L’idioma analitico di John Wilkins (metadati 5)

Jorge Luis Borges, da bravo bibliotecario, si è molto occupato di metadati.

Comiciamo con una citazione:

Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che s’intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in:

(a) appartenenti all’Imperatore,
(b) imbalsamati,
(c) ammaestrati
(d) lattonzoli,
(e) sirene,
(f) favolosi,
(g) cani randagi,
(h) inclusi in questa classificazione
(i) che s’agitano come pazzi,
(j) innumerevoli,
(k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,
(l) eccetera,
(m) che hanno rotto il vaso,
(n) che da lontano sembrano mosche.

[Jorge Luis Borges. Tutte le opere. Volume I. Milano: Mondadori. 1984. p. 1004-1005. Il saggio è intitolato “L’idioma analitico di John Wilkins” ed è contenuto nella raccolta Altre inquisizioni, originariamente pubblicata nel 1952].

Il bersaglio di Borges sono le classificazioni: quella cervellotica del libro cinese (tanto cervellotica che stentiamo a credere sia vera), il sistema decimale Dewey universalmente adottato nelle biblioteche di tutto il mondo e il linguaggio filosofico di Wilkins (che era una persona stimabilissima, fondatore della Royal Society, ispiratore di un analogo progetto di Leibniz: Wilkins è uno dei personaggi del Ciclo barocco di Neal Stephenson, di cui ho parlato in altre occasioni).

Ma la ragione per cui ogni tentativo di classificazione universale è destinato al fallimento non è quello ipotizzato da Borges (“notoriamente, non c’è classificazione dell’universo che non sia arbitraria e congetturale. La ragione è molto semplice: non sappiamo che cosa è l’universo”). La classificazione non è per mettere ordine all’universo, è per mettere ordine alle nostre idee. Ciò che rende ridicola la classificazione cinese è la sua inutilità: a che cosa può servire una classificazione così disomogenea? e in cui le classi sono così diversamente popolate? Ciò che rende imbarazzante oggi la classificazione di Wilkins e il sistema decimale Dewey è che la nostra cultura, le nostre conoscenze e le nostre sensibilità oggi organizzano il sapere diversamente.

Classificare non è uno sforzo inane, ma un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.

The History of Statistics

Stigler, Stephen M. (1986). The History of Statistics. The Measurement of Uncertainty before 1900. Cambridge: Belknap Harvard. 2003.

Il programma del libro, dichiarato nell’introduzione, è molto chiaro:

Statistics, as we now understand the term, has come to be recognized as a separate field only in the twentieth century. But this book is a history of statistics before 1900. Thus my subject is not the entire development of a single discipline but rather the story of how that discipline was formed, of how a logic common to all empirical science emerged from the interplay of mathematical concepts and the needs of several applied sciences (p. 1).

Non che Stigler non mantenga la promessa. Ma la mantiene con un’attenzione ossessiva agli aspetti formali, alle dimostrazioni matematiche. Chiaramente innamorato della sua materia, abbandona spesso la storia delle idee – l’aspetto per me più interessante – per soffermarsi sui passaggi e le dimostrazioni matematiche, talora presentate due volte (una con il formalismo dell’epoca e una in versione moderna).

Perciò, mi sento di raccomandarlo agli addetti ai lavori, e non ai semplici curiosi. Un trattato tecnico, non un’opera di divulgazione: detto da me, è una critica severa.

Non di meno, il libro contiene alcune perle. Questa, per me, è la migliore:

Observations and statistics agree in being quantities grouped about a Mean; they differ, in that the Mean of observations is real, of statistics is fictitious. The mean of observations is a cause, as it were the source from which diverging errors emanate. The mean of statistics is a description, a representative quantity put for a whole group, the best representative of the group, that quantity which, if we must in practice put one quantity for many, minimizes the error unavoidably attending such practice. Thus measurement by the reduction of which we ascertain a real time, number, distance are observations. Returns of prices, exports and imports, legitimate and illegitimate marriages or births and so forth, the averages of which constitute the premisese of practical reasoning, are statistics. In short observations are different copies of one original; statistics are different originals affording one “generic portrait”. Different measurements of the same man are observations; but measurements of different men, grouped around l’homme moyen, are prima facie at least statistics [Edgeworth, Francis Ysidro. 1885. “Observations and statistics: an essay on the theory of errors and the first principles of statistics”. Transactions of the Cambridge Philosophical Society 14: 138-169] (p. 309)

Statistica e par condicio

La notte del 2 luglio – come molte altre – stavo ascoltando il giornale-radio della mezzanotte su Rai1. Nei titoli è stata annunciata questa notizia: “A 3 anni dalla legge 40, meno nascite in Italia con la procreazione assistita. Quadruplicate le coppie che si recano all’estero”. Il GR lo potete ascoltare a partire da questa pagina (cliccate su “Ascolta” in alto a destra; il servizio è intorno ai 12’45”).

Lì per lì il servizio di Ilaria Amenta mi ha entusiasmato: in estrema sintesi, ha snocciolato le statistiche presentate dal ministro della sanità. Ho poi verificato che ha citato, riassumendolo un po’ ma con estrema correttezza, il comunicato-stampa del ministero, che riporto qui sotto:

Nella presente Relazione abbiamo a disposizione per la prima volta i dati ufficiali del Registro nazionale dell’Iss relativi all’applicazione delle tecniche di Pma effettuate nel nostro Paese nell’anno 2005.

Al fine di esplicitare gli effetti dei cambiamenti intervenuti a seguito dell’applicazione della legge 40/2004, e per effettuare quindi un confronto tra l’anno 2003 e l’anno 2005, tra la situazione prima e dopo la legge, sono stati analizzati i risultati riferiti alle tecniche a fresco Fivet e Icsi negli anni 2003 e 2005 da cui emergono i seguenti risultati:

  • complessivamente sono stati raccolti i dati di 169 centri contro i 120 del 2003, dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003, con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003;
  • le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003;
  • le percentuali di gravidanze ottenute sui prelievi passano dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005, con una riduzione di 3,6 punti percentuali;
  • applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 ai prelievi eseguiti nel 2005, si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze;
  • il numero di trasferimenti effettuati con un solo embrione è passato dal 13.7% del 2003 al 18.7% del 2005, mentre più del 50% dei trasferimenti viene effettuato con tre embrioni contro il 44% del 2003;
  • è aumentata dal 22.7% del 2003 al 24.3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli);
  • sono aumentati dal 23.4% nell’anno 2003 al 26.4% nell’anno 2005 gli esiti negativi delle gravidanze, per aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all’obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40/2004.

