Sergej Esenin (e il bardo Branduardo)

In una delle interviste con cui si conclude il volume delle Opere scelte, Hrabal dice a un certo punto che secondo lui il poeta più grande è Sergej Esenin. Io sapevo molto poco di lui, così sono andato a documentarmi.

Bellissimo, ragazzo prodigio, bisessuale, viziatissimo, travolto dalla rivoluzione russa, marito anche di Isadora Duncan, si suicida trentenne.

Ha scritto poesie bellissime.

Forse la più nota (ovviamente anche per curiosità morbosa) è quella che vergò con il suo sangue come suicide note:

Arrivederci, amico mio, arrivederci.

Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
Promette che ci incontreremo ancora.

Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,

ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.

Indubbiamente bella. Ma io trovo ancora più bella questa, così russa, con le rape rosse e l’avena, con l’attaccamento alla nera zolla, con l’amore che che nel ricordo si decompone come una cosa viva e vegetale.

Non vagheremo più

Non vagheremo più, non schiacceremo più tra gli arbusti
le bietole rosse, non cercheremo più le tracce…
Col fascio dei tuoi capelli d’avena
per sempre sei svanita dai miei sogni.
Tenera, bella, e col vermiglio
colore delle bacche sulla pelle,
eri simile a un crepuscolo rosa.
E come neve, candida e abbagliante.
Sono appassiti i chicchi dei tuoi occhi,
il tuo nome s’è dissolto come una musica,
ma è rimasto tra le pieghe gualcite dello scialle
l’aroma di miele delle mani innocenti.
Nell’ora silenziosa, quando l’alba sul tetto
come un gatto con la zampa si lava la bocca,
odo dolcemente parlare di te
le canne acquatiche che conversano col vento.
Ah mi sussurri pure la sera blu
che tu eri una canzone e un sogno.
Chi inventò la tua flessibile figura
ha toccato con le mani un luminoso mistero.
Non vagheremo più, non schiacceremo più tra gli arbusti
le bietole rosse, non cercheremo più le tracce…
Col fascio dei tuoi capelli d’avena
per sempre sei svanita dai miei sogni.

La poesia di Esenin più nota in Italia è quella che, con qualche modifica, è stata musicata da Angelo Branduardi con il titolo Confessioni di un malandrino. La riporto qui sotto in una versione dal vivo del 1999 e con il testo della canzone e la traduzione dell’originale di Esenin.

Confessioni di un malandrino
Mi piace spettinato camminare
col capo sulle spalle come un lume
così mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.

Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
l’agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.

Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi

ma mi vogliono bene come ai campi,
alla pelle ed alla pioggia di stagione
raro sarà che chi mi offende scampi
dalle punte del forcone.

Poveri genitori contadini
certo siete invecchiati, ancor temete
il signore del cielo e gli acquitrini
genitor che mai non capirete

che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del paese
ed ora con le scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.

Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
alla vacca s’inchina sua compagna.

E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.

Voglio bene alla patria benché
afflitta di tronchi rugginosi
mi è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi

son malato d’infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’aprile.
Sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.

Dal nido di quell’albero le uova
per rubare salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima.

E tu mio caro amico vecchio cane
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.

Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola, all’uomo ed una al cane

io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buonanotte, la falce della luna
si cheta mentre l’aria si fa bruna
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.

La notte è così tersa
qui forse anche morire non fa male
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.

O pegaso decrepito e bonario
il tuo galoppo è ora senza scopo
e giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.

Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.

