Vicolo della neve

Fino a una certa età non ho viaggiato molto. Si usava molto meno di adesso, e suppongo che la mia famiglia fosse legata ad abitudini d’altri tempi. Andavo dai nonni in campagna per molti mesi all’anno, almeno fino a quando non ho avuto l’età per andare a scuola. In estate si andava in villeggiatura, stanziali, per un mese al mare, affittando una casa. Con pochissime eccezioni (un anno mi hanno portato in montagna, disastrosamente, perché mi sono ammalato sùbito: era – si diceva – un bambino bisognoso di mare), sempre nello stesso posto, a Milano Marittima. Anzi sempre allo stesso bagno (a Roma si chiamano stabilimenti), il Bagno Gino, vicino al molo del porto canale. Sono di carnagione chiara e i solari non erano quelli di adesso, e io passavo gran parte del tempo tra rischio di scottatura ed eritema. I solari erano untuosi e la sabbia finissima dell’Adriatico ci si appiccicava sopra, peggiorando l’eritema. La odio tuttora, la sabbia.

Sono andato per la prima volta all’estero (se si escludono la Svizzera di Lugano e l’immancabile San Marino delle giornate di maltempo a Milano Marittima) quando sono andato a Dublino nel 1967.

Anche il Sud era remoto: a Roma ci sono andato per la prima volta nel settembre del 1964. Il Sud l’ho scoperto alla fine degli anni Sessanta, quando – rito di passaggio all’età adulta – sono stato ammesso ai viaggetti di esplorazione che mio padre e i miei zii facevano ai primi di settembre di ogni anno. Era una specie di rituale: si partiva la mattina prestissimo, per non soffrire troppo il caldo (niente aria condizionata sulle macchine di allora, anche se lo zio aveva sempre dei modelli di lusso, dalla Giulietta di quando ero piccolissimo alla BMW serie 7 che aveva quando è morto, a metà degli anni Novanta). Ci si fermava a pranzo a Orvieto, dove si mangiava in un posto di cui ho scordato il nome e si visitava il Duomo. Per dormire si puntava a Salerno, perché Napoli era una città troppo caotica per entrarci, salvo che per passare dall’Autostrada del sole alla Napoli-Pompei-Salerno. E la sera, a Salerno, si andava a mangiare a Vicolo della neve.

La pizzeria era in un vicolo del centro storico. Già arrivarci mi sembrava un’avventura, perché non ero abituato ai vicoletti. Il posto era molto piccolo. Una pizza così non l’avevo mangiata mai, non aveva quasi nessun punto di contatto con quella che si poteva mangiare a Milano con gli amici. Ma la vera scoperta erano le altre cose che si potevano mangiare lì, e che per me erano scoperte assolute: i polpetti alla luciana, la ciambotta, i peperoni, le polpette al sugo, baccalà e patate. E soprattutto la parmigiana di melanzane.

Mi è venuta in mente oggi, mangiando riscaldata quella preparata ieri (ognuno ha le madeleine adeguate alla propria levatura artistica e alla propria classe sociale, evidentemente), perché ai miei che avrebbero voluto una porzione di parmigiana appena fatta o comunque bollente, il cameriere di Vicolo della neve spiegò pazientemente, ma con una punta di disprezzo per quei poveri polentoni, che la parmigiana è piatto estivo, che deve riposare e che dà il meglio di sé a temperatura ambiente (cioè tiepida, perché nella saletta della pizzeria c’era un caldo pauroso).

Non ci sono più tornato. Ma a giudicare da questa recensione il posto è ancora quasi intatto e tuttora consigliabile.

