Nei boschi eterni (3): opus spicatum

Grazie a un’amica archeologa, siamo in grado di risolvere un dubbio che – apparentemente – attanagliava soltanto me.

Cito quello che mi ha scritto (comunicazione personale, 2007), sperando non me ne voglia:

Vitruvio parla di testacea spicata tiburtina e Plinio di spicata testacea.
Il commentatore di Vitruvio scrive in nota: si tratta dei pavimenti in opus spicatum in cui mattoncini (bla bla) a spina di pesce (bla…).
Quindi opus spicatum è dizione moderna convenzionale.
Di piscatum non c’è traccia.

Ci aggiungo, di mio, che la Vargas è poco giustificata per il suo errore. Nel classico Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines di Daremberg e Saglio, disponibile anche online, alla voce Pavimentum a un certo punto si afferma:

le pavement en épi (opus spicatum , spica testacea , pavimentum spica) qui correspond au dispositif moderne en arête de poisson (spina pesce). Il se composait de lamelles rectangulaires de 105 millimètres de long, 42 de large, 21 d’épaisseur, affrontées à angle droit de 45°. La figure 5526 montre un spécimen de ce genre, découvert dans le marché de Timgad. Les briques qui servaient à cet usage étaient surtout fabriquées à Tibur, d’où leur nom de testacea spicata tiburtina.

26 settembre 1969 – Abbey Road

Sentito, di ritorno dalle vacanze, nel negozio Ricordi di via Montenapoleone. Un attacco folgorante. I Beatles erano progressive!

Uno più bello dell’altro!

Società dell’informazione

Stamattina il mio spazzolino da denti mi ha scritto: “Please, replace your head”.

20 settembre – La breccia di Porta Pia

Quando andavo a scuola era considerata quasi una festa nazionale, una delle tappe dell’unificazione d’Italia. Nel 1859-1960 la 2° guerra d’indipendenza e l’impresa dei Mille, nel 1861 il Regno d’Italia, nel 1866 la 3° guerra d’indipendenza e l’annessione del Veneto, nel 1870 Roma capitale, con la 1° guerra mondiale Trento e Trieste italiane.

Adesso non mi sembra ci sia molto da festeggiare. Non so se si tiene qualche cerimonia commemorativa ufficiale. Del Disegno di legge per istituire festività nazionale del 20 settembre si è persa traccia.

Mi sembra, invece, che i clericali organizzino una messa d’espiazione del grave vulnus inflitto al potere temporale della chiesa cattolica, cerimonia segnalata dai quotidiani perché vi partecipava anche l’allora governatore della Banca d’Italia Fazio. Ma se fossi clericale non vorrei espiare proprio nulla: a 137 anni di distanza il potere della curia romana non mi sembra diminuito, e se prima si esercitava soltanto su Roma ora si estende all’intero territorio della repubblica. Græcia capta ferum victorem cepit.

10 settembre 1977 – L’ultima ghigliottina

Alle 4:40 del mattino Hamida Djandoubi, un immigrato tunisino residente a Marsiglia, salì i fatidici scalini. Non sapeva che sarebbe stato l’ultima esecuzione capitale in Francia. Il boia si chiamava Marcel Chevalier.

Concludeva così la sua atroce carriera, dopo 670 anni, questo strumento di morte. Secondo le Cronache di Holinshed (1577), infatti, un progenitore della ghigliottina fu utilizzato la prima volta in Irlanda, il 1° aprile 1307, per giustiziare Murcod Ballagh.

 

Altri strumenti simili, utilizzati in Inghilterra e Scozia, furono il gibbet (patibolo) di Halifax e la maiden (la fanciulla). Il 10 ottobre 1789 e, di nuovo, il 1° dicembre dello stasso anno, il dottor Joseph Ignace Guillotin propose all’Assemblea nazionale costituente lo strumento, nell’ambito della riforma del codice penale, con l’intento di introdurre nella pena di morte umanità ed eguaglianza (prima erano utilizzati supplizi diversi a seconda del tipo di delitto e del rango del condannato). Guillotin non amava essere associato alla macchina che finì per prendere il suo nome: il progetto tecnico fu proposto il 7 marzo 1792 dal medico Anton Louis e realizzato da un costruttore di clavicembali prussiano, Tobias Schmidt, per 812 lire. Il debutto avvenne il 25 aprile 1792.

