L’altra sera ero a Bruxelles, e ho visto che c’era stato un concerto di Boy George (per forza i belgi sono depressi) e uno di Michel Delpech.
Michel Delpech, chi era costui? Uno sul cui nome Renzo Arbore scherzava quando c’era Per voi giovani (1966-1969?).
Insomma, ho cercato su Wikipedia e scoperto che dopo i grandi successi dei tardi anni Sessanta (lui è del 1946) ha tentato il suicidio, ma poi è tornato alla ribalta. Ségolène Royal è una sua fan.
La canzone che lo portò a un’effimera notorietà in Italia è Wight is White (1969):
Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
mi fa ancora venire i brividi. Un motto politico e meta-politico da far proprio anche oggi.
La storia è lunga. Il testo originale fu scritto da Eugène Pottier nel giugno del 1871, durante la repressione seguita alla Comune di Parigi. Inizialmente, era cantata sulla musica della Marsigliese, ma nel 1888 fu musicata da Pierre Degeyter.
Au citoyen Lefrançais, membre de la Commune.
Debout ! les damnés de la terre !
Debout ! les forçats de la faim !
La raison tonne en son cratère :
C’est l’éruption de la fin.
Du passé faisons table rase,
Foule esclave, debout ! debout !
Le monde va changer de base :
Nous ne sommes rien, soyons tout !
Refrain :
C’est la lutte finale :
Groupons-nous, et demain,
L’Internationale
Sera le genre humain
(bis)
Il n’est pas de sauveurs suprêmes :
Ni Dieu, ni César, ni tribun,
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes !
Décrétons le salut commun !
Pour que le voleur rende gorge,
Pour tirer l’esprit du cachot,
Soufflons nous-mêmes notre forge,
Battons le fer quand il est chaud !
(Refrain)
L’État opprime et la loi triche ;
L’Impôt saigne le malheureux ;
Nul devoir ne s’impose au riche ;
Le droit du pauvre est un mot creux.
C’est assez, languir en tutelle,
L’égalité veut d’autres lois ;
« Pas de droits sans devoirs, dit-elle
« Égaux, pas de devoirs sans droits ! »
(Refrain)
Hideux dans leur apothéose,
Les rois de la mine et du rail
Ont-ils jamais fait autre chose
Que dévaliser le travail ?
Dans les coffres-forts de la bande
Ce qu’il a créé s’est fondu
En décrétant qu’on le lui rende
Le peuple ne veut que son dû.
(Refrain)
Les Rois nous soûlaient de fumées,
Paix entre nous, guerre aux tyrans !
Appliquons la grève aux armées,
Crosse en l’air, et rompons les rangs !
S’ils s’obstinent, ces cannibales,
À faire de nous des héros,
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux
(Refrain)
Ouvriers, paysans, nous sommes
Le grand parti des travailleurs ;
La terre n’appartient qu’aux hommes,
L’oisif ira loger ailleurs.
Combien de nos chairs se repaissent !
Mais si les corbeaux, les vautours,
Un de ces matins, disparaissent,
Le soleil brillera toujours !
(Refrain)
La traduzione italiana corrente non è per nulla fedele al testo francese. Nacque da un concorso indetto dal giornale satirico L’Asino nel 1901. Risultò vincitore la versione firmata con lo pseudonimo “E. Bergeret” e che è ancora cantata oggi (con piccole variazioni secondo le fonti):
Compagni, avanti, il gran Partito
noi siamo dei lavorator!
Rosso un fior in petto c’è fiorito,
una fede ci è nata in cor.
Noi non siamo più, nell’officina,
entroterra pei campi, in mar,
la plebe sempre all’opra china
senza ideale in cui sperar.
Su, lottiamo, l’Ideale
nostro alfine sarà
l’Internazionale
futura umanità!
Un gran stendardo al sol fiammante
dinnanzi a noi glorioso va:
noi vogliam per esso siano infrante
le catene alla Libertà!
Che Giustizia venga noi chiediamo:
non più servi, non più signor.
Fratelli tutti esser dobbiamo
nella Famiglia del Lavor.
Lottiam, lottiam la terra sia
di tutti eguale proprietà:
più nessuno nei campi dia
l’opra ad altri che in ozio sta!
E la Macchina sia alleata,
non nemica, ai lavorator:
così la vita ritrovata
a noi darà pace ed amor.
