Cobra verde

Cobra verde (Cobra verde), 1987, di Werner Herzog, con Klaus Kinski.

Il quinto e ultimo film del sodalizio tra Werner Herzog e Klaus Kinski (gli altri sono Aguirre furore di dio, Nosferatu il principe della notte, Woyzeck e Fitzcarraldo). Durante le riprese, i due litigarono furiosamente e definitivamente.

Tratto da un romanzo di Bruce Chatwin, Il vicerè di Ouidah (The Viceroy of Ouidah), che ho letto a suo tempo. Non ricordo tutti i dettagli, ma mi è rimasto impresso il senso di cupa e crudele immobilità.

I temi di Herzog ci sono tutti: l’impotenza di un uomo che vuole raggiungere un qualcosa che gli sfugge (qui è la neve sulle Ande favoleggiate da un barista storpio), lo scontro tra due “civiltà” (è più barbaro il regno folle di Bossa Ahadee o il commercio di schiavi dei coloni brasiliani?), la supremazia della natura (Kinski è raramente al centro della scena e in primo piano: sono molti i campi lunghi e le riprese asimmetriche – ad esempio nella seduzione, ancora in Brasile).

L’incontro tra Herzog e Chatwin sembrava destinato a fallire (e in parte lo è, perché il film non è del tutto riuscito): Chatwin è lo scrittore del viaggio, del nomadismo, dello stupore di fronte alla bizzarria delle vicende umane; Herzog è un regista mistico, i suoi viaggi avvengono nella profondità e nel disfacimento della psiche umana e non vanno mai da nessuna parte, sono più fughe (senza vie di fuga) che viaggi. Eppure Chatwin dichiarò che Herzog era l’unico regista che avrebbe potuto portare sullo schermo la vicenda e – benché già segnato dalla malattia – collaborò con il regista durante le riprese in Ghana (l’amicizia tra i due restò così salda che Chatwin lasciò in legato a Herzog il suo celebre zainetto).

Il film ha due finali (in sequenza, non in alternativa).

Nel primo, Kinski, ormai rovinato, cerca inutilmente di mettere in mare una scialuppa per raggiungere la neve. Testimone della scena uno storpio, che richiama alla memoria il barista brasiliano che gli aveva parlato della Ande, ma simboleggia anche l’Africa schiantata dalla schiavitù. Sfinito, Kinski annega sul bagnasciuga (in realtà, Francisco Manoel da Silva morì vecchio, povero e pazzo e fu sepolto in un barile di rum).

Nel secondo, l'Africa si apre al riscatto e alla speranza nel coro delle adolescenti (un finale mellifluo e poco convincente, ma guardate la bellezza, l'espressività e la bravura della giovane protagonista).

Prendi i soldi e scappa

Prendi i soldi e scappa (Take the Money and Run), 1969, di e con Woody Allen.

È il primo film di Woody Allen come regista e attore.

Dopo tutti questi anni, mostra un po’ la corda: forse perché l’ho visto molte volte e ne conosco a memoria le battute (se non ricordo male, il primo Woody Allen ad arrivare nei cinema italiani fu Provaci ancora, Sam, seguito a ruota da questo e da Bananas), forse perché quella che all’epoca era un’idea straordinaria, quella del mockumentary (la presa in giro del documentario televisivo, con interviste “al sociologo, allo psicologo e al cretino” – non scherzo, c’è davvero un’intervista a uno e in quello che in gergo televisivo si chiama “sottopancia” c’è scritto “Stanley Krim, cretin”), è diventata un genere abbastanza abusato.

Era comunque la prima volta che lo vedevo in versione originale, e naturalmente le battute di Woody Allen sono diverse da quelle della (pur ottima) edizione italiana. Quella che è una caratteristica molto seccante dell’edizione attualmente in edicola – il fatto che i sottotitoli siano soltanto in italiano – permette di cogliere immediatamente le differenze.

La scena più famosa è forse quella in cui una rapina in banca fallisce perché i cassieri non riescono a leggere la grafia di Allen:

Bank Teller #1: Does this look like “gub” or “gun”?
Bank Teller #2: Gun. See? But what does “abt” mean?
Virgil: It’s “act”. A-C-T. Act natural. Please put fifty thousand dollars into this bag and act natural.
Bank Teller #1: Oh, I see. This is a holdup?