L’esecuzione di Hamida Djandoubi ebbe l’effetto di catalizzare l’opposizione, da tempo strisciante, contro la ghigliottina: il poveraccio (condannato per aver torturato e ammazzato crudelmente la fidanzata di 20 anni perché rifiutava di prostituirsi) – secondo la testimonianza di un medico presente all’esecuzione, rimase cosciente per 30 lunghi secondi dopo l’esecuzione. La pena di morte fu definitivamente abolita, su proposta di Mitterand, nel 1981.

7 settembre – Battaglia di Borodino

Il 7 settembre 1812, 195 anni fa, si combatté la battaglia di Borodino, a 125 km da Mosca, tra la Grande Armée di napoleone e l’esercito imperiale russo agli ordini del generale Mikhail Kutusov. Fu la più grande battaglia campale combattuta in un sol giorno di tutta la campagna di Russia e di tutte le guerre napoleoniche: vi parteciparono oltre 250.000 uomini. Fu anche la più sanguinosa: le vittime delle due parti sono stimate in almeno 70.000, il che ne farebbe la battaglia più sanguinosa di tutti i tempi. L’esito della battaglia fu incerto sotto il profilo tattico, ma la vittoria strategica arrise ai francesi che dopo pochi giorni entrarono a Mosca.

La battaglia è famosa – o, meglio, è nota a me – per la narrazione di Tolstoj in Guerra e pace. Il principe Andrej vi è ferito a morte.

Il principe Andrej restava in piedi, indeciso. La granata, come una trottola, roteava fumando fra lui e l’aiutante disteso, al confine tra il campo e il prato, presso un cespuglio d’artemisia.
“Possibile che questa sia la morte? – pensava il principe Andrej, e con occhio del tutto nuovo, pieno d’invidia, guardava quell’erba, quell’artemisia, quel filo di fumo che spirava su su da quella turbinante palla nera. – Non posso, non voglio morire: amo la vita, amo quest’erba, quest’aria.” Pensava così e, nello stesso tempo, aveva presente che su lui erano puntati gli sguardi.
“Vergogna signor ufficiale!” si rivolse all’aiutante. “Che modo…”
Non terminò la frase. In uno stesso istante, si sentì un’esplosione, un fischio di schegge, come d’una finestra sfondata, un soffocante odore di polvere, e il principe Andrej si avventò da un lato e, alzando in aria le braccia, cadde bocconi.

La ferita del principe Andrej nella battaglia di Borodino, che si rivelerà mortale, è il corrispettivo della ferita che il medesimo principe aveva ricevuto, 7 anni prima, nella battaglia di Austerliz, ferita che avrebbe potuto essere mortale e non lo fu. Purtroppo, on-line è disponibile soltanto la traduzione inglese di Guerra e pace, e quindi vi dovrete accontentare (il brano che precede l’ho trovato fortunosamente).

“What’s this? Am I falling? My legs are giving way,” thought he, and fell on his back. He opened his eyes, hoping to see how the struggle of the Frenchmen with the gunners ended, whether the red-haired gunner had been killed or not and whether the cannon had been captured or saved. But he saw nothing. Above him there was now nothing but the sky–the lofty sky, not clear yet still immeasurably lofty, with gray clouds gliding slowly across it. “How quiet, peaceful, and solemn; not at all as I ran,” thought Prince Andrew – “not as we ran, shouting and fighting, not at all as the gunner and the Frenchman with frightened and angry faces struggled for the mop: how differently do those clouds glide across that lofty infinite sky! How was it I did not see that lofty sky before? And how happy I am to have found it at last! Yes! All is vanity, all falsehood, except that infinite sky. There is nothing, nothing, but that. But even it does not exist, there is nothing but quiet and peace. Thank God!…”

