Professione: reporter

Professione: reporter, 1975, di Michelangelo Antonioni, con Jack Nicholson e Maria Schneider.

È  considerato, direi a ragione, un Antonioni minore. Completa, nel 1975, la trilogia “straniera”, iniziata nel 1966 con Blow-Up e proseguito nel 1970 con Zabriskie Point (e questo dovrebbe bastare a far capire quanto Antonioni covasse i suoi film).

La storia non è certo originale: un reporter, trovando un compatriota morto d’infarto in una camera d’albergo nel Sahara, ne assume l’identità (a chi, dico io, non è capitato?). Come spesso accade, la storia è un pretesto che avanza lentamente, in genere in silenzio. E per fortuna, perché spesso i dialoghi tra Jack Nicholson e Maria Schneider sono un’insopportabile mistura di irrilevanti sciocchezze travestite da pensieri profondi.

Ma le immagini… Che cosa non sa raccontare Antonioni con le immagini…

Il film è quasi tutto racchiuso tra le sabbie mosse dal vento del Sahara e la polvere abbacinante mossa dal vento del sud della Spagna. Sabbia, polvere, biancore ti opprimono con un senso di morte che ti toglie quasi letteralmente il fiato. Tutto il resto non conta: la sensazione è che Nicholson abbia un appuntamento con il suo destino, come nella famosa canzone di Roberto Vecchioni.

[Oltre agli inutili dialoghi con la Schneider, c’è la Barcellona di Gaudì: un po’ scontato adesso, ma nel 1975 era patrimonio degli happy few. Io stesso sono andato a Barcellona nel 1982, portando come guida un numero speciale di Abitare o di Casa Vogue, e non ho avuto nessuna difficoltà a salire sulla Pedrera e passeggiare tra i comignoli; ho persino suonato a un campanello per visitare la casa di una comune mortale che ci abitava pressoché ignara dei fasti di Gaudì. Adesso è un museo militarizzato a pagamento.]

Il culmine (virtuosistico) del film è il lungo piano-sequenza che lo conclude. Sufficiente a collocare Professione: reporter nella storia del cinema.

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Io la conoscevo bene

Io la conoscevo bene, 1965, di Antonio Pietrangeli, con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Robert Hoffmann, Jean-Claude Brialy, Mario Adorf, Franco Fabrizi, Enrico Maria Salerno, Turi Ferro e Franco Nero.

Il film è un capolavoro, e non sono certo il primo a dirlo. Stefania Sandrelli un miracolo di freschezza e di bravura (ed è anche bellissima): nemmeno questo lo scopro io per primo. In più, per me che ci abito e lo amo (anche se di un amore molto contrastato), il fascino dell’Eur di quegli anni.

Quello che fa più impressione, rivedendo il film in questi giorni, è come l’Italia di oggi ci fosse già tutta, almeno in nuce, nella ricerca del successo della bella Adriana. Soltanto che ai tempi di Adriana la strada era una sola, quella del cinema e delle sue starlette, e adesso invece abbiamo 7 televisioni nazionali, moltissime emittenti locali, decine di riviste dedicate al gossip, veline, meteorine, letterine, letteronze e così via. Facile vedere il film e indignarsi, non solo per la sorte di Adriana, ma anche per quella sua capacità di farsi scorrere tutto sulla pelle, perché niente è poi importante, se non difendere un’apparenza di rispettabilità.

Oggi un’esperienza singolare, da segnare a parte. Incontrata Milena, ragazza bella e eccitante. […] Il fatto è che le va tutto bene, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente; eppure, povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni. Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni, zero; morale, nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è nemmeno una puttana. […] Per lei, ieri e domani non esistono. Non vive neppure giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto… prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività… per il resto… è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai. [lo scrittore, interpretato da Joachim Fuchsberger]

Ma Adriana non è una deficiente, è una vittima; ma una vittima coerente con se stessa fino alla fine, a suo modo consapevole, tutt’altro che sprovveduta e incapace di autocoscienza (alla frase precedente, che trova su un foglio inserito nella macchina da scrivere dello scrittore, risponde: “Milena sono io, vero? Sono così… una specie di deficiente?”).

