Diary of a Bad Year – J. M. Coetzee

Coetzee, John Maxwell (2007). Diary of a Bad Year. London: Vintage Books. 2008.

Coetzee ha vinto il Nobel nel 2003 (e prima aveva vinto 2 volte il Booker Prize) e sono, a parer mio, tutti premi meritati. Coetzee ha una scrittura secca e precisa, e un modo inconfondibile di guardare in faccia la realtà.

Non ho letto tutti i suoi romanzi, ma soltanto 2 prima di questo: per pura coincidenza, le 2 opere che gli hanno guadagnato il Booker Prize nel 1983 e nel 1999.

The Life & Times of Michael K. (La vita e il tempo di Michael K. pubblicato da Einaudi) è la storia di un moderno Ulisse devastato nel corpo e nella mente, che percorre un paese sconvolto da un governo autoritario e da una violenza apparentemente cieca (immediato pensare al Sudafrica dell’apartheid) insieme alla vecchia madre inferma nella speranza di raggiungere la fattoria della sua infanzia. La madre muore, e Michael continua da solo. Ma la violenza lo raggiunge anche nella fattoria natale e Michael è costretto a una vita selvatica e disperata, in cui conserva integri il suo sguardo e la sua paradossale lucidità.

Disgrace (Vergogna, anch’esso pubblicato da Einaudi – ma è a Carmine Donzelli che va riconosciuto il merito di aver portato per primo i libri di Coetzee sugli scaffali italiani) è la storia di un professore cinquantenne accusato (ingiustamente) di molestie sessuali, ma la sua fuga in campagna dalla figlia non gli offre che nuova violenza. Parabola amara e coraggiosa sul Sudafrica post-apartheid.

Sono libri bellissimi e raggelanti.

Lo è anche questo Diario di un anno difficile (sempre tradotto da Einaudi: ma perché difficile e non cattivo?). L’anziano scrittore John C., trasparente alter ego di Coetzee stesso che vive ora in Australia, è invitato da un editore tedesco a partecipare con alcuni saggi a un progetto intitolato Strong Opinions, in cui potrà dare sfogo alle sue preoccupazioni etiche sullo stato di diritto, sulla guerra al terrore, sulla sospensione dei diritti umani e su molto altro ancora. Incontra nella lavanderia del palazzo dove abita una donna giovane ed esotica e la invita ad aiutarlo nella battitura dei testi. Benché Anya sia impegnata sentimentalmente (con un malfattore, in realtà) e sia completamente disinteressata alle questioni di cui tratta il libro, tra i due nasce lentamente un contatto …

Ogni riassunto è banale. E io, che non sono Coetzee, ho difficoltà a trovare le parole per dire che cosa poco a poco avviene tra i due: due esseri umani si toccano realmente, evento ormai così raro nel mondo dell’apparenza e della superficialità? Ognuno dei due colma un “bisogno” dell’altro? Anya è l’angelo della morte? John le fa il regalo estremo della consapevolezza di sé?

Il romanzo (227 intense pagine in tutto) è complesso anche sotto il profilo strutturale. La parte alta di ogni pagina è dedicata alle Strong Opinions, cioè al testo che (nella finzione) John C. sta scrivendo. Ma questi testi da soli meriterebbero la nostra attenzione, tanto che si parli di arte (Dostoevsky, Bach), quanto che si parli di teoria politica (pagine che ho trovato illuminanti). Sono 24 saggi brevi, tutti stimolanti. La parte inferiore della pagine, divisa in due sezioni, è dedicata ai monologhi interiori di John e poi anche di Anya. Le tre parti procedono a grandi linee, ma non precisamente, in parallelo, e costringono il lettore a fare delle scelte che (ovviamente) fanno sì che ogni lettore legga un libro diverso (ho scritto ovviamente perché questo è vero sempre, come ci ricorderebbero Derrida e compagnia cantante, ma qui è un po’ più vero o almeno ci costringe a rifletterci). In questa struttura, Diary of a Bad Year può ricordare un po’ (ma direi soltanto superficialmente) Il gioco del mondo di Cortázar.

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Guesstimation

Weinstein, Lawrence e John A. Adam (2008). Guesstimation. Princeton NJ: Princeton University Press. 2008.

