L’uomo a rovescio

Vargas, Fred (1999). L’uomo a rovescio (L’homme a l’envers). Torino: Einaudi. 2006.

Di solito, diffido dei casi letterari. E questo è sicuramente un caso letterario ben costruito: donna, scienzata, si firma al maschile, scrive durante le ferie, si fa revisionare dalla sorella gemella…

Di solito, non leggo romanzi gialli. La disciplina del genere tende a essere troppo forte. Il giallo deve essere una macchina narrativa a incastro, deve seguire certe regole, deve rendere al lettore la vita difficle ma non impossibile. Ovvio che poi lo stile e la vicenda ne risentano. Non ci sono capolavori lirici nella Settimana della sfinge.

Tutto ciò premesso, il libro della Vargas è affascinante. Si legge volentieri, è ben scritto, i personaggi ben stagliati. Lo sguardo della Vergas è ironico, distaccato, un po’ divertito, ma partecipe. Tradotto splendidamente da Yasmina Melaouah, che traduce anche Pennac.

Adesso leggerò gli altri.

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On Chesil Beach

McEwan, Ian (2007). On Chesil Beach. New York: Nan A. Talese. 2007.

Ian Mc Ewan è un autore che amo molto. Ho amato in particolare la luce fredda e spietata delle sue prime cose, da First Love, Last Rites (Primo amore, ultimi riti) a Black Dogs (Cani neri). Metto i titoli in inglese non soltanto per il solito snobismo e perché mi sono dato la regola di recensire quello che ho effettivamente letto, ma soprattutto perché McEwan è un maestro della lingua e nella traduzione, per quanto ben fatta, si perde molto. In italiano è tradotto da Einaudi.

Ian McEwan, dicevo, è uno di quegli autori di cui mi precipito a comprare il nuovo libro appena esce e a leggerlo appena posso. Mi aspetto molto, faccio confronti con i precedenti e quindi, a volte, ho delusioni più o meno grandi. Com’è quest’ultimo?

La lingua è straordinaria. Se possibile, supera, nella precisione e nel ritmo, il virtuosismo raggiunto in opere precedenti (in particolare, penso ad Atonement, dove il modo di scrivere cambiava secondo l’epoca e il punto di vista). Leggere è un piacere.

Il romanzo si svolge in un momento cruciale di transizione, il 1962. Nella recensione di Tim Adams su The Observer ho trovato queste strofette (tratte dalla poesia Annus mirabilis di Philip Larkin) che sarebbero una buona epigrafe del romanzo:

Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(which was rather late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

Up to then there’d only been
A sort of bargaining,
A wrangle for the ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.

McEwan è un maestro dei processi non-ergòdici: un evento particolare, casuale o apparentemente tale, cambia il corso di una storia individuale. È una costante, quasi un marchio di fabbrica, della sua narrativa: l’esempio forse più chiaro è l’incidente del pallone in Enduring Love. In questo libro, l’evento decisivo è ancora più rarefatto: può essere una parola (brain-damaged) o una parola non detta, un gesto non fatto.

Riporto qui sotto due esempi. Non leggete il secondo, se pensate che tutti i romanzi debbano essere letti come gialli.

They stood side by side while Lionel lit his pipe at last, and Edward, with the adaptability of his years, continued to make the quiet transition from shock to recognition. Of course, he had always known. He had been maintained in a state of innocence by the absence of a term for her condition. He had never even thought of her as having a condition, and at the same time had always accepted that she was different. The contradiction was now resolved by this simple naming, by the power of words to make the unseen visible. Brain-damaged. (p. 89)

Non so a voi, a me fa venire in mente il gatto di Schrödinger.

Ed ecco il secondo esempio (ve lo ripeto, non leggetelo se non volete sapere come va a finire!)

