16 marzo 1968 – My Lai

Una delle pagine più nere della guerra del Vietnam. La sera del 15 marzo, il capitano Medina informò gli uomini della compagnia Charlie che alle 7 della mattina successiva gli abitanti civili della zona di My Lai avrebbero lasciato i villaggi per recarsi al mercato. Tutti quelli che fossero rimasti avrebbero potuto essere considerati effettivi o simpatizzanti del 48° battaglione Viet Cong.

La mattina del 16 la compagnia Charlie non trovò combattenti, ma iniziò un fuoco indiscriminato diretto a tutto quello che si muoveva: uomini donne vecchi bambini e animali. Il massacro crebbe d’intensità. La testimonianza della BBC:

Soldiers went berserk, gunning down unarmed men, women, children and babies. Families which huddled together for safety in huts or bunkers were shown no mercy. Those who emerged with hands held high were murdered. … Elsewhere in the village, other atrocities were in progress. Women were gang raped; Vietnamese who had bowed to greet the Americans were beaten with fists and tortured, clubbed with rifle butts and stabbed with bayonets. Some victims were mutilated with the signature “C Company” carved into the chest. By late morning word had got back to higher authorities and a cease-fire was ordered. My Lai was in a state of carnage. Bodies were strewn through the village.

Non sopravvisse nessuno. I morti furono tra i 350 e i 500.

Contrariamente alla vulgata (“anche gli americani commettono crimini di guerra, ma almeno li ammettono”), i militari e il governo statunitense cercarono disperatamente di nascondere l’accaduto e di non giungere a un processo. Dei 26 soldati americani processati per il massacro, soltanto il tenente William Calley fu condannato (con attenuanti: 3 anni e mezzo agli arresti domiciliari in caserma!). Quel che è più grave, la corte marziale americana stabilì il precedente che un militare che esegue ordini è esentato dalla responsabilità del suo operato, capovolgendo il principio stabilito dai tribunali per crimini di guerra di Norimberga e Tokyo e aprendo la strada alla sostanziale immunità dei militari americani. Il processo è completato dalla mancata adesione statunitense alla Corte penale internazionale dell’Aia.

Rivoluzione di febbraio

La vera rivoluzione russa, con il senno di poi.

Tanto per cominciare, la rivoluzione di febbraio ebbe il suo culmine in marzo (siamo nel fatale 1917), così come la rivoluzione di ottobre ebbe luogo il 7 novembre 1917: fino al 1919 in Russia si seguiva il calendario giuliano, ormai in ritardo di 13 giorni rispetto a quello gregoriano, adottato in occidente a partire dal 1582.

La rivoluzione di febbraio fu largamente un’insurrezione spontanea e di massa (anche se ovviamente poi vari partiti cercarono di dirigerla e guidarla verso i loro obiettivi), a differenza di quella di ottobre che, nonostante la retorica e la celebrazioni, fu essenzialmente un colpo di Stato effettuato da un manipolo di rivoluzionari.

Alle radici della rivoluzione ci sono le condizioni disperate della Russia nel corso della I guerra mondiale. Tutti i partiti russi (con l’eccezione del Partito social-democratico dei lavoratori, diviso nelle frazioni menscevica e bolscevica) erano stati interventisti, contro gli imperi centrali e insieme a Francia e Regno Unito (la triplice intesa). Dopo i primi successi, i russi erano in forte difficoltà, soprattutto nella Prussia orientale. La logistica si dimostrava ogni giorno un incubo peggiore: le fabbriche non sostenevano i ritmi necessari alla produzione bellica, le munizioni erano insufficienti e il sistema ferroviario un disastro. Le perdite pesantissime: 1.700.000 soldati morti e 5.900.000 feriti. Il morale era a terra, ed erano frequenti ammutinamenti e diserzioni (al ritmo di 140.000 l’anno, nonostante la legge marziale). Per la popolazione civile le cosa non andavano meglio: l’economia, tagliata fuori dai mercati dell’Europa centrale e occidentale, era in recessione, i generi alimentari scarseggiavano e i timori di una carestia erano diffusi. L’inverno 1916-1917 era particolarmente rigido. Per di più, la famiglia dello Zar Nicola II era invisa al popolo, che accusava lo Zar di aver ceduto troppo potere alla Zarina Alessandra Fydorovna di Hesse (e dunque di famiglia tedesca) e al consigliere Grigori Rasputin (sospettato di essere l’amante della Zarina).I primi disordini scoppiarono il 22 gennaio, anniversario della domenica di sangue del 1905, quando i soldati della Guardia Imperiale avevano aperto il fuoco contro una manifestazione pacifica di dimostranti disarmati che si stava dirigendo al Palazzo d’inverno per presentare una supplica allo Zar (96 morti e 333 feriti secondo la questura, 4.000 secondo i manifestanti, per lo più schiacciati dalla folla in fuga).

