauro Farioli,
Marino Serri, Giovanni Ardizzone.

Sole, vento che rincorri i continenti
tu che accarezzi il viso delle genti
raccogline tutta la memoria
e fanne un solco nella terra
perché con il grano e con il pane
cresca anche il ricordo degli occhi
e del cuore di Franco Serantini,
Claudio Miccoli, Sotiris Petrulas,
Giorgiana Masi, Giuseppe Palumbo,
Grigoris Lambrakis, Turiddu Carnevali,
Gaetano Bresci, Franco Serantini, Claudio Miccoli, Sotiris Petrulas, Ernesto “CHE” Guevara, Stephen Biko, Patice Lumumba, Rina Feruglio, Giovanni Passanante, Emiliano Zapata, Pancho Villa, Salvador Allende, Garcia Lorca, Sacco e Vanzetti, Trotski, M. Luther King…

Wiegenlied

And now for something completely different (spero che .mau. non me ne voglia…).

È una Ninna nanna (Wiegenlied) di Richard Strauss (op. 41 n. 1). Qui la canta Renée Fleming. La poesia è di Richard Fedor Leopold Dehmel (1863-1920).

Träume, träume, du mein süßes Leben,
Von dem Himmel, der die Blumen bringt.
Blüten schimmern da, die beben
Von dem Lied, das deine Mutter singt.

Träume, träume, Knospe meiner Sorgen,
Von dem Tage, da die Blume sproß;
Von dem hellen Blütenmorgen,
Da dein Seelchen sich der Welt erschloß.

Träume, träume, Blüte meiner Liebe,
Von der stillen, von der heilgen Nacht,
Da die Blume seiner Liebe
Diese Welt zum Himmel mir gemacht.

Azzardo una mia stentata traduzione in italiano:

Tu, dolce vita mia, sogna, sogna
Il cielo che porta i fiori.
I fiori scintillano, mossi
Dal canto di tua madre.

Germoglio delle mie pene, sogna, sogna
Del giorno in cui i fiori sbocciarono;
Del chiaro mattino della fioritura
Quando la tua piccola anima si aprì al mondo.

Bocciolo del mio amore, sogna, sogna
Della quieta, santa notte
Quando il fiore del suo amore
Trasformò per me il mondo in paradiso.

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If Not For You

Caspita, mi ero dimenticato com’è bella, nella sua semplicità, questa canzone, scritta da Bob Dylan e inserita da George Harrison nel suo primo (triplo) album solista dopo la fine dei Beatles, All Things Must Pass.

Qui i due duettano dal vivo nel concerto per il Bangla Desh (1° agosto 1971 al Madison Square Garden di New York).

If not for you,
Babe, I couldn’t find the door,
Couldn’t even see the floor,
I’d be sad and blue,
If not for you.

If not for you,
Babe, I’d lay awake all night,
Wait for the mornin’ light
To shine in through,
But it would not be new,
If not for you.

If not for you
My sky would fall,
Rain would gather too.
Without your love I’d be nowhere at all,
I’d be lost if not for you,
And you know it’s true.

If not for you
My sky would fall,
Rain would gather too.
Without your love I’d be nowhere at all,
Oh! what would I do
If not for you.

If not for you,
Winter would have no spring,
Couldn’t hear the robin sing,
I just wouldn’t have a clue,
Anyway it wouldn’t ring true,
If not for you.

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Barcarolo romano

La notizia del giorno: Youssou N’Dour ha inciso questa canzone, dicendo di essere l’autore del testo e della musica.

Peccato che le somiglianze con Barcarolo romano siano tutt’altro che casuali!

Dopo Lando Fiorini (versione di riferimento), l’indimenticabile Gabriella Ferri.

La storia la racconta per intero Marco Boccitto su il manifesto di oggi, 15 aprile 2008:

