Sotto i venti di Nettuno

Vargas, Fred (2004). Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune). Torino: Einaudi. 2005.

Anzitutto devo spiegare perché la prima categoria di questo post è Cortocircuiti e Recensioni viene per seconda. Tre coincidenze, che possono sorprendere l’uomo della strada, ma non lo statistico che è in me (ma questa è tutta un’altra storia…):

  1. Nel romanzo, in parte ambientato in Canada, si parla in più occasioni delle “bernacle” (bernàcla, secondo il De Mauro online, è l'”oca colombaccio”; il Vocabolario Treccani dà invece “bernìcla” – latino scientifico bernicla, dal francese bernicle, a sua volta dal bretone bernic, “oca”, che denota “un crostaceo, la lèpade, dal quale la credenza popolare riteneva che nascessero le oche” – “genere di uccelli della famiglia anatidi, sinonimo di branta“). Non mi chiederò qui se l’autrice non intendesse parlare della Branta canadensis piuttosto che della Branta bernicla, perché sarebbe troppo anche per la mia pignoleria. Ma ormai voi, affezionati lettori, scarsi di numero ma non certo d’intuito, avrete capito che per la seconda volta in pochi giorni incrociamo le percebes o barnacles o lepadi, prelibatezze galiziane.
  2. Nella narrazione torna un paio di volte, in posizione importante anche se non decisiva (non vi sto rovinando il giallo), alcuni versi di Victor Hugo (è da una poesia, Booz endormi, che fa riferimento a un episodio oscuro e abbastanza ittilevante della Bibbia, dal Libro di Ruth, che serve essenzialmente a stabilire che questo vecchio Booz di Betlemme e la giovane moabita Ruth erano i bisnonni di Davide):
    Quel dieu, quel moissonneur de l’éternel été,
    Avait, en s’en allant, négligemment jeté
    Cette faucille d’or dans le champ des étoiles.
    Provo a tradurre:
    Quel dio, quel mietitore dell’eterna estate,
    aveva, allontanandosi, negligentemente gettato
    quel falcetto d’oro nel campo delle stelle.

    Il campo delle stelle, Santiago de Compostela, La via lattea: tutto si tiene…
  3. Adamsberg viene più volte definito e poi si autodefinisce “spalatore di nuvole”. Vi confesso, io che di mestiere faccio più umilmente lo “spalatore di letame” (per tenersi sul lato sicuro dell’eufemismo), ma che aspiro – come avrete intuito – a spalar nuvole o quanto meno a soffiarle qua e là, mi approprio ufficialmente dell’epiteto per me medesimo personalmente.

Adesso la recensione vera e propria.

Riassunto delle puntate precedenti. Sono al 5° romanzo della Vargas, tutti recensiti su questo sito: L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso (dove ho riportato anche una cronologia delle opere della Vargas, tradotte e non tradotte in italiano) e Parti in fretta e non tornare.

Qui la traduzione è nuovamente di Yasmina Melaouah, e si sente! Quanto è brava! Tra l’altro, è importantissimo, perché il romanzo ha un divertente risvolto linguistico legato alla trasferta in Canada, e la Melaouah deve rendere le bizzarrie del quebechese in italiano, e secondo me ci riesce benissimo (cfr. Capitolo XVII).

I manierismi dell’autrice cominciano ad affiorare, e qualche fastidio me lo suscitano. A volte, la tiriamo un po’ per le lunghe. Soprattutto si va perdendo un po’ quella ordinarietà del delitto che mi era tanto piaciuta nelle prime prove. Probabilmente è difficile tenere tutto insieme: l’approfondimento dei personaggi, la caratterizzazione di quelli nuovi, una storia plausibile, l’effetto sorpresa, le sotto-storie, le battute divertenti, l’erudizione…

Mi è piaciuta la sensibilità femminile alla “bellezza” non convenzionale di Violette Retancourt, di cui sono perdutamente innamorato.

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