Guardo la televisione molto di rado. Ma – come ho scritto in un post di alcuni giorni fa – sono bloccato nel cuore della pianura padana con temperature che superano stabilmente i 35 °C dalle 10 di mattina alle 7 di sera. Vacanze intelligenti. La mia anziana mamma guarda almeno 3-4 telegiornali al giorno e in genere le faccio compagnia. Sono qui per questo, in realtà, per stare un po’ con lei, dato che abitualmente viviamo in città diverse. Insieme ai telegiornali mi tocca guardare la pubblicità che li precede e li segue (ignoravo che ci fosse questo trucchetto: il presentatore o la presentatrice dice “adesso interrompiamo per qualche minuto di pubblicità, poi ci rivediamo per un aggiornamento sulle ultime notizie”; dopo gli spot torna e dice “non ci sono aggirnamenti, l’appuntamento è per la prossima edizione delle …”).
Mi ha colpito in particolare una pubblicità di carta igienica, in cui Dante finisce di scrivere il manoscritto della Divina Commedia su un rotolo di carta igienica (c’è un’altra serie in cui Neri Marcorè interpreta Leonardo o Cristoforo Colombo per fare pubblicità alla TIM, mi pare, ma non so chi ha avuto l’idea per primo e chi ha copiato).
Insomma, eccola qui:
Come avrete notato, la didascalia nella parte bassa dello schermo recita: “FIRENZE 1308 CASA DI DANTE” e a me, noto pignolo, fa accapponare la pelle. Forse i pubblicitari non vanno a scuola e se ci vanno non stanno attenti, ma insomma, stiamo parlando di Dante, non di Angiolo Silvio Novaro o di un poeta ancora più oscuro e dimenticato. Dante, il sommo, il padre della lingua italiana. Ci hanno fatto una testa così, a scuola: e l’esilio, e l’altrui pane che sa di sale, e le peregrinazioni per l’Italia senza poter mai tornare a Firenze. E se anche anche non vi ricordate nulla della scuola, c’è Benigni che da anni ce lo ripropone, anche in tv.
Tra l’altro, lo spot si reggerebbe benissimo anche senza la didascalia. Al limite sarebbe stato sufficiente scrivere “CASA DI DANTE” evitando i 2 strafalcioni concentrati in 2 parole, “FIRENZE” e “1308”: tanto per essere pignoli il giusto, Dante a Firenze non c’era né ci poteva essere, perché già in esilio da anni, e questo l’abbiamo già detto. Ma, ovunque fosse, nel 1308 non era certo giunto a concludere la Commedia (l’ipotesi più accreditata è che l’abbia terminata nel 1321, poco prima della sua morte a Ravenna nel settembre dello stesso anno).
Apprendo qui che lo spot è stato realizzato dall’agenzia Lowe Pirella Franzoni e che la strategia media è stata ideata e sviluppata da Initiative. Mi pare giusto additarli tutti quanti al pubblico ludibrio.
In realtà un po’ di più, ma sono stato poco assiduo e ho mancato il momento in cui la fatidica soglia è stata superata. Oggi siamo a 302.498.
Il primo post di questo blog l’ho pubblicato l’11 marzo 2007.
Avevamo superato quota 100.000 il 28 ottobre 2008 e quota 200.000 il 19 marzo 2010.
Dopo 1.558 giorni, Sbagliando s’impera ha superato questo terzo traguardo con una media di oltre 194 visite al giorno. Non saremo ai livelli di Google o Facebook, ma io sono contento e vi ringrazio tutti, per avermi seguito anche in un anno di relativa pigrizia.
Tutti sanno che cos’è il sole di mezzanotte: alle latitudini al di sopra del circolo polare artico (che delimita per l’appunto l’area della superficie terrestre in cui il fenomeno si verifica) per almeno un giorno intorno al solstizio d’estate il sole non tramonta, cioè non scende sotto la linea dell’orizzonte. Agli antipodi, in prossimità del polo sud, alle latitudini al di sopra del circolo polare antartico (definito allo stesso modo) il sole non tramonta per almeno un giorno intorno al solstizio d’inverno (boreale).
Sempre a quelle latitudini, d’inverno (intorno al polo nord) o d’estate (intorno al polo sud) c’è almeno un giorno in cui il sole non sorge. La notte artica (o antartica).
E che succede se durante la notte (che naturalmente può durare anche giorni e giorni – al polo 6 mesi) c’è il plenilunio? Avremo in tal caso la luna di mezzogiorno.
