Cicale

Le cicale sono il suono dell’estate.

Quelle più frequenti da noi hanno il nome scientifico di Lyristes plebejus. Sembrano grosse mosche (sono lunghe dai 2 ai 4 centimetri) e se ne stanno sugli alberi, soprattutto sui pini marittimi, a emettere il loro “canto”.

Nonostante l’apparenza inconspicua, sono animali molto interessanti, per una serie di motivi.

Partiamo da quelli biologici. Il “canto”, anzitutto. Come è facile immaginare, è un canto di corteggiamento, un richiamo sessuale. Soltanto i maschi lo fanno, le femmine della specie sono mute (e qui mi sorgono alla mente considerazioni che non condivido, ma mi fanno sorridere…). Il canto non è prodotto dallo sfregamento di parti esterne del corpo, come accade per i grilli, ma da un organo stridulatore posto sotto l’addome. L’apparato è costituito da lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli particolarmente potenti, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza. Qui sotto lo schema (scusate il tedesco!).

La femmina depone le uova sugli alberi, ma quando si dischiudono le larve scendono a terra e iniziano una vita sotterranea (ipogea) che dura (nelle cicale italiane) 4 anni. Le larve hanno zampe anteriori scavatrici grazie alle quali si spostano da una radice all’altra per nutrirsi. Poi i giovani individui (già molto simili agli adulti, ma privi di ali, con due zampe anteriori adatte allo scavo del terreno) escono dal suolo e cercano un albero dove arrampicarsi ed effettuare la muta.

La cosa veramente interessante sotto il profilo dell’evoluzione è il lungo periodo che le larve passano sotto terra. C’è un genus di cicale nord-americane, le Magicicadae, che hanno un ciclo di 13 (in 4 specie) o di 17 anni (in 3 specie). I loro cicli sono sincronizzati: gli adulti si sviluppano tutti insieme, un dato anno, e sono assenti negli anni intermedi. Perché? Perché 13 e 17 sono numeri primi, abbastanza grandi da rendere improbabile che le specie di potenziali predatori possono sincronizzare il loro ciclo di vita con quello di queste cicale. Lo spiega bene Richard Dawkins in The Blind Watchmaker:

One of the most bizarre examples of convergent evolution that I know concerns the so-called periodical cicadas. Before getting to the convergence, I must fill in some background information. Many insects have a rather rigid separation between a juvenile feeding stage, in which they spend most of their lives, and a re!atively brief adult reproducing stage. Mayflies, for instance, spend most of their lives as underwater feeding larvae, then emerge into the air for a single day into which they cram the whole of their adult lives. We can think of the adult as analogous to the ephemeral winged seed of a plant like a sycamore, and the larva as analogous to the main plant, the difference being that sycamores make many seeds and shed them over many successive years, while a mayfly larva gives rise to only one adult right at the end of its own life. Anyway, periodical cicadas have carried the mayfly trend to an extreme. The adults live for a few weeks, but the ‘juvenile’ stage (technicalIy ‘nymphs’ rather than larvae) lasts for 13 years (in some varieties) or 17 years (in other varièties). The adults emerge at almost exactly the same moment, having spent 13 (or 17) years cloistered underground. Cicada plagues, which occur in any given area exactly 13 (or 17) years apart, are spectacular eruptions that have led to their incorrectly being called ‘locusts’ in vernacular American speech. The varieties are known, respectively, as 13-year cicadas and 17-year cicadas.
Now here is the really remarkable fact. It turns out that there is not just one 13-year cicada species and one 17-year species. Rather, there are three species, and each one of the three has both a I7-year and a I3-year variety or race. The division into a 13-year race and a 17-year race has been arrived at independently, no fewer than three times. It looks as though the intermediate periods of 14, 15 and 16 years have been shunned convergently, no fewer than three times. Whyl We don’t know. The only suggestion anyone has come up with is that what is special about 13 and 17, as opposed to 14, 15 and 16, is that they are prime numbers. A prime number is a number that is not exactly divisible by any other number. The idea is that a race of animals that regularly erupts in plagues gains the benefit of alternately ‘swamping’ and starving its enemies, predators or parasites. And if these plagues are carefully timed to occur a prime number of years apart, it makes it that much more difficult for the enemies to synchronize their own life cycles. If the cicadas erupted every 14 years, for instance, they could be exploited by a parasite species with a 7-year life cycle. This is a bizarre idea, but no more bizarre than the phenomenon itself. We really don’t know what is special about 13 and 17 years. What matters for our purposes here is that there must be something special about those numbers, because three different species of cicada have independently converged upon them.