Basta cambiare il finale per avere un’opinione diversa sulla storia di Adriana e su quelle delle protagoniste delle vicende d’oggi? Se Adriana avesse poi raggiunto il successo, come succederebbe nel remake hollywoodiano, ce ne usciremmo dal cinema sorridenti invece che turbati? E se una velina di successo, invece di incontrare un calciatore o un presidente che la copre di gioielli si buttasse dalla finestra con chi ce la piglieremmo? Con lei, vaccinata e maggiorenne (o magari minorenne “legale”)? Con un malfunzionamento del patronage (eh già, perché che altro sono, secondo i criteri di oggi, gli ambigui Cianfanna e Roberto)?

Certo, Pietrangeli (e Scola, e Maccari): moralisti. Si indignano. Ma possono farlo soltanto perché quell’Italia di allora  sembrava (a loro e agli spettatori) un’Italia marginale, rispetto a quella degli emigranti e dei lavoratori. La commedia all’italiana ce l’additava moralisticamente come una deviazione minoritaria, della Roma borghese corrotta e dei suoi parassiti e tirapiedi. E invece è quello, mi pare, il modello che ha vinto. Ed è chi cerca di lavorare seriamente che viene additato al disprezzo, e il moralista ci fa la figura del coglione (“Maddài, non sarai un moralista!”).

Educazione siberiana

Lilin, Nicolai (2009). Educazione siberiana. Torino: Einaudi. 2009.

Un romanzo autobiografico, o un’autobiografia romanzata, che si impone all’attenzione. L’autore è un giovane russo (è nato nel 1980), che vive in Italia e scrive in italiano.

Nicolai cresce a Bender, in Transnistria, unica città della regione a essere collocata sulla sponda destra del Dniestr e teatro, per la sua importanza strategica, della sanguinosa guerra del 1992. Nicolai all’epoca ha 12 anni. Ma Nicolai appartiene a una comunità siberiana, deportata a Bender in epoca staliniana, dedita ad attività criminali e governata da una propria legge. Questa è la sua “educazione siberiana”.

Difficile da definire, il libro ha pagine bellissime. Lo collocherei a metà strada tra il Bildungsroman criminale, una versione tragica e sanguinosa de I ragazzi della via Pál e Gomorra di Saviano. Con quest’ultimo, in particolare, ha in comune il taglio “antropologico”, la descizione di una comunità che vive di regole e tradizioni sue, diverse dalle nostre, terribili e anche ributtanti, ma coerenti al loro interno. Con la differenza che lo sguardo di Nicolai è ancora più “interno” di quello di Saviano.

Soprattutto, il libro fa scoprire un mondo a me del tutto sconosciuto e misterioso, quello delle comunità “nazionali” all’interno dell’ex impero sovietico, con radici e filoni che affondano nella storia della colonizzazione russa della Siberia (e del Caucaso, e dell’Asia centrale, e dell’Ucraina e della Moldavia), ulteriormente complicate dalle deportazioni di massa staliniane. Una realtà in cui, pare di capire, non c’è stato nessun melting pot, ma in cui al contrario culture e tradizioni si sono rimescolate mantenendo la loro identità come estrema forma di difesa dall’omologazione. E in cui la “criminalità onesta” è anche un’estrema forma di resistenza, che trova il suo spazio tra il totalitarismo irrazionale del sistema normativo (in cui l’omicidio è equiparato al dissenso e alla malattia mentale, e dunque non fa differenza quale norma si violi: il destino è sempre lo sterminato sistema carcerario) e l’inefficienza delle strutture dell’ordine costituito (che lascia quindi amplissimi spazi a strutture alternative di organizzazione sociale, anche all’interno delle carceri).