Rispetto alla situazione precedente l’entrata in vigore della legge risulta quindi:

  • una diminuzione delle percentuali di gravidanze, con conseguente diminuzione di bambini nati;
  • una più elevata percentuale di trattamenti che non giungono alla fase del trasferimento o con bassa possibilità di successo (trasferimento di un embrione non elettivo);
  • un numero di ovociti inseminati minore a fronte di un numero maggiore di embrioni trasferiti;
  • una più elevata incidenza di parti plurimi, con i conseguenti effetti negativi immediati e futuri per i nati e per la madre;
  • un aumento degli esiti negativi delle gravidanze.

Numeri impressionanti, mi pare. E anche eloquenti.

Quello che mi ha sorpreso, e mi ha tenuto sveglio per un po’, è il modo in cui è proseguito il servizio. La giornalista ha dato la parola a due “esperti”. Uno a favore e uno contro la posizione espressa dal ministro Turco, immaginavo. È una prassi, diremmo noi (gli esperti di radio e televisione dicono “è un format“): non so se è quello che chiamano “panino”, ma ha comunque a che fare con la par condicio e la necessità di contraddittorio. Invece no. Due voci critiche, nessuna a favore.
Il primo esperto è il professor Bruno Dallapiccola, cattolico, presidente di Scienza&Vita, difensore della legge 40. Ha detto in sostanza: “servono dati più disaggregati” (del resto, l’aveva detto anche il ministro nel comunicato stampa, poche righe dopo quelle che ho riportato).

La seconda voce critica – la dottoressa Eleonora Porcu, responsabile del Centro di sterilità dell’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna – ha contestato i dati, non con altri dati, ma con la sua esperienza. “Nella mia esperienza – ha detto – le gravidanze non sono diminuite, i parti plurimi non sono aumentati, gli esiti negativi non sono aumentati”. A questo punto, un’ultima battuta della giornalista (“Secondo la dottoressa Porcu andrebbero fissati dei limiti di età”: che vuol dire?) e il servizio finisce.

Che cosa mi ha tolto il sonno? Dov’è il punto?

Il punto è che penso sia importante abituarsi a ragionare in termini documentati e quantitativi. Il servizio del GR1 e la stessa relazione del ministero vanno in questa direzione (d’altra parte, questo delle relazioni al parlamento – i “libri bianchi” – è uso radicato nella tradizione parlamentare anglosassone e sta prendendo piede anche da noi, tant’è vero che è la stessa legge 40 del 2004 a prevederlo, all’articolo 15). Ma l’opinione (del tutto legittima, beninteso) della dottoressa Porcu non ci fa fare progressi in questa direzione, perché contrappone un punto di vista ai dati quantitativi.

Secondo me, ci sono due piani distinti di discussione: uno riguarda lo statuto dei dati statistici; il secondo, la loro interpretazione e valutazione. Confondere i due piani ingenera confusione.

Sono il primo ad affrontare i dati statistici con spirito critico. Ma la misurazione statistica di un fenomeno può essere utilmente e lecitamente criticata in due modi:

  • affermando che la misura è sbagliata (per impianto metodologico, per insufficienza del campione, per scarsa copertura …): ho fatto oppure ho fatto fare una misurazione diversa e migliore e voglio presentare e discutere i miei dati;
  • riconoscendo che la misura è corretta, ma contestando le conclusioni che ne sono tratte (perché, ad esempio, è sbagliata la logica dell’inferenza).

La dottoressa Porcu non fa né l’una né l’altra cosa, ma contrappone alla misurazione quantitativa… che cosa? altri dati, raccolti nel suo ospedale? se è così, perché non li presenta? e, in ogni caso, dobbiamo pensare che i dati di un solo centro siano più rappresentativi di quelli di tutti i centri italiani di procreazione medicalmente assistita (il registro nazionale delle strutture autorizzate all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita è istituito dalla legge 40, articolo 11)? la sua esperienza, che per quanto ampia sarà sempre episodica e aneddotica?

D’altro canto, la dottoressa Porcu non contesta neppure l’interpretazione dei dati del ministro della salute: perché per contestare l’interpretazione dovrebbe implicitamente riconoscere la validità dei dati.

A questo punto, penso che la responsabilità più grossa sia della giornalista e, più in generale, della linea editoriale dei GR della Rai. L’ascoltatore viene lasciato con la sensazione che ci siano due punti di vista contrapposti, due giudizi di valore diversi, sulla legge 40/2004 (chi la considera buona – la destra e i cattolici – e che cattiva – i laici e una parte del centro-sinistra). E questo è senz’altro vero.

Ma non era questa la notizia. La notizia era che una misurazione statistica condotta a norma di legge dall’istituto pubblico che i cittadini finanziano con le loro tasse “fa vedere” che la legge 40 produce effetti negativi. Questa informazione non ci è stata data in modo soddisfacente. Non ci è stato detto che potevamo andarci a leggere i dati e farci un’idea del loro significato analitico. Non ci è stato detto se sono dati di buona qualità (essendo di fonte pubblica, dobbiamo presumere di sì, fino a prova contraria? sono stati asseverati da qualche esperto esterno, ad esempio internazionale? si è levata qualche voce critica sulla misurazione statistica?). Non ci è stato detto se ci sono altre fonti d’informazione quantitativa.

Peggio, ci è stata data un’informazione fuorviante, perché lo spessore puramente aneddotico delle argomentazioni della dottoressa Porcu, una volta messe sullo stesso piano della relazione del Ministero della salute e dell’Istituto superiore di sanità, ha abbassato anche la relazione al livello di un punto di vista.