In letteratura, a partire dalla favola di Esopo, la cicala è stata spesso vituperata. Su questa pagina c’è un percorso tematico bello ed esauriente. Io mi limito a citare la prosa di Giosuè Carducci, per un motivo assolutamente personale: non so perché, per un loro privato e complice scherzo suppongo, questo incipit era sempre citato a memoria da mio padre e mia madre ogni volta che, me bambino, le cicale cantavano.

Come strillavano le cicale giù per la china meridiana del colle di San Miniato al Tedesco nel luglio del 1857!
Veramente per significare lo strepito delle cicale il Gherardini e il Fanfani scavarono dalla Fabbrica del mondo di Francesco Alunno il verbo frinire. E per una cicala sola, che canti, amatrice solinga, sta. Ma quando le son tante a cantar tutte insieme, altro che frinire, filologi cari!
Come, dunque, strillavano le cicale, etc. etc.! Intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva più sempre al giallo biondo, al giallo cenerino, al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondoleggiante leggiadria dei colli di Valdarno somiglianti a una fila di ragazze che présesi per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e a sinistra, – tutto cotesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente.

Nei luoghi della mia infanzia, infatti, cicale non se ne sentivano molte, con l’eccezione della pineta di Milano Marittima, posto esotico dove  viveva anche l’inquietante formicaleone. Ma questa è tutta un’altra storia. Il regno delle cicale fu poi per me la Toscana, come per il Carducci, e più tardi il Sud.

John Keats e la Negative Capability

“Negative Capability, that is, when a man is capable of being in uncertainties, mysteries, doubts, without any irritable reaching after fact and reason. […]  with a great poet the sense of Beauty overcomes every other consideration, or rather obliterates all consideration.” (lettera ai fratelli del 21dicembre 1817)

Di solito, questa “teoria” di Keats viene liquidata con un’alzata di spalle, o poco più: il poeta, e il poeta romantico soprattutto, non ha un’epistemologia; non cerca la verità scientifica o filosofica. Non affronta i problemi per risolverli, ma per esplorarli; anzi, per l’artista che alcuni problemi non ammettano soluzione è meglio.

Sulla stessa linea di pensiero è la teoria della Mansion of many apartments che Keats formulò qualche mese più tardi in una lettera a John Hamilton Reynolds (18 maggio 1818):

I compare human life to a large Mansion of Many Apartments, two of which I can only describe, the doors the rest being as yet shut upon me – The first we step into we call the infant or thoughtless Chamber, in which we remain as long as we do not think – We remain there a long while, and notwithstanding the doors of the second Chamber remain wide open, showing a bright appearance, we care not to hasten to it; but are at length imperceptibly impelled by awakening of the thinking principle – within us – we no sooner get into the second Chamber, which I shall call the Chamber of Maiden-Thought, than we become intoxicated with the light and the atmosphere, we see nothing but pleasant wonders, and think of delaying there for ever in delight.

La capacità negativa è apparentata con il concetto heideggeriano di Gelassenheit. Nella sua conferenza sull’Abbandono, Heidegger adopera il termine Gelassenheit, che, come spesso accade nell’ultima fase del suo pensiero, pone significativi problemi di traduzione. Il richiamo è a un atteggiamento speculativo di fronte alla realtà, che consiste in un raccoglimento (cui allude il prefisso tedesco ge-), che lascia-essere (lassen, come verbo, indica appunto l’atteggiamento del lasciare, come l’inglese to let) le cose così come sono, senza intervenire. È un atteggiamento etico, oltre che epistemologico, che implica:

  • l’abbandono alle cose, che consiste in un atteggiamento di pensiero che, rifiutando il pensiero calcolante proprio della tecnica, ri-medita il senso profondo della relazione fra l’uomo e l’ente, fino a cogliere quel senso che nel mondo della tecnica si cela, che è la verità dell’essere (considerata come aletheia, cioè come verità celata, ri-velazione).
  • l’apertura al mistero, che consiste nel mantenersi aperti, mediante questa meditazione sulla tecnica, alla possibilità di una nuova manifestazione della verità dell’essere. (adattato da Wikipedia)

Vicolo della neve

Fino a una certa età non ho viaggiato molto. Si usava molto meno di adesso, e suppongo che la mia famiglia fosse legata ad abitudini d’altri tempi. Andavo dai nonni in campagna per molti mesi all’anno, almeno fino a quando non ho avuto l’età per andare a scuola. In estate si andava in villeggiatura, stanziali, per un mese al mare, affittando una casa. Con pochissime eccezioni (un anno mi hanno portato in montagna, disastrosamente, perché mi sono ammalato sùbito: era – si diceva – un bambino bisognoso di mare), sempre nello stesso posto, a Milano Marittima. Anzi sempre allo stesso bagno (a Roma si chiamano stabilimenti), il Bagno Gino, vicino al molo del porto canale. Sono di carnagione chiara e i solari non erano quelli di adesso, e io passavo gran parte del tempo tra rischio di scottatura ed eritema. I solari erano untuosi e la sabbia finissima dell’Adriatico ci si appiccicava sopra, peggiorando l’eritema. La odio tuttora, la sabbia.

Sono andato per la prima volta all’estero (se si escludono la Svizzera di Lugano e l’immancabile San Marino delle giornate di maltempo a Milano Marittima) quando sono andato a Dublino nel 1967.

Anche il Sud era remoto: a Roma ci sono andato per la prima volta nel settembre del 1964. Il Sud l’ho scoperto alla fine degli anni Sessanta, quando – rito di passaggio all’età adulta – sono stato ammesso ai viaggetti di esplorazione che mio padre e i miei zii facevano ai primi di settembre di ogni anno. Era una specie di rituale: si partiva la mattina prestissimo, per non soffrire troppo il caldo (niente aria condizionata sulle macchine di allora, anche se lo zio aveva sempre dei modelli di lusso, dalla Giulietta di quando ero piccolissimo alla BMW serie 7 che aveva quando è morto, a metà degli anni Novanta). Ci si fermava a pranzo a Orvieto, dove si mangiava in un posto di cui ho scordato il nome e si visitava il Duomo. Per dormire si puntava a Salerno, perché Napoli era una città troppo caotica per entrarci, salvo che per passare dall’Autostrada del sole alla Napoli-Pompei-Salerno. E la sera, a Salerno, si andava a mangiare a Vicolo della neve.

La pizzeria era in un vicolo del centro storico. Già arrivarci mi sembrava un’avventura, perché non ero abituato ai vicoletti. Il posto era molto piccolo. Una pizza così non l’avevo mangiata mai, non aveva quasi nessun punto di contatto con quella che si poteva mangiare a Milano con gli amici. Ma la vera scoperta erano le altre cose che si potevano mangiare lì, e che per me erano scoperte assolute: i polpetti alla luciana, la ciambotta, i peperoni, le polpette al sugo, baccalà e patate. E soprattutto la parmigiana di melanzane.

Mi è venuta in mente oggi, mangiando riscaldata quella preparata ieri (ognuno ha le madeleine adeguate alla propria levatura artistica e alla propria classe sociale, evidentemente), perché ai miei che avrebbero voluto una porzione di parmigiana appena fatta o comunque bollente, il cameriere di Vicolo della neve spiegò pazientemente, ma con una punta di disprezzo per quei poveri polentoni, che la parmigiana è piatto estivo, che deve riposare e che dà il meglio di sé a temperatura ambiente (cioè tiepida, perché nella saletta della pizzeria c’era un caldo pauroso).

Non ci sono più tornato. Ma a giudicare da questa recensione il posto è ancora quasi intatto e tuttora consigliabile.