Le pagine più belle sono quelle sui tatuaggi, come iconografia e codice. Vorrei davvero saperne di più, impararne la lingua. Aspettiamo Lilin alla sua prossima prova.

La cura e la manutenzione

La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.

Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.

La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.

Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.

Volevano dirmi: tu non sei così!

Ma come si fa a essere così?

Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.

Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.

Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.

Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.

Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.

Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.

Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.

Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.

Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».

Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.

La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.

L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su http://www.limesonline.com.

Foto Dimnitri Antoniou

Foto Dimitri Antoniou

La città nuda

La città nuda (The Naked City), 1948, di Jules Dassin, con Barry Fitzgerald, Howard Duff, Dorothy Hart e Don Taylor.

Un noir sui generis, dalla trama piuttosto debole, ma girato con un occhio alla lezione del neo-realismo italiano e uno al documentario. Il film – fatto inconsueto per l’epoca – è stato girato prevalentemente on location, non solo negli esterni, ma anche negli appartamenti newyorkesi. Straordinari i protagonisti (soprattutto, direi, Barry Fitzgerald nella parte del sornione Detective Muldoon) e i caratteristi. Doppiato da alcuni grandi attori italiani (Alberto Sordi e Paolo Stoppa, tra gli altri). Gli aspetti documentaristici sono sottolineati dal commento fuori campo del produttore, Mark Hellinger (“There are eight million stories in the naked city. This has been one of them.”).

Rappresenta per me la quintessenza della New York immaginata nell’adolescenza, strade sporche, città immensa e affollata, il ponte di Brooklin. Protagonista indiscusso della scena finale è il Williamsburg Bridge  (non guardate la scena che segue se non volete rovinarvi il film – disponibile in 10 parti su YouTube).

Jules Dassin, il regista, nato nel Connecticut da un barbiere ebreo di origini russe, incappò nelle purghe di McCarthy (fu denunciato come comunista da Edward Dmytryk) e dovette fuggire in Francia. Soltanto nel 1955 potè tornare a dirigere e il suo primo film francese (Rififi) ebbe un successo straordinario e fu salutato da François Truffaut come il miglior noir di tutti i tempi. Dopo il matrimonio con Melina Mercouri (che aveva conosciuto nel 1966 a Cannes), Dassin si trasferì in Grecia. Morto ad Atene il 31 marzo 2008, a 96 anni compiuti.

Joe Dassin, nato dal suo primo matrimonio, è stato un cantante famoso in Francia. Non vi dice niente? Dai, che questo ossessionante motivetto lo conoscete anche voi!

Due cortocircuiti per finire.

Il primo. Il film, forse con la mediazione della serie televisiva ispirata da questo (1958-2003), è alla base della scelta del nome di uno dei gruppi (un “progetto”, dicono quelli che se la tirano) di John Zorn. Qui la loro interpretazione del tema di Uno sparo nel buio di Henry Mancini.

Il secondo. The Naked City è anche il nome della mappa situazionista di Parigi disegnata da Guy Debord nel 1967 (per saperne di più, leggete qui).

Eduardo Mendoza – L’incredibile viaggio di Pomponio Flato

Mendoza, Eduardo (2008). L’incredibile viaggio di Pomponio Flato (El asombroso viaje de Pomponio Flato). Firenze: Giunti. 2008.

Di narrazioni che ripercorrono la vita di Gesù Cristo ne abbiamo lette tante, dai capolavori assoluti (Il vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago, Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov) ai compitini (quasi) comici (Lamb. The Gospel According to Biff, Christ’s Childhood Pal di Christopher Moore, una vera bufala, inspiegabilmente tradotto in italiano)

Questo è più vicino al secondo genere che al primo: un gialletto all’acqua di rose con molti spunti comico-satirici, tratti dai vangeli (canonici e apocrifi), dalla Vulgata, dai ricordi di catechismo, ma anche dagli studi classici e dagli autori latini.