Che fare? Andiamo a leggere la relazione e formiamoci un giudizio critico informato da soli.

Gay pride

Ho due domande, che mi faccio e vi faccio, dopo la bella festa del 16 giugno.

Prima domanda. Perché gli omosessuali danno, politicamente e non solo, tanto fastidio?

In fin dei conti, quella dell’eguaglianza dei diritti non dovrebbe nemmeno essere una questione. La Dichiarazione d’indipendenza americana è del 1776 e afferma nel Preambolo: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità“. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, del 1789: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti” (articolo 1).

Roba troppo vecchia? Passiamo alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Preambolo: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo“. Articolo 1: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti“. Articolo 2: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione“.

E la Costituzione italiana? Dice addirittura qualcosa di più. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Soltanto l’estrema destra non si riconosce in questi principi, per ideologia oltre che per pratica politica. Si può forse accomunare a questa posizione la Lega, anche se ne ignoro l’ideologia al di là del folclore padano-celtico (che puzza un po’ di “sangue e suolo”). Tutti gli altri, liberali e liberisti, socialisti e riformatori, gli stessi partiti d’ispirazione cristiana [cito in proposito il Compendio della dottrina sociale della Chiesa redatto dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace: “Nella visione del Magistero, il diritto allo sviluppo si fonda sui seguenti principi: unità d’origine e comunanza di destino della famiglia umana; eguaglianza tra ogni persona e tra ogni comunità basata sulla dignità umana; destinazione universale dei beni della terra; integralità della nozione di sviluppo; centralità della persona umana; solidarietà” (paragrafo 446; il corsivo è mio)] riconoscono il valore universale dell’eguaglianza.

Riformulo la domanda: Come si concilia questo con la discriminazione degli omosessuali? Con la mancanza di eguali diritti?

Seconda domanda. Quanti sono gli omosessuali?

Chi di voi legge abitualmente questo blog sa che una delle mie aree d’interesse è la cultura quantitativa, la battaglia per affermare il principio che si ragiona meglio e si assumono decisioni migliori se ci si documenta sulla dimensione quantitativa, se si estende alle decisioni della vita pubblica quello che facciamo abitualmente nelle nostre decisioni private: fare qualche conto! Per questo mi pongo e vi pongo questa domanda: non per schedare gli omosessuali, ma per capire insieme la dimensione del problema e, quindi, se sia ragionevole liquidarlo con un’alzata di spalle o con una battuta.

Una conferma indiretta del fatto che la questione sia “politica” scaturisce dalla considerazione che gli omofobi tendono a presentare stime molto basse (secondo loro, l’incidenza degli omosessuali sulla popolazione sarebbe dell’1%) e le associazioni militanti stime elevate (almeno il 10%). È uno dei tanti esempi in cui il dato statistico non è il punto di partenza quantitativo comune su cui si confrontano diverse strategie politiche, ma uno degli argomenti usati contro l’avversario; non il terreno di gioco, ma la mazza da baseball!

Vorrei tenermi fuori da questo e presentare qualche ordine di grandezza reperito in letteratura. Tra l’altro, la faccenda è complicata dalla differenza tra esperienze e comportamenti occasionalmente, sistematicamente ed esclusivamente omosessuali eccetera: il solito problema dei metadati.

La stima più famosa dell’incidenza degli omosessuali maschi è il 10% riportato dal Rapporto Kinsey (Sexual Behavior in the Human Male, 1948). In realtà, Kinsey gradua i comportamenti omosessuali (Kinsey era un behaviourista) su una scala crescente da 1 a 6: dal 37% dei maschi (almeno un’esperienza omosessuale condotta fino all’orgasmo), al famoso 10% (comportamenti esclusivamente o quasi esclusivamente omosessuali per almeno 3 anni nel periodo di vita tra i 16 e i 55 anni), al 4% (comportamenti esclusivamente o quasi esclusivamente omosessuali per tutta la vita). Un articolo di rassegna pubblicato da Science nel 1989, che prendeva in considerazione altre 4 rilevazioni campionarie statunitensi, produceva, con qualche cautela, una stima simile: tra il 5 e il 7% della popolazione maschile. Le stime relative all’incidenza dell’omosessualità femminile sono grosso modo la metà.

Tanto per fare un ragionamento, facciamo conto che gli omosessuali siano il 2% della popolazione adulta e supponiamo che vadano a votare per affermare i loro diritti: poiché i votanti per la Camera dei deputati alle scorse politiche sono stati poco meno di 40.000.000, stiamo parlando di 800.000 voti. Tanto per dare un’idea, l’Udeur di Mastella ha preso poco più di 500.000 voti (10 seggi), la Federazione dei verdi meno di 800.000 (15 seggi), l’Italia dei valori di Di Pietro 875.000 (16 seggi), i Comunisti italiani di Diliberto poco più (sempre 16 seggi). Nella Casa delle libertà, la Democrazia cristiana di Rotondi, che pontifica su tutti i canali nazionali, ha ottenuto 4 seggi con 285.000 voti. Sopra il 7% che rappresenta l’estremo superiore della forchetta di Science ci sono soltanto L’Ulivo, Forza Italia e Alleanza nazionale.

Forse non ci sono le condizioni politiche per un partito, ma i numeri per una grande battaglia civile sì.

Bip & Go colpisce ancora

Riassunto delle puntate precedenti: Metroroma sta installando dei nuovi tornelli (dal costo di oltre 73.000 euro l’uno) in alcune stazioni della Linea B e abolendo il varco abbonati (in tutte le stazioni). Nel post precedente sollevavo dei dubbi sulla razionalità dell’operazione e ponevo alcune domande: nessuno mi ha risposto. In compenso, la campagna pubblicitaria si è fatta asfissiante: ai manifesti si è aggiunta RomaRadio, la radio che sei costretto ad ascoltare nelle stazioni della metro, anche se non vuoi.