La storia dell’Antica Pizzeria del Vicolo della Neve si conosce con un po’ di fortuna da ogni salernitano dotato di un pizzico di memoria storica. Si dice che il “Vicolo” esistesse già nel Trecento, ai tempi del dominio aragonese. Di sicuro allora non faceva la pizza ma chissà quali altre leccornie. Più attendibili le notizie che ne fanno risalire le origini al 1700. La pizzeria prende il nome dal vicolo dove, più di un secolo fa, si vendeva la neve per rinfrescare le cantine. Il cuore della vecchia e millenaria Salerno si conserva, dunque, in questo locale che non ha fatto alcuna concessione alla modernità ma ha tenuto fede alla tradizione della cucina casalinga e all’arte della pizza. Il rito serale della visita al Vicolo della Neve resta per molti salernitani una abitudine irrinunciabile. Il rischio di diventare un posto per soli turisti è svanito, il Vicolo non lo corre. Pur con il passar del tempo, il Vicolo della Neve ha tenuto fede alle regole della sua inimitabile cucina tramandate da “Sciacquariello” e “Peppiniello”, memorabili artefici del successo di questo locale, a coloro che oggi, in quella stessa cucina, preparano, condiscono e infornano pizze negli anni hanno deliziato illustri nomi della politica, del giornalismo, dell’arte e del teatro. Amavano la pizza margherita e il calzone con la scarola Enrico Caruso e Titta Ruffo e dopo di loro hanno fatto tappa al “Vicolo” tutti gli artisti che sono passati per il Teatro Verdi. Della pizza napoletana andavano pazzi Ministri, Deputati, Senatori e Sottosegretari. Da Vittorio Emanuele Orlando a Francesco Spirito, da Giovanni Amendola a Errico De Marinis e Adolfo Cilento. Il libro dei ricordi è pieno di pagine. Una vera storia d’amore è, però, quella tra Il “Vicolo” e gli artisti salernitani. Il poeta Alfonso Gatto era un ospite abituale e al Vicolo della Neve ha pure dedicato una splendida poesia. Il pittore Clemente Tafuri ha dipinto le pareti della pizzeria. Quel che si vede della sua rappresentazione dell’Inferno è solo una piccola parte della preziosa opera che appartiene ora alla famiglia Carro, vecchi proprietari del Vicolo. Siamo insomma in uno dei pochi luoghi storici della città, gestito a partire dagli anni ’70 da Matteo Bonavita. Il rito è sempre uguale, con i camerieri che richiamano ai loro tavoli i clienti appena entrati: appena seduti sui tipici piatti in rame sempre bollenti arrivano baccalà e patate, polpo alla luciana, scarola imbottia, peperoni ripieni, carciofi arrostiti, pasta e fagioli, la mitica ciambotta, la milza, le braciole di cotica, le polpette al sugo. E poi ancora l’infinita varietà di pizze assolutamente tipiche nell’impasto, il calzone con la scarola o il ripieno di ricotta e salame. Chiusura con i dolci della tradizione napoletana. Buone bottiglie di aglianico al prezzo giusto.

Alfonso Sarno

Della poesia di Alfonso Gatto ho trovato soltanto questo (non so se è completa):

…Straniero, se passi a Salerno
in una notte d’inverno
di luna a mezzo febbraio,
se vedi il bianco fornaio
che batte le mani sul tondo
di quella faccia cresciuta,
ascolta venire dal fondo
degli anni la voce perduta.
L’odore di menta t’invita,
la tavola bianca, la stanza
confusa dell’abbondanza…

…in quell’odore di forno
per qualche sera la vita
si scalda con le sue mani
a quegli accordi lontani
del tempo che fu…

3 Risposte to “Vicolo della neve”

  1. Cicale « Sbagliando s’impera Says:

    […] luoghi della mia infanzia, infatti, cicale non se ne sentivano molte, con l’eccezione della pineta di Milano Marittima, […]

  2. irene Says:

    No, la poesia “Vicolo della neve” di Gatto non è completa, ne manca una buona parte.
    La trovi nel libro curato da Silvio Ramat – Alfonso Gatto – Tutte le poesie, p. 579.
    E’ bellissima.

  3. labambinacolpalloncino Says:

    Grazie, mi sono imbattuta per caso in questo post e per un attimo sono tornata a respirare l’aria dei vicoletti in cui sono cresciuta.


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