Il libro insegna essenzialmente una tecnica (il sottotitolo è: Solving the World’s Problems on the Back of a Cocktail Napkin) per giungere a stime quantitative approssimate, ma vicine alle realtà, a partire da informazioni imprecise e incomplete.

Il gioco è divertente e anche utile.

Per farlo, propone e risolve una serie di problemi, curiosi e a volte divertenti. I risultati sono spesso sorprendenti: quanti metri cubi di monnezza si producono ogni anno negli Stati Uniti? Quanto dovrebbe essere grande la discarica per contenerli? Quante ore lavori per pagare un’ora passata in macchina e qual è, dunque, la tua vera velocità media? Quanti kg di anidride carbonica assorbe un km quadrato di foresta? Qual è il rischio di morire in un incidente automobilistico? in un incidente aereo? ucciso da uno squalo?

Abbastanza d’attualità la stima del numero di persone in un raduno politico. Contrariamente a quanto hanno detto recentemente alcuni commentatori nostrani, la stima degli autori del libro è una persona per metro quadro (considerando il fatto che le persone sono più fitte sotto il palco e più rade ai margini …). Inoltre, in modo convincente, gli autori stimano necessario un WC chimico per ogni 100 partecipanti; cioè 10.000 per un milione di persone! Giudicate da soli: forse viviamo in un mondo di iperboli giornalistiche.

Naturalmente, non è un libro da leggere d’un fiato e, alla lunga, la voglia di fare gli spiritosi degli autori diventa un po’ fastidiosa.

Sul sito del libro potete trovare qualche esempio e farvi un’idea.

Il buon Stalin

Erofeev, Viktor (2004). Il buon Stalin. Torino: Einaudi. 2008.

Tra i libri che mi sono piaciuti di più quest’anno, 3 sono russi: Il dottor Zivago (che ho letto ma non ancora recensito), Il Maestro e Margherita e questo. Sarà una coincidenza, dipenderà dalla attuale configurazione dei miei stati d’animo che entrano in profonda sintonia con l’ironica e melancolica anima russa, oppure semplicemente 3 grandi scrittori e 3 grandi libri.

Quello di Erofeev è un romanzo, non un’autobiografia (Tutti i personaggi di questo libro sono inventati, comprese le persone reali e l’autore stesso). Anche se poi il libro è dedicato À mon père e riporta in copertina una foto del piccolo Viktor in braccio al padre Vladimir.

Il nòcciolo del libro è questo: il padre di Erofeev è stato un diplomatico russo di rango importante, prima al Cremlino dove fu interprete di Stalin e stretto collaboratore di Molotov, poi all’ambasciata di Parigi e più tardi di Vienna. Il ruolo del figlio nella pubblicazione dell’almanacco Metropol, vietato dalla censura brezneviana, portò al richiamo in patria dell’ambasciatore Erofeev e alla sua emarginazione.

Ma andiamo con ordine.

La necessità di fare i conti con un’ingombrante figura paterna e con l’ombra di Stalin accosta Erofeev a Martin Amis (a quello, almeno, di Experience e di Koba the Dread): i 2 sono anche quasi coetanei (Erofeev è del 1947 e Amis del 1949). I punti di contatto, che non sono il primo a notare, sono probabilmente legati a qualcosa di sottilmente comune (due ragazzi dotati e viziati?) che me li fa sentire confusamente vicini a me, che non sono di molto più giovane e soltanto di poco meno viziato.

Nonostante qualche discontinuità, un gran bel libro. Inquietante quanto basta, anche grazie a un “trucchetto” letterario ben noto, quello dello scarto tra “autore” e “io narrante”, accentuato da uno scarto (mai banale) dei tempi verbali, dal presente al passato.

Ma lasciamo spazio a Erofeev stesso.