Confessioni di un teppista
Non tutti son capaci di cantare
E non a tutti è dato di cadere
Come una mela, verso i piedi altrui.
È questa la più grande confessione
Che mai teppista possa confidarvi.
Io porto di mia voglia spettinata la testa,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace nella tenebra schiarire
Lo spoglio autunno delle anime vostre;
E piace a me che mi volino contro
I sassi dell’ingiuria,
Grandine di eruttante temporale.
Solo più forte stringo fra le mani
L’ondulata mia bolla dei capelli.
È benefico allora ricordare
Il rauco ontano e l’erbeggiante stagno,
E che mi vivono da qualche parte
Padre e madre, infischiandosi del tutto
Dei miei versi, e che loro son caro
Come il campo e la carne, e quella pioggia fina
Che a primavera fa morbido il grano verde.
Per ogni grido che voi mi scagliate
Coi forconi verrebbero a scannarvi.
Poveri, poveri miei contadini!
Certo non siete diventati belli,
E Iddio temete e degli acquitrini le viscere.
Capiste almeno
Che vostro figlio in Russia
È fra i poeti il più grande!
Non si gelava il cuore a voi per lui,
Scalzo nelle pozzanghere d’autunno?
Adesso va girando egli in cilindro
E portando le scarpe di vernice.
Ma vive in lui la primigenia impronta
Del monello campagnolo.
Ad ogni mucca effigiata
Sopra le insegne di macelleria
Si inchina da lontano.
Ed incontrando in piazza i vetturini
Ricorda l’odore del letame sui campi,
Pronto, come uno strascico nuziale,
A reggere la coda dei cavalli.
Amo la patria. Amo molto la patria!
Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.
Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,
E nel silenzio notturno l’argentina voce dei rospi.
Teneramente malato di memorie infantili
Sogno la nebbia e l’umido delle sere d’aprile.
Come a scaldarsi al rogo dell’aurora
S’è accoccolato l’acero nostro.
Ah, salendone i rami quante uova
Ho rubato dai nidi alle cornacchie!
È sempre uguale, con la verde cima?
È come un tempo forte la corteccia?
E tu, diletto,
Fedele cane pezzato!
Stridulo e cieco t’hanno fatto gli anni,
E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,
Col fiuto immemore di porte e stalla.
Come grata ritorna quella birichinata:
Quando il tozzo di pane rubacchiato
Alla mia mamma, mordevamo a turno
Senza ribrezzo alcuno l’un dell’altro.
Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.
Fioriscono gli occhi in viso
Simili a fiordalisi fra la segala.
Stuoie d’oro di versi srotolando,
Vorrei parlare a voi teneramente.
Buona notte! buona notte a voi tutti!
La falce dell’aurora ha già tinnito
Fra l’erba del crepuscolo.
Voglio stanotte pisciare a dirotto
Dalla finestra mia sopra la luna!
Azzurra luce, luce così azzurra!
In tanto azzurro anche morir non duole.
E non mi importa di sembrare un cinico
Con la lanterna attaccata al sedere!
Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,
Mi serve proprio il tuo morbido trotto?
Io, severo maestro, son venuto
A celebrare i topi ed a cantarli.
L’agosto del mio capo si versa quale vino
Di capelli in tempesta.
Ho voglia d’essere la vela gialla
Verso il paese cui per mare andiamo.

Gonzo

Chi è credulone e facilmente ingannabile (De Mauro online).

In inglese, gonzo vuol dire piuttosto “bizzarro” e “stravagante”.

La radice indoeuropea ghans- significa “oca” (tedesco Gans e inglese gander). L’accostamento tra l’animale e lo sciocco (o la sciocca) è comune a tutte le lingue indoeropee.

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Something in the Air

Un ricordo venuto a galla come un occhio di grasso nel brodo, per usare una metafora particolarmente poetica. Per me è stata una delle canzoni più importanti del 1969 (e il 1969 è stato il mio vero 1968).

Thunderclap Newman è stato un gruppo di un solo album, anzi di un solo 45 giri, questo Something in the Air arrivato al 1° posto nella classifica britannica il 2 luglio 1969 e rimasto al top per 3 settimane. ero a Dublino ed è stata la mia canzone preferita di quel periodo.

Tornato in Italia, ne feci con mezzi rudimentali la “base” per una versione italiana che cantavano mia sorella e alcune sue amiche.

Riporto le informazioni sul gruppo da AllMusicGuide:

John “Speedy” Keene was an old crony of the Who, and had written “Armenia City in the Sky,” which appeared on The Who Sell Out LP. The unlikely Andy Newman played terrific pub-style piano and looked much like a postal clerk, which in fact, he was. Jimmy McCullough, the guitarist, looked to be a mere teenager, and so he was. It was this combination, plus the production efforts of Pete Townshend, that offered the album, Hollywood Dream. As the now-classic single, “Something in the Air” had long preceded it, the album delivered the goods in a similar fashion, fueled by Keene’s reedy vocals and Newman’s charming honky-tonk piano. Hollywood Dream has remained an anglophile fave; sadly, it was to be Thunderclap Newman’s only album. Even if you own the original LP, make sure to check out the recently expanded edition of the compact disc.