Quel barcarolo romano a Dakar
Lo strano viaggio di andata e ritorno di un classico della canzone capitolina
Fa parte del film «Billo» la versione di Youssou N’Dour del brano di Balzani. «Un esempio di integrazione», ma per la Siae è «plagio»
Marco Boccitto
Nuovi particolari emergono sulla vicenda che vede protagonista il divo della musica africana Youssou N’Dour e, loro malgrado, gli eredi di chi ha composto la canzone Barcarolo romano. Oggetto, la rilettura – lingua wolof, ritmo mbalax – di questo classico della canzone capitolina, traghettato pari pari dal biondo Tevere alle sponde dell’Africa nera e riemerso qualche tempo dopo, di nuovo a Roma, in bocca al cantante senegalese. Che da popstar è diventato subito immigrato clandestino, un furbetto del vu’cumprismo che vende griffe italiane taroccate agli angoli delle strade. Motivo: accanto al titolo – Borom gaal («il proprietario della barca») – non ci sono i nomi di Romolo Balzani e Pio Pizzicaria, che nel 1926 scrissero rispettivamente melodia e parole, ma c’è scritto «testo & musica di Youssou N’Dour». Un pasticciaccio buffo che il manifesto ha segnalato – titolo: “Er barcarolo de Dakar” – e altri, Il Messaggero e il Tg2 su tutti, hanno ripreso. Da qui la discesa in campo della Siae, che attraverso il suo presidente Giorgio Assumma ha così sentenziato: «Trattasi di plagio integrale, di quelli che anche l’uomo della strada può verificare da sé». Della serie: «A moro, nun se po’ fa’»
Sembrerebbe Gaffe imperdonabile per un big della musica internazionale, ammirato anche per il modo in cui ha messo la sua enorme popolarità, il volto e la voce al servizio di campagne in difesa dei diritti umani e di lotta alla povertà. Occasioni per spiegarsi N’Dour ne ha avute, ma fin qui ha fatto spallucce, affidando a uno striminzito comunicato le sue ragioni: «So bene che si tratta di un classico romano – dice -, ma più che di plagio parlerei di un esempio di integrazione culturale». E in effetti lo sarebbe, di prima qualità pergiunta, se Youssou si fosse tenuto per sé solo la quota di diritti derivanti dall’adattamento, riconoscendo l’altrui paternità del brano. Ma più che l’appropriazione indebita, colpisce la scorretta informazione fornita al «consumatore», al di là delle rivendicazioni identitarie e monetarie che la faccenda inevitabilmente ha suscitato a Roma. Al di là delle discutibili leggi sul copyright. Oltre agli eredi, andrebbero tutelati anche gli ascoltatori. Chi si è scaricato il brano a Parigi, Pechino, New York, ha il diritto di conoscere la vera storia di Borom gaal, sapere che sta ascoltando questo e non quello, una canzone romana degli anni ’20, quando l’Africa da qui era vista tuttalpiù come terra di conquista, e non un pezzo pop-mbalax del 2000, scritto nella Dakar di oggi. E i fan senegalesi, che nei blog commentano estasiati l’originalità con cui il grande «You» affronta il dramma dei «clandestini», sono soprattutto loro che dovrebbero conoscere e al limite apprezzare la verità. È il «barcarolo» quello, mica lo «scafista».
Alla prima domanda – relativa al modo in cui la canzone è arrivata alle orecchie di Youssou N’Dour – risponde intanto Marco Bonini, sceneggiatore e produttore del film Billo Il Grand Dakhaar, regia di Laura Muscardin, che uscirà a maggio ma ha già rastrellato premi qua e là. Opera realizzata con l’innovativo sistema di The Coproducers – tutti quelli che ci lavorano diventano proprietari di una quota dei diritti -, Billo racconta la storia di un ragazzo senegalese che da Dakar emigra a Roma, dove trova lavoro e amore. La trama genera un doppio matrimonio, uno qui e uno combinato là, oltre a una serie di spassosi quadretti familiari – dall’una e dall’altra parte – con un registro da commedia all’italiana declinato in chiave multirazziale. Da Pane e cioccolata a Cioccolata e pane. Youssou N’Dour si è appassionato al progetto, tanto che oltre a curare la colonna sonora ne è diventato co-produttore. «Siamo stati noi a proporgli la canzone – dice Bonini -. Ci sembrava una buona idea, visto che il film è ambientato tra Roma e Dakar. Però gli abbiamo spiegato bene di che si trattava: se c’è stata malafede da parte sua nel depositare il brano, siamo senz’altro pronti a schierarci dalla parte degli eredi». Prima che esplodesse il caso, anche la locandina del film (www.billofilm.net) diceva «musiche originali di Youssou N’Dour». Di originale c’è l’uso che del brano viene fatto nel film: Billo per viaggiare da Dakar a Roma è come se usasse il teletrasporto, quindi la traversata semplicemente non c’è. Come la barca e il barcarolo. Borom gaal esplode solo sui titoli di coda, al termine di un matrimonio. Cosicché tutto il dramma di Ninetta, sebbene trasferito alla figura del migrante in altre acque territoriali, si riduce insensatamente al ruolo di marcia nuziale.
Va ricordato comunque che Borom gaal circola anche in rete da almeno un anno, con tanto di videoclip dedicato (qui i remi del barcarolo lavorano regolarmente). Il disco che lo contiene è uscito in Senegal con il titolo di Alsaama Day ed è manco a dirlo in vetta alle classifiche. Da noi è arrivato abbastanza di straforo, all’interno di un disco «bonus» aggiunto in edizione limitata all’ultimo lavoro di N’Dour. Che s’intitola giustamente Rokku mi Rokka («prendi e dai»). La Warner, che lo pubblica, è irritata per l’infortunio. Ma Lando Fiorini, che dice «la canta pure bene», si candida naturalmente a un duetto in occasione dell’uscita del film. Niente Circo Mssimo, però, il Puff può bastare.