I genitori possono essere giudicati delle persone? Io ne ho sempre dubitato. I genitori sono negativi non sviluppati. Tra tutti quelli che incontriamo nella vita sono quelli che conosciamo peggio, proprio perché non li incontriamo; l’iniziativa fin dall’origine è stata presa dagli «avi»: sono loro che vengono incontro a noi. Il cordone ombelicale non è stato tagliato, loro sono parte di noi esattamente nella stessa misura in cui ci è impossibile capirli. il collasso della conoscenza è assicurato. Il resto sono congetture. Abbiamo paura di vedere il loro corpo e di guardarli nell’anima. Loro per noi non si trasformano mai in persone, rimangono per sempre un susseguirsi di impressioni che non hanno un’origine, dei mutevoli spauraccchi-miraggi.
Sono esseri inviolabili. I nostri giudizi su di loro sono incerti, campati per aria, basati sul preconcetto, sulle insuperate paure infantili, sul dissidio tra perfezione e realtà, sulla giustificazione dell’ingiustificabile. Ma anche i genitori sono impotenti di fronte al nostro giudizio. Il reciproco amore che ci lega non appartiene né a loro né a noi, bensì a un istinto che si è smarrito tanto nel grembo della madre quanto nel grembo della civiltà. In questo istinto cerchiamo con forza un luminoso principio umano, e non possiamo fare a meno di vendicarci della cecità dell’istinto con le nostre profonde speculazioni. L’amore intitolato «padri e figli» non ha la gratitudine come comun denominatore, è pieno di infiniti rancori e malintesi, che generano l’amarezza di un rimpianto tardivo.
I genitori sono il respingente tra noi e la morte. Come i grandi artisti, non hanno diritto all’età; la nostra inevitabile rivolta contro di loro è tanto biologicamente impeccabile quanto moralmente abietta. I genitori sono ciò che di più intimo possediamo. [pp. 4-5]

Potrei finire qui la recensione. Quando un libro dice questo, e nella prima pagina, entra di diritto nell’immortalità, mi pare.  Ma ci sono moltre altre pagine memorabili.

Le somiglianze che ci legano – il sorriso, il naso, la bocca socchiusa quando siamo distratti, la gamba che si agita impaziente, l’improvvisa lentezza, le mani intrecciate dietro la nuca, l’intonazione – sono tali che insieme formiamo una macchina del tempo. [p. 73]

Ognuno di noi è detestato da varie persone, il loro istinto animale viene irritato da qualunque nostro movimento, ma l’importante è non fornire loro il pretesto di formulare concretamente ciò che provano verso di noi, non diventare dipendenti da loro, non dare loro la possibilità di colpirci con un’affilata spada giapponese. [p. 172 – lezione di vita]

Infine – ma non leggete oltre se intendete leggere Il buon Stalin come fosse un thriller – il momento della verità tra padre e figlio:

Il quarantesimo giorno della sua permanenza a Mosca mio padre mi invitò per l’ennesima volta a cena. Lo trovai rallentato nei movimenti e così pallido che dentro di me urlai di compassione. Rimase a lungo in silenzio, masticando le nostre ormai rituali salsicce. Alla fine disse:
– Nella nostra famiglia c’è già un cadavere. Sono io.
Io tacevo, fissandolo e cercando di capire dove voleva arrivare. Meccanicamente ripiegava e lisciava il tovagliolo di stoffa.
– Se tu scrivi la lettera, – soggiunse, – in famiglia  di cadaveri ce ne saranno due. [p. 266]

Sono tutto dalla parte del padre, figura di tragica grandezza. Per tante grandi ragioni, ma soprattutto per una piccola, piccolissima: mi riconosco nel lisciare e ripiegare il tovagliolo di stoffa.

Rosso come una sposa

Ibrahimi, Anilda (2008). Rosso come una sposa. Torino:Einaudi. 2008.

Ecco un altro libro sulla nonna, mi sono detto quando l’ho iniziato. Perché ne abbiamo letti tanti, di libri sulla nonna. Italiani, ma soprattutto stranieri, possibilmente un po’ esotici. Nonne sudamericane o indiane. Qualcuna italiana, ma fortemente caratterizzata “etnicamente”.

Impressione fallace. Questo romanzo è un po’ diverso, ha un colpo d’ala. Non è un capolavoro, beninteso, ma si raccomanda per una lingua limpida ed efficace, e per uno sguardo nostalgico sì, ma temperato dall’ironia.

Forse – se dovessi azzardare una similitudine – si avvicina piuttosto a Persepolis di Marjane Satrapi. Ogni capitolo è come scandito dal ritmo della striscia a fumetti, autoconcluso.

Aspetto Anilda Ibrahimi alla prova del secondo romanzo, perché (ma posso sbagliarmi) l’autrice ha più di un libro nelle sue corde.