È per me un brano memorabile. Nel febbraio del 1970 (avevo 17 anni e Guerra e pace non l’avevo letto da molto) mi ruppi una gamba in montagna. Mentre aspettavo che una barella che mi venisse a prendere, guardavo il cielo sereno di quel primo pomeriggio d’inverno (“quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”) e mi tornava in mente l’episodio del principe Andrej. Nemmeno io provavo dolore: quando l’osso s’era spezzato, con un rumore secco, avevo pensato si fossero rotti gli sci. La gamba era contorta in una posizione innaturale e non potevo alzarmi: ma finché non provavo a muovermi non sentivo nulla. Guardavo il cielo e ascoltavo le grida dei bambini. Il cielo era davvero alto e maestoso, una cupola immensa. Per un attimo anch’io pensai che dovevo essere grato per quello: un momento, una rivelazione, un privilegio concessi soltanto a me.

“Non esiste nulla, nulla di certo, tranne la vanità di tutto ciò ch’io posso comprendere, e la grandezza di qualche cosa che mi è incomprensibile, ed è più importante di tutto”.

2 ricette per il successo

  1. Non rivelare mai tutto quello che sai.

La pioggia nel pineto o sul cappello?

Boris è in villeggiatura in un posto assolutamente inadeguato, in una località climatica (cioè dotata di un clima peculiare): dopo alcuni giorni torridi, da due piove e fa freddo. Quanto alla fauna, le zanzare hanno ceduto il posto alle mosche.

Grazie alla cultura dei suoi figli, due proposte poetiche, una più nota (La pioggia nel pineto di D’Annunzio) e la seconda meno (La pioggia sul cappello, di Luciano Folgore).

La pioggia nel pineto
Gabriele d’Annunzio

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

La pioggia sul cappello
Luciano Folgore

Silenzio. Il cielo
è diventato una nube,
vedo oscurarsi le tube
non vedo l’ombrello,
ma odo sul mio cappello
di paglia,
da venti dracme e cinquanta
la gocciola che si schianta,
come una bolla,
tra il nastro e la colla.
Per Giove, piove
sicuramente,
piove sulle matrone
vestite di niente,
piove sui bambini
recalcitranti,
piove sui mezzi guanti
turchini,
piove sulle giunoni,
sulle veneri a passeggio,
piove sovra i catoni,
e, quello ch’è peggio,
piove sul tuo cappello
leggiadro,
che ieri ho pagato,
che oggi si guasta;
piove, governo ladro!….

L’odi tu? Non è di passaggio
come l’acqua
di maggio,
che sciacqua la terra e la monda.
Sgronda terribilmente;
si sente il blasfemo
di un polifèmo ambulante,
si veggono ninfe e atalante
fuggire in un angiporto;
Plutone più vivo che morto
si pone una nivea pezzuola
sul feltro che cola;
Dïana s’accorcia la tunica
fin quasi all’altezza del femore,
e Dedalo immemore e Marte
con toga a due petti e speroni
s’impalano ai muri con arte
per evitare i doccioni.
Cibele fa segno all’auriga
che incurva il soffietto alla biga,
e monta sul cocchio
mentre la furia di Eolo
le palpa il malleolo
le morde il polpaccio,
si sfibia
d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,
dal naso al tallone d’Achille,
fradici fino al midollo,
cugini alle anguille,
nubili d’ombrello,
col solo cappello,
sentiamo che l’ essere anfibî
sarebbe un superbo destino,
te biscia,
io girino,
e liscia la piova del giorno
ci colerebbe d’attorno,
non come a Issïone
che fece la ruota a Giunone,
ma pari al Tritone
cui Teti concesse
– regalo di nume –
di potersi fare
un ampio palamidone
di schiume di mare.

