On Chesil Beach

McEwan, Ian (2007). On Chesil Beach. New York: Nan A. Talese. 2007.

Ian Mc Ewan è un autore che amo molto. Ho amato in particolare la luce fredda e spietata delle sue prime cose, da First Love, Last Rites (Primo amore, ultimi riti) a Black Dogs (Cani neri). Metto i titoli in inglese non soltanto per il solito snobismo e perché mi sono dato la regola di recensire quello che ho effettivamente letto, ma soprattutto perché McEwan è un maestro della lingua e nella traduzione, per quanto ben fatta, si perde molto. In italiano è tradotto da Einaudi.

Ian McEwan, dicevo, è uno di quegli autori di cui mi precipito a comprare il nuovo libro appena esce e a leggerlo appena posso. Mi aspetto molto, faccio confronti con i precedenti e quindi, a volte, ho delusioni più o meno grandi. Com’è quest’ultimo?

La lingua è straordinaria. Se possibile, supera, nella precisione e nel ritmo, il virtuosismo raggiunto in opere precedenti (in particolare, penso ad Atonement, dove il modo di scrivere cambiava secondo l’epoca e il punto di vista). Leggere è un piacere.

Il romanzo si svolge in un momento cruciale di transizione, il 1962. Nella recensione di Tim Adams su The Observer ho trovato queste strofette (tratte dalla poesia Annus mirabilis di Philip Larkin) che sarebbero una buona epigrafe del romanzo:

Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(which was rather late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

Up to then there’d only been
A sort of bargaining,
A wrangle for the ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.

McEwan è un maestro dei processi non-ergòdici: un evento particolare, casuale o apparentemente tale, cambia il corso di una storia individuale. È una costante, quasi un marchio di fabbrica, della sua narrativa: l’esempio forse più chiaro è l’incidente del pallone in Enduring Love. In questo libro, l’evento decisivo è ancora più rarefatto: può essere una parola (brain-damaged) o una parola non detta, un gesto non fatto.

Riporto qui sotto due esempi. Non leggete il secondo, se pensate che tutti i romanzi debbano essere letti come gialli.

They stood side by side while Lionel lit his pipe at last, and Edward, with the adaptability of his years, continued to make the quiet transition from shock to recognition. Of course, he had always known. He had been maintained in a state of innocence by the absence of a term for her condition. He had never even thought of her as having a condition, and at the same time had always accepted that she was different. The contradiction was now resolved by this simple naming, by the power of words to make the unseen visible. Brain-damaged. (p. 89)

Non so a voi, a me fa venire in mente il gatto di Schrödinger.

Ed ecco il secondo esempio (ve lo ripeto, non leggetelo se non volete sapere come va a finire!)

When he thought of her, it rather amazed him, that he had let that girl with her violin go. Now, of course, he saw that her self-effacing proposal was quite irrelevant. All she had needed was the certainty of her love, and his reassurance that there was no hurry when a lifetime lay ahead of them. Love and patience – if only he had had them both at once – would surely have seen them both through. And then what unborn children might have had their chances, what young girl with a headband might have become his loved familiar? This is how the entire course of a life can be changed – by doing nothing. On Chesil Beach he could have called out to Florence, he could have gone after her. He did not know, or would not have cared to know, that as she ran away from him, certain in her distress that she was about to lose him, she had never loved him more, or more hopelessly, and that the sound of his voice would have been a deliverance, and she would have turned back. Instead, he stood in cold and righteous silence in the summer’s dusk, watching her hurry along the shore, the sound of her difficult progress lost to the breaking of small waves, until she was a blurred, receding point against the immense straight road of shingle gleaming in the pallid light. (pp. 202-3)

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

4 Risposte to “On Chesil Beach”

  1. wu ming Says:

    “Espiazione” (“Atonement”) di Joe Wright aprirà la Mostra di Venezia 2007 (adattamento di Christopher Hampton dal libro di Ian McEwan.

