Il festival dell’isola di Wight

Il famoso festival dell’isola di Wight sono 3: quello del 1968, quello del 1969 e quello del 1970.

Il primo si è tenuto il 31 agosto 1968, vi hanno preso parte circa 10.000 persone. La maggiore attrazione fu la presenza dei Jefferson Airplane. Parteciparono anche Arthur Brown, The Move, T. Rex, Plastic Penny e Pretty Things (sì, lo so ognuno di questi nomi meriterebbe un canzone o un clip…).

Il secondo si è tenuto il 30 e 31 agosto 1969, con un pubblico di 150.000 persone. Le attrazioni erano Bob Dylan e The Who. Tra gli altri: The Band, Joe Cocker, Free, Richie Havens, The Moody Blues, The Nice, Tom Paxton, Pentangle e Pretty Things. Questo è il concerto celebrato da Michel Delpech. Come potete vedere, Donovan non c’era!

Terzo anno, quello veramente famoso. 26-30 agosto 1970. 600.000 persone (soltanto in minoranza paganti il biglietto di 3 sterline per 5 giorni di musica: 125.000 sterline di perdite). Scarsità di acqua cibo e cessi. Nel 1971 il Parlamento inglese passa lo “Isle of Wight Act” che vieta sull’isola gli assembramenti di più di 5.000 persone. Fine del festival. C’erano tutti, noti e ignoti: Redbone, Rosalie Sorrels, Kris Kristofferson, Mighty Baby, Judas Jump, Kathy Smith, Tony Joe White, Supertramp, Black Widow, The Groundhogs, Procol Harum, Fairfield Parlour, Lighthouse, Melanie, Chicago, Taste, Cactus, The Doors, The Who, Sly and the Family Stone, Free, Joni Mitchell, Ten Years After, Emerson Lake and Palmer, Miles Davis, Mungo Jerry, John Sebastian, Cat Mother, Jimi Hendrix, Joan Baez, Moody Blues, Jethro Tull, Leonard Cohen, Richie Havens, Everly Brothers. Pentangle, Donovan (questa volta sì!) e Tiny Tim. Murray Lerner girò un documentario, Message to love. Avrei voluto esserci. Fu il penultimo ultimo concerto di Jimi Hendrix (che morì il 18 settembre a Londra; l’ultimo il 6 settembre al Fehmarn Festival in Germania) e l’ultimo concerto in Europa dei Doors con Jim Morrison (che morì il 3 luglio 1971 a Parigi).

Di Jimi (che suonava con Cry of Love, cioè nella formazione Hendrix/Cox/Mitchell) sentiamo la mia amata Machine Gun:

Dei Doors, The End:

11 novembre – San Martino e i cornuti

San Martino è uno di quei santi altomedievali che, a dar retta alle leggende e all’agiografia, hanno fatto di tutto. La storia che ho imparato, come molti miei coetanei, alle elementari è soltanto una delle tante che si narrano di lui nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze.

Martino suona come Martem tenens, “che tiene Marte”, cioè la guerra, contro i vizi e i peccati […].

Martino era originario di Sabaria, una città della Pannonia, ma crebbe in Italia, a Pavia, con suo padre, che era comandante nell’esercito. Lui stesso fu soldato, ai tempi di Costantino e di Giuliano, ma non di sua spontanea volontà, poiché già da bambino era ispirato dal Signore. All’età di dodici anni scappò, contro la volontà dei parenti, in una chiesa e domandò di divenire catecumeno, e si sarebbe anche ritirato nel deserto già allora, se non l’avesse impedito la sua debolezza di costituzione […].

Un giorno d’inverno, mentre passava per la porta d’Amiens, gli si fece incontro un povero completamente nudo, che non aveva ancora ricevuto nulla da nessuno. Martino capì che il povero era stato conservato per lui. Prese allora la spada e divise in due parti la clamide che portava addosso: una la dette al povero, e si coprì con la parte che avanzava. La notte seguente gli apparve Cristo vestito con la parte della clamide con cui aveva coperto il povero, e Martino intese che diceva agli angeli:

– Martino, che è ancora catecumeno, mi ha coperto con questa veste (Iacopo da Varazze. Legenda Aurea. Torino: Einaudi. 1995 p. 908).