Ai primi di marzo gli operai delle Officine Putilov, il più grande stabilimento di Pietrogrado, annunciano lo sciopero. I lavoratori di altre fabbriche si uniscono a loro e proclamano lo sciopero generale. La popolazione scende in piazza e chiede pane e la fine della guerra. Il 7 marzo (in occasione delle celebrazioni della giornata della donna) continuano le riunioni e le manifestazioni. Gli slogan ora chiedono anche la fine dell’autocrazia. Gli scontri con la polizia sono numerosi e lasciano sul terreno molti morti, ma permettono anche al popolo di armarsi. Dopo 3 giorni di scontri, il 9 marzo interviene un battaglione dell’esercito che, dopo qualche scontro, fraternizza con gli insorti.

Il presidente della Duma Rodzianko manda un telegramma allo Zar: “La capitale è nel caos. Il governo è impotente, i trasporti paralizzati, cibo e carburante scarseggiano. Si spara nelle strade. È  necessario formare un nuovo governo. Senza indugio. Ogni esitazione è fatale”. Lo Zar non risponde.

Finalmente, il 14 marzo lo Zar va a Pietrogrado, perché il figlio Alexei ha il morbillo. In una drammatica riunione, il 15 marzo i capi dell’esercito e i ministri (quelli che non si erano dati alla fuga nei giorni precedenti) costringono lo Zar ad abdicare a favore del fratello. Questi, però, non accetta.

Nel caos che ne segue, convivono 3 governi provvisori, in conflitto tra loro: quello del Partito costituzionale, guidato dal liberale principe Georgy Yevgenyevich Lvov; quello del Blocco progressista, guidato da Alexander Guchkovs; e quello del Soviet di Pietrogrado, composto dai rappresentanti degli operai (uno ogni mille) e da quelli dei soldati (uno per ogni compagnia), in cui i Socialisti Rivoluzionari hanno la maggioranza.

Lenin, esule in Svizzera, arriva a Pietrogrado il 3 aprile e comincia a lavorare per assumere il controllo della situazione. Pubblica le Tesi di aprile (che propugnano il disfattismo rivoluzionario), si mette alla guida dei Bolscevichi e, quindi, del Soviet. Infine, fonda la Terza Internazionale.

Il 2 luglio cade il Governo provvisorio di Lvov. Lenin tenta un’insurrezione armata, ma è sconfitto e costretto a riparare in Finlandia.Guida ora il Governo Provvisorio Alexander Kerenski, dei socialisti rivoluzionari. Propugna la libertà di parola e libera migliaia di prigionieri politici, ma fronteggia la feroce opposizione tanto del bolscevichi quanto dei menscevichi.

“Niente nemici a sinistra”, diceva Kerenski, che si fidava dei bolscevichi. Sappiamo come è andata a finire.

15 febbraio – Galileo Galilei

Nasce a Pisa il 15 febbraio 1564. Galileo Galilei è molto importante, per la storia del pensiero scientifico, per la divulgazione scientifica e per il rapporto tra scienza e religione.

Ognuno di questi punti meriterebbe di essere discusso a lungo, ma mi limiterò ad alcuni spunti sui primi due, per soffermarmi di più sul terzo, tornato in qualche modo d’attualità nei mesi scorsi.

Il metodo galileiano: secondo Galileo il libro della natura è scritto secondo leggi matematiche e per poterle capire è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che la natura ci mette a disposizione. Galileo introduce quindi una distinzione tra l’aspetto teorico e quello sperimentale, in cui né uno né l’altro sono preponderanti: il modello teorico spiega un’osservazione sperimentale e anticipa future osservazioni.