Qualche risposta me la posso dare da solo: i nuovi varchi non possono essere “banalizzati”, cioè essere trasformati da entrate in uscite e viceversa secondo necessità, un po’ come accade ai caselli dell’autostrada. Quindi se, come pavento, è stato fatto un errore di progettazione, ce lo terremo, fino a quando non si troveranno i soldi (nostri, non dimentichiamocelo) e la faccia tosta per rimediare.

Altra domanda: le code? Non ancora. ma certamente sono aumentati i disagi, soprattutto per gli abbonati, cioè i viaggiatori abituali, i clienti fedeli, quelli che il trasporto pubblico (se agisse in modo “imprenditoriale” e non burocratico) dovrebbe cercare di tenersi ben stretti, trattandoli meglio.

C’è un fattore che avevo sottovalutato. L’abbonato (che ipotizziamo in regola con l’abbonamento) non deve “obliterare” un biglietto (3 secondi), ma avvicinare il chip della sua tessera a un sensore. Se funziona, nessun problema: il tornello scatta, l’abbonato passa. Ma se non funziona, s’accende una luce rossa, risuona un fastidioso beep e il tornello resta chiuso. A questo punto l’abbonato si volta, chiede scusa alle persone dietro di lui, si sposta a un altro tornello, fa la sua fila se deve, e riprova. Di nuovo due possibilità: o funziona, o no. Altro giro, altra penitenza.

Così all’infinito? Magari. I tornelli sono tutt’altro che infiniti: sono 3, 4, forse 7 nelle stazioni più grandi. Qualcuno è sempre “fuori servizio”. Riprendiamo l’esempio di Eur Fermi: 3 varchi, quello centrale guasto da almeno 15 giorni. Esauriti senza successo i 2 tentativi possibili, l’abbonato che fa? Si rivolge al personale di stazione, se c’è: ma allora abbiamo speso 73.000 euro a varco senza nessun risparmio per Metroroma e con un danno non nullo (anche se difficile da quantificare) per gli utenti. Se non rischiasse di suonare volgare direi: “Complimenti! Bel c… di capolavoro!”. E se il personale di stazione non c’è: allora l’abbonato (in piena regola, ricordiamocelo) ritenta. Per ipotesi, è il suo tempo a essere infinito. Me lo immagino già, a metà mattina, nella stazione torrida e vuota (tutti quelli che dovevano andare al lavoro sono ormai partiti), che ogni tanto riprova. Fischietta, fa finta di niente, si volta di scatto, avvicina la tessera. Niente: beep! O forse si troveranno in più d’uno. Si scambieranno consigli. Qualcuno porterà uno sgabello. Dopo un po’, si diffonderà la voce e arriveranno gli ambulanti: panini, caffè, acqua minerale, coca!

Marcovaldo.

OK, direte voi, ma quanto è probabile che succeda? Non lo so, ma la domanda non la dovete fare a me. Quello che posso dirvi io è che succede, mi è successo. sono uno di quei fanatici che quando fu introdottio il chip elettronico lo passava alla macchinetta, perché immaginava il grande computer del trasporto pubblico che raccoglieva tutte quelle informazioni sugli spostamenti e ottimizzava il servizio. Ma gli errori erano frequenti, abbastanza per farmi abbandonare il gioco. La domanda, invece, la facciamo insieme a Metroroma, perché delle due l’una: o l’hanno rilevato, e allora ce lo devono dire; o non l’hanno fatto, e allora sono degli incompetenti.

La fiamma del peccato

La fiamma del peccato (Double Indemnity), 1944, di Billy Wilder, con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck e Edward G. Robinson.

Tratto da un romanzo di James M. Cain e sceneggiato da da Raymond Chandler (scusate se è poco).

Così bello che non so da dove cominciare. Forse da una delle frasi iniziali: “I killed him for money – and a woman – and I didn’t get the money and I didn’t get the woman”. Il film è poi un lungo flashback. Non racconterò niente perché DOVETE vederlo (o rivederlo): è in edicola con Ciak. Mi limiterò a 3 considerazioni personali:

  1. Barton Keyes (Edward G. Robinson) è un investigatore esplicitamente statistico. Sentite quello che dice al suo capo, Norton, a proposito dell’ipotesi che Dietrichson si sia suicidato: “Mr. Norton, the first thing that hit me was that suicide angle. Only I dropped it in the wastepaper basket just three seconds later. You ought to take a look at the statistics on suicide sometime. You might learn a little something about the insurance business”. Norton replica, seccato: “I was raised in the insurance business, Mr. Keyes”. Keyes: “Yeah. In the front office. Come on, you never read an actuarial table in your life. I’ve got ten volumes on suicide alone. Suicide by race, by color, by occupation, by sex, by seasons of the year, by time of day. Suicide, how committed: by poisons, by fire-arms, by drowning, by leaps. Suicide by poison, subdivided by types of poison, such as corrosive, irritant, systemic, gaseous, narcotic, alkaloid, protein, and so forth. Suicide by leaps, subdivided by leaps from high places, under wheels of trains, under wheels of trucks, under the feet of horses, from steamboats. But Mr. Norton, of all the cases on record there’s not one single case of suicide by leap from the rear end of a moving train. And do you know how fast that train was going at the point where the body was found? Fifteen miles an hour. Now how could anybody jump off a slow moving train like that with any kind of expectation that he would kill himself? No soap, Mr. Norton. We’re sunk, and we’re going to pay through the nose, and you know it. May I have this?”. A questo punto, Keyes prende il bicchiere d’acqua che Norton teneva in mano e lo svuota d’un fiato. Norton è esterefatto. (La sceneggiatura del film è qui).
  2. Il film racconta due storie d’amore, entrambe senza uscita, e su queste si regge tutta la tensione del film: quella tra Walter Neff (Fred MacMurray) e Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwick), e quella tra Walter e Barton Keyes (Edward G. Robinson). L’attrazione di Walter per Phyllis è impossibile perché unilaterale (Phyllis: “We’re both rotten, Walter”. Walter: “Only you’re just a little more rotten. You’re rotten clear through”), e per Phyllis Walter è soltanto uno strumento (Walter: “Why didn’t you shoot, baby? Don’t tell me it’s because you’ve been in love with me all this time”. Phyllis: “No. I never loved you, Walter. Not you, or anybody else. I’m rotten to the heart. I used you, just as you said. That’s all you ever meant to me”). L’amore tra Walter e Barton forse non è omosessuale e certamente non è sessualizzato, ma è amore vero e Walter se ne accorge soltanto in extremis (Walter: “You know why you didn’t figure this one, Keyes? Let me tell you. The guy you were looking for was too close. He was right across the desk from you”. Keyes: “Closer than that, Walter”. The eyes of the two men meet in a moment of silence. Walter: “I love you too”). Alla luce di questo amore – vero – la celebre battuta conclusiva di A qualcuno piace caldo (“Nessuno è perfetto”) è più di una battuta, è un inno alla tolleranza e alla libertà sessuale.