La storia dell’Antica Pizzeria del Vicolo della Neve si conosce con un po’ di fortuna da ogni salernitano dotato di un pizzico di memoria storica. Si dice che il “Vicolo” esistesse già nel Trecento, ai tempi del dominio aragonese. Di sicuro allora non faceva la pizza ma chissà quali altre leccornie. Più attendibili le notizie che ne fanno risalire le origini al 1700. La pizzeria prende il nome dal vicolo dove, più di un secolo fa, si vendeva la neve per rinfrescare le cantine. Il cuore della vecchia e millenaria Salerno si conserva, dunque, in questo locale che non ha fatto alcuna concessione alla modernità ma ha tenuto fede alla tradizione della cucina casalinga e all’arte della pizza. Il rito serale della visita al Vicolo della Neve resta per molti salernitani una abitudine irrinunciabile. Il rischio di diventare un posto per soli turisti è svanito, il Vicolo non lo corre. Pur con il passar del tempo, il Vicolo della Neve ha tenuto fede alle regole della sua inimitabile cucina tramandate da “Sciacquariello” e “Peppiniello”, memorabili artefici del successo di questo locale, a coloro che oggi, in quella stessa cucina, preparano, condiscono e infornano pizze negli anni hanno deliziato illustri nomi della politica, del giornalismo, dell’arte e del teatro. Amavano la pizza margherita e il calzone con la scarola Enrico Caruso e Titta Ruffo e dopo di loro hanno fatto tappa al “Vicolo” tutti gli artisti che sono passati per il Teatro Verdi. Della pizza napoletana andavano pazzi Ministri, Deputati, Senatori e Sottosegretari. Da Vittorio Emanuele Orlando a Francesco Spirito, da Giovanni Amendola a Errico De Marinis e Adolfo Cilento. Il libro dei ricordi è pieno di pagine. Una vera storia d’amore è, però, quella tra Il “Vicolo” e gli artisti salernitani. Il poeta Alfonso Gatto era un ospite abituale e al Vicolo della Neve ha pure dedicato una splendida poesia. Il pittore Clemente Tafuri ha dipinto le pareti della pizzeria. Quel che si vede della sua rappresentazione dell’Inferno è solo una piccola parte della preziosa opera che appartiene ora alla famiglia Carro, vecchi proprietari del Vicolo. Siamo insomma in uno dei pochi luoghi storici della città, gestito a partire dagli anni ’70 da Matteo Bonavita. Il rito è sempre uguale, con i camerieri che richiamano ai loro tavoli i clienti appena entrati: appena seduti sui tipici piatti in rame sempre bollenti arrivano baccalà e patate, polpo alla luciana, scarola imbottia, peperoni ripieni, carciofi arrostiti, pasta e fagioli, la mitica ciambotta, la milza, le braciole di cotica, le polpette al sugo. E poi ancora l’infinita varietà di pizze assolutamente tipiche nell’impasto, il calzone con la scarola o il ripieno di ricotta e salame. Chiusura con i dolci della tradizione napoletana. Buone bottiglie di aglianico al prezzo giusto.

Alfonso Sarno

Della poesia di Alfonso Gatto ho trovato soltanto questo (non so se è completa):

…Straniero, se passi a Salerno
in una notte d’inverno
di luna a mezzo febbraio,
se vedi il bianco fornaio
che batte le mani sul tondo
di quella faccia cresciuta,
ascolta venire dal fondo
degli anni la voce perduta.
L’odore di menta t’invita,
la tavola bianca, la stanza
confusa dell’abbondanza…

…in quell’odore di forno
per qualche sera la vita
si scalda con le sue mani
a quegli accordi lontani
del tempo che fu…

Rane e patate

E così, il 2008, anno internazionale della rana è anche l’anno internazionale della patata.

Del resto, rane e patate sono associate, oltre che sotto il profilo gastronomico, anche sotto quello dell’immaginario erotico, come testimoniano una canzone di Enzo Jannacci e Massimo Boldi (giustamente dimenticata) e la celeberrima pubblicità di Rocco Siffredi.