Concludo con la citazione di un bel proverbio albanese (citato, va da sé, dalla nonna):

Nella vita bisogna imparare due cose: non mettersi mai davanti al più forte o dietro l’asino, perché entrambi non ragionano e ti prendono a calci in faccia [p. 182].

L’eretico

Altieri, Alan D. (2005). L’eretico. Milano: TEA. 2007.

Un’immonda porcata. Non leggetelo. Oppure leggetelo (sono libertario) ma poi non prendetevela con me.

Un libro veramente sgradevole. Come se al mondo (o almeno nel mondo del 1630) non ci fosse altro che sangue interiora merda e altri liquami. La ricerca puntigliosa dello sgradevole. Un’attenta opera di editing dedicata a farcire ogni pagina del massimo di sgradevolezza. Apro a caso (ma veramente a caso!), giusto per darvi un’idea:

La gola di Hans Ruther va in eruzione, aperta lungo l’intera arcata sottomandibolare. Sorella Renate riceve l’intera pompata in piana faccia. Il sangue l’acceca, le schizza dentro la gola. La cosa dalle tenebre strappa via una dentata di polpa gocciolante dal basso ventre di Hans Ruther. Dietro di lui, sorella Renate barcolla, urla, vomita. Crolla sul pavimento viscido [p. 156].

Così per 396 pagine. Non scherzo.

Ho aperto ancora a caso: “s’inarcò, emise un gorgoglio, vomitò una boccata di fetida aria ventrale…” [p. 276] (e non è che le pagine dispari siano meglio).

Dove non ci si dedica allo splatter, la ricostruzione storica è piena di errori.

Ultima fregatura: il romanzo non giunge a nessuna conclusione, perché è soltanto la prima parte di una trilogia. Intere vicende (Laura Farnese e Alessandro Colonna, per esempio) non hanno alcuna funzione nell’economia di questa storia! Ma non corro certo a cercare gli altri 2 volumi…

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Neal Stephenson – Anathem

Stephenson, Neal (2008). Anathem. New York: HarperCollins. 2008.

Stephenson è relativamente poco noto in Italia. La sua fama qui è legata soprattutto a Snow Crash, e perciò è stato etichettato autore cyberpunk o al massimo post-cyberpunk. Benché Snow Crash sia un bel romanzo del genere, degno dei Gibson migliori, Stephenson dal 1992 ne ha fatta di strada. Il suo primo romanzo ambizioso è Cryptonomicon, un romanzo storico ambientato ai tempi della 2ª guerra mondiale e ai giorni nostri. Rizzoli, che l’ha pubblicato, l’ha addirittura proposto a puntate come lettura estiva sulle pagine interne de Il corriere della sera, qualche anno fa. Con scarsi risultati sulla popolarità dell’autore.

Il “ciclo barocco”, una trilogia di quasi 3.000 pagine ambientate nella Londra della seconda metà del 1600, con Newton e Leibniz tra i suoi protagonisti, non è neppure stato interamente tradotto in italiano.

Stephenson se la prende calma. Non ha paura di riempire pagine e pagine di digressioni su argomenti scientifici e filosofici che gli interessano (a volte, va da sé, sparando cazzate…). Eppure Stephenson ha i suoi fan, e io sono uno di loro.

Anathem è un ritorno alla fantascienza, ma a una fantascienza filosofica. Non ve lo racconto, e riassumerlo sarebbe difficile per un libro di oltre 900 pagine. Se vi interessa un riassunto, lo trovate nel sito che vi ho segnalato sopra, o anche su Wikipedia.

Vi trasmetterò invece le mie impressioni personali, a caldo. Il libro è molto faticoso, all’inizio. Stephenson costruisce davvero un mondo diverso dal nostro, completo di vocabolario, folklore, tecnologia, cultura. Proprio qui sta il pregio del libro, guidarti in un complicato esperimento mentale, non schematico ma spesso rigoglioso. Piano piano la storia si avvia e si fa più avventurosa, senza perdere l’attenzione alla disamina di posizioni filosofiche diverse da quelle terrestri ma non poi tanto… Un divertimento a sé è quello di scoprire sotto la maschera del nome arbriano il corrispettivo terrestre. Naturalmente, alcune delle teorie esposte, soprattutto di quelle scientifiche, sono controverse e addirittura “fuori corso”, e questo può essere irritante. Ma nessuno di noi chiede o a Wells o a Philip K. Dick di costruire le loro storie su solide basi scientifiche. Meno che mai a Verne (c’è una strizzata d’occhio nel romanzo) o a Herbert di Dune (cui Anathem a tratti fa pensare).