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La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (4)

C’è una parola che mi piace molto: “trasporto”. Mi piace quando si usa in senso metaforico, riferita alla musica o all’amore. Provo a spiegarmi: noi viviamo in perenne compagnia della consapevolezza del nostro sé. Una cosa bellissima, che tendiamo a considerare ciò che ci rende specificamente umani, perché immaginiamo che gli altri animali non abbiano un sé o ce l’abbiano molto rudimentale (è uno dei punti che Hofstadter discute in I Am a Strange Loop). Però è una presenza costante, da cui ogni tanto cerchiamo di sfuggire: il grande successo delle sostanze psicotrope, che alterano la coscienza, in tutte le epoche e in tutte le culture, ne è una testimonianza. Ecco, certi brani musicali e certe sensazioni dell’amore hanno lo stesso effetto: ci trasportano lontani dal nostro sé, in una dimensione dello spazio e del tempo sottratta alla dittatura del sé.

L’Adagietto della 5° sinfonia di Gustav Mahler è per me uno dei brani musicali che più intensamente e più spesso mi “trasportano” via.

Non deve essere una cosa che succede soltanto a me, se Luchino Visconti l’ha utilizzato come colonna sonora di un celebre “rapimento” d’amore, quello di Gustav von Aschenbach per l’etereo Tadzio.

Naturalmente, Visconti e Mann parlano della bellezza, elusiva e fuggevole. E la scena finale a me ricorda irresistibilmente l’epifania che Stephen Dedalus ha sulla spiaggia di Bull Island:

A girl stood before him in midstream, alone and still, gazing out to
sea. She seemed like one whom magic had changed into the likeness of a
strange and beautiful seabird. Her long slender bare legs were delicate
as a crane’s and pure save where an emerald trail of seaweed had
fashioned itself as a sign upon the flesh. Her thighs, fuller and
soft-hued as ivory, were bared almost to the hips, where the white
fringes of her drawers were like feathering of soft white down. Her
slate-blue skirts were kilted boldly about her waist and dovetailed
behind her. Her bosom was as a bird’s, soft and slight, slight and soft
as the breast of some dark-plumaged dove. But her long fair hair was
girlish: and girlish, and touched with the wonder of mortal beauty, her
face.

She was alone and still, gazing out to sea; and when she felt his
presence and the worship of his eyes her eyes turned to him in quiet
sufferance of his gaze, without shame or wantonness. Long, long she
suffered his gaze and then quietly withdrew her eyes from his and bent
them towards the stream, gently stirring the water with her foot hither
and thither. The first faint noise of gently moving water broke the
silence, low and faint and whispering, faint as the bells of sleep;
hither and thither, hither and thither; and a faint flame trembled on
her cheek.

–Heavenly God! cried Stephen’s soul, in an outburst of profane joy.

He turned away from her suddenly and set off across the strand. His
cheeks were aflame; his body was aglow; his limbs were trembling. On
and on and on and on he strode, far out over the sands, singing wildly
to the sea, crying to greet the advent of the life that had cried to him.

Her image had passed into his soul for ever and no word had broken the
holy silence of his ecstasy. Her eyes had called him and his soul had
leaped at the call. To live, to err, to fall, to triumph, to recreate
life out of life! A wild angel had appeared to him, the angel of mortal
youth and beauty, an envoy from the fair courts of life, to throw open
before him in an instant of ecstasy the gates of all the ways of error
and glory. On and on and on and on!

A Tonga da Mironga do Kabuleté

Un sabato di lavoro dopo una notte di malessere e una scossa di terremoto la mattina. Come tornare di buon umore?

Ecco la risposta, in duplice versione.