When he thought of her, it rather amazed him, that he had let that girl with her violin go. Now, of course, he saw that her self-effacing proposal was quite irrelevant. All she had needed was the certainty of her love, and his reassurance that there was no hurry when a lifetime lay ahead of them. Love and patience – if only he had had them both at once – would surely have seen them both through. And then what unborn children might have had their chances, what young girl with a headband might have become his loved familiar? This is how the entire course of a life can be changed – by doing nothing. On Chesil Beach he could have called out to Florence, he could have gone after her. He did not know, or would not have cared to know, that as she ran away from him, certain in her distress that she was about to lose him, she had never loved him more, or more hopelessly, and that the sound of his voice would have been a deliverance, and she would have turned back. Instead, he stood in cold and righteous silence in the summer’s dusk, watching her hurry along the shore, the sound of her difficult progress lost to the breaking of small waves, until she was a blurred, receding point against the immense straight road of shingle gleaming in the pallid light. (pp. 202-3)

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Bloomsday

Il 16 giugno 1904 è il giorno in cui si svolgono – tutte racchiuse in un singolo giorno – le vicende dell’Ulysses di James Joyce.

Il 16 giugno viene celebrato ogni anno come Bloomsday, dal nome di Leopold Bloom, uno dei tre protagonisti del romanzo, insieme a Stephen Dedalus e Molly Bloom

Non pretendo di fare una recensione di un libro così famoso (e poco letto, per avere fama di essere lungo e difficle – ma non lo è). Mi limito a segnalarvi qualche link:

V per Vendetta

V per Vendetta (V for Vendetta), 2005, di James McTeigue (ma scritto dai fratelli Wachowski, quelli di Matrix), con Natalie Portman e Hugo Weaving.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Il film è tratto da un fumetto di culto di Alan Moore e David LLoyd. Ho letto il graphic novel prima di vedere il film, l’ho molto amato e di qui nasce la solita storia: meglio il fumetto o il film? Il film tradisce lo spirito del libro?

Andiamo con ordine, per quanto possibile.

Il film è bello. Natalie Portman è brava. Hugo Weaving bravissimo (considerate che indossa sempre la maschera du Guy Fawkes, e che quindi può recitare soltanto con la voce e con il corpo). Bravi anche i comprimari (straordinari Stephen Fry, Stephen Rea e Roger Allam). La mano e il marchio dei fratelli Wachowski chiaramente percepibile, anche se il film resta fortemente e cupamente inglese.

L’Inghilterra è dominata da un regime fascista (il dittatore si chiama Adam Sutler, vi fa scattare qualche assonanza?). Un vendicatore anarchico, che indossa la maschera di Guy Fawkes (un cospiratore cattolico inglese che il 5 novembre 1605, nella congiura delle polveri, cercò di assassinare il re Giacomo II e tutti i lord facendo saltare il parlamento) segue un suo disegno di vendetta, ma anche quello di risvegliare la voglia di libertà del popolo. Incontra Evey Hammond, poco più di una bambina, e le loro storie si legano (di più non voglio dire).

Tanto nel fumetto quanto nel film, la rappresentazione dello Stato totalitario, ambientato in un futuro prossimo, deve più a 1984 che Brave New World.

Le ambiguità maggiori, e le differenze più grandi tra fumetto e film, si concentrano intorno a V. L’eroe solitario è necessariamente ambiguo sotto il profilo politico: la sua proposta (pars construens), proprio a causa dell’individualismo (che è una necessità narrativa, e nel fumetto anche un’esigenza del genere, legata alla tradizione dei supereroi) non può che sostituire un uomo della provvidenza a un altro – V se la cava autodistruggendosi; ma anche nella pars destruens, il vendicatore solitario si arroga il diritto di agire in nome e per conto nostro. L’ambiguità politica diventa ambiguità morale: poichè noi viviamo nella falsa coscienza, V deve svegliarci con azioni dimostrative, attentati sanguinosi e vendette (con una forte componente personale). Adotta esplicitamente, letteralmente e con fortissima evidenza (narrativa, grafica e filmica) gli stessi modi di operare e gli stessi mezzi dei fascisti – questo episodio (non posso dirvi di più, ma capirete a quale mi riferisco) è quello chiave, il più bello del libro e del film.