Avanti, avanti, la vittoria
è nostra e nostro è l’avvenir:
più civile e giusta la storia
un’altra era sta per aprir!
Largo a noi, all’alta battaglia
noi corriamo per l’Ideal!
Via, largo, noi siam la canaglia
che lotta pel suo Germinal!
Franco Fortini, insoddisfatto di questa traduzione/tradimento, ne scrisse una propria che donò a Lotta continua (l’episodio è narrato, tra l’altro, qui):
Noi siamo gli ultimi del mondo
ma questo mondo non ci avrà
Noi lo distruggeremo a fondo
Spezzeremo la società.
Noi non vogliamo sperar niente
Il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci hanno straziato
fra chi sfruttava e chi servì.
Compagno, esci dal passato
Verso il compagno che ne uscì.
Lotta continua non adottò questo testo, ma un altro (piuttosto brutto, e ve lo risparmio) elaborato da Luigi Manconi. Fortini, invece, continuò a lavorarci a più riprese. Alla sua morte, nel 1994, questo testo – “definitivo” per necessità – fu trovato tra le sua carte:
Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.
Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.
Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.
Questo pugno che sale…
E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.
Questo pugno che sale…
Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.
Questo pugno che sale…
Ivan Della Mea racconta, nella parte iniziale di questo clip, di come ne venne a conoscenza e di come decise di cantarla. L’audio è confuso ma merita un piccolo sforza d’attenzione:
Tra i musicisti (colti) del XIX secolo che maggiormente hanno risentito delle influenze popolari zingare(cioè Rom), i più noti sono Brahms e Liszt. In realtà, quello che va sotto il nome di ungherese, è spesso tzigano. Tra i pochi pezzi in cui il debito è riconosciuto esplicitamente è questo Rondò alla zingarese (Presto) che conclude il Quartetto per pianoforte e archi n. 1 in sol minore, op. 25, di Johannes Brahms. Qui lo sentiamo in una vivace esecuzione di giovanissimi interpreti.
Penso che tutti sappiano chi era Tchaikovsky (1840-1893), non fosse che per lo Schiaccianoci e per il celeberrimo Concerto per pianoforte. Ha fama di essere un musicista facile e adatto a un pubblico di bocca buona, ma vi assicuro che è stato un grande. È nota anche la sua tormentata vita sessuale, che alla fine lo condusse al suicidio, per un film di Ken Russell (mi pare che il titolo italiano fosse L’altra faccia dell’amore).
Il brano scelto per la colonna sonora dell’incontro d’amore ideale è l’Andante cantabile (secondo movimento) del suo 1° Quartetto per archi, in re maggiore. Si racconta che il giovane Tchaikovsky facesse la fame con lo stipendio di insegnate al Conservatorio di Mosca. Per raggranellare un po’ di quattrini, nel 1871 organizzò un concerto in cui presentò, tra l’altro, il Quartetto, composto per l’occasione. Il secondo movimento – che spesso si ascolta anche in una versione per orchestra d’archi – ha due temi: il primo è tratto da una canzone popolare russa che Tchaikovsky aveva appreso da un falegname di Kamenka; il secondo è un tema originale cantato dal violino su un tappeto pizzicato di note discendenti del violoncello.
L’esecuzione che sentiamo qui è forse la migliore, quella del Quartetto Borodin:
Eravamo davvero pochi, per il concerto di un chitarrista straordinario.
Concerto sconcertante, se mi permettete il bisticcio. Ribot l’avevo sentito due volte qualche mese fa, nei concerti Masada di John Zorn, con il trio Asmodeus e con Electric Masada, di cui ho doverosamente riferito.
Da solo, è in parte completamente diverso, se mi posso esprimere così. Suona completamente assorto (e questo lo fa anche in gruppo, sfiorando l’autismo), ma da solo l’effetto è più straniante, perché devi fare uno sforzo continuo per non perdere il filo del suo pensiero musicale. Tecnicamente è certamente molto preparato (affiora una preparazione classica), ma non sono infrequenti le “sporcizie” soprattutto ritmiche, non so se volute per accentuare un intento “espressionistico” o messe in conto per non perdere di vista il filo dell’improvvisazione. Alterna acustica ed elettrica, ma dell’elettrica ci tiene a far sentire il suono “della corda”, avvicinando il microfono.