Non ci avevo mai pensato prima, finché ieri sera non mi è capitata in mano questa vecchia cartolina, comprata in Lapponia quasi 15 anni fa.
Foto: Martti Rikkonen
È la luna di mezzogiorno fotografata in gennaio (con una temperatura di -31 °C) all’isola di Ukko, un antico luogo di culto sul lago (ghiacciato) presso Inari, nel nord della Finlandia.
Molti anni fa, quando Roberto Benigni era un comico, mi capitò di assistere a un suo spettacolo (gratuito: those were the days, my friend, we thought they’d never end) alla festa dell’unità del paesello avito, tra nugoli di zanzare.
Nel suo monologo, Benigni immaginava che dio avesse maliziosamente nascosto gli antibiotici nella muffa e si chiedesse, ridendo sotto i baffi: “Adesso voglio vedere quanto ci mettono a scoprirlo.”
forces.si.edu
Sappiamo tutti come andò a finire: dopo innumerevoli morti d’infezione, nel 1928 Alexander Fleming notò che una sostanza in una muffa (le spore del Penicillum notatum) inibiva la crescita di una coltura di stafilococchi. Retrospettivamente, ci sembra ovvio.
Ma quello che non tutti sanno (non lo sapevo neppure io fino a stamattina) è che già John Tyndall nel 1876 e André Gracia negli anni Venti avevano notato lo stesso fenomeno, senza che gli passasse per la mente la possibilità di un impiego medico. Perché loro no e Fleming sì? Pare che la risposta sia questa: Fleming aveva vissuto la Grande Guerra ed era rimasto agghiacciato dal tributo di morte pagato dalle infezioni conseguenti alle ferite. La sua mente era aperta a cogliere le implicazioni di un effetto che ai suoi predecessori era apparso spurio.
Ci vollero comunque 13 anni per passare dall’osservazione di Fleming all’uso della penicillina come medicamento (come tecnologia medica).
Traggo questa notazione dal bellissimo libro The Nature of Technology di W. Brian Arthur (su cui tornerò con una recensione).
Quest’estate, i muri esterni della vecchia casa di famiglia in campagna erano letteralmente infestati da piccoli insetti dalla curiosa livrea.
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Questo curioso insetto porta il nome scientifico Pyrrhocoris apterus e si chiama in italiano “cimice rossonera” (immagino che i motivi siano ovvi) e in inglese “firebug”. Si nutre della linfa delle piante, facendo anche danni seri, ma è innocua per l’uomo. Come dice il suo nome latino, è priva di ali.
Quella che vedete qui è la forma adulta. Da piccolo ha una forma diversa (e meno vistosa), detta neanide, tutta rossa con un’unica macchia nera vicino alla testa. Non è raro (come sui muri di casa mia) vederne grandi concentrazioni.
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Una peculiarità della cimice rossonera è l’accoppiamento, che dura dalle 12 ore ai 7 giorni. Insomma, sarebbero insetti tantrici, come disse di esserlo qualche anno fa Sting (ma poi mi pare abbia smentito). Poiché i due restano attaccati coda a coda (per così dire), uno dei due è il capo e l’altro è costretto ad andare all’indietro per tutto il tempo: non so onestamente se sia il maschio o la femmina o se facciano i turni. Ma questi tandem sono abbastanza curiosi …
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Naturalmente non posso resistere alla tentazione di chiamare cimici rossonere, d’ora in poi, anche gli odiati cugini calcistici: cui auguro, a proposito, che Ibrahimović dia un apporto comparabile a quello che, in un frangente simile, diede alla squadra Ronaldo.
Molti pesci – 21 famiglie – sono ermafroditi, cioè sono dotati degli organi sessuali maschili e femminili. In molti casi, l’ermafroditismo è sequenziale: certi tipi di pesce sono maschi da giovani e poi si trasformano in femmine (proterandria), per altri avviene il contrario (proteroginia).