  3. In due occasioni, nella colonna sonora del film compare un brano particolarmente inquietante del primo movimento dell’Incompiuta di Schubert (anche se nella sceneggiatura si prevede invece la Sinfonia in re minore di Cesar Franck), quando Lola e Walter sono sulle colline di Hollywood e Lola in lacrime è convinta che il complice della madre fosse Nino Zachetti, il fidanzato, e alla fine, quando appare il THE END. È curioso, perché ho sempre trovato minaccioso quel brano e ricordo, in quarta ginnasio, di averne fatto in un tema la colonna sonora della morte di Palinuro, nell’Eneide. Il ricordo mi è molto caro perché mio padre, che l’aveva letto, mi chiamò da parte e mi disse, impacciato, che era un bel tema e che era scritto da adulto. Non ho mai avuto un complimento che mi abbia riempito di altrettanta gioia.

Bip & Go: cronaca di un disastro annunciato

Dal 3 maggio 2007 è iniziata l’operazione Bip & Go (così, in inglese, segno di modernità).

La miriade di manifesti affissi in tutte le stazioni – va da sé che il battage pubblicitario è pagato dagli utenti, che non ne traggono nessun vantaggio, perché sono messi di fronte a una decisione già presa e il contenuto informativo dei cartelloni è inversamente proporzionale al dispiego di grafica – non spiega molto.

Boris, pignolo e sospettoso, è andato sul sito di Metroroma ed è in grado di riportare la spiegazione dell’azienda:

Con il via nella fermata di Bologna della linea B della metro, oggi è iniziata l’operazione di chiusura dei varchi d’ingresso nella sotterranea romana. Inizialmente verranno effettuati i lavori nella stazioni della linea B che termineranno entro fine giugno; subito dopo sarà la volta della linea A con l’ultimazione delle installazioni dei tornelli prevista per fine luglio. L’investimento del Comune di Roma, pari a circa 11 milioni di euro, prevede sia il recupero dell’evasione tariffaria, sia l’aumento dei livelli di sicurezza nelle 49 stazioni delle due linee della metropolitana. In realtà tutti gli accessi diverranno protetti e automatizzati completamente in quanto i varchi si apriranno solo presentando un titolo di viaggio valido, cioè abilitato. Con l’occasione sarà abolito anche lo spazio riservato agli abbonati fino ad oggi presidiato dagli addetti. Entro il prossimo mese di ottobre, poi, l’operazione continuerà con l’installazione di circa 150 varchi riammodernati ed installati nelle 26 stazioni considerate “strategiche” per numero di passeggeri delle ferrovie in concessione.

L’unica notizia vera in questo comunicato stampa: l’azienda risparmierà sul “presidio” degli addetti al varco abbonati. Che sia un risparmio è chiaro, se si traduce in una riduzione del personale di stazione. Ma che in questo modo aumenti la sicurezza degli utenti, sia in senso tecnico (cioè in caso di incidente o di guasto tecnico), sia come presidio per la micro- o macro-criminalità non mi pare proprio. A meno che il personale resti nei paraggi, insieme ai vigilantes, ma non controlli più l’esibizione della tessera, e a questo punto non ci guadagnano più né l’azienda né i passeggeri.

Ma in realtà, quello che voglio fare qui è un discorso il più possibile quantitativo. Non ho tutti gli elementi, ma mi auguro che qualcuno mi possa aiutare a integrare le informazioni mancanti. Spero, anzi, che MetroRoma e ATAC dissipino i miei dubbi. Per una volta, preferirei avere torto.

Cominciamo da un’osservazione. In tutte le stazioni della metropolitana ci sono più uscite che ingressi. A EUR Fermi, direzione Rebibbia, ad esempio, ci sono 3 ingressi e più di 10 uscite. Il rapporto è più o meno lo stesso in tutte le stazioni. Tutto questo ha un senso: si entra alla spicciolata e si esce tutti insieme (dopo che è arrivato il treno). Spero, anche se non ne sono sicuro, che gli ingegneri dell’azienda dei trasporti abbiano fatto i loro conti e non si siano limitati a un ragionamento qualitativo.

Quali conti avrebbero dovuto fare? Quello del numero dei passeggeri in entrata e in uscita e quello del tempo necessario in media a passare il varco. Soltanto così, in media, avrebbero potuto evitare il formarsi di code (che è un problema di tempo, ma anche di costi per gli utenti – il tempo è denaro – e di sicurezza – nessuno vorrebbe incontrare un ostacolo alla fuga in caso d’emergenza).

Ammesso che i conti siano stati fatti a suo tempo (nel 1990, quando la linea B è stata ammodernata e prolungata), i conti non sono più validi adesso. Il biglietto del 1990 doveva essere semplicemente timbrato (operazione che richiedeva una frazione di secondo, diciamo circa 1/3), mentre il biglietto attuale deve essere inserito (nel verso giusto!), risucchiato dalla macchinetta, stampato su 3 righe da una stampante a impatto e restituito dalla macchinetta. Mia valutazione: 3 secondi se tutto va bene! Quindi, la capacità di ogni varco è diminuita di 10 volte: nel tempo in cui prima passavano 10 persone ora ne passa una sola (può darsi che i miei calcoli siano imprecisi, ma il ragionamento reggerebbe anche se avessi fatto un errore del 50% in più o in meno). E infatti, qualche coda si forma già ora, soprattutto nelle stazioni più trafficate, come Termini, ma anche a EUR Fermi quando arriva un autobus extraurbano.

