Assassini e mandanti

Sì, lo so, lo avranno già detto in tanti, e tanti altri lo staranno scrivendo in questo momento.

1998: Romano Prodi viene ucciso una prima volta. La mano è quella di Fausto Bertinotti, ma la pistola carica gliel’ha data Massimo D’Alema.

2008: Romano Prodi viene ucciso la seconda volta. La mano è quella di Clemente Mastella, ma la pistola carica gliel’ha data Walter Veltroni.

Per fortuna, questa tradizione (tra le più impresentabili) della sinistra si è attenuata nel corso degli anni: sono “morti” politiche, non assassinii in senso proprio, come quello di Trotsky o quello di Rosa Luxemburg.

Sulle cupe prospettive che la caduta di Prodi apre per chi, ancora, si dice di sisnistra (what is left?), mi sembra interessante il punto di vista di Gabriele Polo su il Manifesto di oggi, 25 gennaio 2008.

Suicidio politico

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l’onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.
Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell’Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica – frutto di una legge elettorale inguardabile – che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l’eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori – badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell’elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.
Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un’opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti.

Pubblicato su Grrr!, Opinioni. 2 Comments »

2 Risposte to “Assassini e mandanti”

  1. wu ming Says:

    Forse dovevamo fare qualche cosa, invece, sempre combattuti, tra acidità, ipercriticità e snobismo, ad aspettare una “cosa di sinistra”, a far pesare l’appoggio e adesso che la destra è riuscita a buttarlo giù, siamo disperati. In politica non funziona come nella vita privata: i figli, i mariti, le mogli, i genitori, gli amici li possiamo criticare soltanto noi, guai a un estraneo che li tocca!

  2. Il mio paese, di Daniele Vicari « Sbagliando s’impera Says:

    […] lodevole intenzione di “contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo” (Gabriele Polo), quale era il progetto di Italia del governo Prodi e della sua coalizione? Dove lo trovo nelle 282 […]


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