Certo, sembra il pastiche di un liceale brillante, e invece è stato scritto da un autore spagnolo 65enne, di cui so poco e non ho letto nient’altro (e difficilmente lo farò in futuro), e di cui l’editore dice che è “uno dei più importanti scrittori spagnoli contemporanei”. Sarà. E il vino della casa è uno dei migliori Frascati della scorsa vendemmia.

Però ho sorriso spesso, e passato qualche ora spensierata.

Hammerstein o dell’ostinazione

Enzensberger, Hans Magnus (2008). Hammerstein o dell’ostinazione. Una storia tedesca. Torino: Einaudi. 2008.

Ci sono aspetti della storia, anche in periodi stranoti e studiati, che ignoriamo del tutto o quasi. Io, per esempio, ho letto molto su fascismo, nazismo e 2ª guerra mondiale – a cominciare dalla monumentale Storia del Terzo Reich di William L. Shirer che lessi ancora ragazzo su istigazione di mio padre (e gliene sono ancora grato) – ma so poco, o ben poco, sull’opposizione interna. Eppure il nazismo prese il potere in modo quasi democratico (Hitler fu nominato cancelliere da Hindenburg e aveva vinto le elezioni) anche se l’instaurazione della dittatura fu poi abbastanza rapida.

Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord, rampollo di una nobile famiglia prussiana, eroe della 1ª guerra mondiale, capo di stato maggiore, incontra Hitler una prima volta nell’inverno 1924-1925 a casa di Helene Bechstein, la moglie del fabbricante di pianoforti (sospiro di sollievo, il mio piano è un Blüthner!) e lo giudica un abile confusionario.

Alla fine di gennaio del 1933 Hindenburg affida a Hitler l’incarico di cancelliere; la mattina del 30 Hitler e il suo governo prestano giuramento; la sera del 3 febbraio Hitler va a cena al Bendlerblock (al piano sotto l’appartamento di Hammerstein) con alcuni esponenti del suo governo e i vertici dell’esercito ed espone con grande chiarezza i suoi piani: dittatura interna e guerra a est alla ricerca dello “spazio vitale”. Hammerstein, uomo di destra, prende la sua decisione: si fa da parte e diventa – con estrema prudenza – il punto di riferimento di quella resistenza dei militari che condurranno nel 1944 (un anno dopo la morte di Hammerstein) al fallito attentato del 20 luglio.

Hammerstein ha 4 figlie e 3 figli, i maschi tutti attivi nella resistenza, le figlie attive nel partito comunista e spie (con la complicità o la condiscendenza del padre: un verbale della cena del 3 febbraio è a Mosca dopo pochi giorni!). Hammerstein, di suo, mi sembra un caso esemplare di nicodemismo.

Con nicodemismo si intende quel comportamento di dissimulazione ideologica, sia essa religiosa o politica, che porta ad aderire e a conformarsi apparentemente alle opinioni dominanti della propria epoca.

Il termine fu creato da Calvino per designare l’atteggiamento di quei protestanti che, per evitare la persecuzione della Chiesa cattolica, si fingevano pubblicamente cattolici, partecipando anche alle funzioni religiose. Calvino condannò questa pratica, dovendo invece il cristiano, a suo avviso, testimoniare pubblicamente la propria fede anche a costo del martirio. L’atteggiamento del nicodemismo fu, invece approvato da Juan de Valdés.

L’espressione deriva da Nicodemo, il fariseo che, secondo il Vangelo di Giovanni (3,1-21), di notte veniva di nascosto ad ascoltare Gesù, mentre di giorno simulava un rigoroso rispetto dei precetti ebraici.

Diversi filosofi adottarono un comportamento nicodemico, tra cui anche il cattolico Galileo Galilei, relativamente alla teoria eliocentrica di Copernico.