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. (Il saggiatore)

La divulgazione. A partire da Il saggiatore (1623), Galileo scrive in italiano, e non in latino (la lingua dei dotti). Questa scelta è essenziale per comprendere lo scontro con le autorità ecclesiastiche: queste erano disposte ad ammettere la discussione delle teorie copernicane (condannate dal Sant’Uffizio nel 1616) purché esse fossero presentate come ipotesi scientifiche e non come realtà e purché il dibattito fosse condotto in ambito accademico (e dunque in latino). Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, oltre al volgare Galileo sceglie la forma dialogica: nulla è più lontano dal principio di auctoritas che una forma dialettica, in cui due personaggi presentano le due teorie (Salviati è il portavoce delle idee copernicane di Galileo e Simplicio quello della dottrina tradizionale e dogmatica) e il terzo, Sagredo, rappresenta invece il discreto lettore, l’intendente di scienza, colui a cui è destinata l’opera, che interviene nelle discussioni chiedendo delucidazioni, contribuendo con argomenti più colloquiali, comportandosi come un medio conoscitore di scienza. In questo modo, il lettore è messo al posto di comando, ha  il compito (e la responsabilità) di essere il giudice ultimo dei meriti delle due teorie.

Il rapporto tra scienza e religione. La recente polemica sulla (mancata) lectio magistralis del papa alla Sapienza, di cui ha parlato anche questo blog in più occasioni (il 14 novembre 2007, il 17 e il 19 gennaio 2008), ha avuto il merito di porre nuovamente il problema all’ordine del giorno. Forse a questo punto vale la pena, perché mi sembra che conservino intatti una grande evidenza, riportare i termini della sentenza di condanna di Galileo Galilei del 22 giugno 1633 (qui il testo integrale):

Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’età tua d’anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch’avevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura;

Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine e al danno che di qui proveniva e andava crescendosi con pregiudizio della S.ta Fede, d’ordine di N. S.re e del’Eminen.mi e Rev.mi SS.ri Card.i di questa Suprema e Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due proposizioni della stabilità del Sole e del moto della Terra, cioè:

Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.

[…]

E essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno prossimo passato, la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; ed informata appresso la Sacra Congre.ne che con l’impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del Sole; fu il detto libro diligentemente considerato, e in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto, avendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata e in faccia tua per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu lasci come indecisa e espressamente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’opinione dichiarata e difinita per contraria alla Scrittura divina.

[…]

Pertanto, visti e maturamente considerati i meriti di questa tua causa, con le sodette tue confessioni e scuse e quanto di ragione si doveva vedere e considerare, siamo venuti contro di te alla infrascritta diffinitiva sentenza.

Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de’ RR Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e nelle cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, a te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall’altra;

Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell’avvenire e essempio all’altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

Galileo fu costretto all’abiura:

Io Galileo […] sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova;

Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, e eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simile sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonzierò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

[…]

Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

2 febbraio 1943 – Stalingrado

Altro che Candelora. Il 2 febbraio 1943, 65 anni fa, le truppe tedesche si arrendono e finisce, con una decisiva vittoria sovietica, una battaglia decisiva per l’esito della 2° guerra mondiale.

La battaglia si inscrive nell’ambito dell’Operazione Blu (Fall Blau) che, nell’estate del 1942, avrebbe dovuto portare le forze dell’Asse alla conquista dei campi petroliferi del Caspio.

La difesa di Stalingrado fu assegnata da Stalin al maresciallo Yeremenko, al luogotenente generale Chuikov e al commissario politico Nikita Krushchev (sì, proprio lui, quello che poi si tolse la scarpa all’ONU). Gli attacchi iniziali delle forze dell’Asse ebbero successo: raggiunsero il Volga e Stalingrado, massicciamente bombardata, fu percorsa da una tempesta di fuoco. La difesa della città fu sostenuta dai lavoratori delle fabbriche, donne comprese.