  2. Carlo Turco Says:

    Sono stato positivamente impressionato dal fatto che viene citato l’originale del testo. McEwan è decisamente tra gli scrittori che si possono apprezzare appieno – per quanto possa costare fatica a chi non conosce l’inglese alla perfezione – soltanto nella lingua originale. Ci ho provato con Espiazione e ci ho riprovato con Chesil Beach e ne è valsa tutta la fatica.
    Devo anche dire che, francamente, da un editore come Einaudi mi sembrava di aver diritto a aspettarmi di più. Refusi tipografici (… o, almeno, spero tali!), scostamenti ingiustificati nella versione italiana dall’originale, e veri e propri errori di traduzione sono davvero troppi per un autore in cui la lingua, la costruzione della frase, la scelta delle parole hanno una parte così essenziale e funzionale rispetto a ciò che sceglie di scrivere.

  3. wu ming Says:

    Una scrittura perfetta (in inglese): non ci sono mai aggettivi di troppo, descrizioni inutili, riempitivi. La scrittura, davvero, accompagna la storia, coerente con i contenuti. I contenuti: un’azione – fatta o non fatta – cambia il corso di una vita. Il lettore è disorientato, ma, soprattutto, è spiazzato dal modo, quasi banale, in cui il protagonista accetta la sua vita, pur sapendo lucidamente che avrebbe potuto percorrere altre strade.

  4. erbavoglio_70 Says:

    Ho letto un libro, dalle tinte di un quadro di Monet, che farei leggere a scuola. Sì, perché i temi dell’affettività e della sessualità devono essere affrontati e a mio avviso il modo migliore per farlo è dire “non abbiamo nulla da insegnare, si impara sul campo, o più semplicemente si affrontano questioni”. Probabilmente ognuno ricorda come ha imparato a leggere o a scrivere, ma è impossibile isolare un momento della nostra esistenza in cui abbiamo imparato ad amare. La nostra capacità di amare e il nostro rapporto con la sfera sessuale credo siano piuttosto il risultato parziale e in divenire di eventi apparentemente insignificanti che si sommano, si intralciano, si sovrappongono. Ovviamente parliamo di un ambito in cui nulla si può imparare a tavolino e dove tutto dipende dalla nostra interazione con altri individui, a partire dalla famiglia e dai primi amichetti. Non basta dire: “Sono cresciuta in una famiglia dove non vi erano tabù” o, al contrario: “Ho imparato tutto da sola” e non costituiscono un punto a proprio favore la lettura di Erica Jong o i sabato sera trascorsi con amiche fidate a raccontarsi tutto, anche a vedere film porno. L’argomento è di quelli dove non si può essere preparati né impreparati. In certi casi si collezionano esperienze diverse con altrettanti individui, più raramente si incontra una persona con la quale si compie un lungo percorso. Il risultato, comunque, non è mai raggiunto, perché non parliamo di gratifiche di fine anno, ma di appagamento, di turbolenta quiete, di equilibri che non devono risultare sinonimo di tranquillità, anticamera della noia, quanto piuttosto di pienezza. Per queste ragioni mi è piaciuto il libro di Ian McEwan, Chesil Beach, scritto in modo godibile e pacato. Il sesso e l’amore non sono dipinti come paradisi in Terra, come ovvie conseguenze della crescita, come tappe necessarie dell’età adulta, bensì per quello che sono. Sacri misteri. Ai quali ci si accosta intrisi di segni lasciati nel nostro animo da episodi della nostra infanzia, dai nostri primi fortuiti rapporti con l’altro sesso, dalla nostra più o meno evidente goffaggine adolescenziale, dalle nostre letture. E capita, allora, di amare qualcuno, profondamente, ma di averlo stabilito senza prima aver ascoltato il parere congiunto di Ego, Es e Super-Ego. Le pagine in cui Florence e Edward sono chiamati a consumare il loro matrimonio propongono in maniera spontanea ansie e dubbi di chiunque si accinga a praticare il sesso la prima volta. Vari sono gli elementi che concorrono a turbare il lieto fine, tra cui la propria sopravvivenza come individui, un passo oltre le aspettative che la società ripone in un uomo e una donna brillanti e innamorati. La conoscenza dell’altra non è mai totale, e non può esserlo, ma i due protagonisti l’avevano considerata una implicita conseguenza dell’affetto e della stima. Rabbiosamente prendono atto della frattura interna alla propria relazione, della quale entrambi sono imputabili. Solo le ultime pagine non mi sono piaciute, perché lasciano intendere che un solo gesto avrebbe potuto colmare la distanza tra i due. Ma questo io non lo credo.


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