Ancora più curiosi gli ermafroditi sincroni che hanno contemporaneamente i genitali tanto maschili quanto femminili. Tra gli ermafroditi sincroni c’è anche una specie di spigola (per la verità, stiamo parlando di sea bass, sotto il cui nome vanno pesci di specie anche molto differenti in diverse parti del mondo – quindi forse quello che dico non si attaglia ai branzini nostrani). Questi pesci formano coppie, in cui i ruoli sessuali si invertono più volte durante una stessa giornata. Tenete conto che una femmina può deporre le uova una decina di volte al giorno, che poi il maschio feconda esternamente, spruzzandole di sperma all’esterno. Ma produrre uova è molto più “costoso” che produrre sperma, ed è per questo che i ruoli maschile e femminile s’invertono in continuazione. La cooperazione è necessaria, e il (temporaneo) maschio che cerca di fare il furbo (o meglio il free-rider) viene immediatamente abbandonato dalla femmina. Per fortuna non succede spesso, cosicché le pregiate spigole abbondano sulla nostra tavola.
È chiaro adesso perché c’è chi la chiama spigola e chi branzino? Spigola quando depone le uova, branzino quando le feconda come maschio…
C’è un celebre romanzo di Ursula K. LeGuin, The Left Hand of Darkness (La mano sinistra delle tenebre) che si svolge sul pianeta Gethen, dove è sempre inverno. A questa assenza di dualità (o pluralità) delle stagioni, fa da contraltare l’assenza della dualità dei sessi (ma anche delle guerre, guarda caso): gli abitanti di Gethen sono neutri per la maggior parte del tempo, ma ogni 26 giorni vanno in calore (kemmer) per 2 giorni, e diventano maschi o femmine per effetto di uno scambio di feromoni con il/la partner (che diventa del sesso opposto). Uno dei due concepisce e resta incinta. Genly Ai, il protagonista, l’inviato dell’Ecumene, è un “normale” maschio, e le dinamiche dell’amicizia e dell’amore con un getheniano sono sconvolgenti. Leggetelo.
Un minuscolo assaggio:
Light is the left hand of darkness
and darkness the right hand of light.
Two are one, life and death, lying
together like lovers in kemmer,
like hands joined together,
like the end and the way.
Pioviggina. Un sabato uggioso (ma speriamo, per oggi pomeriggio, in un bell’acquazzone, meglio se con grandine).
E partono, incontrollabili, i ricordi e le associazioni.
Che dice la pioggerellina di marzo?
di Angiolo Silvio Novaro
Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gèmmule d’oro?
Passata è l’uggiosa invernata,
Passata, passata!
Di fuor dalla nuvola nera,
Di fuor dalla nuvola bigia
Che in cielo si pigia,
Domani uscirà Primavera
Guernita di gemme e di gale,
Di lucido sole,
Di fresche viole,
Di primule rosse, di battiti d’ale,
Di nidi,
Di gridi,
Di rondini ed anche
Di stelle di mandorlo, bianche…
Che dice la pioggerellina
di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gèmmule d’oro?
Ciò canta, ciò dice:
E il cuor che l’ascolta è felice.
Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’ orto.
Queste erano le elementari, poi siamo diventati più grandi e abbiamo conosciuto questa canzone, tramite Mina (che sdegnavamo come roba da “matusa”):
Il testo italiano era di Giorgio Calabrese, ma l’originale era stato scritto da Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim (Tom per gli amici), che l’aveva scritta per sé e cantata, ma che era stata portata al successo da Elis Regina. La versione più famosa è quella che i due cantano insieme, nell’album Elis e Tom. Qui dal vivo. La risatina di Elis è una delle cose più sexy della storia della musica.