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Capatàz – Per non inciampare in un accattone

A Graziano Cioni, che si è inventato il problema e la soluzione (È possibile, anche se improbabile, inciampare in un accattone? Quindi, eliminiamo gli accattoni per ordinanza comunale – sempre meglio del lavoro coatto, direte voi: ma l’un provvedimento non esclude l’altro!), nell’impossibilità di potergli conferire un premio più consistente, dedico una vecchia canzone di Francesco De Gregori, Capatàz. Purtroppo non ho trovato il video su YouTube.

Non siamo nati mica ieri Capataz, non siamo nati mica ieri,
non siamo mica prigionieri dentro la stella di questa bella modernità.
Non siamo nati mica per morire qua.
Se provi a aprire la finestra Capataz,
e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano
e invece contano e ci stanno contando già,
stanno soltanto aspettando un segno, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
Non siamo nati mica ieri, Capataz.

Se provi a entrare nella mia testa, Capataz,
e coi miei occhi guardi fuori, quante persone e quanti cuori,
quanti colori al posto di quel grigio, quante novità.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.

Vi invito anche a leggere il commento di Alessandro Robecchi su il manifesto di oggi, 2 aprile 2008.

La nuova lotta alla povertà
Alessandro Robecchi
Spero che i vasti e spinosi problemi dell’Occidente non vi distraggano dai veri drammi della civiltà evoluta e del capitalismo maturo come, per esempio, quello dei mendicanti orizzontali. La città di Firenze, salotto sopraffino, se ne è accorta e passa al contrattacco, ha funzionato per i lavavetri, funzionerà anche per i mendicanti, e la civiltà sarà salva, insieme alle sorti luminose e progressive del «si può fare».
Il problema, naturalmente non è il pietoso gesto di chiedere la carità, ma il fatto di farlo da seduti, sdraiati, orizzontali, e insomma, nello sconveniente modo di diventare un problema alla circolazione. In poche parole un mendicante di Firenze, se decide di non stare in piedi, diventa un intralcio al traffico. Non c’è solo l’insolazione a dare alla testa, ma anche le elezioni. Comunque sia, dice l’assessore Cioni, è urgente «contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni».
Una signora non vedente è inciampata in un mendicante, e lo spiacevole incidente prelude dunque alla cacciata dei mendicanti da Firenze, una cosa che somiglia molto al colpirne cento per educarne uno (quando si dice: più realisti del re). Ma sia: se c’è una cosa che non scarseggia sono i capri espiatori, esauriti i lavavetri (venti temibili eversori armati di spugne che tenevano in pugno la città di Dante), si passa ai mendicanti.
La stagione elettorale aiuta: chissà di quali mirabolanti sondaggi sono in possesso l’assessore Graziano Cioni e il sindaco Leonardo Domenici. Forse c’è qualche studio avanzato, qualche grafico di flussi elettorali che dice che cacciare i poveri rende popolare la sinistra, o quel che ne rimane. Del resto che Cioni e Dominici siano sinistra dura e pura lo sanno tutti. Il primo, ai tempi dei lavavetri attaccò il presidente della camera che criticava il pogrom dicendo: «Questi palazzi allontanano gli eletti dal popolo, dalla gente». E parlava di Bertinotti, mentre lui, il prode Cioni, allontanava quattro straccioni. E quanto al sindaco Domenici, pur di cacciare una ventina di povericristi citava nientemeno che Lenin: «In fondo si tratta di un’ordinanza leninista. Lenin diceva: il problema è l’analisi concreta di una situazione concreta». Testuali parole. Era estate, faceva caldo, sentire un esponente dei Ds, oggi Pd, citare Lenin dava il brivido di una granita alla menta. Usare Lenin come un corpo contundente contro il lumpenproletariat semaforico, nomade e accatone sembrava assurdo, e invece era solo una astuta preparazione dell’oggi.
Come diceva il fortunato slogan di un vecchio congresso pidiessino (1997), «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Ecco è accaduto, il futuro sta entrando, dolorosamente simile all’ombrello di Altan. Ora è primavera. Il sindaco è sempre quello, l’assessore è sempre quello, in mancanza di lavavetri, sotto coi mendicanti. Ancora una volta Firenze è all’avanguardia, traccia il solco e poi lo difende, ma soprattutto ci dice chiaro e tondo dove stiamo andando. E che, purtroppo, si può fare.

Una giornata al mare

Canzoni che forse piacciono solo a me (per me la versione è quella dell’Equipe 84, ma non l’ho trovata).


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