Se la situazione non è ancora drammatica oggi, è perché gli abbonati (e forse anche i “portoghesi”) sono molti. Non sono riuscito a trovare sul sito dell’ATAC il numero degli abbonati, ma mi sembra di aver letto da qualche parte che esprimono la maggioranza dei viaggi! D’ora in poi, gli abbonati non dovranno più semplicemente “esibire la tessera al passaggio”, ma avvicinare il chip alla macchinetta e attendere il segnale verde (e, se leggo bene il comunicato stampa, l’apertura fisica del varco). Se c’è un non abbonato davanti a loro, attendere i famosi 3 secondi. Se c’è una coda, ancora più tempo.

Facciamo un calcolo per difetto. Secondo il sito dell’ATAC, nel 2006 la metropolitana di Roma ha trasportato 287 milioni di passeggeri. Ipotizziamo (ma è un’ipotesi irrealistica, e vedremo perché) che si distribuiscano regolarmente nei 365 giorni dell’anno (786.301 al giorno), nelle 18 ore di servizio giornaliero (43.683 all’ora), nei 60 minuti di ogni ora (728 al minuto), nei 60 secondi di ogni minuto (12,13 al secondo) e, infine, nelle 48 stazioni della metropolitana (0,25 al secondo). Siamo al limite (ogni passeggero ha 4 secondi per “obliterare il titolo di viaggio” e abbiamo ipotizzato che ne bastino 3, e poi c’è più di un varco per stazione), ma non al disastro.

Ma l’ipotesi non è realistica: ci sono giorni dell’anno più affollati (i mesi in cui sono aperte le scuole, i giorni feriali, i giorni di pioggia, i giorni di fine mese quando sono finiti i soldi) e giorni meno (l’estate, i festivi…); ore di punta e ore “morte” (il mattino presto e la sera tardi); stazioni più affollate di altre… Qui è in agguato il disastro – o almeno il nostro disagio.

Un altro fattore che influisce è il numero dei varchi attivi in ogni stazione. Se ci sono 3 varchi, come a EUR Fermi, uno guasto riduce la capacità di assorbimento di un terzo; se ce ne sono 10, “soltanto” del 10%.

L’unica speranza è che i nuovi varchi che saranno installati (150 in 26 stazioni – a proposito 150 varchi a un costo di 11 milioni di euro fa 73.333 euro a varco: spero di aver letto male! sono varchi o SUV?) possano essere “banalizzati”, cioè essere trasformati da entrate in uscite e viceversa secondo necessità, un po’ come accade ai caselli dell’autostrada.

Spero di essermi sbagliato, davvero!

Famiglia e famiglia

Ho l’impressione che il dibattito corrente sarebbe molto più pacato e che parecchie centinaia di migliaia di persone avrebbero visitato Roma più serenamente se l’italiano avesse due termini separati, e non uno solo, per denotare due significati diversi del termine “famiglia”.

Mi spiego subito. In inglese, ad esempio, ci sono due parole, family (secondo il Merriam-Webster online: “a group of individuals living under one roof and usually under one head”; e anche: “the basic unit in society traditionally consisting of two parents rearing their children; also: any of various social units differing from but regarded as equivalent to the traditional family”) e household (“those who dwell under the same roof and compose a family; also : a social unit composed of those living together in the same dwelling”).

Wikipedia si diffonde sull’argomento un po’ di più:

A family consists of a domestic group of people (or a number of domestic groups), typically affiliated by birth or marriage, or by analogous or comparable relationships — including domestic partnership, adoption, surname and (in some cases) ownership (as occurred in the Roman Empire).

In many societies, family ties are only those recognized as such by law or a similar normative system. Although many people (including social scientists) have understood familial relationships in terms of “blood”, many anthropologists have argued that one must understand the notion of “blood” metaphorically, and that many societies understand “family” through other concepts rather than through

Article 16(3) of the Universal Declaration of Human Rights says: “The family is the natural and fundamental group unit of society and is entitled to protection by society and the State”.

Quanto a household:

The household is the basic unit of analysis in many microeconomic and government models. The term refers to all individuals who live in the same dwelling.

Most economic models do not address whether the members of a household are a family in the traditional sense. Government and policy discussions often treat the terms household and family as synonymous, especially in western societies where the nuclear family has become the most common family structure. In reality, there is not always a one-to-one relationship between households and families.

Questo dovrebbe permettere un po’ di chiarezza.

Quando si dice che la nostra Costituzione (art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) dà rilevanza costituzionale alla famiglia, sta – secondo me – parlando chiaramente della family. Non è un caso, a parer mio, che riecheggi l’articolo 16(3) della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è coeva della nostra Costituzione. Gli antropologi, probabilmente, hanno molto da ridire sul concetto di “società naturale fondata sul matrimonio” (la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo è un po’ più prudente).

Rispetto al dibattito corrente mi permetto due commenti:

  1. parlare di “società naturale” non equivale a richiamare il diritto naturale; un formicaio è una società naturale, ma la filosofia del diritto non c’entra niente;
  2. limitare la famiglia a quella “fondata sul matrimonio” probabilmente non è stata una buona idea; ma è certo che non c’è scritto “matrimonio concordatario”. L’articolo 29 della Costituzione prosegue così: “Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Tradotto in italiano: la Costituzione rinvia alla legge ordinaria il compito di regolamentare giuridicamente il matrimonio, dando due direttive: una a tutela degli individui (eguaglianza morale e giuridica dei coniugi) e una a tutela dell’unità familiare. Giusto per polemica: la prima direttiva è stata ampiamente disattesa per 27 anni, fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. A essere pignoli e fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione, sarebbe opportuno modificare le norme sul matrimonio per meglio tutelare le nuove forme di famiglia: il contrario della strada intrapresa dai Dico, che tutelerebbero soltanto i diritti dei singoli!