Anche per Michelangelo Buonarroti si è ipotizzata l’adesione nicodemica alla dottrina della Riforma Protestante. Una interessante prova in tal senso sarebbe la sua famosa Pietà Bandini (Pietà dell’Opera del Duomo), conservata oggi al Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze, dove nel volto della figura incappucciata di Nicodemo che sorregge il cadavere di Cristo si individua l’autoritratto del Maestro. Del resto, proprio Juan de Valdés era stato il mentore degli incontri spirituali sul tema della riforma della Chiesa che avvenivano in casa di Vittoria Colonna, ai quali Michelangelo partecipò assiduamente. [Wikipedia]

Sul nicodemismo ha scritto un bel libro lo storico Carlo Ginzburg (Simulazione e dissimulazione religiosa nell’Europa del Cinquecento. Torino: Einaudi. 1970): peccato che sia da tempo fuori catalogo, perché insieme al libro di Enzensberger di cui stiamo parlando, costituisce un buon materiale di riflessione sui tempi cupi che stiamo vivendo: come e quando ci si accorge di essere sulla china che porta dalla democrazia alla dittatura (ogni dittatura ha una sua forma storica, ma anche un suo tanfo irrespirabile di non-libertà)? quando e come puntare i piedi? chi ha una qualche posizione di responsabilità che deve fare: battere i pugni sul tavolo con un gesto clamoroso? farsi da parte in silenzio? simulare e dissimulare? resistere o desistere?

Ad Hammerstein è attribuita una considerazione illuminante, che mantiene intatta la sua validità:

Un giorno, quando gli chiesero da quale punto di vista valutasse i suoi ufficiali, disse: «Li divido in quattro tipi. Ci sono ufficiali intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri. Il più delle volte due di queste caratteristiche coincidono. Se sono intelligenti e laboriosi, devono entrare nello Stato maggiore generale. Poi ci sono gli stupidi e pigri che costituiscono il 90 per cento di ogni esercito e sono adatti per compiti di routine. Chi è intelligente e insieme pigro si qualifica per gli incarichi di comando più elevati, perché dispone della chiarezza mentale e della stabilità emotiva per prendere decisioni difficili. Bisogna guardarsi da chi è stupido e laborioso e non affidargli responsabilità, perché combinerà solo disastri». [p. 51]

Il libro di Enzensberger, che non è né una biografia né un romanzo, è molto bello e costellato di perle: cito per tutte la lista delle possibili devianze ideologiche dei partiti comunisti (e specialmente di quello staliniano), a pagina 145.

Aggiungo a margine: è Enzensberger che ha coniato, o meglio rilanciato,  la bella espressione “la musica del futuro” (Zukunftmusik è il titolo della sua raccolta di poesie del 1991).

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Miracles of Life

Ballard, James G. (2008). Miracles of Life. London: Harper Perennial. 2008.

Sorge spontaneo il confronto tra questa autobiografia di Ballard e quella di Anna Negri. Confronto semplicissimo e semplicissima spiegazione: quella di Ballard è una degna autobiografia e quella di Anna Negri è un documento interessante, perché Ballard è un (grande) scrittore e Anna Negri no.

Per di più, Anna Negri ci dà la sensazione di avere subito la “storia” che le è passata sulla testa e l’ha travolta come un treno, Ballard quella di avere scelto, nel limite entro cui scegliere ci è consentito.

Ho troppo amato Ballard (anche se negli ultimi anni ha sempre riscritto, con alterna fortuna, lo stesso romanzo) per poter essere oggettivo. Per me Ballard ha il dono di poter scrivere di tutto (anche l’elenco del telefono o la lista della spesa, come si suol dire) con fredda, implacabile esattezza. Naturalmente, per goderlo appieno, bisogna leggerlo in originale. E allora faccio parlare lui.