Le parole della canzone riportano al clima infuocato di quegli anni:

Call out the instigators because there’s something in the air,
We got to get together sooner or later because the revolution’s here,
And you know it’s right and you know that it’s right.
We have got to get it together.
We have got to get it together now
We’re together now.

Block off the streets and houses because there’s something in the air,
We got to get together sooner or later ‘cos the revolution’s here
And you know it’s right and you know that it’s right
We have got to get it together
We have got to get it together now

Hand out the arms and ammo
We’re gonna blast our way through here
We’ve got to get together sooner or later becaue the revolution’s here
And you know it’s right and you know that it’s right
We have got to get it together
We have got to get it together now
We have got to get it together now
Now, we’re together now, the revolution’s here,
It’s here, the revolution’s here now.

Anche per questo, il brano fu inserito nella colonna sonora di Fragole e sangue (The Strawberry Statement), un film del 1970 che molti (spero) ricorderanno.

Molti l’hanno reincisa. Tra questi, Bob Dylan e Tom Petty (fecero un tour insieme, e suonarono in Italia – la seconda volta di Bob Dylan se si esclude la leggenda metropolitana della sua apparizione al Folkstudio – al Paleur di Roma il 3 ottobre 1987, con Roger McGuinn dei Byrds come support group, e io c’ero, ma questa è tutta un’altra storia; la prima era stata, sempre al Paleur, il 19 giugno 1984, ed ero anche lì).

Anedonia

Dal greco αν-, senza + ηδονή piacere ), è in psicologia l’incapacità di trovare piacevoli attività o situazioni che normalmente lo sono (mangiare, essere attivi, avere rapporti sociali o sessuali…).

Cito liberamente da un articolo trovato sul web:

Con il termine “anedonia”, in psichiatria, viene comunemente intesa la condizione del paziente completamente incapace di provare piacere di ogni tipo.

Ribot, nel 1897, coniò il termine per descrivere una “patologica insensibilità al piacere”, applicando la definizione a soggetti incapaci di provare piacere in attività sessuali, alimentari, relazionali e affettive.

Bleuler, nel 1911, definì l’anedonia come una caratteristica basilare delle schizofrenie, “un segnale esterno del loro stato patologico”.

Kraepelin, nel 1913, parlò dell’anedonia come sintomo fondamentale della dementia precox, condizione clinica in cui i pazienti risultano avere “una caratteristica indifferenza verso le relazioni interumane… con perdita… di soddisfazione… nella ricreazione e nei piaceri, quale primo sintomo manifesto che segna l’esordio della patologia”.

Nel 1980, il DSM III ha indicato l’anedonia come uno dei sintomi chiave della depressione maggiore.

L’anedonia è definita e valutata quantitativamente mediante specifiche scale proposte da Ettenberg nel 1993.

Il DSM IV (1994) considera l’anedonia un core symptom della depressione, ma anche un sintomo negativo della schizofrenia. È definita, inoltre, come perdita di reattività agli stimoli piacevoli, ma anche come diminuzione degli interessi o appiattimento affettivo.

Secondo Willner (1994), l’anedonia dovrebbe essere caratterizzata dalla cronicità, al fine di differenziare il sintomo psicopatologico, da uno stato, transitorio e reattivo, caratterizzato da una riduzione delle attitudini volitivo-motivazionali e delle interazioni relazionali, che può derivare da ordinarie e temporanee problematiche della vita quotidiana.

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Tintinnabulazione

Il metodo compositivo di Arvo Pärt. che lo definisce così:

Lavoro con pochissimi elementi – una voce, due voci. Costruisco con i materiali più primitivi – con l’accordo perfetto, con una specifica tonalità. Tre note di un accordo sono come campane. Ed è perciò che chiamo questo tintinnabulazione.