Il sito del libro è pieno di gadget, dalla musica, alle interviste, ai video con Stephenson che legge parti del libro, a un trailer quasi fosse un film.

Vi consiglio vivamente di guardare il trailer, che non ho trovato su YouTube.

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Il viaggiatore notturno

Maggiani, Maurizio (2005). Il viaggiatore notturno. Milano: Feltrinelli. 2005.

Di Maggiani avevo letto La regina disadorna (1998) e Il coraggio del pettirosso (1995). Entrambi mi erano molto piaciuti: il primo con qualche riserva (un fantastico e avvincente intrico di storie, ben raccontate e ben costruite, ma al prezzo di qualche perdita di compattezza), il secondo una saga compatta e di ampio respiro.

Questo, che non a caso è rimasto a lungo sullo scaffale prima che mi decidessi ad affrontarlo, mi è sembrato il libro di uno scrittore in crisi, o forse semplicemente in difficoltà. Devo dire che all’inizio ho avuto un moto di ripulsa. A cominciare dal modo come è scritto, per frasi iterate, troppo liriche, spesso sopra le righe. Per l’ambientazione nel deserto roccioso dell’Hoggar: èccone un altro, mi sono detto, che ci viene a raccontare il mito del deserto e la purezza originaria dei Tuareg (anche se qui sono i Tagil). Non ne possiamo più, da Il tè nel deserto di Paul Bowles e di Bernardo Bertolucci, di questa riproposizione novecentesca del buon selvaggio!

Poi il libro cresce, anche se forse non spicca mai il volo. Le pagine sul massacro di Tuzla sono bellissime, tragicamente bellissime.

Altrettanto bello (anche se forse inspiegabile!) il Charles de Foucauld apocrifo.

Molto, ma molto più sconcertante è che Maggiani citi, alla fine del romanzo, un racconto di Jack London che io amo tantissimo (al punto di averlo messo qui sul blog): soltanto, il riassunto che ne fa Maggiani parla di un’altra storia. Non ha proprio nulla a che fare con quel racconto. Qualcuno sa spiegarmi il mistero? Forse è tutto uno scherzo? Forse London è apocrifo e invece sono le citazioni di Foucauld a essere tutte autentiche e citate alla lettera?

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La dalia nera

La dalia nera (The Black Dahlia), 2006, di Brian De Palma, con Josh Hartnett, Scarlett Johansson e Aaron Eckhart.

Un brutto film (il peggiore di Brian De Palma?) da un romanzo di James Ellroy che invece vi consiglio di leggere.

Particolarmente brutta e pretenziosa la colonna sonora di Mark Isham.

Il Maestro e Margherita

Bulgakov, Michail (1967). Il Maestro e Margherita. Torino: Einaudi. 2005.

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Una rilettura tardiva, ma opportuna. Avevo letto Il Maestro e Margherita più di 40 anni fa: mio padre l’aveva scoperto (c’era stata una storica entusiasta recensione di Eugenio Montale su Il corriere della sera del 9 aprile 1967), si era divertito follemente (sorrideva spesso quando leggeva, e talvolta rideva sonoramente) e mi aveva consigliato di leggerlo.

L’avevo capito, allora? Potevo capirlo, con la mia testa di adolescente e la mia limitata esperienza? Non lo so, ma mi era rimasta la memoria di un libro grande, grandissimo. E mi era rimasta una frase che, più volte dimenticata e tornata, ha segnato tutta la mia vita:

Questo è il fatto. E il fatto è la cosa più ostinata del mondo.

Così dice Woland a Michail Alexandrovič Berlioz, e così la ricordavo. Quello che non ricordavo è come prosegue il discorso di Woland:

Ma adesso interessa quel che accadrà ulteriormente, e non un fatto già compiuto. Lei è sempre stato un ardente fautore della teoria che, una volta tagliata la testa, la vita cessa nell’uomo, egli si converte in cenere e se ne va nel non essere. Mi è gradito comunicarle in presenza dei suoi ospiti, sebbene essi servano di prova a una teoria del tutto diversa, che la sua teoria è seria e ingegnosa. Del resto, tutte le teorie si equivalgono. Fra di esse ce n’è anche una secondo cui a ognuno verrà dato secondo la sua fede. Si avveri pure questo! Lei se ne andrà nel non essere, e io avrò il piacere di bere alla salute dell’essere dalla coppa in cui si convertirà! [p. 267]

Un diavolo post-moderno ante litteram, dunque.