Peace, I realised, was more threatening because the rules that sustained war, however evil, were suspended. [p. 107]

The forerunners of Star Trek, they described an American imperium colonising the entire universe, which they turned in a cheerful, optimistic hell, a 1950s American suburb paved with good intentions and populated by Avon ladies in spacesuit. Eerily, this may prove to be an accurate prophecy. [p. 165]

Science fiction is now the only place where the future survives, just as television costume dramas are the only place where the past survives. [p. 194]

The nuclear family, dominated by an overworked mother, is in many ways deeply unnatural, as is marriage itself, part of the huge price we pay to control the male sex. [p. 228]

Parole sante e ben scritte, vecchio Jim. Mi mancherai.

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A un cerbiatto somiglia il mio amore

Grossman, David (2008). A un cerbiatto somiglia il mio amore. Milano: Mondadori. 2008.

Forse basterebbe una parola per questa recensione: leggetelo.

È un romanzo molto complesso che si presta, come si suol dire, a molte letture. Per me è soprattutto la storia di una generazione che si è presentata alla vita piena di speranze, anzi di certezze, sul futuro, su un progresso che ci rendesse passo dopo passo più umani e più ricchi, che pensava di avere capito gli errori dei propri genitori e non li avrebbe ripetuti. Che pensava che ognuno avesse il diritto e il dovere di trovare una strada da solo, senza ripercorrere i sentieri degli altri e senza scorciatoie. E che adesso si trova, con altri 25 anni da vivere, se la demografia non ci inganna, senza più speranze. Certo, nel libro c’è molto di più, c’è soprattutto la situazione della Palestina e di Israele (un’altra storia parallela, di uno Stato costruito sulla speranza e andato a male…), c’è la tragedia presentita che ha colpito Grossman. Ma per me è questo: la fine delle belle speranze. Questa la corda che ha risuonato in me (me ne ha consigliato la lettura mia madre, ben più grande di me, e mi chiedo quali corde abbiano risuonato in lei, ma penso di saperlo: in un modo diverso, anche la sua generazione ha lottato – e tanti suoi coetanei sono morti – per un’Italia e un mondo diversi da questo).

A noi, a differenza della generazione che ci ha preceduti e di quelli che ci hanno seguiti, resta una piccola certezza: non ci sono ricette, né per la felicità né per l’infelicità. Esistono soltanto i singoli, meravigliosi, dolorosi, rapporti (bilaterali!) con gli altri. Ognuno una storia a sé. Per fortuna e per dannazione.

L’ho letto in un periodo duro, di fatica e d’insonnia, e mi sono trovato spesso a dover interrompere la lettura con un nodo alla gola, gonfio d’emozione e con le lacrime agli occhi (io, che sono una bestia, il prototipo del sopravvissuto…).

Non è il romanzo perfetto, naturalmente. Dopo le prime 96 folgoranti pagine, il filo ci mette parecchio a ritrovarsi. La verità, la storia non possono che venire a galla lentamente, ma il lettore si perde e un po’ si scoraggia per altre 100-120 pagine. Forse un editor avrebbe aiutato. Ma sono piccolezze. La forza scorre potente nell’inchiostro di Grossman.

Ma basta così. Facciamo parlare lui. Qualche assaggio.

La pienezza della vita, diceva l’Ilan di un tempo arrossendo di gratitudine, con uno stupore timido e schivo che faceva nascere in Orah un’ondata di amore per lui. Le pareva sempre meravigliato di aver ottenuto un simile privilegio, la pienezza della vita […] [p. 120]

Il concetto di famiglia è alta matematica per me, […] ci sono troppe incognite, troppe parentesi, troppe moltiplicazioni ed elevamenti a potenza. [p. 232]

Stavano davanti al piano di lavoro, al lavello. Non si toccavano, guardavano la parete, le loro tempie pulsavano all’unisono. [p. 321]

Probabilmente per via della vecchiaia, si disse (da un po’ di tempo provava la strana ansia di proclamarsi vecchia, come se non avesse la pazienza di aspettare il sollievo della dichiarazione ufficiale di fallimento). È così che funziona: gli esseri umani si separano da se stessi ancor prima che lo facciano gli altri, addolcendo il colpo che, in ogni caso, subiranno di lì a poco. [p. 343]