Con questo particolare genere Pärt dimostra come sia possibile produrre opere valide nonostante la totale assenza di esagerazioni armoniche e la riduzione ai minimi termini del materiale compositivo. Infatti, il modo di comporre di Pärt è generalmente costruito solamente su due voci: una funge da accompagnamento, arpeggiando e ripetendo le note di un accordo tonale (come spiega sopra Pärt, la “Tintinnabulazione”), l’altra è la “melodia” (spesso vocale), ovvero la voce principale. Il tintinnabuli quindi è uno stile a metà fra monodia e polifonia, senza però rientrare realmente in nessuna delle due categorie.

Questa è una delle tante versioni di Fratres.

E questa un’altra:

Esegesi ed ermeneutica

Esegesi: interpretazione critica di testi (De Mauro on line). Sono corrette entrambe le accentazioni, esegèsi ed esègesi.

Dal greco ἐξήγησις (dalle stesso significato, a sua volta dal verbo ἐξηγεῖσθαι “portar fuori”).

Ermeneutica: interpretazione di testi antichi (De Mauro on line).

Dal greco ερμηνευτική [τέχνη] – [l’arte del] interpretazione, traduzione, chiarimento e spiegazione – a sua volta del verbo di incerta origine (forse associato a Hermes) ἑρμηνεύω (traduco, interpreto).

Mentre l’esegesi è l’analisi di un testo basata su elementi tutti contenuti nel testo stesso, l’ermeneutica attinge a elementi extratestuali.

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Chiasmo

Figura retorica basata su una simmetria incrociata fra parole o gruppi di parole affini (per esempio: vizi privati, pubbliche virtù) (De Mauro on line).

Dal greco: “struttura a croce, a forma di \boldsymbol{\chi}“.

Qualche esempio letterario:

Quell’uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno,
[Dante, Paradiso, C. XIV, vv 28-29]


indi traendo poi l’antico fianco
per l’estreme giornate di sua vita
quanto più po col buon voler s’aita,
rotto dagli anni e dal cammino stanco.
[F. Petrarca, Movesi il vecchierel canuto e bianco, vv 5-8]

Immota e come attonita ste’ alquanto;
poi sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto.
[L. Ariosto, Orlando furioso, C. VIII, vv 311-312]

Fuggì tutta la notte e tutto il giorno
errò senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d’intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.
[T. Tasso, Gerusalemme liberata, C. VII, vv 17-20]

Bei cipressetti, cipressetti miei,
fedeli amici d’un tempo migliore,
oh di che cuor con voi mi resterei –
guardando io rispondeva – oh di che cuore!…
[G. Carducci, Davanti San Guido, vv 17-20]

Oh! dormi col tremolio muto
dell’esile cuna che avesti!
non piangerlo tutto, il minuto
che avesti, dell’esile vita!
[G. Pascoli, Il sogno della vergine, vv 55-58]

O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l’Affrico notturno!
[G. D’Annunzio, Lungo l’Affrico, vv 21-23]

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Edificio

Fabbricato, costruzione (De Mauro on line).

Dal latino ædificium, a sua volta composto di facĕre (fare, costruire) e ædes (abitazione, tempio). A sua volta, quest’ultima parola viene dal proto-indoeuropeo idh-, indh- (brucio, infiammo: nei templi si fanno i sacrifici), all’origine anche dell’irlandese aed (fuoco) e il greco aithos (fuoco, da cui vengono poi etiope, Etna, ètere, estate…).

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Quella cosa in Lombardia

Quella Cosa In Lombardia

Sia ben chiaro che non penso alla casetta
due locali più i servizi, tante rate, pochi vizi,
che verrà quando verrà…
penso invece a questo nostro pomeriggio di domenica,
di famiglie cadenti come foglie…
di figlie senza voglie, di voglie senza sbagli;
di millecento ferme sulla via con i vetri aoppannati
di bugie e di fiati, lungo i fossati della periferia…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Dico proprio quella cosa che sai,
e che a te piace, credo, quanto a me!”
Vanno a coppie, i nostri simili, quest’oggi
per le scale, nell’odore di penosio alberghi a ore…
anche ciò si chiama “amore”;
certo, è amore quella fretta tutta fibbie, lacci e brividi
nella nebbia gelata, sull’erbetta;
un occhio alla lambretta, l’orecchi a quei rintocchi
che suonano dal borgo la novena; e una radio lontana
dà alle nostre due vite i risultati delle ultime partite…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Dico proprio quella cosa che sai,
e che a te piace, credo, quanto a me!”