L’ordine di Stalin (27 luglio 1942) era “Non un passo indietro!” e prevedeva il tribunale militare per chi avesse ordinato la ritirata. I tedeschi, entrati in città, non riuscivano ad avanzare. La battaglia divenne sanguinosissima da entrambe le parti. Si combatteva strada per strada, casa per casa.

Dopo tre mesi di carneficina, l’Asse aveva conquistato pressoché tutta la città a ovest del Volga. Ma il 19 novembre i sovietici diedero il via all’operazione Urano, attaccando i fianchi delle forze dell’Asse da nord e poi anche da sud (20 novembre).

Nella sacca (Kessel) che risultò da questa manovra a tenaglia restarono intrappolati 230.00 armati dell’Asse (in prevalenza tedeschi e rumeni). Gli assedianti divennero assediati. A nulla servì il tentativo di ponte aereo tentato dalla Luftwaffe, che perse quasi 500 aerei. Un tentativo tedesco di rompere l’assedio fallì, mentre ormai i sovietici, attraversando il Volga gelato, potevano rifornire Stalingrado. Il parziale successo dell’offensiva sovietica su Rostov (quella che risultò disastrosa per l’ARMIR) mise i rifornimenti per via aerea fuori portata, e con la perdita dei due aeroporti di Pitomnik (16 gennaio 1943) e Gumrak (25 gennaio) le forze asserragliate nella sacca restarono senza viveri e senza munizioni. Riprese la battaglia nelle strade. I sovietici offrirono una resa onorevole a von Paulus, ma Hitler non ne volle sapere. Von Paulus fu anzi insignito in extremis (30 gennaio) del titolo di Generalfeldmarschall e così, quando si arrese insieme a 21 generali, fu il prima feldmaresciallo a essersi arreso nella storia dell’esercito tedesco (nella foto qui sotto). Con lui si arresero 91.000 soldati stanchi e affamati. Ne sopravvissero soltanto 5.000.

L’effetto psicologico della vittoria sovietica e della disfatta tedesca fu immensa.

Per me Stalingrado è legata alla bellissima canzone degli Stormy Six, che racconta come la vittoria di Stalingrado diede forza al movimento di resistenza nelle fabbriche del Nord Italia.

Il giorno della memoria – Namibia

Pochi sanno che il primo genocidio del XX secolo ebbe luogo in Africa, in Namibia.

All’inizio del secolo l’attuale Namibia era una colonia tedesca (Deutsch-Südwestafrika). La politica coloniale tedesca nella regione incoraggiava i coloni bianchi a occupare i pascoli degli indigeni (il territorio era abitato dai Khoikhoi, cacciatori e raccoglitori, e da vari gruppi di allevatori bantu, di cui gli Herero e i Nama). Oltre all’occupazione delle terre manu militari (operavano sul territorio le Schutztruppe imperiali), i neri erano spesso ridotti in schiavitù r avviati al lavoro coatto.

Nel 1903 e 1904 si succedettero due sollevazioni: prima i Nama sotto la guida di Hendrik Witbooi (60 tedeschi uccisi) e poi gli Herero di Samuel Maharero (120 tedeschi uccisi). Nell’ottobre del 1904 Berlino inviò un contingente di 14.000 soldati, al comando del generale Lothar von Trotha per risolvere la crisi:

Io, il grande generale dell’esercito tedesco, invio questa lettera al popolo Herero […] Tutti gli Herero devono lasciare questa terra […] Ogni Herero sorpreso entro i confini tedeschi, con o senza armi, con o senza bestiame, sarà passato per le armi. Non accoglierò più donne o bambini: li accompagnerò fuori dai confini [cioè nel deserto del Kalahari] o sparerò. Questa la mia decisione sugli Herero.

Quando, alla fine dell’anno, il Kaiser ritirò l’ordine, il peggio era compiuto. Le condizioni del deserto erano proibitive e i più morirono di sete (si racconta di scheletri trovati nel fondo di buche profonde fino a 20 metri, scavate nel disperato tentativo di trovare l’acqua).

I sopravvissuti, in prevalenza donne e bambini, furono internati in campi di concentramento (si presero a modello quelli creati dai britannici nella guerra boera). Le autorità tedesche diedero un numero di matricola a ogni internato e ne registrarono meticolosamente la morte, nel campo o durante i lavori forzati. Quando i campi furono chiusi nel 1908, tra il 50 e l’80% degli internati era morto di fame, fatica o malattia.