Household è invece un’unità economico-statistica. Quando parliamo, ad esempio, di reddito familiare o di famiglie che non arrivano alla fine del mese (altro argomento del dibattito) ci riferiamo a questa accezione.

Riporto qui sotto alcune definizioni statistiche:

  1. One person or a group of people who have the accommodation as their only or main residence and for a group, either share at least one meal a day or share the living accommodation, that is, a living room or sitting room (Regno Unito, Office for National Statistics).
  2. A household includes all the persons who occupy a housing unit. A housing unit is a house, an apartment, a mobile home, a group of rooms, or a single room that is occupied (or if vacant, is intended for occupancy) as separate living quarters. Separate living quarters are those in which the occupants live and eat separately from any other persons in the building and which have direct access from the outside of the building or through a common hall. The occupants may be a single family, one person living alone, two or more families living together, or any other group of related or unrelated persons who share living arrangements. (People not living in households are classified as living in group quarters.) (Stati Uniti, Census Bureau).

Lo vedete il casino comportato dalla poca chiarezza? Quando si parla di politiche – ad esempio di politiche economiche, come l’accesso alla sanità o all’asilo-nido – o di diritti economici e patrimoniali – ad esempio il diritto ereditario o la reversibilità della pensione – secondo me il concetto rilevante è quello di household. Perché infilarsi nel ginepraio del diritto naturale, della famiglia con la F maiuscola, dei rapporti tra Stato e chiesa eccetera? Oppure è una confusione voluta che nasconde anche interessi economici?

E l’Istat, si chiederà qualcuno di voi, distingue tra le due accezioni del termine famiglia? Non tanto, temo. La definizione che si trova sul loro Glossario è questa: “Insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune. La definizione di famiglia adottata per il censimento è quella contenuta nel regolamento anagrafico”.

Nel Glossario delle pubblicazioni tematiche sulle famiglie e le condizioni sociali (ad esempio, questa) si introduce però una differenza tra famiglia e nucleo: “la famiglia è costituita dall’insieme delle persone coabitanti legate da vincoli di matrimonio o parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi”; “il nucleo è l’insieme delle persone che formano una coppia con figli celibi o nubili, una coppia senza figli, un genitore solo con figli celibi o nubili”. E si aggiunge: “una famiglia può coincidere con un nucleo, può essere formata da un nucleo più altri membri aggregati, a più nuclei (con o senza membri aggregati), o da nessun nucleo (persone sole, famiglie composte ad esempio da due sorelle, da un genitore con figlio separato, divorziato o vedovo, eccetera)”. Non è facile, ma sembra di capire che il nucleo approssima il concetto di family, e la famiglia quello di household. But not quite. Se qualcuno ne sa di più, mi aiuti.

Breve storia di lunghi tradimenti (2)

Un amico, sapendomi interessato alla statistica, richiama la mia attenzione su questa frase (la pronuncia Marco, a p. 98):

“Non esistono misteri, in statistica. Al limite, eventualmente, si tratta di anomalie. ma una spiegazione si trova sempre”.

Ha un senso? Dice una cosa vera? O è soltanto uno riempitivo o una boutade, come spesso in Avoledo?

Intanto, penso che sia vera l’ultima ipotesi: Marco è un personaggio di poco spessore, ma la sua caratterizzazione è quella di essere tecnologico e documentato. Quindi, la frase mi sembra più una testimonianza del suo essere connotato come “positivista”, che l’espressione di una convinzione dell’autore messa in bocca a un personaggio.

Per capire meglio se l’affermazione di Marco ha un senso e dice una cosa vera, bisogna andare un po’ più a fondo. La parola”statistica” ha due significati (li prendo, per comodità, dal De Mauro online):

  • analisi quantitativa dei fenomeni collettivi che hanno attitudine a variare, allo scopo di descriverli e di individuare le leggi o i modelli che permettono di spiegarli e di prevederli;
  • raccolta sistematica e ordinata di dati: la statistica dell’incremento delle nascite, la statistica degli incidenti in casa.

Noi del mestiere, di solito, ci riferiamo alla “statistica” nella prima accezione e alle “statistiche” nella seconda.

Se ci riferiamo alla statistica come scienza, quanto a misteri siamo messi più o meno come la matematica. Voglio dire che c’è un problema di “fondamenti della statistica” in qualche modo analogo a quello dei “fondamenti della matematica”. La storia è lunga, e anche un po’ appassionante (almeno per me), ma ci porterebbe molto lontano.

Le statistiche, come raccolte di dati, di misteri in senso nobile ne hanno ben pochi. Possono essere sbagliate, inesatte, inaffidabili, di cattiva qualità, ma non misteriose. Insomma, si tratta di informazioni quantitative, e come tali soggette a tutti i problemi e alle distorsioni delle informazioni, quantitative o qualitative che siano. Lo stesso romanzo di Avoledo è informazione, perché ci racconta una storia.

Proviamo a riferire la frase di Marco a una narrazione: “Non esistono misteri, in letteratura. Al limite, eventualmente, si tratta di anomalie. ma una spiegazione si trova sempre”. Funziona? Penso di sì.

Certo, una spiegazione si trova sempre. Ma non è sicuro che sia quella giusta, e neppure che esista una e una sola spiegazione giusta. Né in statistica né in letteratura.

Forse l’unico altro punto che merita una riflessione è il riferimento alle anomalie. Gli statistici hanno come punto d’orgoglio quello di saper trattare le anomalie, se per anomalie si intendono valori inattesi rispetto a una qualche regolarità (nel caso che Marco sta discutendo, una speranza di vita alla nascita particolarmente bassa, se non ricordo male).

La statistica non si occupa tanto (o soltanto) della media, quanto anche e soprattutto della variabilità, e tra le sue conquiste più importanti c’è quella di saper sintetizzare in pochi parametri e indicatori i fenomeni collettivi (cioè quelli dove il numero degli individui è talmente elevato da escludere la possibilità o la convenienza di seguire le vicende di ogni singolo individuo).