Amooore… nella velocità  de zito zito de zito zito non parlare, zito…
Amooore… nella difficoltà  della velocità  de zito zito, de zito zito…

non parlare… va bene… allora… sempre zito…

Ohhhh carah!!!!

Sei repellente Lisa
Però mi piaci di più

Onnipotente Elisa
però mi piaci cosà

Sei sciabollenta Elisa
però mi piaci cosà

Sei repellente Elisa
però mi piaci di più di più di più

perché perché
con te con te

io faccio:

blulburlbulbrlburblurlbrlbu

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

YOHUUUU!!!

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

YOHUUAUUAU!!!

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

btetpilipiatitaritulità

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

Ohhhh carah!!!!

Sei repellente Elisa
però mi piaci cosà

Sputi il budino Elisa
però mi piaci cosà

Sei sciabollenta Elisa
però mi piaci cosà¬

Che tanfamento Elisa
però mi piaci di più di più di più

perché perché
con te con te

io faccio:

blulburlbulbrlburblurlbrlbu

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

YOHUUUU!!!

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

HUH HUHU!!

Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!

L’anno della rana

Il 2008 è l’anno internazionale della rana. Aderisco con entusiasmo.

Aren’t them cute?

9 luglio 1540 – Anna di Cleves

Il 9 luglio 1540 Enrico VIII divorziava dalla sua 4ª moglie, Anna di Cleves. L’aveva impalmata il 6 gennaio dello stesso anno.

Anna era tedesca (Anna von Jülich-Kleve-Berg) e all’epoca dei fatti aveva 25 anni. Enrico VIII le fece fare un ritratto da Hans Holbein, chiedendogli esplicitamente di essere fedele al soggetto, senza imbellirlo. Eccola (pare che questa sia una copia dell’originale di Holbein).

Parecchi anni più tardi, anche Rick Wakeman le fece un ritratto, questa volta musicale, e farvelo sentire è il vero motivo di questo post.

Giò Ponti

Mi picco di essere un cultore dell’architettura moderna, anche se il mio interesse è stato tardivo. Proprio per questo la scoperta di pochi giorni fa mi brucia.

Sono passato davanti a questa casa – Milano, zona Fiera, via Domenichino 1 – pressoché quotidianamente per 6 anni, sulla strada per andare a scuola. Poi sono andato ad abitare praticamente di fronte, per altri 7 anni e mezzo. Al piano terreno abitava un mio amico. Di più, ci abitava la sorella del mio amico, la bellissima Bea.

Eppure non ho mai saputo che quella bella casa – perché gli occhi per vedere che era una signora casa, oltre che una casa signorile, ce li avevo eccome – è opera di Giò Ponti.

Questa è la scheda che ho trovato qui:

Il progetto di questo edificio, redatto da Gio Ponti ed Emilio Lancia, è caratterizzato da una pianta a L e da una torre d’angolo.
La struttura è in cemento armato e laterizi con fondazione a palafitte e solai in cemento armato con elementi in cotto. Per il rivestimento delle facciate è stato utilizzato l’intonaco rosso Terranova, ad eccezione del piano terreno e il primo piano per i quali sono state usate lastre di travertino. La decorazione è piuttosto limitata e l’architettura è stata risolta con uno straordinario rapporto tra massa materiali e colore. Ponti tenta in questo progetto di adattare gli elementi della tradizione ad un nuovo impianto, rappresentato da una nuova formula abitativa: il condominio. Gli elementi classici sono dunque intesi come fatto esclusivamente figurativo ed il loro uso è funzionale alle esigenze d’identificazione dell’utenza borghese.

L’elemento più fantasioso della struttura – quello che si allontana con un guizzo quasi gaddiano dalla rassicurante solidità borghese – è la torretta dell’ultimo piano. Raccontano le leggende (ma non so se è vero) che l’ultimo piano, torretta compresa, fosse l’abitazione di Giovanni Grazzini (1925-2001), critico cinematografico de Il corriere della sera.

Qualche altra foto trovata in rete.

30 giugno 1908 – Tunguska!