É pau, é pedra
É o fim do caminho
É um resto de toco
É um pouco sozinho
É um caco de vidro
É a vida, é o sol
É a noite, é a morte
É um laço, é o anzol
É peroba no campo
É o nó da madeira
Caingá candeia
É o matita pereira
É madeira de vento
Tombo da ribanceira
É o mistério profundo
É o queira ou não queira
É o vento ventando
É o fim da ladeira
É a viga, é o vão
Festa da cumeeira
É a chuva chovendo
É conversa ribeira
Das águas de março
É o fim da canseira
É o pé, é o chão
É a marcha estradeira
Passarinho na mão
Pedra de atiradeira
É uma ave no céu
É uma ave no chão
É um regato, é uma fonte
É um pedaço de pão
É o fundo do poço
É o fim do caminho
No rosto um desgosto
É um pouco sozinho
É um estepe, é um prego
É uma conta, é um conto
É um pingo pingando
É uma ponta, é um ponto
É um peixe, é um gesto
É uma prata brilhando
É a luz da manhã
É o tijolo chegando
É a lenha, é o dia
É o fim da picada
É a garrafa de cana
O estilhaço na estrada
É o projeto da casa
É o corpo na cama
É o carro enguiçado
É a lama, é a lama
É um passo, é uma ponte
É um sapo, é uma rã
É um resto de mato
Na luz da manhã
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
É pau, é pedra
É o fim do caminho
É um resto de toco
É um pouco sozinho
É uma cobra, é um pau
É João, é José
É um espinho na mão
É um corte no pé
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
É um passo, é uma ponte
É um sapo, é uma rã
É um belo horizonte
É uma febre terçã
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
Poi è arrivata la traduzione di Ivano Fossati (qui sempre dal vivo):
E mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell’eco è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
margherita di campo è la riva lontana
è la riva lontana è, ahi! è la fata Morgana
è folata di vento onda dell’altalena un mistero profondo
una piccola pena
tramontana dai monti domenica sera è il contro è il pro
è voglia di primavera
è la pioggia che scende è vigilia di fiera è l’acqua di marzo
che c’era o non c’era
è si è no è il mondo com’era è Madamadorè burrasca passeggera
è una rondine al nord la cicogna e la gru, un torrente una fonte
una briciola in più
è il fondo del pozzo è la nave che parte un viso col broncio
perché stava in disparte
è spero è credo è una conta è un racconto una goccia che stilla
un incanto un incontro
è l’ombra di un gesto, è qualcosa che brilla il mattino che è qui
la sveglia che trilla
è la legna sul fuoco, il pane, la biada, la caraffa di vino
il viavai della strada
è un progetto di casa è lo scialle di lana, un incanto cantato
è un’andana è un’altana
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell’eco
è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
Ma naturalmente, nel frattempo, era uscita (1980) Una giornata uggiosa di Lucio Battisti, l’ultima del sodalizio con Mogol (autore del testo):
Sogno un cimitero di campagna e io là
all’ombra di un ciliegio in fiore senza età
per riposare un poco 2 o 300 anni
giusto per capir di più e placar gli affanni
Sogno al mio risveglio di trovarti accanto
intatta con le stesse mutandine rosa
non più bandiera di un vivissimo tormento
ma solo l’ornamento di una bella sposa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Sogno di abbracciare un amico vero
che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro
e gente giusta che rifiuti d’esser preda
di facili entusiasmi e ideologie alla moda
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Sogno il mio paese infine dignitoso
e un fiume con i pesci vivi a un’ora dalla casa
di non sognare la Nuovissima Zelanda
Per fuggire via da te Brianza velenosa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
E poi, naturalmente, sono arrivati i figli e con loro la filastrocca “Piove pioviccica…”. Vedo che sul web ferve il dibattito su quali siano le esatte parole dell’originale. Non so, ma certo quella più vicina a quella che recitavano ossessivamente i miei figli è questa:
Piove pioviccica,
il culo ti si appiccica,
accendi la candela,
il culo ti si pela,
lo metti in mezzo all’acqua,
il culo ti si sciacqua
Vado molto raramente a teatro, per una ragione principale (tra quelle secondarie c’è la pigrizia): il teatro non mi piace e non lo capisco.
L’altra sera, per un motivo che con il teatro aveva ben poco a che fare, sono andato a vedere uno spettacolo, di autore contemporaneo, in un piccolo teatro di Trastevere. E ho capito che cosa mi urta – anche più delle voci impostate, della mimica esagerata (il che potrebbe essere ascritto a carenze degli attori), della improbabilità dei dialoghi (il che potrebbe essere ascritto alla pochezza degli autori).
Insomma, per tutto il tempo, il protagonista si è lamentato del caldo, a parole, asciugandosi la fronte con un fazzoletto (credevo di essere rimasto l’ultimo sulla faccia della terra a usare i fazzoletti di lino), passandosi il dito tra collo e colletto della camicia (peraltro sbottonato). Indossava una camicia e sopra un gilet di lana senza maniche, di quelli con i disegni a rombi. “Ma se hai caldo, toglitelo”, pensavo io. Chiunque di noi l’avrebbe fatto, in una situazione non teatrale. Avrei voluto gridarglielo.
[Non sono così stupido o così ingenuo da non capire che l’autore, il regista e l’autore volevano usare il caldo come metafora di una situazione soffocante sotto il profilo psicologico. E so anche che il teatro non è necessariamente naturalistico, che si sono versati fiumi d’inchiostro sullo straniamento e tutta quella roba lì. Ma insomma: prima sfilati quel gilet e poi parliamo dei tuoi guai.]