Alan Moore ha disconosciuto il film. A prima vista sorprendente, dato che il film è abbastanza fedele al libro. Ma se ne discosta in due punti importanti, e sono portato a dare ragione a Moore. Anzitutto il finale: a lieto fine nel film (le masse si risvegliano), ambiguo nel graphic novel. Ancora più sottile l’altra differenza: è importante per Moore che il regime fascista sia sorto per una piccola spinta (nudge), quasi uno sviluppo iscritto nella situazione attuale; i Wachowski ipotizzano invece un grande complotto di pochi, una guerra batteriologica interna scatenata ad hoc con 100.000 morti, facendoci perdere di vista il consenso di massa che i regimi fascisti hanno avuto. Leggiamo che cosa scriveva Moore nel 1988:

Naiveté can also be detected in my supposition that it would take something as melodramatic as a near-miss nuclear conflict to nudge England toward fascism. […] It’s 1988 now. […] The tabloid press are circulating the idea of concentration camps for persons with AIDS. The new riot police wear black visors, as do their horses, and their vans have rotating video cameras mounted on top. The government has expressed a desire to eradicate homosexuality, even as an abstract concept, and one can only speculate as to which minority will be the next legislated against.

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Volevo solo dormirle addosso

Volevo solo dormirle addosso (2004), di Eugenio Cappuccio, con Giorgio Pasotti.

Ero molto prevenuto, prima di vederlo. Non ho cambiato opinione.

Troppo artificioso anche per concimare colture biologiche, per parafrasare una battuta del film. Mi raccomando, risparmiate il vostro tempo.

Nelle mani giuste

De Cataldo, Giancarlo (2007). Nelle mani giuste. Torino: Einaudi. 2007.

 

Nelle mani giuste

imageshack.us

De Cataldo è uno scrittore vero, giustamente ambizioso.

Romanzo criminale era molto di più che la rivisitazione romanzata e in giallo di un pezzo particolarmente oscuro della nostra storia recente (ho il vezzo, come tutti i vecchiacci, di chiamare “recente” la storia che ho vissuto e mi ricordo). Era un romanzo vero, un romanzo storico come lo sono i Promessi sposi. Mi spiego facendo riferimento a tre componenti che mi sembrano essenziali:

  1. dentro il contesto di un periodo storico ricostruito fedelmente e con intelligenza (cioè, proponendo implicitamente ed esplicitamente un modello interpretativo)
  2. si muovono personaggi reali e inventati, ma rispetto ai quali il romanzo ci offre la possibilità di un punto di vista privilegiato (cioè di vederli da dentro, nelle loro motivazioni, nei loro sentimenti, nel loro monologo interiore…)
  3. e si intrecciano vicende – ancora una volta reali e di fantasia – che vanno a comporre la trama della narrazione.

Nelle mani giuste è costruito allo stesso modo e ne è (in gran parte e in buona sostanza) la continuazione. Non soltanto perché alcuni personaggi ricorrono (Nicola Scialoja, Cinzia Vallesi-Patrizia…), ma anche perché il vero protagonista in entrambi i romanzi è la sciagurata storia occulta di questo Paese, le trame segrete, le barbe finte, il micidiale miscuglio di servizi segreti politica affari criminalità più o meno organizzata (ma esiste la criminalità disorganizzata, fuori che ne I soliti ignoti e nella saga del poliziotto Tomas Milian?).

Appartengo a una generazione che, dalla strage di piazza Fontana in avanti… Una digressione personale: per me, piazza Fontana è una fredda sera d’inverno, mio padre che rientra dall’ufficio in anticipo rispetto ai suoi orari abituali e mi chiede di accompagnarlo a fare un lavoro in cantina, e una volta là sotto mi racconta della bomba e dei morti, e poi mi racconta dell’attentato al cinema Diana nel 1921 (23 marzo: 21 morti e 80 feriti), attribuito agli anarchici ma comunque utilizzato dai fascisti. Imparo che le cose possono essere diverse da quello che sembrano e che ci raccontano la televisione e il Corriere della sera. A scuola si discute del suicidio di Pinelli, della colpevolezza di Valpreda (il mostro), del tassista Rolandi… Non avevo mai pensato, prima, che le istituzioni potessero essere così impunemente e spregiudicatamente parte in causa, che potessero usare questi metodi…