L’affresco è di Simone Martini.

San Martino era anche (questo sul versante rurale della mia infanzia) il giorno dei traslochi. Era la data – prescelta perché si collocava opportunamente al termine dell’annata agraria, dopo la vendemmia e la spannocchiatura del granturco, prima dei rigori invernali, quando si entrava in una fase di pausa delle attività dell’agricoltura ed era possibile procedere a cambiamenti che nel normale regime produttivo sarebbero stati inopportuni – in cui giungevano a scadenza i contratti, che potevano essere rinnovati o disdetti. Quest’ultimo caso era spesso traumatico: con la disdetta (licenziamento e sfratto) da parte dei proprietari, i contadini dovevano cercare in altre cascine lavoro e sistemazione. Si vedevano interi nuclei familiari che migravano, in una parentesi di presunta bella stagione, con le proprie povere cose caricate su un carro. La scena è rappresentata in Novecento di Bernardo Bertolucci. Far San Martino significa ormai, semplicemente, “traslocare”.

Qui sotto, un San Martino al Vho di Piadena (Cremona), nel 1962!

A parte l’estate di San Martino (per non far venire un accidente né a San Martino, né al povero/Cristo, il tempo sarebbe divenuto miracolosamente estivo), il santo è legato nelle tradizioni popolari padane a molti proverbi (traduco alla bell’e meglio):

  • Per San Martino, tutto il mosto è vino.
  • Chi pota a San Martino, guadagna pane e vino
  • A San Martino / imbottiglia il vino / per Natale / comincia ad assaggiarlo (A San Martin, stòpa al tò vìn, par Nadàl, cumincia a tastàl)
  • L’estate di San Martino dura tre giorni e un pochino
  • Se vuoi fare più fieno del tuo vicino concima il prato prima di San Martino
  • Se vuoi far invidia al tuo vicino, pianta l’aglio per San Martino

Poi, naturalmente, la poesia di Carducci (resa celebre dal karaoke di Fiorello):

La nebbia a gl’irti colli
piovvigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir dei tini
va l’aspro odor dei vini
l’anime a rallegrar.

Gira sui ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Poi mi sono trasferito a Roma e ho appreso che San Martino è il protettore dei cornuti. Secondo alcuni, le numerose fiere del bestiame che si tenevano in questo periodo erano occasione di adulterio; secondo altri, sopravviveva in questo periodo una festa carnascialesca piuttosto licenziosa. A Roccagorga (Latina), dove si tiene una “festa dei cornuti”, si consuma la tradizionale zuppa “rappacornuti” (calma-cornuti) che, mantenendosi calda per ore, consentiva alle mogli di dedicarsi ad attività alternative alla preparazione dei pasti…

Secondo altri, all’origine del patrocinio c’è la gelosia del futuro santo, che si portava sulle spalle la sorella per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini (San Martino se purtava ‘a sora ncuollo): invano, pare. Ma la vicenda non è attestata dalla Legenda aurea. Anche a Ruviano (Caserta) si tiene l’11 novembre una festa dei cornuti (qui sotto).

Secondo la tradizione romana i cornuti si dividono in 5 specie (Aricordateve che li cornuti si dividono in 5 specie: Becchi, Cuccubboni, Becconi, Tribecchi e Calidoni):

  1. Li Becchi so’ quelli che nun ce lo sanno d’essere
  2. Li Cuccubboni ce lo sanno e tireno a campa’ pe’ quieto vive
  3. Li Becconi ce magneno sopra
  4. Er Tribbecco è quello che porta l’amico a casa sua e se squaja co’ na scusa
  5. Er Calidone poi è quello che porta lo stendardo ne’ la processione de San Martino: è quello che accompagna la moje a casa de l’amico.