Cito (sostanzialmente) da Wikipedia:

Tunguska (in russo Тунгуска) è una località della Siberia nota per essere stata il luogo dell’impatto di un meteorite avvenuto nel 1908. Prende il nome dal fiume Podkamennaja Tunguska (Tunguska Pietrosa), che scorre nel distretto di Evenkia nella grande regione di Krasnojarsk della Siberia centrale.

Alle ore 7:14 locali del 30 giugno 1908 un evento catastrofico ebbe luogo nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, abbattendo 60 milioni di alberi su 2150 chilometri quadrati.

Il rumore dell’esplosione fu udito a 1000 chilometri di distanza. A 500 chilometri alcuni testimoni affermarono di avere udito un sordo scoppio e avere visto sollevarsi una nube di fumo all’orizzonte. L’onda d’urto fece quasi deragliare alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana a 600 km dal punto di impatto. Si ritiene in base ai dati raccolti che la potenza dell’esplosione sia stata compresa tra 10 e 15 megatoni (40-60 petajoule).

L’ipotesi più accreditata come causa del fenomeno è l’esplosione di un asteroide sassoso di circa 30 metri di diametro che si muoveva a una velocità di almeno 15 chilometri al secondo. La deflagrazione del corpo celeste sarebbe avvenuta a una altezza di 8 chilometri. La resistenza offerta dall’atmosfera può aver frantumato l’asteroide la cui energia cinetica è stata convertita in energia termica. La conseguente vaporizzazione dell’oggetto roccioso ha causato un’immane onda d’urto che ha colpito il suolo.

Jack Lemmon – 27 giugno 2001

Sono passati 7 anni dalla scomparsa di Jack Lemmon.

Lo ricordiamo in due modi, con A qualcuno piace caldo, la più bella commedia di tutti i tempi …

… e con una lunga intervista, che trovate qui.

26 giugno – Codice a barre

26 giugno 1974, Troy, Ohio, ore 8:01. Clyde Dawson mette nel carrello del supermercato Marsh una confezione da 10 di gomme Wrigley’s alla frutta (50 lastrine). La cassiera Sharon Buchanan legge il codicen a barre. 67 ¢. Inizia una nuova era.

Com’era il mondo prima? Noi in Italia lo ricordiamo meglio. Ogni confezione di ogni prodotto aveva un adesivo con il prezzo. Il cassiere (più spesso la cassiera) lo trascriveva. Il conto (ma ci voleva più tempo) era fatto, ma non era possibile utilizzare l’informazione per gestire il magazzino o per valutare le abitudini di consumo del cliente (a che cosa pensate che servano le tessere fedeltà?).

La storia del codice a barre è lunga. Cominciarono a lavorarci nel 1948 due laureati della Drexel University, Bernard Silver and Norman Joseph Woodland. All’inizio pensarono a un inchiostro sensibile alla luce ultravioletta. Troppo costoso. Poi Woodland tornò a casa, in Florida. Gli venne l’idea di usare l’alfabeto Morse, ma se il lettore non era perfettamente allineato la lettura falliva. Pensò anche a bolle di differente grandezza: un altro fallimento.

Un giorno, sulla spiaggia – racconta la leggenda – mentre giocava con l’alfabeto Morse prolungò distrattamente le linee e i punti. Era nato il codice a barre.

Come leggerlo fu suggerito a Woodland e Silver dal modo in cui il proiettore legge la colonna sonora dei film (il laser non esisteva ancora).

Adesso era solo un problema di sfruttamento commerciale. Non facile. Il sistema di lettura sviluppava troppo calore. I computer erano aggeggi enormi e costosissimi. Brevettarono l’idea e cercarono di venderla a IBM. Niente. Lo comprò la Philco (sì, quella dei frigoriferi di Papalla), che poi la rivendette all’RCA.

IBM tornò in testa quando sviluppò il primo lettore laser. Si alleò con la NCR, che produceva registratori di cassa, e aveva sede a Dayton, Ohio (per questo fu scelto un supermercato di Troy).

La cassa automatica costava 44.000 dollari di oggi, lo scanner 4.000.

Per saperne di più:

www.wired.com

Barcodes Sweep the World