Naturalmente nella mia lettura giovanile mi aveva doverosamente impressionato la rilettura della passione e la figura di Ponzio Pilato: ma molti altri libri di argomento simile sono passati sotto i miei occhi, tra cui il bellissimo Evangelho segundo Jesus Cristo di Saramago.

E mi aveva impressionato la dolce e sensuale figura di Margherita. Ma adesso, da vecchio imbolsito, il mio cuore è con la scatenata Nataša, “interamente nuda, coi capelli scarmigliati che volavano per aria”. Nataša, la popolana verace (“”Anche noialtre, sa, vogliamo vivere e volare!”). Nataša, che sceglie di restare strega, piuttosto che sposare un ingegnere o un tecnico… [p. 285].

Il Maestro e Margherita sono l’altro polo, gli amanti perfetti, predestinati ad amarsi e a non perdersi più (“L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!” – il Maestro ha persino dimenticato il nome della moglie!). Il loro destino non è la luce, è il riposo. Non il premio elargito dalla divinità, ma la quiete, il silenzio, il sonno, lo spegnersi della memoria. Il dono estremo dell’amore, ma anche il dono estremo di Woland, è l’esser lasciati liberi.

Strano destino, quello di Woland e dei suoi grotteschi compagni. Rappresentano l’ombra, e forse aspirano a fare il male. Ma poiché il bene e il buono – nonostante i ridicoli sforzi degli uomini (e qui emerge il Bulgakov scrittore satirico, che non poteva essere pubblicato benché Stalin segretamente ne godesse) – sono disastrosamente inadeguati, il risultato delle azioni demoniache sono paradossalmente il bene, come già registrava la frase del Faust di Goethe che Bulgakov mette in epigrafe al romanzo: “Dunque tu chi sei? Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”.

Ma forse qualcuno di voi ricorderà anche Geppo, il diavolo buono di Giovan Battista Carpi (l’indimenticabile creatore di Nonna Abelarda!):

Resterebbe da dire della fantasmagorica fantasia linguistica di Bulgakov, ben tradotta da Vera Dridso, ma preferisco suggerirvi di correre a leggere questo libro, se non l’avete ancora fatto.

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Lo straniero

Lo straniero (The stranger), 1946, di Orson Welles, con Edward G. Robinson, Orson Welles e Loretta Young.

Un film di Orson Welles considerato un po’ minore: non gli si perdona l’aver avuto un discreto successo di botteghino, di avere una così trasparente vena propagandistico-moralistica (Welles, che fa il cattivo, è un cattivo tutto d’un pezzo e viene punito in modo quasi sovrannaturale) e di essere semplice e un po’ schematico anche nelle soluzioni cinematografiche e nelle simbologie adottate. Del resto, pare non piacesse neppure a Welles stesso!

Il film è comunque pieno di idee geniali. La prima, secondo me, è affidare la parte del buono (Wilson, della Commissione per i crimini di guerra) a Edward G. Robinson. In una scena del film, Robinson proietta un documentario sui campi di sterminio: è la prima volta che vengono mostrati al grande pubblico.

Il film utilizza in modo ossessivo due metafore. La prima è quella dell’orologio: oltre a guidarci verso un finale che non può non far pensare a Vertigo di Hitchcock, l’ossessione del tempo, e forse di far tornare indietro il tempo, è molto legata al tema del nazismo. È un discorso lungo, che ci porterebbe lontano, e mi riprometto di dedicarci un post specifico.

La seconda è l’uso delle ombre, che pervade tutto il film. Il film noir è forse inseparabile dal bianco e nero (anche se mi viene subito in mente qualche eccezione che contraddice la regola) e anche da una certa semplificazione dei personaggi. La sequenza più bella è quella che vedete nel video qui sotto, a 4′ e 35″ dall’inizio.

Il film è da tempo fuori diritti. Se lo volete guardare tutto eccolo qui (se lo volete vedere meglio, il DVD è in edicola):

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