Appartengo a una generazione, appunto, che si è sempre sentita dire, che si è sempre detta da sola (almeno nel mio caso) che le ipotesi di complotto erano troppo smisuratamente paranoiche per essere vere. La questura e i servizi segreti che insabbiano. Non basta: depistano, per allontanare i sospetti dai loro amichetti neofascisti. Non basta: i fascisti sono stati guidati e infiltrati proprio da loro. Ma dài! – mi dicevo tutte le volte – l’MS, i gruppetti, il Manifesto, Lotta continua, i giornalisti del BCD, Dario Fo, Feltrinelli stanno tutti esagerando, questo atteggiamento è controproducente… Lo stesso per il colpo di Stato: ma chi? Junio Valerio Borghese e i forestali? E poi: i poliziotti in borghese che sparano alla manifestazione del 12 maggio 1977? I servizi e Andreotti dietro la banda della Magliana? Mafia Vaticano e grandi banche? Un’organizzazione segreta finanziata dagli americani – anzi più di una! – per impedire che i comunisti vadano al potere, ancorché per effetto di libere elezioni?

Non ci riuscivo a credere, ma poi, una dopo l’altra, tutte queste storie si sono dimostrate vere, tutte nella sostanza e quasi tutte anche nei dettagli. La mia ingenua generazione (o forse soltanto io) credeva in un progresso più o meno lineare: la dichiarazione d’indipendenza americana, la rivoluzione francese, la monarchia costituzionale, la repubblica, l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, il sindacato, lo Stato sociale, la settimana di 40 ore, il diritto allo studio, l’eguaglianza delle opportunità, lo statuto dei lavoratori. Insieme e in parallelo al crescere del benessere materiale e alla diminuzione delle diseguaglianze. Certo, pensavamo che ci potessero essere delle battute d’arresto e degli arretramenti, sapevamo che c’erano forze della reazione in agguato, ma eravamo fiduciosi nella marcia del progresso e della storia (ancora nel 1994 la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto si chiamava “i progressisti”). Non so se altre generazioni, nella storia, hanno vissuto – nel corso della loro esistenza – un crollo così clamoroso delle loro speranze.

Fine dello sfogo e della digressione, che forse digressione non è, dato che Giancarlo De Cataldo è nato nel 1956. Torniamo al libro.

Anche Nelle mani giuste è un romanzo potente, epico. dal 1978 siamo arrivati al 1992-1993. Qui non si tratta soltanto di prendersi Roma, ma di prendersi l’Italia, in uno dei vuoti di potere più drammatici: il pentapartito e la 1ª repubblica, ma anche i capitani della finanza che prosperavano all’ombra del sistema, sono caduti sotto i colpi del pool di Milano; Falcone e Borsellino sono stati ammazzati, ma la mafia ha perso Riina; il Muro è crollato e le sinistre (storiche e “nuove”) non sanno dove andare.

Un aspetto che rende il romanzo particolarmente potente è che è ancora d’attualità. Quella crisi non si è chiusa, ne stiamo vivendo ancora i contorcimenti – lo vediamo benissimo soltanto che sappiamo metterci un po’ in prospettiva, che riusciamo un po’ a individuare i segnali dentro a tutto il rumore – e quindi, alla fine della lettura, non possiamo tirare un bel sospiro di sollievo dicendoci che l’abbiamo scampata bella, perché il fattore umano (come scrive De Cataldo nel romanzo) ci ha fatto un favore o perché (uscendo fuori dal romanzo) i tempi sono cambiati. I tempi non sono cambiati, non ancora. E la paura che, se e quando poi cambiano, sia in peggio è ben fondata.

Un altro aspetto importante del raccontare di De Cataldo è che nei suoi romanzi non c’è l’eroe positivo: i suoi personaggi sono tutti “cattivi”, ma non sono cattivi tutti d’un pezzo, sono “umani”, hanno ambizioni e frustrazioni, sono vanitosi, addirittura amano. In questo modo, il gioco tradizionale dell’identificazione del lettore viene messo in crisi. In questo senso, De Cataldo è epico anche in senso brechtiano. Un altro modello, ma questo è stato certamente già detto, è James Ellroy (con la bella differenza che Ellroy è un autore dichiaratamente di destra: ma questo aprirebbe un altro lungo discorso).