[…] a volte una cattiva notizia non è che una buona notizia che è stata fraintesa […] [p. 401]

E a quel punto aveva compreso, per una frazione di secondo, non di più (che però le sarebbe bastata per tutta la vita), come ci si sente quando non si vede la linea ma soltanto i punti che la compongono, il buio sotto gli occhi chiusi, il baratro tra un istante e quello successivo. […] Ecco, era così che si cadeva fra un passo e l’altro. era quello il suono prodotto dalla disgregazione. Era così che il suo Adam guardava a occhi aperti, e forse vedeva, ciò che gli era proibito: il modo in cui avrebbe potuto disintegrarsi nel nulla. Tornare alla polvere da cui era venuto. Com’era debole quella cosa che compattava tutto. [pp. 553-554]

[a proposito della gelosia …] sentiva un cerchio di gelo serrarle le viscere [p. 576]

Ho letto le ultime pagine ascoltando la Sonata in si minore di Liszt di Richter, che propongo anche a voi, perché mi sembra racconti in un modo diverso la stessa ansia di vivere, costi quel che costi.

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The Sentinel

Clarke, Arthur C. (1983). The Sentinel. London: HarperCollins. 2000.

Una celebre raccolta di racconti di Arthur C. Clarke, in cui compare il racconto (The Sentinel, appunto) che ispirò o meglio fu il punto di partenza di 2001 Odissea nello spazio.

Lo stesso Clarke distingue tra 2 tipi di fantascienza, o meglio tra fantascienza e fantasy:

“[…] I recognize the distinction between the genres. Critics have been trying for decades to define both categories, without much success. Here is my working definition: Fantasy is something that couldn’t happen in the real world (though often you wish it would); Science Fiction is something that really could happen (though often you’d be sorry if it did).” [pp. 312-313]

Acuto, e meravigliosamente scritto, come sempre. Ma a me pare che la differenza fondamentale sia un’altra. Forse sto cercando di introdurre una distinzione diversa, che per me però è più fondamentale. Per me ci sono 2 tipi di storie di fantascienza: quelle in cui l’ambientazione “fantascientifica” (nel futuro e/o in un altro pianeta o universo) serve a esplorare un’idea e svilupparla nelle sue conseguenze e implicazioni, spesso utopiche e più spesso distopiche; e quelle attente soprattutto all’evoluzione delle tecnologie.

Ho cominciato a leggere fantascienza, o meglio a farne indigestione, negli anni della mia pubertà e adolescenza (in realtà avevo cominciato prima, divorando tutto lo Jules Verne che ho potuto). Stiamo parlando di Urania, in cui trovavi rare perle in un mare di letteratura di serie B o C. All’inizio, sospetto, lo leggevo soprattutto per esorcizzare le mie paure e quindi, con un misto di attrazione e terrore, prediligevo le storie catastrofiche: epidemie devastanti, invasioni di alieni infidi. Ma piano piano – dopo una vasta esplorazione dei classici del genere, tra cui Clarke e Asimov, quello della Fondazione e quello dei Robot – ho cominciato a prediligere quei romanzi di fantascienza in cui l’elemento tecnologico-scientifico e la sua verosimiglianza passavano in secondo piano e quello utopico-distopico, il racconto e l’analisi del “radicalmente diverso”, avevano il sopravvento. Lo slogan no-global “Un altro mondo è possibile” (d’altro canto, la famosa antologia di fantascienza curata da Fruttero e Lucentini per Einaudi s’intitolava Le meraviglie del possibile) era perfetto per le mie letture. Anche perché accompagnava – molto profondamente – le mie esplorazioni e le mie radicate convinzioni sulla necessità di superare il capitalismo: se il capitalismo e il mercato non sono stati il modo di produzione prevalente in passato (e me lo dicevano storici economici come Karl Polanyi), non lo sono in altre società umane (e me lo dicevano gli etnologi e gli antropologi come Margaret Mead e Claude Lévi-Strauss) e non lo sono su altri mondi (me lo dicevano gli autori di fantascienza più amati: dal Robert Heinlein di Stranger in a Strange Land al Philip Jose Farmer di Riverworld, da Philip K. Dick alla grandissima Ursula K. LeGuin), allora il nostro modi vivere e produrre, i nostri stessi valori e disvalori, il nostro mondo, non sono eterni, non sono dati una volta per tutte. Ma ho divagato troppo, e sono anche andato troppo avanti nel tempo: in realtà non ho mai smesso di leggere fantascienza.