Il meglio, forse, è che giudichiate da soli. Un esempio acustico:
Per motivi che ignoro (posso fare qualche ipotesi, ma è così fragile che non mi sembra il caso di esporla), la capacità di fare, concepire, suonare buona musica non è equidistribuita sul globo terrestre. Noi viviamo in un Paese, l’Italia, universalmente considerato musicale, da Monteverdi a Verdi alla canzone napoletana. In Occidente, la Germania gode di fama analoga, almeno in ambito “colto”. Nell’ambito delle musiche popolari e tradizionali, secondo me due Paesi stanno al di sopra di tutti gli altri per originalità, quantità e qualità della loro produzione musicale: il Mali (e ne parleremo qualche altra volta) e la Romania.
All’inizio del 1900, Bela Bartok (che era nato in quella parte di Ungheria che divenne Romania dopo la prima guerra mondiale) batté per oltre vent’anni le campagne ungheresi e romene raccogliendo testimonianze e materiali etnomusicologici (oltre 6.000 brani) che, in parte, incorporò nelle sue composizioni. Ne sono un esempio le danze rumene per pianoforte (ma ne esiste una trascrizione per pianoforte e violino), composte nel 1915 a partire da melodie raccolte tra il 1910 e il 1912 a Maros-Torda, Bihar, Torda-Aranyos e Torontal. Adesso, i Taraf de Haidouks – una banda di lautari, o anche (questo significa il loro nome) di banditi gentiluomini – chiudono il cerchio, reinterpretando con i modi della musica popolare la musica colta di ispirazione popolare di Bartok.
Il disco dei Taraf de Haidouks merita una recensione più ampia, che mi riprometto di fare. Ma in questi giorni di vergognoso razzismo diretto contro i rumeni e in particolare i Rom, mi sembra doveroso un omaggio alla loro grandezza.
Cominciamo una nuova rubrica: brani musicali che potrebbero essere (a parer mio) la colonna sonora dell’incontro d’amore ideale.
Iniziamo da un brano relativamente poco noto: il 3° movimento (Notturno: andante) dal Quartetto d’archi n. 2 di Alexander Borodin.
Borodin (1833-1887) era un musicista dilettante, che di mestiere faceva il professore di chimica all’università. Musicalmente, faceva parte di un gruppo di musicisti “nazionalisti” russi (nazionalisti nel senso che volevano far emergere nella loro musica elementi folklorici e nazionali) noto come il Gruppo dei cinque (Balakirev, Rimsky-Korsakov, Mussorgsky e Cui, oltre a Borodin). La sua composizione più famosa sono le Danze polovesiane tratte dall’opera Il principe Igor: famosa perché in un musical di Broadway del 1953, Kismet, una delle melodie divenne la nota canzone Stranger in Paradise.
Il Quartetto d’archi da cui è estratto questo terzo movimento fu scritto nel 1881, pare in occasione del ventesimo anniversario dell’incontro di Borodin con la moglie Ekaterina. Per quanto irrilevante sotto il profilo musicale, mi piace pensare che si tratti fin dalla sua ispirazione di un canto d’amore.
Donovan non è stato un genio, né un pilastro della canzone (gli inglesi cercavano di venderlo come la risposta nazionale a Bob Dylan, figuratevi) e questa canzone non è un capolavoro.
Però è una canzone semplice e delicata, che ha il potere di rendere radioso un mattino. Provate a cantarla a piena voce. Coraggio. Vi metto anche le parole.
Qui Donovan la canta e suona con il grande (ma questa è un’altra storia) Pete Seeger al banjo. Se non riuscite a vederlo qui sotto, andate su YouTube, ne vale la pena.
Yellow is the colour of my true love’s hair
In the mornin’ when we rise,
In the mornin’ when we rise,
That’s the time, that’s the time,
I love the best.
Green’s the colour of the sparklin’ corn
In the mornin’ when we rise,
In the mornin’ when we rise.
in the mornin’ when we rise.
That’s the time, that’s the time
I love the best.
Blue’s the colour of the sky
In the mornin’ when we rise,
In the mornin’ when we rise.
in the mornin’ when we rise.
That’s the time, that’s the time
I love the best.
Mellow is the feeling that I get
when I see her, mm hmm,
when I see her, uh huh.
That’s the time, that’s the time
I love the best.
Freedom is a word I rarely use
Without thinkin’, mm hmm,
Without thinkin’, mm hmm,
Of the time, of the time
When I’ve been loved.