Secondo il rapporto Whitaker (ONU 1985), tra il 1904 e il 1907 morirono 65.000 Herero (l’80% della popolazione originaria) e 10.000 Nama (la metà della popolazione originaria).

Nel 2005, Channel Four della BBC ha dedicato un ampio documentario al genocidio della Namibia. Lo potete vedere qui sotto.

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Assassini e mandanti

Sì, lo so, lo avranno già detto in tanti, e tanti altri lo staranno scrivendo in questo momento.

1998: Romano Prodi viene ucciso una prima volta. La mano è quella di Fausto Bertinotti, ma la pistola carica gliel’ha data Massimo D’Alema.

2008: Romano Prodi viene ucciso la seconda volta. La mano è quella di Clemente Mastella, ma la pistola carica gliel’ha data Walter Veltroni.

Per fortuna, questa tradizione (tra le più impresentabili) della sinistra si è attenuata nel corso degli anni: sono “morti” politiche, non assassinii in senso proprio, come quello di Trotsky o quello di Rosa Luxemburg.

Sulle cupe prospettive che la caduta di Prodi apre per chi, ancora, si dice di sisnistra (what is left?), mi sembra interessante il punto di vista di Gabriele Polo su il Manifesto di oggi, 25 gennaio 2008.

Suicidio politico

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l’onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.
Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell’Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica – frutto di una legge elettorale inguardabile – che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l’eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori – badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell’elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.
Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un’opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti.

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Galileo, Giordano Bruno e Guarini (ultimo atto)

Almeno si spera.

Riproduco qui un editoriale di Giovanni De Mauro comparso su Internazionale del 18 gennaio 2008.

Non notizia

“Ieri, alle 14.45 al nono chilometro della statale n. 1897 non si è verificato un terrificante scontro nel quale non hanno perso la vita cinque persone. Gli altri non hanno riportato ferite guaribili in periodi varianti tra un mese e 75 giorni. La polizia non ha avuto bisogno di compiere indagini”. Comincia così Un benefattore incompreso, uno dei meravigliosi racconti brevi di Gianni Rodari. Protagonista è un giovane giornalista che scrive articoli su fatti che non sono successi. Al direttore che, infuriato, gli chiede spiegazioni, risponde: “È la pura verità. Non c’è una parola di falso”. E alla fine, quando viene licenziato, commenta: “Lo sapevo. Lei è il quarto direttore che prende la stessa decisione. Sembra che le mie idee sul giornalismo siano troppo avanzate”. Ma nel frattempo il giovane cronista ha fatto scuola nei giornali italiani, perché quella del papa che non è andato all’università sembrava proprio una delle sue non notizie.

Dissento in parte perché due notizie ci sono:

  • montato e pieno d’aria come la panna, o gli albumi a neve, il non-avvenimento della non-partecipazione del papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza si è insediato nella testa dei lettori e degli spettatori della televisione come un inquietante episodio di intolleranza perpetrato da uno sparuto manipolo di accademici a danni della “maggioranza silenziosa ” (sì, abbiamo dovuto leggere anche questo);
  • del fatto (questo sì, che è un fatto!) che dall’inaugurazione dell’anno accademico – che a rigore dovrebbe interessare soltanto loro, o soprattutto loro – siano stati tenuti lontani manu militari proprio i lavoratori dell’università e gli studenti, di questo non se n’è accorto quasi nessuno.

Il testo integrale del racconto di Gianni Rodari è qui.

Galileo, Giordano Bruno e Guarini (la saga continua)

La vicenda della visita dal papa alla Sapienza si chiude oggi (speriamo) in modo grottesco, ma soprattutto intollerabilmente poliziesco: chiudere l’Università agli studenti e ai precari che ci lavorano, e alla fine anche ai dipendenti muniti di tesserino, per fare spazio alla solita variegata nomenklatura presenzialista, questo sì che è stato un gesto di intolleranza e di censura. Contro cui, mi pare, nessuna delle anime belle e dei paladini della tolleranza che hanno tuonato in questi giorni si è sognato di dire qualcosa. Nessuna fa veglie per il diritto degli studenti e dei lavoratori dell’università, e quindi non stupitevi se quel diritto se lo difendono da soli.

Si segnala anche che Mussi (“Contesto le manifestazioni in atto”) e Veltroni (“Ciò che è successo, per un democratico, è inaccettabile”) hanno perso un’altra bella occasione per tener chiuso il becco (mio padre diceva che “il gallo, prima di cantare, scuote l’ala tre volte”; cioè medita prima di aprire bocca).

Il rettore Guarini – il vero responsabile di quanto accaduto, se ci riflettete anche soltanto un secondo (avrebbe potuto invitare il papa qualunque altro giorno dell’anno, e invece ha pervicacemente insistito perché la visita coincidesse con l’inaugurazione dell’anno accademico, prima per tenere una lectio magistralis de jure, e poi a tenerne una de facto) – si distingue ancora una volta per l’incapacità di assumersi una responsabilità. Quanto meno, se è vero quanto riferito da Francesco Caruso, che era andato a trattare l’accesso degli studenti e dei precari in università: “Il rettore Guarini ci ha detto che non è un problema suo, perché è la questura di Roma che deve decidere se farci entrare o no. La questura però dice che è Guarini che deve dare loro una comunicazione formale”.

Per completezza dell’informazione, segnalo che Marcello Cini – che con la sua civilissima lettera aperta al rettore della Sapienza del 14 novembre ha dato avvio al dibattito sul significato della presenza papale all’inaugurazione dell’anno academico – interviene di nuovo sull’argomento dalle colonne de il Manifesto di oggi (17 gennaio 2008). Riporto i passi essenziali dell’intervista.

«Quello che mi indigna un po’, francamente, è questa pressoché unanime valanga che si sta rovesciando – oltre che su di me – sui firmatari dell’appello, sugli studenti che hanno reagito da studenti, in un unico blocco di violenti, intolleranti che hanno impedito al papa di venire alla Sapienza a parlare. Io rispondo per quanto mi riguarda, perché la mia è stata un’iniziativa personale – con una lettera scritta il 14 novembre su il manifesto – in cui mi rivolgevo al mio rettore. E lo criticavo anche aspramente perché vedevo nell’invito a inaugurare l’anno accademico della Sapienza (di questo si trattava, anche se prima come lectio magistralis, poi camuffata all’italiana con un intervento nello stesso giorno, comunque) ».

«La sostanza era l’invito al papa a inaugurare l’anno accademico. A questa proposta io ho reagito, e reagirei ancora oggi, per due ragioni. La prima è di tipo formale, ma essenziale. L’inaugurazione dell’anno accademico è un atto pubblico, forse il più importante, che riafferma la natura e la funzione dell’università come istituzione di crescita della conoscenza, di formazione della cultura al più alto livello, di uno stato laico, democratico, moderno, sui principi della Rivoluzione francese, dell’illuminismo e della modernità. Un atto importante – un rito se si vuole – che riafferma il modo in cui è organizzato questo processo di crescita e trasmissione della conoscenza alle giovani generazioni. Invitare al centro di questo rito laico un’autorità come il papa è di fatto una contraddizione in termini, non può che generare conflitto. Il papa è a capo di un’istituzione come la Chiesa cattolica, fondata su principi totalmente diversi – come il carattere gerarchico-autoritario, detentore di una verità assoluta proveniente direttamente da dio, quindi dalla trascendenza. Si fonda perciò su criteri di verità, metodologici e epistemologici, completamente diversi. È questo contesto che non si vuol capire. Ossia la coesistenza e il conflitto tra due istituzioni di natura diversa e fondate su principi in antitesi fra loro».

«Ciò non vuol dire che il papa, come professor Ratzinger, non sia un professore universitario, un intellettuale fine, colto, ecc. Ma la confusione tra queste due figure, che coesistono entro la stessa persona, ha permesso di generare – per esempio in occasione dell’invito a Ratisbona – un’interpretazione del suo discorso come una presa di posizione contro l’Islam, con tutte le polemiche che ne sono seguite».

«Non sarebbe successo nulla se il rettore e il Vaticano avessero semplicemente spostato la visita in un’altra data. Anche altri papi l’hanno fatto, esponendo il proprio punto di vista. Nei contenuti sarebbe stato poi approvato, obiettato, contestato, ecc.».

«Tutto questo si colloca in un contesto in cui questo papato – in particolare nel nostro paese – sta perseguendo una politica concreta tesa a sgretolare sempre di più la separazione tra Stato e Chiesa, tra repubblica italiana e clero. Questo ha creato una situazione in cui una presa di posizione legittima – un professore che si rivolge pubblicamente al proprio rettore – e fondata sulla separazione delle sfere di competenza, viene classificata, bollata e demonizzata come un’intolleranza da parte mia, dei miei colleghi e degli studenti. L’intolleranza quotidiana è quella che arriva alle telefonate del cardinal Bertone ai deputati italiani di stretta osservanza cattolica perché non votino certe leggi».

«Se questa reazione è un’intolleranza o un ’divieto di parlare’, siamo a un tale stravolgimento della realtà dei fatti che, da un lato, non può che indignarmi; dall’altro – vedendo che tutta la sinistra e il centrosinistra si accoda a questa mistificazione – deprimermi profondamente. C’è un’incapacità di reagire a questo pensiero unico per cui il depositario dei valori è la religione e i laici non hanno valori. Per acquietare le coscienze e orientarsi sul senso della vita, sul lecito e il non lecito, su tutte queste cose l’unico riferimento ritorna a essere la religione. È colpa nostra».

Grazie, professor Cini.

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Peso el tacòn del buso

Peggio il rattoppo del buco, si dice in Veneto.

Se si dovesse scegliere, tra i tanti, un esempio dell’italica furbizia e dei suoi tragicomici risultati si dovrebbe prendere la vicenda della presenza papale all’inaugurazione dell’anno accademico nella più grande università italiana per numero d’iscritti (non la più antica, né la più prestigiosa, però).

Riassunto delle puntate precedenti. A metà novembre si diffonde la notizia che Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, è invitato a tenere la lectio magistralis in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Almeno il suo predecessore aveva formulato delle tardive e stentate scuse per il processo a Galileo Galilei e qualche altra assortita nequizia della chiesa. Ma questo non fa mistero di non pensarla così ed è stato fino all’altro ieri responsabile del Sant’Uffizio e distributore di censure a chiunque, dall’interno della chiesa, fosse portatore di istanze modernizzatrici (per me non fa molta differenza, ma per alcuni – lo capisco – ne fa molta). Tra l’altro, l’ultima volta che il pontefice ha tenuto una lectio magistralis, a Ratisbona, ha provocato la reazione indignata dei fratelli islamici: con buona pace dell’ecumenismo. I laici insorgono. Il professor Marcello Cini scrive una lettera aperta.

Il rettore Renato Guarini fa marcia indietro. Astuta soluzione: l’inaugurazione dell’anno accademico sarà rigorosamente laica, ma – dato che il papa si troverà quel giorno a passare di là – perché non invitarlo a dire due parole sulla pena di morte (che secondo il codice ecclesiastico e il catechismo della chiesa cattolica è pena prevista e lecita)? Magari apparentandola con l’aborto, come la retorica perversa di queste settimane ha preteso di fare? Esempio fulgido di genio italico.

Qualcuno protesta. 67 su 4.000, minimizza Guarini. Che protesta civilmente non lo dice nessuno. Anzi si grida alla censura e si invocano i principi della sacrosanta libertà di parola. Come se il papa non occupasse quotidianamente radio televisioni e carta stampata per intervenire pesantemente nella vita politica italiana e nelle questioni private dei cittadini, soprattutto in materia di sessualità. Come se questa non fosse l’ennesima, superflua occasione di dire la sua.

Le anime belle della libertà religiosa organizzano veglie e contro-manifestazioni. Sono gli stessi, badate bene, che appena qualche settimana fa si sono rifiutati di ricevere il Dalai Lama per non far irritare i preziosi partner commerciali cinesi (aveva fatto eccezione, gliene va dato atto, soltanto Bertinotti).