Naturalmente ho letto anche Clarke, ma soprattutto il Clarke dei romanzi (ho sempre avuto problemi con i racconti, un genere che non amo moltissimo). Penso che se si può parlare di “classicismo” in tema di fantascienza, Clarke ne sia il rappresentante più tipico.

Questa raccolta di racconti non fa eccezione. Clarke sembra preoccupato prima di tutto della verosimiglianza delle tecnologie e dei mondi che narra. Per questo, tra l’altro, la maggior parte delle sue storie accadono nel nostro sistema solare (Clarke non sfrutta i trucchetti dei suoi colleghi per aggirare il limite rappresentato dalla velocità della luce). La necessità di spiegarci per filo e per segno le tecnologie utilizzate, le basi scientifiche dei fenomeni raccontati, gli ambienti planetari e quello che succede a bordo delle navi nuoce un po’ alla narrazione. Ma 2 aspetti comunque lo raccomandano. Il primo è che spesso, anche se non sempre, vale la pena di aspettare che il racconto si dispieghi per restare stupiti davanti alla “sorpresa della bellezza” che Clarke è capace di farci provare. Il secondo è che Clarke ci restituisce, con un po’ di nostalgia, il sapore di un’epoca in cui la fede nel progresso era pervasiva, il progresso era largamente identificato con il progresso tecnologico, e quest’ultimo con la conquista dello spazio. Childhood’s End (per citare un altro titolo clarkiano) per me è arrivata nel 1969, con il primo uomo sulla luna e l’esplosione dell’interesse per la politica.

Siete stati pazienti a seguire fin qui le mie elucubrazioni. Vi siete meritati in premio 2 citazioni. La prima dà un’idea della “saggezza” un po’ oracolare di Clarke, e della sua consapevolezza di essere uno scrittore a tutto tondo, e non di genere:

There were some thing that only time could cure. Evil men could be destroyed, but nothing could be done about good men who were deluded. [p. 97 – forse dovrei farmene un poster da appendere in ufficio]

Il secondo è uno dei tanti esempi della “preveggenza” della fantascienza. Clarke sembra avere ipotizzato l’intelligenza connettiva e collettiva del web 2.0 nel marzo del 1945 (quando scrisse il racconto da cui la citazione è tratta). D’altra parte, in un altro celebre racconto, scritto quasi 20 anni dopo (Dial F for Frankenstein), Clarke ipotizza che la rete telefonica sviluppi una propria intelligenza.

Long ago, Alarkane had written a book trying to prove that eventually all intelligent races would sacrifice individual consciousness and that one day only group-minds would remain in the Universe. [p. 44]

Arthur C. Clarke era nato il 16 dicembre 1917 ed è morto, ultranovantenne, il 19 marzo 2008. In occasione del suo 90° compleanno registrò il messaggio che segue (se avete difficoltà a seguire, qui trovate la trascrizione del messaggio):

Clarke va anche ricordato, con un sorriso, per una battuta autoironica sulla sua presunta omosessualità. A un giornalista che gli chiedeva se fosse gay, rispose: “No, merely mildly cheerful.”

E anche per uno dei racconti di fantascienza più brevi di tutti i tempi (pubblicato su Wired)

God said, ‘Cancel Program GENESIS.’ The universe ceased to exist.