E piove sempre,
sul càmice mio,
sul peplo tuo
colore oramai dell’oblio,
piove sul croceo e l’eburno
del tuo moccichino di seta,
piove sul cromo del mio coturno
che s’impatacca di creta,
piove sopra il cinabro
che t’impomidaura il labro,
piove sui tremuli tocchi
che t’anneriscono gli occhi,
e andiamo d’androne
in androne,
con facce di mascherone,
squadrandoci obliquamente
se qualche pozza lucente
ci specchia e ci invecchia
per farci morir di furore,
Narcisi
dai visi colore
di colla di paglia,
di succo di nastro,
d’impiastro di minio,
di guazzo assassino
di cipria e di cartoncino.

E piove a dirotto
da tutte le nubi,
piove dai tubi
sfasciati
dell’acquedotto
del cielo,
piove sui cani spelati,
piove sul melo e sul tiglio,
piove sul padre e sul figlio,
piove sui putti lattanti
sui sandali rutilanti,
su Pègaso bolso,
su l’orïolo da polso,
piove sul tuo vestitino
che m’è costato un tesauro,
piove sulla salvia e sul lauro
sull’erbetta e sul rosmarino,
piove sulle vergini schive,
piove su Pàsife e Bacco,
piove persin sulle pive
nel sacco.
E piove soprattutto
sul tuo cappello distrutto
mutato in setaccio,
che ieri ho pagato
che adesso è uno straccio,
o Ermïone
che scordi a casa l’ombrello
nei giorni di mezza stagione.

13 agosto – Alfred Hitchcock

Nato il 13 agosto 1899, a Londra.

La mia sequenza preferita è questa:

Chance (2)

Ecco i canguri di Gosset (spero di non avere violato troppi copyright, ma dovrebbero essere fuori diritti dal 1908 a oggi, Topolino non era ancora nato…):

grafico.pdf

Ieri ho dimenticato di raccontare forse la cosa più divertente del libro. Come scegliere il proprio partner? La premessa è che incontreremo un numero finito di candidati, e che non si torna indietro (una volta scartato un candidato è scartato per sempre, e una volta sposato è sposato indissolubilmente). Se sposiamo il primo che ci pare soddisfacente, avremo sempre il dubbio che ne avremmo potuto incontrare uno migliore; ma se andiamo avanti percorrendo tutta la lista, rischiamo di arrivare alla fine senza aver incontrato Mr Right. Esiste una strategia ottimale? Il rischio è connaturato nella scelta, ma c’è (ed è dimostrata formalmente, con un teorema) una strategia che dà le migliori probabilità di selezionare il candidato migliore: data una stima del numero dei possibili candidati, bisogna valutare il primo 37% dei candidati in lista (per l’esattezza, 1/e candidati, cioè il 36,78%) e poi, proseguendo nella lista, scegliere il primo che si incontra che risulta migliore di tutti quelli precedentemente valutati.

Ad esempio, supponi di essere un’avvenente debuttante in cerca di marito, con 100 spasimanti. Quello che suggerisce la teoria, è che tu esca con i primi 37, e li valuti, senza impegnarti con nessuno. Poi esci con il 38°: se è meglio di tutti i 37 precedenti, sposalo. Se no passa al 39° e ripeti la valutazione. Naturalmente, ti può capitare di non incontrarne nessuno migliore dei primi 37, e resterai single. Ti può anche capitare di sposarne uno sufficientemente buono, ma non il migliore in assoluto. Ma il teorema ti assicura che hai massimizzato le tue probabilità di successo rispetto a qualunque altra strategia (Aczel, pp. 85-87).

Il problema è noto anche come “problema della segretaria” e per gli irrimediabilmente curiosi qui trovate una sintetica rassegna.

Naturalmente, se il tuo obiettivo è spassartela, la strategia migliore è proporti a tutte (o a tutti). La vecchia storiella dice che prenderai una sacco di schiaffi, ma ti divertirai anche parecchio. Il calcolo delle probabilità conferma (Aczel, pp. 35-36).