Poi il capolavoro: il papa non ci va più. Offeso, se fosse un comune mortale. Ma per alcuni non lo è: dunque maestosamente superiore alle nostre povere beghe. Autogol alla Cordoba.

Le anime belle, destra e sinistra, delirano all’unisono:

Veltroni: l’intolleranza fa male alla democrazia (ma anche…)

Berlusconi: intolleranza e fanatismo (Veltroni il fanatismo se l’era dimenticato)

Casini: onda di vergogna sull’università (il bìgamo)

Cicchitto: bravi nipotini di Zdanov e Goebbels (da che pùlpito, il nipotino di Bettino…)

Udeur: pessima figura italiana (come non concordare?)

Giordano: sono molto dispiaciuto (irrilevante, come solo lui sa essere)

Fini: profondamente amareggiato e indignato per il clima anticlericale (ma dov’era, in Spagna?)

Di Pietro: umiliato come cittadino e come credente perché la chiesa è portatrice di pace (rimandiamolo a scuola!)

Formigoni: Bush può andare in Iraq, il Papa no in una università (forse prima la dovrebbe invadere con le famose divisioni di staliniana memoria)

Ferrara: vergogna inaccettabile, tutto questo in odio a un uomo mite, colto, sensibile (sì, sta parlando di Ratzinger! voglio conoscere il suo pusher)

Castelli: hanno vinto i nazisti rossi (questa volta non i suoi nazisti verdi, evidentemente)

Follini: rinuncia a lezione di spirito liberale (Ratzinger l’ha denunciato per diffamazione, suppongo)

Calderoli: superato ogni limite (lasciatelo dire a me che me ne intendo)

Bertinotti: no comment (premio ignavia 2008)

Quest’oggi voto Boselli (e mi costa, veh se mi costa…):

“Quella di annullare la visita credo sia una scelta opportuna”. Lo afferma il leader del Ps Enrico Boselli. “Bisogna ricordare – osserva ancora – che il clero in questi mesi ha contestato leggi in vigore, penso alla 194, e ha ammonito a non fare altre leggi, penso a quella sulle unioni civili. Per questo quando entrano fortemente nel dibattito politico devono attendersi che qualcuno risponda”. Ai cronisti che chiedono se oggi si sia registrata una “vittoria laica”, Boselli boccia questa lettura: “Credo che nessuno abbia il diritto di mettere il bavaglio al Papa, ma di fronte a questi continui interventi del Vaticano è giusto che alcuni studenti, alcuni intellettuali abbiano il diritto di critica, hanno il diritto di ricordare che la scienza deve essere svincolata dalla religione. Quanto al laicismo – conclude Boselli – non credo esista. Esiste la laicità alla quale si ispira la stragrande maggioranza dei cattolici italiani. Piuttosto si sarebbe dovuto riflettere di più prima di avanzare questo invito, tuttavia tutto si può dire tranne che le gerarchie cattoliche non abbiano pieno acceso ai mass-media italiani com’è giusto che sia in un Paese democratico”.

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13 gennaio – J’accuse…!

Il 13 gennaio 1898 Émile Zola – schierato con gli innocentisti – pubblica sul quotidiano socialista L’Aurore una lettera aperta al presidente della repubblica francese Félix Faure. È una pietra miliare della letteratura civilmente e politicamente impegnata, e anche un testo essenziale nella letteratura francese. Come spesso accade, tutti lo citano e nessuno l’ha letto.

“Parla per te!”, diranno i miei colti lettori. Va bene, parlo per me. Non l’avevo letto fino a oggi. Ma la lettura che ne ho fatto oggi mi ha talmente impressionato per la forza e l’attualità della lettera aperta che, a parte, ne riproduco il testo originale. Per i più pigri, qui c’è una traduzione integrale e un breve riassunto del caso Dreyfus (sì, me ne sono accorto, è la rivista del Sisde).

Una piccola nota a margine: il centro di controspionaggio del ministero della guerra francese, da cui partirono le accuse a Dreyfus, si chiamava Section de statistique (service de renseignements et de contre-espionnage).

A chi è interessato agli artifici retorici usati da Zola (io, ad esempio, sono molto interessato), suggerisco questo sito.