La risposta alla famosa storiella del pollo di Trilussa è che la statistica non ti racconta soltanto la media (mezzo pollo) ma anche la variabilità (uno a me e nessuno a te)!

È la stampa, bellezza (1)

Titolo di prima pagina di Metro di oggi (18 aprile 2007): “La strage sul lavoro anche ieri due morti”.

Il tema è tragico, e vorrei che nessuno, in Italia e nel mondo, morisse così. Il fatto che il rispetto delle norme di sicurezza scongiurerebbe gran parte degli incidenti – e che il mancato rispetto delle norme sia frutto di calcolo economico (oltre che di sciatteria), nel senso che il costo della loro applicazione viene cinicamente comparato con l’entità del danno (valore della vita perduta per la probabilità dell’evento) – rende il fenomeno particolarmente odioso.

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio soffermarmi, invece, sull’opera di disinformazione che la stampa, e i media in generale, fanno su questo e sugli altri fenomeni, e su quello che possiamo fare noi, da soli, per informarci più correttamente. Premetto subito che il testo dell’articolo di Metro è particolarmente onesto, se paragonato quanto hanno detto e scritto organi d’informazione più titolati. Non riesce, però, a evitare la frase di prammatica: “Le morti bianche sono ormai una vera e propria emergenza nazionale”. Tutto ciò di cui parlano i (tele)giornali è emergenza! per essere newsworthy (“notiziabile”, l’ho sentito tradurre!) la notizia deve essere fuori dalla norma (l’uomo che morde un cane) e se non lo è la si rende tale.

Il resto dell’articolo, in questo caso, ci aiuta a ragionare. Secondo Onorio Rosati, segretario generale della Camera del lavoro di Milano, che anticipa i dati dell’osservatorio nazionale che verranno diffusi a fine aprile: “i dati del 2006 già registravano una crescita, con 1.280 decessi rispetto ai 1.265 morti del 2005”.

Prima considerazione: la crescita del 2006 è una brutta notizia, ma non è una crescita molto consistente sotto il profilo quantitativo (lo so, per le 15 famiglie in più che piangono una persona cara, che magari era quella che portava in casa il solo reddito è una tragedia). La variazione è dell’1,2%. Potrebbe essere una fluttuazione casuale, e non l’emergere di una tendenza. Per poter valutare è necessario almeno vedere una serie storica più lunga.

Seconda considerazione. In un anno ci sono 365 giorni. Nel 2005 e nel 2006, quindi, in Italia si sono verificate in media 3,5 morti bianche al giorno. Paradossalmente, quella di ieri è stata una giornata buona. Altro che emergenza, verrebbe da commentare, se non si trattasse di un argomento su cui non si scherza.

Terza considerazione. Non mi ricordo nel 2005 e nel 2006 un solo articolo di giornale sull’argomento, non con questa evidenza, quanto meno. Bene che i giornalisti se ne occupino adesso, ma allora di che si occupavano? Ovvio, di qualche altra emergenza, vera o creata ad arte: gli incendi boschivi, le piogge torrenziali, i rifiuti in Campania, il riscaldamento globale, i pezzi di ghiaccio che cadono dal cielo (ve lo ricordate, qualche anno fa? ne eravamo bombardati, a leggere i giornali e a guardare i telegiornali! Poi, come erano venuti, sono spariti nel nulla).

Quarta e ultima considerazione. Cito ancora l’articolo di Metro: “dall’inizio del 2007 (escluse le due vittime di ieri) ci sono stati 304 morti sul lavoro”. È un ulteriore campanello d’allarme, no? O così sembra dal contesto. Ma facciamo un altro piccolo calcolo (niente paura, sempre roba da elementari). Dall’inizio dell’anno all’altro ieri sono passati 105 giorni. In media, quest’anno, ci sono stati finora 2,9 morti bianche al giorno. Se si fosse mantenuta la media giornaliera dell’anno scorso, avremmo avuto nello stesso periodo 368 morti. Si sono salvate, nei primi mesi di quest’anno, 64 vite umane. Se questo ritmo dovesse continuare fino alla fine dell’anno, i morti sarebbero 1.057, 223 in meno dell’anno scorso. Il ragionamento è un po’ semplificato, perché purtroppo anche gli incidenti sul lavoro hanno una loro stagionalità (nell’edilizia sono più frequenti nei mesi caldi e di bel tempo), ma aiuta a capire dove si annidano le trappole della disinformazione.

Conclusione: che fare, per informarci più correttamente? la parola d’ordine è disintermediazione. Che vuol dire: andare direttamente alle fonti e usare gli strumenti che abbiamo, soprattutto il nostro senso critico. Le fonti: abbiamo il web e Google, tutto è a portata di mouse. In questo caso, e con qualche difficoltà, in 10 minuti ho trovato la banca dati dell’Inail (ma è soltanto un esempio). Il senso critico: non dobbiamo avere paura di “far di conto”, anche se a scuola ci hanno terrorizzato con la matematica e, nel nostro paese di santi navigatori legulei e commissari tecnici della nazionale, preferiamo una bella argomentazione capziosa a un solido ragionamento quantitativo. Tre punti su questo. Primo, molti strumenti li abbiamo già: e sono le elementari capacità aritmetiche e ancora di più l’abitudine alla comparazione, a mettere in rapporto tra loro misure quantitative. Secondo, altri li possiamo trovare sul web: soprattutto un aiuto a interpretare le cifre (i famosi metadati di cui ho già parlato sul blog). Un buon esempio è il sito dell’Istat, alla voce Strumenti. Terzo, dobbiamo imparare a discernere le informazioni statistiche di buona qualità. Qui il discorso è lungo e complicato, ma in genere le fonti statistiche ufficiali internazionali sono di buona qualità, se non altro perché devono rispondere a standard internazionali, sono sottoposte alla critica attenta degli accademici e delle associazioni di cittadini e consumatori e, soprattutto, sono sotto gli occhi di tutti. Una presentazione interessante la trovate sul sito Il valore dei dati: saperne di più, decidere meglio.