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I Am a Strange Loop

Hofstadter, Douglas (2007). I Am a Strange Loop. New York: Basic Books. 2007.

L’avevo aspettato con ansia, l’ultimo libro di Hofstadter. Sono passati 10 anni da Le Ton Beau de Marot: In Praise of the Music of Language.

Non sapevo, prima di leggerlo, che sono in qualche modo coinvolto nella genesi di questo libro. Hofstadter racconta di averlo iniziato nell’estate del 2004 in una settimana di studio ad Anterselva, e Boris (assieme a un’altra settantina di fortunati) c’era.

Il tema generale – ma il libro è tutto una digressione – è: che cosa intendiamo quando diciamo “io”? la coscienza, il sé, l’io possono emergere dalla mera materia? L’io è “un’allucinazione allucinata da un’allucinazione”? Il tutto è difficile da riassumere. Non posso che invitarvi a leggerlo. Posso anzi suggerire di iniziare da questo, se non avete mai letto altro, e poi passare agli altri: il più famoso è Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid (tradotto in italiano da Adelphi), ma vi raccomando anche tutti gli altri.

Hofstadter è considerato un guru dell’intelligenza artificiale. È, invece, un rarissimo caso di “umanista scientifico” (definizione che, come tutte, lascia molto a desiderare), come Daniel Dennett e Richard Dawkins. Ma lo è con una sensibilità particolarmente toccante, e questo lo rende unico.

Mi limito qui a riprendere 3 spunti:

  1. Sulla definizione di sé (e in ultima istanza, sulle “somiglianze di famiglia“). “Earlier in this chapter, I briefly offered the image of a self as analogous to a country with embassies in many other countries. Now I wish to pursue a similar notion, but I’ll start out with a very simplistic notion of what a country is, and will build up from there. So let’s consider the slogan ‘One country, one people’. Such a slogan would suggest that each people (a spiritual, cultural notion involving history, traditions, language, mythology, literature, music, art, religion, and so forth) is always crisply and perfectly aligned with some country (a physical, geographical notion involving oceans, lakes, rivers, mountains, valleys, prairies, mineral deposits, cities, highways, precise legal borders, and so forth).
    If we actually believed a strict geographical analogue to the caged-bird metaphor for human selves, then we would have the curious belief that all individuals found inside a certain geographical region always had the same cultural identity. The phrase ‘an American in Paris’ would make no sense to us, for the French nationality would coincide exactly with the boundaries of the physical place called ‘France’. There could never be Americans in France, nor French people in America! And of course analogous notions would hold for all countries and peoples. This is clearly absurd. Migration and tourism are universal phenomena, and they intermix countries and peoples continuously.
    This does not mean that there is no such thing as a people or a country, of course. Both notions remain useful, despite enormous blurs concerning each one. Think for a moment of Italy, for instance. The northwestern region called ‘Valle d’Aosta’ is largely French-speaking, while the northeastern region called ‘Alto Adige’ (also ‘Südtirol’) is largely German-speaking. Moreover, north of Milano but across the border, the Swiss Canton Ticino is Italian-speaking. So what is the relationship between the country of Italy and the Italian people? It is not precise and sharp, to say the least – and yet we still find it useful to talk about Italy and Italians. It’s just that we know there is a blur around both concepts. And what goes for Italy goes for every country. We know that each nationality is a blurry, spread-out phenomenon centered on but not limited to a single geographical region, and we are completely accustomed to this notion. It does not feel paradoxical or confusing in the least.
    So let us exploit our comfort with the relationship between a place and a people to try to get a more sophisticated handle on the relationship between a body and a soul. Consider China, which over the past couple of centuries has lost millions of people to emigration. […] There is a strong residual feeling inside China for the ‘Overseas Chinese’. […] This overseas branch of China is thus considered, within China, very much a part of China. It is a ‘halo’ of Chineseness that extends far beyond the physical borders of the land.
    Not just China, of course, but every country has such a halo, and this halo shimmers, sometimes brightly, sometimes dimly, in every other country on earth. If there were a counterpan at the country level to human death, then a people whose ‘body’ was annihilated (by some kind of cataclysm such as a huge meteor crashing into their land) could survive, at least partially, thanks to the glowing halo that exists beyond their land’s physical borders.
    Though horrific, such an image does not strike us as in the least counterintuitive, because we understand that the physical land, no matter how beloved in song and story, is not indispensable for the survival of a nationality. The geographical place is merely the traditional breeding grounds for an ancient set of genes and memes – complexions, body types, hair colors, traditions, words, proverbs, dances, myths, costumes, recipes, and so forth – and as long as a critical mass of carriers of these genes and memes, located abroad, survives the cataclysm, all of this richness can continue to exist and flourish elsewhere, and the now-gone physical place can continue to be celebrated in song and story.
    Although no entire country has ever been physically annihilated, events somewhat like this have happened in the past. I am reminded of the gulping-up of all of Polish soil by Poland’s neighbors […]. In parallel fashion, the original Jews, scattered in biblical times from the cradle of their culture, continued to sunive, keeping alive their traditions, their language, and their beliefs, in the Diaspora.
    In the wake of a human being’s death, what survives is a set of afterglows, some brighter and some dimmer, in the collective brains of those who were dearest to them.” (pp. 272-274).
  2. Sui processi cognitivi (the central loop of cognition). “Mature human brains are constantly trying to reduce the complexity of what they perceive, and that means that they are constantly trying to get unfamiliar, complex patterns made of many symbols that have been freshly activated in concert to trigger just one familiar pre-existing symbol (or a very small set of them).In fact, that’s the main business of human brains – to take a complex situation and to put one’s finger on what matters in it, to distill from an initial welter of sensations and ideas what a situation really is about. […]
    The machinery that underwrites this wonderfully fluid sort of abstract perception and memory retrieval is at least a little bit like what the skeptics were clamoring for – it is a kind of perception of internal symbol-pattern­s, rather than the perception of outside events. Someone seems to be looking at configurations of activated symbols and perceiving their essence, thereby triggering the retrieval of other dormant symbols (which, as we have just seen, can be very large structures – memory packages that store entire romantic sagas, for instance), and round and round it all goes, giving rise to a lively cycle of symbolic activity – a smooth but completely improvised symbolic dance.
    The stages constituting this cycle of symbol-triggerings may at first strike you as being wildly different from the act of recognizing, say, a magnolia tree in a flood of visual input, since that involves an outside scene being processed, whereas here, by contrast, I’m looking at my own activated symbols dancing and trying to pinpoint the dance’s essence, rather than pinpointing the essence of some external scene. But I would submit that the gap is far smaller than one might at first suppose.
    My brain (and yours, too, dear reader) is constantly seeking to label, to categorize, to find precedents and analogues – in other words, to simplify while not letting essence slip away. It carries on this activity relentlessly, not only in response to freshly arriving sensory input but also in response to its own internal dance, and there really is not much of a difference between these two cases, for once sensory input has gotten beyond the retina or the tympani or the skin, it enters the realm of the internal, and from that point on, perception is solely an internal affair.
    In short, and this should please the skeptics, there is a kind of perceiver of the symbols’ activity – but what will not please them is that this ‘perceiver’ is itself just further symbolic activity. There is not some special ‘consciousness locus’ where something magic happens, something other than more of the same, some locus where the dancing symbols make contact with… well, with what? What would please the skeptics? If the ‘consciousness locus’ turned out to be just a physical part of the brain, how would that satisfy them? They would still protest that if that’s all I claim consciousness is, then it’s just insensate physical activity, no different from and no better than the mindless careening of simms in the inanimate arena of the careenium, and has nothing to do with consciousness!” (pp. 277-279).
  3. Sul libero arbitrio (free will). “Our will, quite the opposite of being free, is steady and stable, like an inner gyroscope, and it is the stability and constancy of our non-free will that makes me me and you you, and that also keeps me me and you you. Free Willie is just another blue humpback” (p. 341).

Una scomoda verità

Una scomoda verità (An Inconvenient Truth), 2006, di Davis Guggenheim, con Al Gore.