La canzone (di cui non ho travato il clip: qualcuno ce l’ha?) è di Franco Fortini, e non di Enzo Jannacci. E fu portata al successo, originariamente, da Laura Betti.

Ne parla lo stesso Fortini:

Sul libro Musica e parole di Mario De Luigi e Michele L. Straniero (Gammalibri; Milano 1978, p. 17) si legge: “Non molto tempo fa Franco Fortini in un suo articolo espresse la convinzione che l’avvenire della poesia fosse nella canzone. Non è un caso che Fortini, uno dei nostri maggiori poeti contemporanei abbia spesso scelto per esprimersi il linguaggio della canzone: e a lui dobbiamo, infatti testi di canzoni fra le migliori che la produzione italiana ci abbia dato negli ultimi quindici anni (basti ricordare Quella cosa in Lombardia lanciata da Jannacci e Canzone del bel tempo incisa da Milly). Come valuta queste affermazioni?

Qui evidentemente si esagera, si esagera di molto. Si dice anche una cosa non giusta: infatti Quella cosa in Lombardia non è stata lanciata da Jannacci. Le cose andarono diversamente. Bisogna tornare indietro ai tempi di Cantacronache. Cantacronache era un gruppo torinese che cominciò la sua attività in modo occasionale verso la fine degli anni ’50. In occasione di una campagna elettorale furono fatte delle canzoni, che poi furono registrate e diffuse con gli altoparlanti, provocando dei putiferi. Una delle più belle era Dove vola l’avvoltoio? di Italo Calvino. Io feci una cosa scherzosa intitolata Fratelli d’Italia, tiriamo a campare. In seguito Cantacronache diventò un gruppo abbastanza consistente. Si facevano due generi di canzoni: quelle lugubri a base di morti nelle miniere e quelle scherzose. Quelle burlesche erano le migliori. Uno dei componenti del gruppo era Fausto Amodei. Con lui partecipai alla prima marcia per la pace, la Perugia-Assisi. C’era anche Calvino. Mi ricordo che improvvisavamo delle strofette: per queste strofette io poi fui denunciato al Tribunale militare di Torino. In seguito, un gruppo di letterati romani pensò di produrre delle canzoni i cui testi fossero composti da scrittori veri e propri. Era interessata all’iniziativa la cantante Laura Betti d’accordo con Alberto Moravia. Laura Betti cominciò a chiedere questi testi, per fare una sua serata. Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini scrissero subito delle cose per lei. Io fui messo in rapporto con il musicista Fiorenzo Carpi: e cosi nacque Quella cosa in Lombardia, che fu cantata molto bene da Laura Betti, e poi incisa in un disco. Qualche anno più tardi Enzo Jannacci (senza chiedermi nulla) riprese la canzone, interpretandola però in un modo che io (pur essendo un suo ammiratore) francamente non condivido. Egli infatti ha usato un tono violento e beffeggiante, che proprio non si accorda con la tonalità un po’ crepuscolare del testo.

Ambidestro e ambisinistro

Chi usa entrambe le mani (o, per estensione, nel calcio, entrambi i piedi) con pari abilità (De Mauro online).

Scherzosamente, un’amica mi disse anni fa che ero “ambisinistro”, cioè parimenti incapace di fare alcunché di manuale. Scopro oggi che, almeno in inglese, il termine è diventato corrente.

La radice indoeuropea è ambhi- (entrambe le parti) e – oltre a parole come ambiguo e ambivalente, ma anche deambulare e ambulacro, perché camminando si alternano i piedi – ci ha dato anche molte parole che iniziano per  anfi- (anfibio, che vive nell’acqua e sulla terra; anfiteatro, perché gli spettatori stanno su entrambi i lati) e persino lo scandinavo ombudsman (perché è bipartisan) e l’inglese by.

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