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

Harry Potter and the Deathly Hallows – o Harry Popper?

Rowling, J. K. (2007). Harry Potter and the Deathly Hallows. London: Bloomsbury. 2007.

L’hanno recensito tutti, e quindi consentitemi di astenermi, anche se qualcosa da dire ce l’avrei.

È curioso: è scritto certamente male, saccheggia un sacco di classici della mitologia (dalla Bibbia al Signore degli anelli), eppure si legge d’un fiato. Speriamo che sia l’ultimo, così siamo usciti dalla schiavitù.

Harry Popper:

‘All right,’ said Hermione, disconcerned. Say the Cloak existed … what about the stone, Mr Lovegood? The thing you call the Resurrection Stone?’
‘What of it?’
‘Well, how can that be real?’
‘Prove that it is not,’ said Xenophilius.
Hermione looked outraged.
‘But that’s – I’m sorry, but that’s completely ridicolous! How can I possibly prove it doesn’t exist? Do you expect me to get hold of – of all the pebbles in the world, and test them? I mean, you can claim that anything‘s real if the only basis for believing for believing in it is that nobody’s proved it doesn’t exist!’ (p. 334)

Sotto i venti di Nettuno

Vargas, Fred (2004). Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune). Torino: Einaudi. 2005.

Anzitutto devo spiegare perché la prima categoria di questo post è Cortocircuiti e Recensioni viene per seconda. Tre coincidenze, che possono sorprendere l’uomo della strada, ma non lo statistico che è in me (ma questa è tutta un’altra storia…):

  1. Nel romanzo, in parte ambientato in Canada, si parla in più occasioni delle “bernacle” (bernàcla, secondo il De Mauro online, è l'”oca colombaccio”; il Vocabolario Treccani dà invece “bernìcla” – latino scientifico bernicla, dal francese bernicle, a sua volta dal bretone bernic, “oca”, che denota “un crostaceo, la lèpade, dal quale la credenza popolare riteneva che nascessero le oche” – “genere di uccelli della famiglia anatidi, sinonimo di branta“). Non mi chiederò qui se l’autrice non intendesse parlare della Branta canadensis piuttosto che della Branta bernicla, perché sarebbe troppo anche per la mia pignoleria. Ma ormai voi, affezionati lettori, scarsi di numero ma non certo d’intuito, avrete capito che per la seconda volta in pochi giorni incrociamo le percebes o barnacles o lepadi, prelibatezze galiziane.
  2. Nella narrazione torna un paio di volte, in posizione importante anche se non decisiva (non vi sto rovinando il giallo), alcuni versi di Victor Hugo (è da una poesia, Booz endormi, che fa riferimento a un episodio oscuro e abbastanza ittilevante della Bibbia, dal Libro di Ruth, che serve essenzialmente a stabilire che questo vecchio Booz di Betlemme e la giovane moabita Ruth erano i bisnonni di Davide):
    Quel dieu, quel moissonneur de l’éternel été,
    Avait, en s’en allant, négligemment jeté
    Cette faucille d’or dans le champ des étoiles.
    Provo a tradurre:
    Quel dio, quel mietitore dell’eterna estate,
    aveva, allontanandosi, negligentemente gettato
    quel falcetto d’oro nel campo delle stelle.

    Il campo delle stelle, Santiago de Compostela, La via lattea: tutto si tiene…
  3. Adamsberg viene più volte definito e poi si autodefinisce “spalatore di nuvole”. Vi confesso, io che di mestiere faccio più umilmente lo “spalatore di letame” (per tenersi sul lato sicuro dell’eufemismo), ma che aspiro – come avrete intuito – a spalar nuvole o quanto meno a soffiarle qua e là, mi approprio ufficialmente dell’epiteto per me medesimo personalmente.

Adesso la recensione vera e propria.

Riassunto delle puntate precedenti. Sono al 5° romanzo della Vargas, tutti recensiti su questo sito: L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso (dove ho riportato anche una cronologia delle opere della Vargas, tradotte e non tradotte in italiano) e Parti in fretta e non tornare.