Il tema è d’attualità e il documentario è in alcune parti molto bello. Sono pienamente d’accordo con molte delle analisi e anche delle proposte presentate nel documentario. Ma…

Ma durante il film mi agitavo un po’ sulla sedia e guardavo l’orologio; alla fine ero insoddisfatto. Penso di poter dire il perché in 4 punti:

  1. Ci sono lunghe parti del film in cui non si parla del tema principale (la crisi del clima e il riscaldamento globale) e nemmeno di quello che il documentario documenta (lo slide show che Al Gore ha portato in giro per il mondo negli ultimi anni), ma di Al Gore stesso, della sua famiglia, delle sue esperienze da bambino e da studente universitario, di suo padre, di sua sorella morta di cancro al polmone, di suo figlio e del grave incidente che ha subito a 6 anni… A me la cosa ha semplicemente infastidito come perdita di tempo e distrazione dal tema principale (il mio leggendario quantomenesbattòmetro era inchiodato sullo zero); ma suppongo che se fossi un elettore americano mi sarei detto che non c’è da fidarsi di un uomo dall’ego così smisurato e dei suoi spin doctor.
  2. Il secondo punto ha a che fare con lo slide show stesso. La scelta cinematografica del documentario è – per la maggior parte del film e con le eccezioni citate sopra – quella di accettare la struttura dello slide show come filo conduttore e di commentarla con sequenze filmate sul campo. Il problema è che lo slide show è, appunto, uno show, uno spettacolo teatrale, un monologo. Al Gore lo recita – abbastanza bene, in realtà – ma recita e si vede: la voce impostata, le espressioni, i gesti, le battute. Sempre gli stessi, città dopo città, sera dopo sera. E poiché il suo scopo non è soltanto quello di illustrare con risultati scientifici i diversi aspetti di un problema, ma anche quello di incitare all’azione, politica e morale (dice più volte: “This is a moral issue“, e non gli crediamo del tutto perché è altrettanto evidentemente e ancora di più a political issue), ecco che si trasforma in uno di quei predicatori televisivi americani che cercano di venderti la loro verità.
  3. D’altro canto, le presentazioni con slide – ormai onnipresenti (si usano nelle riunioni aziendali, nei convegni, nelle lezioni universitarie; mi aspetto ormai che qualche prete moderno le introduca nelle omelie domenicali) – sono criticate perché trasferiscono meno informazione rispetto ad altri mezzi e ottundono la capacità di elaborazione e il senso critico degli astanti. La critica più convincente e rigorosa è quella di Edward Tufte, The Cognitive Style of Powerpoint: “ In corporate and government bureaucracies, the standard method for making a presentation is to talk about a list of points organized onto slides projected up on the wall. For many years, overhead projectors lit up transparencies, and slide projectors showed high-resolution 35mm slides. Now ‘slideware’ computer programs for presentations are nearly everywhere. Early in the 21st century, several hundred million copies of Microsoft PowerPoint were turning out trillions of slides each year. Alas, slideware often reduces the analytical quality of presentations. In particular, the popular PowerPoint templates (ready-made designs) usually weaken verbal and spatial reasoning, and almost always corrupt statistical analysis. What is the problem with PowerPoint? And how can we improve our presentations?” (il corsivo è mio). Al Gore usa KeyNote sul suo Mac (d’altra parte, siede nel consiglio d’amministrazione della Apple), ma la sostanza non cambia.
  4. Il problema di fondo – per la mia sensibilità, quanto meno – è: come fare divulgazione scientifica? fino a che punto è lecito e onesto, sotto il profilo deontologico, introdurre interpretazioni dei dati? e formulare giudizi di valore? e proporre soluzioni (politiche o morali che siano)? Non sono così ingenuo da pensare che esista una presentazione neutrale dei dati. I dati sono sempre il risultato di un processo in cui giocano un ruolo fondamentale il modello prescelto, il quadro di riferimento dei metadati, le ipotesi formulate dai ricercatori. Non ho una soluzione definitiva su questo punto, ma una possibile strategia è quella di “lasciare in vista l’impalcatura e gli impianti tecnologici” (come fa Renzo Piano al Centre Pompidou). Quanto alle interpretazioni, sono inevitabili – è banale ma vero affermare che anche “nessuna interpretazione” è una interpretazione – e quindi doverose. I Fundamental Principles of Official Statistics dell’ONU stabiliscono che “To facilitate a correct interpretation of the data, the statistical agencies are to present information according to scientific standards on the sources, methods and procedures of the statistics” (3° principio) e che “The statistical agencies are entitled to comment on erroneous interpretation and misuse of statistics” (4° principio). Il problema dei giudizi di valore si fa delicato quando sono occultati all’interno della presentazione e dell’interpretazione – come, purtroppo, accade spesso nel film. Anche qui, lo vedo come un problema di trasparenza: è diverso affermare che i dati mettono in luce un aumento della temperatura media dell’atmosfera, che il consenso dei ricercatori rileva un’associazione tra questo aumento e l’aumento della concentrazione di anidride carbonica, che esso è l’effetto dell’attività umana e che la soluzione è la riduzione delle emissioni. Ognuna di questa affermazioni va argomentata e corroborata a sé, in piena trasparenza e segnalando il passaggio cruciale dall’analisi dell’esistente alla proposta dell’agire. Il politico ha il diritto di passare a questo secondo piano, ma il dovere di segnalare il passaggio. Anche perché questo passaggio implica di scegliere: se non ci fosse scelta, non ci sarebbe politica.