Giusto per risollevarsi culturalmente: secondo un dotto intervento di Arturo Graf, San Martino era associato a San Giuliano come santo protettore e procacciatore di buon albergo (che nel Medioevo, per tradizione d’ospitalità e obbligo di cortesia, comportava la stanza, la tavola e anche una compagna di letto per la notte, spesso la moglie dell’ospite, che diveniva così cornuto per dovere): “non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, il popolo poté credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio anche in casi nei quali l’ajuto dei santi non pare troppo a proposito. Fatto sta che ostel saint Martin significò quel medesimo che ostel saint Julien“. Mi pare che l’esistenza di un comune di San Martino Buon Albergo (alle porte di Verona) confermi il rapporto tra Martino e l’ospitalità. Di qui alla protezione dei cornuti in generale, il passo mi sembra breve.

7 novembre – Ottobre!

90 anni fa aveva inizio un grande e indubbiamente coraggioso esperimento sociale. È andato a finir male, probabilmente da subito, o quasi. Alcuni dicono che il tribunale della storia è ancora in camera di consiglio. Temo che la condanna sia definitiva, si discute sulle eventuali attenuanti.

Il film girato per il decimo anniversario da Sergei Eisenstein non l’ho trovato. Accontentativi di un frammento. Notate il montaggio (praticamente un’invenzione di Eisenstein). Le musiche (aggiunte) sono di Dmitri Shostakovitch.

Remember remember the fifth of November

1605. La congiura delle polveri. Guy Fawkes e i suoi amici cattolici progettano di far saltare il parlamento, il re e la famiglia reale. Ne abbiamo già parlato a proposito di V per vendetta, ricordate.

Gli inglesi, che hanno inventato il sense of humour, ricordano l’evento con i fuochi d’artificio. E con due poesiole, che riporto qui sotto. La prima è la più famosa, ma la seconda è di scottante attualità e la dedico a Ratzinger.

Remember, remember the Fifth of November,
The Gunpowder Treason and Plot,
I know of no reason
Why Gunpowder Treason
Should ever be forgot.
Guy Fawkes, Guy Fawkes, t’was his intent
To blow up King and Parliament.
Three-score barrels of powder below
To prove old England’s overthrow;
By God’s providence he was catch’d
With a dark lantern and burning match.
Holloa boys, holloa boys, let the bells ring.
Holloa boys, holloa boys, God save the King!
 

Ecco la seconda:

 
A penny loaf to feed the Pope
A farthing o’ cheese to choke him.
A pint of beer to rinse it down.
A faggot of sticks to burn him.
Burn him in a tub of tar.
Burn him like a blazing star.
Burn his body from his head.
Then we’ll say ol’ Pope is dead.
Hip hip hoorah!
Hip hip hoorah hoorah!

Pink Elephants on Parade

Il 23 ottobre 1941 esce sugli schermi americani Dumbo, lungometraggio d’animazione di Walt Disney.

Non uno dei più belli (sdolcinato, e visibilmente a basso costo dopo Biancaneve e Pinocchio), ma per me è memorabile per la scena allucinatoria del sogno degli elefanti rosa. Tutte le volte che bevo un po’ troppo (e non è un evento così raro), temo di avere lo stesso tipo di allucinazioni. Siamo più di 45 anni prima di Yellow Submarine dei Beatles.

29 ottobre – Joseph Goebbels

Nato il 29 ottobre 1897, oggi compirebbe 110 anni.

Esponente di spicco del nazismo, Gauleiter di Berlino dal 1926 e ministro della propaganda dal 1933, fu anche cancelliere del Reich per poche ore, dopo la morte di Hitler.

Figlio di genitori ferventi, fu educato in ambienti cattolici. La sua frase più famosa – Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità – sembra a me tecnicamente ispirata al modo in cui operano le religioni per fare proseliti (si veda, su questo blog, la recensione a god is not Great). E certamente questa tecnica non è morta con lui: ne siamo tutti vittime ogni volta che la stampa e la televisione decidono per noi che cosa è importante e attuale, e che cosa no.

La sequenza della morte di Goebbels e della sua famiglia è uno dei momenti più sconvolgenti del controverso film La caduta. La sera del 1° maggio, Magda Goebbels e un medico delle SS somministrarono ai sei figli della morfina. Una volta addormentati, lei stessa li uccise rompendo una capsula di cianuro nella bocca di ognuno. Poi entrambi si suicidarono (secondo alcuni, lui uccise lei e poi si sparò; secondo altri si fecero sparare alla nuca da un attendente). Infine, i corpi furono cremati.