Qui la traduzione è nuovamente di Yasmina Melaouah, e si sente! Quanto è brava! Tra l’altro, è importantissimo, perché il romanzo ha un divertente risvolto linguistico legato alla trasferta in Canada, e la Melaouah deve rendere le bizzarrie del quebechese in italiano, e secondo me ci riesce benissimo (cfr. Capitolo XVII).

I manierismi dell’autrice cominciano ad affiorare, e qualche fastidio me lo suscitano. A volte, la tiriamo un po’ per le lunghe. Soprattutto si va perdendo un po’ quella ordinarietà del delitto che mi era tanto piaciuta nelle prime prove. Probabilmente è difficile tenere tutto insieme: l’approfondimento dei personaggi, la caratterizzazione di quelli nuovi, una storia plausibile, l’effetto sorpresa, le sotto-storie, le battute divertenti, l’erudizione…

Mi è piaciuta la sensibilità femminile alla “bellezza” non convenzionale di Violette Retancourt, di cui sono perdutamente innamorato.

Nascita di un guru

Takeshi Kitano (2006). Nascita di un guru. Milano: Mondadori. 2006.

Inutile.

L’ho comprato perché Takeshi Kitano è un grande regista. Ma non è sufficiente per essere un bravo scrittore o, quanto meno, per scrivere un bel romanzo.

Non leggetelo.

The Rain Before It Falls

Coe, Jonathan (2007). The Rain Before It Falls. London: Penguin. 2007.

Un libro molto bello, e anche magistralmente scritto. Un Coe sorprendente, che ha abbandonato la sua vena satirica e comica e tira fuori, invece, una profonda amarezza che – ancorché presente in alcune sue opere precedenti, come The House of Sleep – non era certo il suo tema centrale.

Cominciamo dalla maestria. Maestria a più livelli:

  • per gran parte del libro, la voce narrante descrive, per una ragazza cieca, delle fotografie. A partire dalle foto, scandita dalle 20 foto, si dipana una storia che abbraccia 4 generazioni. Lo stratagemma narrativo è di grande semplicità, ma di efficacia ancora più grande;
  • la voce narrante, al termine della sua vita, detta questa storia in un registratore. Coe è abilissimo nel farci cogliere nel testo scritto la narrazione orale, in modo tanto trasparente da costringerci – di tanto in tanto – a fare un passo indietro per cogliere i due livelli, orale e scritto, della narrazione;
  • questa necessità di distacco, un espedente che mi sembra vicino all’epicità brechtiana, contribuisce qui piuttosto al senso drammatico, tragico, della storia, a farci coinvolgere ancora di più;
  • infine – ma questo mi sembra meno riuscito – il nòcciolo della storia (la narrazione di Rosamond) è racchiuso in una sorta di cornice, un antefatto e un epilogo, che mi sembrano soltanto funzionali alla completezza della narrazione, ma non necessari alla sua riuscita poetica.

Tre temi mi hanno colpito in modo particolare. Il primo è quello dell’omosessualità della protagonista che, anche in una società “moderna” e tollerante come quella che viene rappresentata, la priva tragicamente della sua realizzazione umana, ne frustra per due volte il desiderio più profondo ed essenziale. Il secondo è quello dell’indissolubile legame della tragedia che ci viene raccontata con la famiglia: non tanto con la patologia della famiglia, quanto con il suo funzionamento normale, quotidiano. Il terzo è il dubbio – insinuato ma non risolto – che la tragedia fosse necessaria, già scritta nelle sue conclusioni attuali negli eventi di 50-60 anni prima. Affinché non pensiate che l’ergodicità sia una mia mania, ma vi rendiate conto che sta diventando una costante della letteratura inglese contemporanea (The Weight of Numbers), vi citerò alcuni passi:

‘Just look at those clouds. It will be some rainstorm, if those come our way.’ Thea heard this remark: she was always quick to notice changes of mood – it surprised me, every time, to realize what a sensitive child she was, how attuned to grown-up feelings. It prompted her to ask: ‘Is that why you’re looking sad?’ ‘Sad?’ said Rebecca, turning. ‘Me? No, I don’t mind summer rain. In fact I like it. It’s my favourite sort.’ ‘Your favourite sort of rain?’ said Thea. I remember that she was frowning, and pondering these words, and then she announced: ‘Well, I like the rain before it falls.’ (pp. 161-2)

How strange, that I should be thinking of her and of that place, now that the moment has come. I always imagined that my last thought would be of Warden Farm, and Beatrix, the night we became blood-sisters, the night we lay together under the winter moon.
But no. The circle was broken years ago. That was how it all started, yes. Everything followed from that night, but the path it set me upon… It was all leading, I realize now, to the day by the lake – that was the culmination… Everything after that was wrong. When Beatrix came back, to take Thea away, that was when the world tilted, went out of shape…
But Imogen exists… The rightness of that… (pp. 256-7)

A dog that ran away, inexplicably. First Beatrix in pursuit, then Imogen. Mother and granddaughter, almost fifty years apart…
The Auvergne: Rosamond imagining that she would arrive there when she died. Gill herself travelling there with her husband, and then driving alone along an empty road. A blackbird thudding into her windscreen, a terrible intimation of death.
[…]
Nothing was random, after all. There was a pattern, a pattern to be found somewhere…
[…]
A pattern, made up of… coincidences? Was that what they were? If only she could stand back, see the design more clearly. But if anything it was getting fainter, already.
[…]
The pattern she had been searching was gone. Worse than that – it had never existed. How could it? What she had been hoping for was a figment, a dream, an impossible thought: like the rain before it falls. (pp. 276-278 )

Il libro cita più volte una canzone, Bailero, dai Chants d’Auvergne di Marie Joseph Canteloube De Malaret. ne ho trovato soltanto una versione pop:

Pubblicato su Recensioni. 11 Comments »

Nanook

Nanook l’esquimese (Nanook of the North), 1922, di Robert Flaherty.

Che c’è di meglio, in una torrida sera d’estate a Roma, di vedere un documentario muto girato nell’Artico?

Considerato il primo documentario, e criticato per non esserlo (Flaherty scrisse una sceneggiatura e gli esquimesi recitano la loro parte), resta bellissimo e godibilissimo.

E pieno d’un involontario humour: ad esempio, quando inaspettatamente dal kayak (sembrava che Nanook fosse solo) scende tutta la famiglia, neonati e cane compreso, come da una Cinquecento napoletana del 1955. Quando Nanook deve sempre fare tutto da solo, dal fabbricarsi un igloo al catturare una foca, mentre gli altri numerosi familiari giocano e si fanno i fatti loro. Quando – dopo una didascalia che spiega che all’interno dell’igloo la temperatura deve restare sotto lo zero, se no si squaglia – vediamo che la famigliola per mettersi a dormire si spoglia nuda. Quando la moglie mastica gli stivali per ammorbidirli dopo il gelo della notte. Quando il babbo lava il bambino sputangogli addosso (impagabile la faccia disgustata del bambino). Nanook e il grammofono (e assaggia il disco).

Nulla di tutto questo esiste più.

Qui qualche scena, compresa la prima che ho citato.

Everything is Miscellaneous

David Weinberger (2007). Everything is Miscellaneous. New York: Times Books. 2007.

È un libro importante. Forse molto importante, dopo aver superato il tono un po’ predicatorio, un po’ da guru, che hanno molti divulgatori americani. E la mania di aprire ogni capitolo con un’introduzione o un aneddoto e di chiuderlo con un riassunto di quello che si è detto nelle pagine precedenti.

Comunque a me è piaciuto molto, mi ha dato un sacco di idee e lasciato molte curiosità. Mi sono trovato molte volte a fermarmi a pensare, o a lasciare il libro per andare a vedere qualcosa sul web. Tutte cose che non mi succedono poi così spesso, nonostante la mia proverbiale capacità di distrarmi (se fossi nato adesso in America mi avrebbero imbottito di Ritalin).

L’idea di fondo è questa: tradizionalmente, abbiamo bisogno d’ordine perché le cose (gli atomi) occupano spazio, che è limitato; l’ordine ha bisogno di classificazioni, possibilmente gerarchiche, perché una cosa può stare in un posto solo. Il modello è l’albero. Mia moglie viene da una famiglia grande, ma anche numerosa: 10 tra fratelli e sorelle. Il caos regnava sovrano. I più piccoli tra i suoi fratelli, probabilmente per reazione, si ricavarono uno spazio nel garage, e lo tenevano in ordine perfetto. Troneggiava una grande scritta: “ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa”. Nel mondo digitale non abbiamo più bisogno di questo ordine: lo spazio è (potenzialmente) infinito e costa sempre meno. Gli oggetti digitali sono informazione e metainformazione, che può essere connessa in molti modi. Tutto questo, per di più, è un processo sociale. Di qui “il potere del nuovo disordine digitale” (The Power of the New Digital Disorder è il sottotitolo del libro).

Vi ho dato un’idea molto semplicistica, ma è impossibile riassumere il tutto.

Il libro, come accade sempre più spesso, ha anche un sito, molto stimolante.

Trovate anche il testo integrale del primo capitolo, che vi consiglio di leggere per farvi un’idea.

Gödel’s Proof

Nagel, Ernest and James R. Newman (2001). Gödel’s Proof. New York: New York University Press. 2001.

L’edizione italiana (La prova di Gödel) è pubblicata da Bollati Boringhieri.

Di tutte le spiegazioni dell’ormai celebre teorema di incompletezza di Gödel, questa è quella che ho trovato più chiara e comprensibile (anche più – bestemmia! – delle spiegazioni di Hofstadter: ma lui stesso ammette, nella prefazioone a questa edizione, di esserne stato folgorato da ragazzo).

Naturalmente, non mi cimenterò a riassumere il libro. Ma vi mostrerò che faccia aveva Gödel. Dimostrò il suo teorema a 25 anni!

In una foto con Einstein (ceco di Brno, nel 1940 fuggì negli Stati Uniti, via Transiberiana e Pacifico, e approdò allo IAS di Princeton).

Infine, un’opera d’arte che propone il teorema.

L’ultimo metrò

L’ultimo metrò (Le dernier métro), di François Truffaut, con Catherine Deneuve e Gérard Depardieu.

Ci sono molti modi possibili di interpretare questo film: un film sulla guerra, un film sulla sua crudeltà banale, un film sull’opportunismo, un film sulla necessità del teatro (e del cinema, e della letteratura) proprio quando i tempi sono più cupi e difficili, un film sulla passione dell’intrattenimento (e più in generale sull’etica del lavoro, contro tutto e contro tutti). Un omaggio alla resistenza – e anche un omaggio ai film francesi sulla resistenza (e en passant a Jean Gabin). Un film sull’assurdità delle persecuzioni agli ebrei (Lucas Steiner, che è ebreo, si chiede a un certo punto che cosa significhi essere ebreo) e su quanto questo fosse innaturale per la maggior parte dei francesi (Daxiat escluso, naturalmente: bell’idealtipo del leccaculo opportunista).

Io ci vedo, però, soprattutto un film di Truffaut. Ci sono tutte le sue tematiche: Parigi, i bambini (il figlio della portinaia, Jacquot, che annaffia una sua piantagione di tabacco – o forse sono gerani, ma intende fumarli – e ripassa i modi spregiativi in cui si possono chiamare i tedeschi).

Soprattutto la varietà e la pluralità dell’amore.  Se sei vero, se sei “puro di cuore” (come è, nonostante le apparenze, quel bietolone di Depardieu) – sembra dirci Truffaut – è ineluttabile che ti innamori delle persone con cui lavori, che stimi, con cui dividi una parte così importante del quotidiano. È così per i protagonisti delle Due inglesi, per Adele H., per Antoine Doinel, per Jules et Jim. Di solito, nella vita e nei film di Truffaut, va a finire male. Non qui, con uno dei finali più straordinari della storia del cinema.

Questo finale non è possibile che al cinema, e soltanto perché (e allora forse è questo il tema vero del film) a un livello cinema e teatro si “mappano” (per tutto il film, la messa in scena teatrale e la necessità che lo spettacolo continui perché ci sono la guerra e l’occupazione, e non malgrado la guerra e l’occupazione, ci fanno pensare alla “missione” del cineasta/intrattenitore), ma a un altro livello, nel finale, il cinema è la realtà e il teatro la finzione.

Ecco la sequenza finale (che prendo da questa bella scheda pubblicata in occasione della trasmissione del film alla televisione francese):