300

Miller, Frank & Lynn Varley (1999). 300. Milwaukie: Dark Horse. 1999.

Spettacolare dal punto di vista visivo. Miller è un grande del fumetto o, meglio, del graphic novel.

Non del tutto accurato storicamente (ma non lo pretendevamo) e, purtroppo, francamente fascista. Il traditore Efiaste è rappresentato come un gobbo spartano (conclusione implicita: gli spartani facevano bene a buttare da una rupe i bambini deformi, perché la deformità fisica è anche deformità morale) – un’invenzione di Miller, dato che Erodoto non ne riferisce così. Una società maschilista e omofobica (gli ateniesi sono descritti come esteti pedofili, e anche in questo caso la democrazia non è che un ulteriore sintomo del loro rammollimento).

Vale per Miller (si licet parva componere magnis) quello che dicevamo per Furtwängler.

Hotel Rwanda

Hotel Rwanda, 2004, di Terry George, con Don Cheadle e Sophie Okonedo.

Sono troppo turbato per poter scrivere una vera recensione.

Dico soltanto che ho avuto l’onore di conoscere il comandante Roméo Dallaire (il personaggio interpretato da Nick Nolte) a un’iniziativa di Amnesty, un uomo che non si è mai ripreso da quanto ha vissuto in quei giorni.

Lascio parlare per me la recensione di Salon (qui il testo integrale):

 

It makes perfect dramatic sense that the colonel, a soldier frustrated by the idiot orders that designated U.N. soldiers “peacekeepers” but prevented them from doing anything that might actually bring about an end to the killing (this is not a pacifist film), would speak in exactly those disgusted tones. (It’s the disgust you find in “Shake Hands With the Devil,” the memoir by the man who is the basis for Nolte’s character, Lt. Gen. Roméo Dallaire, who was the commander of the U.N. forces in Rwanda.)

The lines make even more sense when you compare them with the words being said at the time by American officials in response to the genocide, words you can find in the excoriating section on Rwanda in Samantha Power’s “‘A Problem From Hell’: America and the Age of Genocide.” Prudence Bushnell, then deputy assistant secretary of state in the Clinton administration, remembers being told, “Look, Pru, these people do this from time to time.” After the evacuation of foreign nationals, Sen. Bob Dole said, “I don’t think we have any national interest there. The Americans are out, and as far as I’m concerned, in Rwanda, that ought to be it.” The Clinton administration consistently opposed use of the word “genocide,” and a position paper from the secretary of defense’s office warned, “Be careful … Genocide finding could commit [the U.S. government] to actually ‘do something.'” “Hotel Rwanda” lets us hear the actual exchange between State Department shill Christine Shelly and Reuters reporter Alan Elsner when Shelly said that “acts of genocide” were taking place in Rwanda but, despite Elsner’s attempts to pin her down, insisted that she could not claim those acts constituted “genocide.”