Il filmato che ho trovato su YouTube è in parte modificato (anche nella colonna sonora).

24 ottobre 1917 – Caporetto

Una sconfitta diventata proverbiale, una vera catastrofe, ebbe inizio 90 anni fa. Poche ovviamente le celebrazioni.

In due anni e mezzo di guerra di trincea sull’Isonzo, in ben 11 battaglie, l’esercito italiano aveva portato allo stremo quello austro-ungarico. Rompere la morsa era essenziale, pena la sconfitta: gli austriaci tentarono un disperato sfondamento. Il comando italiano era consapevole dei rischi, ma diviso sul che fare (vedete che i vizi nazionali sono profondamente radicati!): il generale Cadorna, comandante supremo, intendeva affrontare gli austriaci trincerandosi nelle migliori condizioni possibili; il comandante della seconda armata, Generale Capello, riteneva invece che in caso d’attacco occorresse lanciare subito una controffensiva strategica; Badoglio (sì, quello che divenne Capo del governo dopo il 25 luglio 1943 e dichiarò per radio “la guerra continua a fianco dell’alleato germanico”), che comandava l’artiglieria, non diede l’ordine di aprire il fuoco; quando un ufficiale ceco riferì (il 20 ottobre) che gli austro-ungarici e i tedeschi si apprestavano ad attaccare, l’intelligence italiana non gli prestò fede; il grosso delle truppe italiane era collocato sulle prime linee, soggetto ai colpi dell’artiglieria nemica, mentre la seconda linea era sguarnita e in pessime condizioni; gli Stati maggiori, vista la malaparata, si ritirarono al sicuro, lasciando le truppe senz’ordini ad affrontare la ritirata. Insomma, una fiera dell’incompetenza e dello scaricabarile.

L’attacco di sorpresa, preceduto da massicci bombardamenti e dall’uso del gas, riuscì. Già la sera del primo giorno la prima e la seconda linea italiana erano travolte. Nella battaglia si distinse anche un giovane Erwin Rommel. Alla fine del terzo giorno la battaglia era persa e il fronte italiano annientato. Gli austriaci, però, non riuscirono a chiudere le colonne italiane in ritirata in una sacca. Il fronte si attestò sul Piave e sul monte Grappa, ma la sconfitta comportò anche l’arretramento del fronte alpino settentrionale.

Il prezzo fu altissimo: la disfatta costò agli italiani 11.000 morti, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.

Ho un ricordo personale collegato a Caporetto. Negli anni ’60, un gesuita, padre Costantino Castellarin, mi raccontò di essere stato tra i profughi civili, bambino di un anno (era nato a Provesano, in provincia di Pordenone, il 5 ottobre 1916), e mi fece vedere una vecchia fotografia in cui era ritratto durante la fuga. Se non ricordo male, l’immagine che mi aveva mostrato è quella che vedete qui sotto.

Capestrano

Oggi mi è caduto l’occhio sul calendario: S. Giovanni da Capestrano. In realtà, lo sapevo già, perché è anche il compleanno di una cara amica di 20 anni fa, ormai persa di vista, ma anch’ella abruzzese come il comune di Capestrano.

Nato il 24 giugno 1386 da padre tedesco e madre locale, ebbe una vita da santo medievale abbastanza standard: da bambino mangiava la zuppa in una pietra concava che tuttora si conserva. Da giovane fu messaggero di pace presso i Malatesta (missione mondana e non religiosa). I Malatesta, alla faccia del detto “ambasciator non porta pena”, lo imprigionarono, in piedi incatenato alla vita e con i piedi a mollo. Dopo 3 giorni a pane e acqua, Giovanni ebbe le visioni: S. Francesco. Riscattato al prezzo di 400 ducati, tornò a Capestrano, diede il benservito alla giovane moglie (non aveva consumato il matrimonio) e si fece frate francescano. Instancabile costruttore di nuovi conventi, nel 1451 (a 65 anni) decise di darsi alle crociate: combatté e sconfisse i turchi a Belgrado (22 luglio 1456), ma contrasse la peste (6 agosto) e ne morì (23 ottobre 1456). Non il mio tipo di santo.

Capestrano è molto più famosa per il famoso guerriero: statuetta italica scoperta per caso nel 1934:

La statua fu rinvenuta da Michele Castagna in località “Cinericcio” (da cenere, quasi a indicare un luogo di sepoltura). Il guerriero è alto cm 209 senza la base, ha un curioso copricapo piatto (con ampie tese e sormontato da un cimiero), porta una maschera sul volto e ha le braccia ripiegate sul ventre secondo un rituale che si ritrova spesso in figure di corredi tombali di epoca italica. Sul petto e sulla schiena sono visibili due dischi a protezione del cuore (kardiophylax); tra le braccia stringe un’ascia e una spada, sulla cui impugnatura sono incise figure umane e di animali. La statua è sorretta da due pilastrini, sui quali sono incise due lance: uno di essi presenta un’enigmatica iscrizione di tipo osco-umbro arcaico, “MA KUPRI KORAM OPSUT ANANIS RAKI NEVII” – il cui significato potrebbe essere, secondo Fulvio Giustizia: “me bell’immagine fece Ananis per il re Nevio pomp[uled]io. Accanto alla statua, risalente alla fine del VI secolo a. C., fu rinvenuto un busto di donna graziosamente adorna di monili raffigurante, probabilmente, la sua compagna in vita. Ora entrambe le statue sono esposte al Museo Archeologico Nazionale di Chieti. La leggenda racconta che appena trovata, la statua fu oggetto di burla da parte dei cittadini e fu chiamata confidenzialmente, “MAMMOCCE” (fantoccio) e tale soprannome fu dato anche al suo scopritore.

A me è sempre rimasto un dubbio: Capestrano si chiamava così anche prima della scoperta del guerriero con il capo strano. Perché?

E, già che ci siete, che cos’era un frattale prima di Mandelbrot?

23 ottobre – Il primo aereo in guerra

Non so se capita anche a voi, ma ho spesso la sensazione di essere nato e si vivere in un Paese di second’ordine, ammesso al G8 (allora G7) per un’impuntatura di Bettino Craxi, ma non realmente civile. E direi anche che il declino di cui ogni tanto si parla è un declino reale, e palpabile.

Consoliamoci (ma prima che qualcuno mi dia del nostalgico, premetto che il resto del post è sanamente sarcastico): non è sempre stato così. 96 anni fa, nel 1911, il genio italico ha colto per primo al mondo le potenzialità belliche dell’aeroplano. Durante la guerra italo-turca, quella che fece esclamare a Giovanni Pascoli “La grande proletaria si è mossa”, quella che fruttò a noi Libia e Dodecanneso (e al resto del mondo l’instabilità dei Balcani, del Medio Oriente e del Nord-Africa), il 23 ottobre fu utilizzato per la prima volta un aeroplano in un volo di ricognizione. La ricognizione aerea era già stata effettuata, utilizzando palloni aerostatici o mongolfiere, fin dal 1700. Ma l’aeroplano fu un enorme progresso.

Naturalmente, l’aereo non era di fabbricazione italiana: non ne avevamo la tecnologia. Era un Blériot XI di fabbricazione francese, dello stesso modello di quello che 2 anni prima aveva sorvolato la Manica.

Il genio italico fece anche il logico passo successivo: 2 mesi dopo, nel dicembre del 1911, un pilota italiano sganciò 4 bombe a mano sulle truppe turche. Avevamo inventato il bombardamento aereo.

21 ottobre – Dizzy Gillespie

90 anni fa nasceva a Cheraw, South Carolina, John Birks “Dizzy” Gillespie, trombettista e innovatore, inventore del be-bop insieme a Charlie Parker e maestro (tra gli altri) di Miles Davis.

Qui sotto un Dizzy trentenne interpreta uno dei suoi breni più famosi, Salt Peanuts:

Qui invece, 5 anni dopo, in occasione del premio di DownBeat, suona Hot House con Charlie Parker, già in pieno be-bop:

Last but not least, non poteva mancare A Night in Tunisia: